La manovra che verrà

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Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra era già stato anticipato da numerosi sondaggi, ma ora ad aspettare la probabile neo-premier ci sono gli altrettanti i numerosi dossier economici aperti e in gran parte contraddistinti dal segno negativo. D’altronde, il quadro macroeconomico europeo è ancora contraddistinto da un’elevata incertezza, dall’esplosione dei prezzi energetici e dall’instabilità politica.

L’Europa tira dritto a prescindere dal futuro esecutivo italiano

Dal fronte europeo la prima a richiamare tutti all’ordine è Christine Lagarde, la quale ha annunciato che a breve la Bce dovrà aumentare ancora i tassi d’interesse. E ciò significa che vi sarà un aumento del costo del debito pubblico italiano, per via del crescere degli interessi, e che anche per le imprese sarà più difficile reperire i denari necessari a finanziare le loro attività. La mossa della Bce è obbligata dal contesto congiunturale, come ribadito da Lagarde stessa: le prospettive si stanno facendo più fosche. L’inflazione rimane troppo alta ed è probabile resterà sopra i nostro target per un periodo esteso di tempo”. Tuttavia, il costo da pagare per fermare l’inflazione è il raffreddamento della domanda interna all’eurozona e quindi della ripresa post-pandemica. D’altro canto, il mancato accordo sul price cap europeo impedisce di raffreddare la speculazione sul prezzo del gas, a cui si aggiungono il rallentamento dell’economia cinese e gli ancora persistenti colli di bottiglia, che nell’insieme di certo non aiutano a sedare un’inflazione ancora imperturbabilmente al galoppo.

E sempre con l’Europa Meloni dovrà ancora andare d’accordo per un po’, viste le imminenti scadenze del Pnrr. Da Bruxelles son infatti ora in arrivo i 24 mld, relativi alla seconda tranche del Pnrr (che ne complesso ne stanzia oltre 190), ma a dicembre dovranno essere centrati 55 obiettivi (di cui 29 già raggiunti dall’esecutivo Draghi e 26 ben avviati) per ottenerne altri 21,8 mld. Il che significa che, almeno per il momento, non sono possibili quelle modifiche al Pnrr tanto invocate dalla coalizione di centrodestra. L’unica scappatoia che Bruxelles potrebbe concedere alla coalizione guidata da Meloni, come riportato dal Sole24 Ore, riguarderebbe una o più deroghe su quelle opere i cui costi sono stati stravolti dall’impennata dei prezzi, ma oltre a questo i margini sono troppo stretti. Occorre poi ricordare come per i vertici amministrativi alla guida del Pnrr non sia previsto il collaudatissimo spoil system, con i quali vengono da sempre sostituite le persone alla guida di numerose istituzioni italiane, a partire dai Media statali.

Terminata la rassegna europea si passa al fronte domestico, quello più caldo.

Il governo Draghi ha stanziato complessivamente 66 mld di euro contro i rincari, ma molte misure scadranno a breve e dovranno essere rinnovate, altrimenti gli italiani si ritroveranno all’improvviso in un incubo occultato da misure a pioggia. Calcolatrice alla mano, per la Nadef serviranno tra i 40 e i 50 mld di euro: non proprio un inizio di legislatura in pompa magna. Questi miliardi serviranno a rifinanziare il taglio degli oneri di sistema sulle bollette di gas e di luce, a sforbiciare il cuneo fiscale, a ridurre di 30,5 centesimi il prezzo al litro dei carburanti ed infine a sostenere i crediti d’imposta per le imprese costrette a fronteggiare bollette alle stelle.

Non va poi dimenticata un’urgenza prossima relativa alla CIG. La riforma Orlando, partita a gennaio, prevede la CIG onerosa per le aziende e rigidi tetti alla durata, come riporta il Sole 24 Ore. Molte imprese, però, hanno esaurito il plafond e per questa ragione già 400 milioni di ore di deroga sono stati inseriti per evitare una catastrofe sociale. Nel frattempo, l’Istat dichiara l’aumento delle ore in cassa integrazione e la richiesta di sussidi di disoccupazione. Inoltre, le stime per il mercato del lavoro sono tutt’altro che rosee. Una bomba ad orologeria aleggia per il Bel Paese.

Dal canto suo, Meloni potrà contare su almeno un asso nella manica, ovvero l’extra-gettito lasciatole in eredità da Draghi e relativo ai mesi di settembre, ottobre e novembre. L’aumento dei prezzi ha infatti fatto registrare un surplus nei conti pubblici, che però ora si scontrerà con maggiori costi per il personale e le pensioni. Basterà quindi questo tesoretto a far dormire sonni tranquilli a Meloni e Company?

No, perché all’equilibrio dei conti pubblici italiani manca ancora il calcolo delle misure promesse in campagna elettorale dal centrodestra, le quali, come riportato da Pagella Politica, sono perlopiù prive di coperture e molto costose […]. Senza fare deficit, che altrimenti comporterebbe un primo passo falso nei confronti del mercato e delle istituzioni europee, la Meloni sarà costretta a proseguire il suo mandato all’insegna della sobrietà.

La coalizione di centrodestra, sempre ammesso che non si sfaldi nel tragitto per il Colle, riuscirà a dimostrare di essere davvero a pronta a governare, oppure ci attenderà un 2011 bis?

Redazione il Caffè Keynesiano

I mali del capitalismo e della dottrina di Milton Friedman

Esistono teorie economiche non solo capaci di persistere ben più a lungo dell’esistenza stessa del loro fautore, ma persino di riuscire a esercitare un’influenza così persuasiva da plasmare intere generazioni di imprenditori. Milton Friedman, ad esempio, ha convinto il mondo intero che l’unica preoccupazione a cui debbano rispondere le imprese sia il tornaconto degli stakeholders che su di esse hanno investito i propri capitali. Ed oggi, a distanza di oltre 50 anni dalla nascita della sua dottrina, gli effetti del modello capitalista di Friedman sono ancora vivi e vegeti, come ben esemplificato dagli Uber files, dagli scioperi delle compagnie low cost e dall’ingerenza delle industrie del fossile sulla stampa libera.

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In campo economico esiste sempre almeno una teoria e quindi una soluzione per ogni genere di problema, anzi, spesso gli economisti riescono persino a generare più di opzioni, anche tra di loro confliggenti, per lo stesso tema, sia esso l’inflazione o l’occupazione. Lo stesso Keynes divenne famoso proprio per la sua capacità di formulare ipotesi capaci di spaziare in più direzioni, sino a diventare tra di loro divergenti. Tuttavia, e a dispetto della malleabilità dell’economia e della creatività dei suoi cultori, sembra non esserci cura capace di estirpare la dottrina partorita di Milton Friedman, secondo cui la responsabilità sociale di un’impresa si esaurisce nell’aumentare i soli profitti, il resto non conta. Tant’è che se per raggiungere tale obiettivo, ovvero rendere ricchi sé stessi e gli azionisti, fosse necessario bruciare il mondo o disgregare il tessuto di una società, andrebbe comunque bene e anzi, sarebbe un dovere morale farlo, pena il mancato rispetto degli interessi degli stakeholders; ovviamente gli unici ad avene di legittimi.

La dottrina di Friedman nacque negli anni ’70 e da allora guida tanto la penna che verga la storia quanto l’agire degli amministratori delegati di importanti società per azioni. Non sono stati sufficienti né i numerosi scandali privati, né le bolle speculative o il crescete del divario salariale all’interno delle grandi società: nulla scalfisce questa massima e gli interessi che essa difende. Neppure lo scandalo di Uber, in cui sono coinvolti politici di primo piano e le maggiori autorità europee, smuove l’opinione pubblica, la quale non pare non curarsi neppure del rapporto immorale tra media e industria fossile, né degli scioperi che affliggono il mondo dell’aviazione low cost. E dire che tutti questi tre casi mostrano, nel loro insieme, proprio la perversione raggiunta dalle idee di Friedman e i rischi che la società corre nel perseguire una dottrina tanto scellerata quanto refrattaria al cambiamento.

Il caso di Uber

La storia di Uber inizia come quella di ogni altra star-up che ambisce a cambiare il mondo. Viene analizzato un mercato ritenuto improduttivo, troppo ancorato allo status quo e meritevole di un salto di quel salto di qualità che solo una grande intuizione scaturita dalla riflessione di una personalità geniale può apportare e la magia californiana fa tutto il resto. Nel caso di Uber si è quindi scelto di penetrare in un mercato, quello europeo, dove il sevizio di trasporto pubblico è normato attraverso la cessione di licenze, bypassando però ogni regola e facendo un’attività di lobbying senza quartiere, così come una feroce lotta  a qualunque corporazione e regola. D’altronde, se vuoi cambiare il mondo e le sue regole non vi è limite che non si possa valicare, o questo è quello che devono aver pensato in California prima di avviare la macchina che l’inchiesta del The Guardian ha rivelato.

Ben 124.000 documenti e nomi di primissimo piano, come quello di Emmanuel Macron, Joe Biden, Matteo Renzi e Neelie Kroes. Quest’ultimo ai più potrà non dire molto, ma si tratta dell’ex commissaria europea alla concorrenza (il ruolo oggi ricoperto da Margherita Vestager), la quale, stando a quanto riportato dai file e dall’articolo di Francesca Canto, pubblicato su TPI, “si sarebbe offerta di organizzare una serie di incontri tra Uber, i ministri olandesi e gli alti funzionari Ue tra il 2014 e il novembre 2016 – contrariamente a quanto richiesto dalla normativa vigente – per un totale di 200 mila dollari all’anno, versati sul suo conto dall’azienda di San Francisco.” Non proprio l’atteggiamento di trasparenza che ci si aspetterebbe da un funzionario Ue, ma in questo Kroes non era di certo da sola, anzi, il pubblico di politici pronti a rivendicare come legittime le battaglie di Uber era assai folto, nonostante la compagnia californiana fosse dedita a pratiche del tutto scorrette. Nell’articolo di Canto si legge “secondo gli Uber files, alcuni membri dell’azienda avevano visto nella violenza i propri autisti un’opportunità, un modo per fare pressione sui governi dei Paesi europei al fine di riscrivere leggi che ostacolavano l’espansione di Uber nel vecchio continente. Alcune manifestazioni furono pianificate direttamente dalla società.” Per il co-fondatore di Uber, Travis Kalanick “la violenza garantisce il successo.” Una frase questa, che risulta assolutamente in linea con la dottrina di Friedman e con l’epilogo di questa triste pagina del capitalismo d’oggi. Già, perché all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta del The Guardian, la risposta di Uber è stata che sì, sono stati commessi degli errori, ma dal 2017 l’Ad è stato rimosso e quindi il problema rientrato.

Un modo per dire “quello era il passato, oggi siamo diversi”. Che negli anni siano stati calpestati dei diritti, letteralmente comprati degli incontri con alti funzionari politici o assoldati black bloc per gettare discredito su intere categorie di lavori non conta, perché frutto avvelenato del passato. Ed a guardar bene i conti della società californiana si direbbe che sia proprio così, perché grazie a queste politiche commerciali è riuscita a far breccia in 77 Paesi del mondo a generare un fatturato di ben 6,9 mld di dollari, facendo così felici azionisti e manager: esiste altro per cui valga la pena lottare?

Una transizione all’insegna del greenwashing

È poi sufficiente svoltare pagina ed ecco che la dottrina di Friedman ricompare come per magia, conquistando un altro adepto del capitalismo amorale, anzi, in questo caso a lasciarsi sedurre dai profitti è persino l’intera eurozona, che non riesce proprio a dire di no ai combustibili fossili, nonostante le evidenze scientifiche e i danni (questa volta geopolitici) che da anni accompagnano le guerre in Medio Oriente ed oggi alle porte dell’Europa stessa. Niente, nulla è più forte dello status quo e del profitto.

Con 328 voti l’Europarlamento ha deciso che la tassonomia Ue non cambia, gas e nucleare sono green e utili alla transizione energetica. D’altronde, nei soli 6 anni successivi all’accordo di Parigi, sono stati ben 4,6 i trilioni di dollari investiti dalle banche di tutto il mondo nel settore fossile: che fai? Vendi tutto e cambi strategia perché qualche scienziato sostiene che estraendo gas, carbone e petrolio finirà l’era dell’uomo? No. Persino gli Esg contengono al loro interno forme di finanziamento a sostegno dell’industria fossile e a dirlo non è Topolino, ma l’Economist.

Eppure, nonostante i dati degli scienziati, i cambiamenti climatici tuttora in corso e l’azzardo morale che la Russia ha potuto giocare nei confronti dell’Ue, le energie fossili vincono su tutto e si prendono pure una rivincita simbolica attraverso i Media. Non vi sono, infatti, solo i giornali che sostengono apertamente teorie negazioniste e ritenute minoritarie in ambito scientifico, ma i Media stessi, nel loro insieme, devono parte della loro stessa sussistenza alla pubblicità che proviene dall’industria fossile. Da uno studio, realizzato Greenpeace Italia e l’Osservatorio di Pavia – rilanciato poi dal sito Valori.it – si evince come i principali Media italiani ricevano fondi dall’industria fossile e finiscano spesso per sottovalutare l’impatto di tale settore. Nell’articolo, infatti, si legge come “nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte”.Ed ancora Grazie alle loro generose pubblicità, che spesso non sono altro che ingannevole greenwashing – aggiunge Giancarlo Sturloni, di Greenpeace Italia – le aziende del gas e del petrolio inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione. Impedendo a lettori e lettrici di conoscere la gravità dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Se vogliamo che il giornalismo svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio.”

È forse chiedere troppo che vi sia indipendenza tra Media e industria del fossile? Secondo la vulgata dei promotori della dottrina di Friedman sì, perché ciò che conta è che i media sia sostenibili economicamente parlando e non che lo sia ciò che scrivono.

L’era dei viaggi low cost è al capolinea?

Ma che cosa significa sostenibile? Ecco, questo è un altro di quei concetti che muta a seconda degli interessi degli stakeholders, come ben esemplificato dal settore delle compagnie aree low cost. C’è stato un tempo in cui, grazie a compagnie come Ryanair, era possibile viaggiare con una manciata di euro, poi è arrivato il Covid-19, l’inflazione ed ora le legittime pretese di un settore che negli anni ha visto assottigliarsi sempre di più i propri diritti ed oggi sciopera per difendere ciò che ne resta. Voli cancellati ed altre forme di disagio per i viaggiatori stanno diventando sempre più frequenti, perché di fatto protestare è l’ultima carta che resta da giocare a un settore, quello dell’aerotrasporto, ormai ridotto all’osso.

Durante la pandemia sono stati licenziati molti dipendenti ed a emergenza conclusa, col sopraggiungere di ulteriori incertezze economiche e geopolitiche, non sono stati reintegrati lasciando una mole di lavoro di espansione sui pochi rimasti. L’intero settore dei viaggi low cost è diventato talmente insostenibile che persino chi è stato fautore del suo successo oggi nasconde la mano facendo finta che il sasso nello stagno sia stato gettato per errore (anche qui, le analogie col caso di Uber si sprecano). O’Leary stesso, infatti, patron di Ryanair, al Financial Times ha dichiarato “È semplicemente diventato troppo economico. Trovo assurdo che ogni volta che volo a Stansted (aeroporto di Londra dove fa base Ryanair, ndr), il viaggio in treno fino al centro di Londra sia più costoso del biglietto aereo.” E, come riportato dal The Post, O’Leary ha poi aggiunto: “È stato il mio lavoro [offrire viaggi aerei a buon mercato]. Ho fatto un sacco di soldi facendolo. Ma alla fine, non credo che nel medio termine i viaggi a un costo di 40 euro possano essere sostenibili. È un prezzo troppo economico», aggiungendo che in futuro le tariffe medie potrebbero salire a 50 o 60 euro circa.”

Il caso di Ryanair esemplifica una pratica presente anche nella vicenda di Uber ed in quella del settore dell’energia fossile, ovvero che è tutto lecito fino a quando genere un utile che sia ritenuto significativo per gli stakeholders. Se diventa essenziale garantire un servizio a un prezzo irrisorio, penetrare un mercato tutelato con manovre predatorie, oppure inficiare il giudizio del mondo accademico e di quello giornalistico, non importa. Ciò che conta è il rispetto della dottrina elaborata da Friedman negli anni ’70.

Ed oggi, a distanza di oltre mezzo secolo da quando l’economista statunitense gettò le basi per la condotta societaria, nulla sembra essere cambiato. Permane un esercito di vinti che affolla aziende dai bilanci stracolmi e destinati perlopiù a una manciata di eletti e ad azionisti interessati solo al proprio tornaconto personale. Possibile che nel 2022 debba continuare a regnare indiscussa una dottrina i cui effetti perversi accompagnano il capitalismo?

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Pochi ma buoni

La direttiva europea sul salario minimo ha scatenato nel dibattito italiano una vera e propria tempesta perfetta, con tanto di alleanze spurie (come quella tra i sindacati e Confindustria) e rari esempi di benaltrismo sull’inutilità di una qualsivoglia soglia reddituale di base. C’è stato infatti chi, come Bonomi, ha proposto il taglio del cuneo fiscale, e quelli che invece se la sono presa con la produttività, con la necessità di ridare valore alla contrattazione collettiva e infine con l’inflazione.

Ed in questo caos, dove non poteva non mancare il sempre verde “ce lo chiede l’Europa”, si sta finendo per perdere di vista il senso di un salario minimo e il problema dei redditi in Italia, in favore della più bieca propaganda da campagna elettorale permanente.

Fake news e propaganda sul salario minimo

Innanzitutto, l’Ue ha per ora stabilito un accordo preliminare, come ricorda Cottarelli su La Stampa, per “definire, e solo per i Paesi che hanno già un salario minimo, alcuni criteri per la sua determinazione”: con questa sola frase si smontano le fake news di chi grida da giorni “ce lo chiede l’Europa” (come la sottosegretaria al Ministero del Lavoro Rossella Accoto). Cottarelli inoltre, sottolinea a più riprese come un intervento a gamba tesa da parte dello Stato nella determinazione di un salario minimo non escluda comunque la presenza di sacche di lavoro dove questo non venga adottato, e il rischio aggiuntivo che alla fine la pezza sia peggio del buco. D’altronde, l’Italia resta un Paese diviso, con redditi e costi della vita assai differenti lungo tutto lo stivale, e quindi andrebbe studiata una soluzione che tenga conto di questa divisione. Per Perotti e Boeri, ad esempio, si potrebbe resuscitare un meccanismo analogo a quello delle gabbie salariali, ma legato alla produttività, con un salario minimo nazionale tarato sulla situazione economica del Sud del Paese e un altro per il Nord. Resterebbe però poi sempre da risolvere il problema del lavoro nero, che, com’è probabile, permetterebbe comunque l’adozione di tariffe ben inferiori rispetto a quelle stabilite da qualsivoglia salario minimo (come già ampiamente dimostrato dal caporalato).

Sorge quindi il problema di stabilire l’efficacia di un salario minimo e il suo valore nominale. Per quest’ultimo l’Ue, almeno in questa prima fase preliminare, fissa delle coordinate; come riportato da Luciano Capone sul Foglio “la Commissione indica (per il salario minimo) la soglia del 60 per cento del salario mediano in Germania, al momento, il salario minimo orario da 9,82 euro è pari al 48 per cento del salario mediano. Il governo Scholz lo porterà a 12 euro l’ora, pari al 58 per cento del salario mediano. Per l’Italia 9 euro l’ora significano un salario minimo pari al 75-80 per cento del salario mediano, il livello più elevato tra i paesi Ocse.” Capone nomina i 9€ lordi all’ora perché è la cifra su cui si è discusso di più in questi mesi, anche se per l’attuale ministro del Lavoro, Andrea Orlando, la questione andrebbe differenziata caso per caso. Su Repubblica ha dichiarato che si dovrebbe “prendere come salario minimo il Trattamento economico complessivo (Tec) dei contratti maggiormente rappresentativi, settore per settore.” Ed è qui che si arriva all’alleanza spuria tra Sindacati e Confindustria, che, per ragioni differenti, propenderebbero per altre soluzioni contrarie al salario minimo. I Sindacati rivendicano la centralità della contrattazione collettiva nazionale, che in Italia rappresenta il mezzo più diffuso per stabilire il reddito di un lavoratore. Stando agli ultimi dati aggiornati, in Italia la contrattazione collettiva copre l’80% dei lavoratori (si parla di 985 contratti collettivi nazionali), di cui però buona parte è in scadenza, ed inoltre quando si parla di numeri c’è sempre chi tende a gonfiarli e sgonfiarli a seconda dell’opportunità. Bonomi, invece, sul Corriere fa sapere che “va bene (un salario minimo) ma solo per i lavoratori più fragili, dove le paghe orarie sono basse; non è il caso dei contratti nazionali firmati da Confindustria.”

Il mercato del lavoro italiano

D’altronde, di quei oltre 900 contratti (del solo settore privato), stando a quanto riportato da Valentina Conte su Repubblica, 558 sono scaduti e altri 95 scadranno entro l’anno. Ne consegue che a conti fatti ci sono attualmente 6,8 milioni di lavoratori che aspettano il rinnovo di un contratto e, di questi, 3,5 milioni riguardano il settore del Turismo e del commercio. Se poi si analizzano i dati della pubblica amministrazione, come dichiarato da Bonomi, si scopre che i privi di rinnovo sono quasi 3 milioni. Infine, se a questi dati si aggiunge poi l’esercito di coloro che hanno una partita iva, si arriva alla conclusione che i contratti ci sono, sulla carta, ma che nella realtà sono perlopiù scaduti e non sempre aggiornati a un’inflazione che oggi tocca il 6,8%. Trattandosi di numeri, però, c’è sempre un margine di incertezza che permette di sostenere tutto ed il suo contrario. Stando infatti a quando riportato dal ministro Renato Brunetta sul Corriere, “su 1.000 contratti depositati, sono solo 419 i contratti collettivi nazionali effettivamente utilizzati e appena 162 quelli sottoscritti da Cgil-Cisl-Uil. Ma — questa è l’omissione grave — questi 162 accordi coprono 12,5 milioni di lavoratori dipendenti, pari al 97% del totale dei 12,9 milioni di rapporti di lavoro dichiarati nelle comunicazioni Uniemens all’Inps.” Quindi? Da che parte sta la verità?

Difficile a dirsi, perché tutti hanno l’interesse a sostenere una posizione che avvantaggi le proprie istanze e a farne le spese, come sempre, è la chiarezza dell’informazione. Se davvero i contratti nazionali fossero tutti rispettati e in linea con un costo della vita in ascesa, il problema del salario non si porrebbe, o avrebbe comunque un impatto ridotto, ma nella realtà il mercato del lavoro è un guazzabuglio di contratti pirati, di retribuzioni in nero e violazioni palesi di quanto stabilito per legge. Ad esempio, come documentato da Report, ci sono giornalisti che pur avendo un tariffario stabilito a livello nazionale percepiscono qualche euro ad articolo e si parla di una categoria protetta, almeno teoricamente, da un albo, figurarsi le altre professioni.

E nell’inchiesta a firma di Stefano Iannaccone per Domani, si scopre come ci sarebbero 2.596.000 di lavoratori privati che percepiscono un salario orario inferiore agli 8€ e stando ai dati Eurostat, in Italia il 12,,2% degli occupati è a rischio povertà (la media Ue è 9.4%). Ed è per proteggere queste categorie, a cui si somma quella miriade di stagisti, di tirocinanti e di collaboratori co.co.co, che avrebbe senso introdurre una misura di reddito che consenta di condurre una vita almeno dignitosa. Tuttavia, com’è evidente, il problema è molto più complesso di quanto le partigianerie degli schieramenti chiamati in causa vorrebbero far credere. Se infatti si approvasse un tetto salariale minimo troppo elevato, si comprometterebbero tutti quei lavori che si accompagnano a basse qualifiche e bassa produttività. Se invece si optasse per non introdurre nulla, si manterrebbe l’attuale status quo, fatto di precarietà e paghe da fame.

Soluzioni troppo semplicistiche

Tra le soluzione sul tavolo, c’è chi, come Confindustria, propone una riduzione del cuneo fiscale (un intervento da 16 mld di euro per i redditi sotto i 35.000€) e chi invece sostiene che la causa del basso reddito sia da imputare all’altrettanto scarsa produttività. Tuttavia, entrambe queste posizioni costruiscono la loro narrazione solo su alcuni fattori escludendone altri di pari, se non maggior, importanza. Si prenda ad esempio la misura del taglio del cuneo fiscale, come riporta Michele Prospero sul Riformista, “In Francia e in Germania le tasse sul lavoro sono più elevate di quelle italiane e però i salari sono ugualmente cresciuti del 30%.” Di conseguenza l’equazione tasse basse uguale reddito in crescita è tutto fuorché una regola standard. Negli ultimi 30 anni il reddito italiano è calato (-2,9%), mentre in tutta Europa è cresciuto, anche là dove le tasse erano più alte. C’è quindi chi ha accusato la bassa produttività, cresciuta solo del 10% (sempre nel medesimo arco temporale), ma anche qui, come sottolinea l’economista Innocenzo Cipolletta, su Domani, “la bassa produttività deriva dalla bassa crescita e non viceversa.” Ad un calo della crescita si accompagna una bassa produttività e per migliorare la prima occorrono investimenti, soprattutto in un Paese, l’Italia, in cui è la piccola media impresa ad essere così diffusa; la stessa PMI che però spesso non sa che farsene di lavoratori troppo istruiti e che fatica ad investire.

E per quanto riguarda i tassi di crescita del Pil non c’è partito, né istituzione, che possa dirsi priva di colpe. Dagli anni ’90 ad oggi è mancato un qualsivoglia tipo di piano generale capace di scardinare le corporazioni, come dimostra anche l’attuale crisi sul Ddl Concorrenza, e la necessità di passare da una tassazione del lavoro a quelle delle rendite (in Italia assai numerose). Sono poi mancati investimenti sulle infrastrutture, sull’istruzione e una vera riforma del mercato del lavoro capace di cancellare la selva di contratti pirati che ancora girano (qualcuno ricorda per caso i voucher?). Ed in gran parte le ragioni di così tanta inconcludenza sono da ricercarsi in un debito ingestibile e in quella sfilza di maggioranze traballanti che tuttora persistono. Di fronte a questa situazione, e tenuto conto del tasso di evasione presente in Italia, pensare che l’introduzione di un salario minimo possa fungere da panacea risulta quanto meno demagogico, così come lo è fare del benaltrismo e tirare in ballo il taglio delle tasse e il problema della produttività.

Ed il nocciolo della questione forse è proprio questo: invece di cercare di capire in che modo la direttiva dell’Ue possa davvero aiutare chi non arriva a fine mese, si è innescato il consueto dibattito tra istituzioni, partiti e corpi intermedi sempre intenti a tirar l’acqua verso il proprio mulino. Col rischio concreto che quei 9€ servano solo per dire “l’abbiamo fatto noi”, oppure per volgere l’attenzione altrove, mentre il salario minimo, come ha detto Ignazio Visco stesso, se ben studiato, potrebbe aiutare quanto meno a risolvere alcuni dei problemi del mercato del lavoro italiano.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Che cosa dice il Ddl Concorrenza?

Il ddl Concorrenza ha conquistato il suo primo e sudatissimo sì ed ora si appresta alla sua fase più critica. Già, perché i punti interrogativi sono ancora molti, così come lo sono le barricate delle corporazioni più forti, pronte a battersi fino all’ultimo durante tutti i prossimi passaggi parlamentari. Sui Taxi, infatti, non si è ancora trovato l’accordo ed anche sul tema degli indennizzi ai balneari si corre il rischio di vanificare gli sforzi sin qui fatti. Ce la farà il governo Draghi là dove gli altri hanno fallito e a che prezzo?

Finalmente è arrivato il primo sì: con 180 voti favorevoli, e 26 contrari, il ddl Concorrenza ha superato i veti, le barricate e i mal di pancia del Senato e ora si appresta ad approdare alla Camera, dove non solo occorrerà stare attenti agli attacchi di chi sta già affilando i coltelli in vista della conta, ma si dovranno pure trovare le risposte alle tante parentesi ancora aperte che ancora accompagnano questo disegno di legge. Già, perché questo primo sì è tutto fuorché l’ultimo e definitivo, e per ora si prefigura una strada tortuosa.

Come prima cosa occorre fare un po’ di chiarezza attorno al dibattito pubblico che ha accompagnato il ddl Concorrenza, che come lascia intendere il nome, non riguarda solo le concessioni balneari. Quest’ultime rappresentano, infatti, solo la punta dell’iceberg di un sistema corporativo ben più ramificato e che la direttiva europea Bolkestein cerca di mandare in soffitta da più di un decennio. A dire il vero, il governo italiano avrebbe dovuto già da tempo emanare un’apposita legge sulla concorrenza, con cadenza annuale, come ha ricordato lo stesso Draghi in conferenza stampa, ma dal secondo governo Berlusconi in poi (fatto salvo il 2017), ciò non è mai avvenuto. Si è quindi dovuti ricorrere a uno strappo rispetto al passato, generando un disegno di legge che si compone di ben 36 articoli, di cui uno dedicato alle concessioni balneari. Le quali hanno il pregio di esemplificare un problema: a fronte di un giro d’affari complessivo del valore di 15 miliardi di euro, lo Stato italiano incassa solo 101 milioni. E non si tratta solo di una questione di tasse, ma anche del fatto che quello dato in concessione a un soggetto privato, perché è questo il punto, è a tutti gli effetti un bene pubblico. Una spiaggia è, e dovrebbe essere, di tutti e non solo di pochi eletti, ma sulla concorrenza si sa, come d’altronde accade anche sulla casa, si toccano temi cari ai partiti. La destra unita, ad esempio, ha dapprima posto il veto sulla delega fiscale, ottenendo ulteriori garanzie sull’assenza di tasse (almeno fino al 2026) e ora, sul tema delle concessioni balneari, batte i pugni sul tavolo per mantenere lo status quo.

Che cosa accadrà alle concessioni balneari?

Il testo votato lunedì 30, infatti, impone la messa a gara delle concessioni balneari (ivi compresi laghi e fiumi per l’esercizio delle attività turistico-ricreative e sportive) entro il 31 dicembre 2023. Ciò significa che dal primo gennaio 2024 i beni dati in concessione dovrebbero tornare allo Stato, ma in questo caso il condizionale è d’obbligo, perché nel Paese delle eccezioni, qual è l’Italia, è possibile posticipare di ulteriori 12 mesi il vincolo del 2023 (appena varato). Se infatti vi dovesse essere la presenza di un contenzioso o difficoltà oggettive legate all’espletamento della gara, ecco che si guadagnerebbero ulteriori 12 mesi, giungendo così al 31 dicembre del 2024. Ma non è finita qua, perché sono stati anche previsti degli indennizzi per i concessionari che dovessero perdere la gara per lo stabilimento balneare o il bene oggetto della cessione da parte dello Stato. E qui inizia il gioco dei rimandi, perché con questo ddl il governo chiede al Parlamento il via libera per legiferare e le linee guida, ma poi sarà compito dei singoli decreti legislativi (che verranno di volta in volta approvati) definire nello specifico dettagli come questi, che non sono certo di poco conto. D’altronde, come riportava anche il Corriere della Sera del 27 maggio, le posizioni dei vari attori chiamati a decidere non sono poi così vicine. Nell’articolo si legge “Da una parte c’erano Lega e Forza Italia che chiedevano un indennizzo basato sul valore complessivo dell’impresa che includesse quindi sia i beni materiali che immateriali, compreso l’avviamento commerciale. Per i Cinque Stelle era importante una «valutazione equa fatta sulla base di una perizia estimativa giurata da un perito indipendente». Il governo preferiva invece il valore dell’impresa «al netto» degli investimenti.” E su questi distinguo è interessante la posizione di tutti quei politici che chiamano in causa l’impostazione (a favore dei concessionari balneari storici) assunta dal Portogallo, perché, come riportato dal Sole 24 Ore, “lo scorso 6 aprile, Bruxelles ha deciso di avviare una procedura di infrazione nei confronti di Lisbona per la mancata corretta attuazione delle norme relative alle procedure di gara per l’aggiudicazione di concessioni balneari.”. Quindi è falso affermare che la direzione assunta dal Portogallo sul tema sia andata bene all’Ue, anzi, ed anche l’Italia (qualora dovesse fare retromarcia alla Camera o concedere indennizzi privi di senso agli attuali concessionari) potrebbe subire la medesima sorte. Ad oggi, infatti, l’unica cosa certa è che a pagare per una concorrenza vera sarà il vincitore della gara, sempre ammesso che non si tratti dell’ultimo proprietario, o di chi è abituato a pagare le tasse (sempre se dovesse scattare l’infrazione da parte dell’Ue).

Concessioni idroelettriche e taxi

E purtroppo, neppure alle concessioni del settore idroelettrico e a quelle legate al trasporto pubblico (Taxi e Ncc) è andata meglio, anzi. Sulle prima ha giocato forza l’attuale crisi energetica e le richieste della Lega, la quale è riuscita a far inserire il golden power sulle concessioni, come riportato dal giornale La Verità. Nell’articolo, a firma di Claudio Antonelli, si legge “Gli asset strategici, anche se in concessione – è stato stabilito – rientreranno nell’ambito di applicazione del golden power. Nello specifico, saranno coperti da golden power «i beni e i rapporti di rilevanza strategica per l’interesse nazionale, anche se oggetto di concessioni, comunque affidate, incluse le concessioni di grande derivazione idroelettrica».” Sui taxi invece, all’articolo n° 10 si trova la frase che ha scatenato le ire del settore: “promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze, al fine di stimolare standard qualitativi più elevati”. Che alle orecchie degli addetti al settore deve aver sortito lo stesso effetto delle unghie su di una lavagna, o giù di lì. E dalle colonne del Il Tempo, Andrea Anderson, della segreteria nazionale del sindacato Orsa Trasporti ha dichiarato “quello che esigiamo – ha dichiarato Anderson – è lo stralcio totale dell’articolo 8 da questo Ddl. E per ottenerlo siamo pronti a fare le barricate, se necessario. Questo deve essere chiaro”. Un pensiero condiviso anche da Loreno Bittarelli, Presidente URI e Presidente del Consorzio Nazionale ItTaxi, per il quale “Siamo tutti uniti in questa battaglia con l’intenzione di portarla fino in fondo. La nostra posizione è chiara: quell’articolo va cancellato e, contestualmente, vanno ripresi i discorsi relativi ai decreti attuativi.” Se queste sono le premesse, è assai probabile che lo scontro sul ddl Concorrenza continuerà. Tuttavia, sin da ora è possibile tracciare un bilancio del testo uscito dal Senato.

Il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto

Le concessioni rappresentano un terreno scivoloso per qualunque governo e a maggior ragione per uno nato da un’alleanza spuria. Draghi ha avuto il merito di puntare i piedi e minacciare le dimissioni in caso di ulteriori slittamenti nella tabella di marcia per l’approvazione del ddl, ed in questo lo hanno aiutato i vincoli del Pnrr, i quali identificano la misura sulla concorrenza come “riforma abilitante” (ovvero, “interventi funzionali a garantire l’attuazione del piano”). È inoltre positivo l’intervento sulle colonnine per la ricarica delle auto elettriche sui tratti autostradali, ove si specifica che “dovranno prevedere criteri premiali per le offerte in cui si propone l’utilizzo di tecnologie altamente innovative, con specifico riferimento, in via esemplificativa, alla tecnologia di integrazione tra i veicoli e la rete elettrica.” Sempre col pollice verso l’alto vi è anche l’intervento sulle piattaforme digitali volto a tutelare maggiormente il consumatore in caso di prevaricazione. Nello specifico, e come riportato dal Sole 24 Ore, “la norma integra la disciplina dell’abuso di dipendenza economica introducendo una presunzione relativa (cioè superabile fornendo prova contraria) di dipendenza economica nelle relazioni commerciali con un’impresa che offre servizi di intermediazione di una piattaforma digitale, se questa ha un ruolo determinante per raggiungere utenti finali e/o fornitori, anche in termini di effetti di rete o di disponibilità dei dati”. Di fatto questo articolo svolge una funzione di scudo ogni qual volta i dati forniti da una piattaforma siano carenti, oppure si presentino vicoli così stringenti da pregiudicare la migrazione presso altri operatori.

Purtroppo non si può dire altrettanto sulle deroghe a cui sono soggette le concessioni balneari, perché nel 2023, e per diverse strutture nel 2024, ci sarà un nuovo esecutivo, il quale potrebbe decidere di rimandare o riscrivere daccapo l’intero impianto in fase d’approvazione, con buona pace dei fondi del Pnrr. D’altro canto Giorgia Meloni ha già affermato che “In Spagna, in Portogallo, hanno prorogato le concessioni. Le infrazioni? Se ne sono fregati”, e Massimo Mallegni, Senatore in quota Forza Italia, ha voluto precisare – come riportato dal Corriere della Sera – che “Qualora il centrodestra vincesse, come ci auguriamo, le elezioni nel 2023, ci impegniamo solennemente a modificare la norma approvata dal Senato. Allo stesso tempo non butteremo via ciò che con fatica abbiamo ottenuto: gli indennizzi. È stata una decisione storica, fino a oggi questo era vietato dall’Articolo 49 del Codice della Navigazione. Quindi vittoria”. Sempre sugli indennizzi citati da Mallegni, è bene ricordare che, tolto l’Art. 49 del Codice della Navigazione, questi verranno elargiti anche a chi ha compiuto abusi, anche edilizi, come ricordato da Angelo Bonelli di Europa Verde.

Da una parte l’Italia avrà la sua legge sulla concorrenza, com’era tra l’altro previsto e per giunta con cadenza annuale, dal lontano 2009, e forse, grazie ad essa si riusciranno ad evitare le sanzioni europee. Tuttavia, le numerose eccezioni, i possibili cambi dell’ultimo minuto e i regali a chi per anni ha versato una miseria all’erario, lasciano l’amaro in bocca.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

E’ guerra delle Valute

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Che cosa sta succedendo all’economia Russa? In principio, dopo il blocco dello SWIFT, il congelamento delle riserve in valuta estera e il crollo del rublo, sembrava imminente il default economico, ma poi l’Orso ha reagito con una zampata; dapprima alzando i tassi d’interesse della banca centrale, sino al 20%, e successivamente obbligando i Paesi Occidentali ad aprire conti per la conversione degli euro in rubli presso Gazprom Bank. E in questo modo, tra mosse e contromosse artificiali, si è consumato un conflitto economico che pare ora prossimo all’epilogo, con l’avvicinarsi di un default che di reale non ha nulla, ma i cui effetti avranno modo di propagarsi ben oltre i confini russi.

La forza del dollaro

Le armi economiche sono da sempre parte dell’arsenale tattico americano, da quando cioè gli Stati Uniti si sono imposti non solo come guardiani dell’ordine globale, ma anche come possessori dell’unica moneta in grado di dettar legge nel mondo economico. Ciò fu dapprima possibile grazie al golden standard (1922), un sistema che consentiva la convertibilità del dollaro con l’oro, e poi, dal 1981, grazie a una politica monetaria molto stringente imposta da Regan e Volcker. Come scrive Luca Fantacci, su Ispi, “l’attuale paradossale versione dell’egemonia monetaria, in cui la moneta chiave (il dollaro) è tanto più forte (in termini di diffusione globale) quanto più debole (in termini di competitività) è l’economia dell’emittente: in effetti, l’accumulazione di riserve in dollari in tutto il mondo è semplicemente il riflesso dei deficit di bilancia dei pagamenti americani. Questa peculiarità del biglietto verde per eccellenza, lo ha reso la moneta più utilizzata per gli scambi commerciali internazionali (dove occupa il 40% dei pagamenti tra Paesi) e come punto di riferimento sia per il mercato, sia per l’apprezzamento delle altre valute di riserva (come l’euro, la sterlina, lo Yen e i Renminbi). Non è quindi inusuale la presenza di ingenti quantità di dollari nella quota di valuta estera detenuta dagli Stati, come nel caso della Russia, né l’utilizzo della stessa come moneta per il rimborso delle cedole sui Bond. Sempre gli Stati Uniti, oltre alla moneta, hanno da sempre usato mezzi di pressione economica per destabilizzare economie di Paesi avversi, dal celebre embargo su Cuba agli 8,9 mld versati nel 2014 da Bnp Paribas, sanzionata dall’Ofac (Office of Foreing Assets Control), per aver fatto operazioni non consentite con Sudan, Iran e altri Paesi ritenuti ostili da parte di Washington. Di fatto esisteva una black list e un modus operandi a modi “bando” ben prima dell’attuale guerra in Ucraina, anche se questa volta ci sono almeno un paio di peculiarità degne di nota.

La guerra dei numeri

La prima è che la Russia rischia di finire in default non per incapienza o diniego nei confronti del contratto, ma perché non può materialmente adempiere al contratto, a differenza di quanto accaduto in Argentina e in Pakistan. Fino al 24 maggio, infatti, era in vigore una licenza, la 9A, che consentiva alla Russia di pagare i propri debiti in valuta esterna, ma il suo mancato rinnovo fissa oggi la data del default russo al 23-24 giugno, quando andranno in scadenza le prossime cedole. Se quindi il ministero delle finanze moscovita non dovesse riuscire a scoprire metodi alternativi per saldare i propri contratti esteri, ecco che scatterebbe l’avvio della procedura per il default, con altri 30 giorni di vita prima della definitiva messa al bando economico, sancito dall’attivazione dei Credit default swaps (già aumentati dell’85% su base settimanale).

Tuttavia, alla bancarotta russa mancherebbero quei presupposti di base che si verificarono col caso argentino. Il rublo, infatti, grazie ai continui flussi di denaro europeo (quasi un miliardo al giorno) e agli obblighi di conversione della valuta estera, aveva raggiunto il suo valore massimo degli ultimi 4 anni, per poi perdere terreno in questi giorni (a seguito del taglio degli interesse da parte della banca centrale russa, oggi scesi dal 20% all’11%). Un balzo, quello del rublo, talmente forte da imporre continue revisioni nei confronti della strategia manipolatoria adottata dalla banca centrale russa. D’altronde, nessuno vuole più i rubli e quindi l’aumento improvvido della domanda interna è un risultato del tutto artificiale, frutto dell’obbligo, per qualunque soggetto russo che tratti valuta estera, di convertirla immediatamente. Una mossa questa, che di recente ha subito un brusco dietrofront da parte della banca centrale russa stessa, che ha passato la quota di valuta da convertire in rubli dall’80% al 50%. La ragione di questa mossa è molto semplice, il rapporto tra import ed export ha creato un forte avanzo commerciale, la russa esporta materie prime ma non importa più quasi nulla; e tutto ciò non è un bene, soprattutto per un Paese che vive di esportazioni verso l’esterno, da qui la necessità di rallentare l’apprezzamento del rublo sull’euro e sul dollaro. Nei fatti però, al netto delle mosse e contromosse per compensare l’effetto delle sanzioni, l’economia russa non gode di buona salute. Il Pil, ad esempio, è già dato in caduta libera con una forchetta che oscilla tra un meno 8/10% (e solo per il 2022), mentre l’inflazione è scesa solo di qualche decimo di punto, dal 17,8 al 17,5%, restando comunque talmente alta da obbligare Putin stesso ad aumentare 10% le pensioni e il salario minimo; lasciando così intendere che l’aumento dei prezzi non calerà tanto velocemente.

In breve, è vero, la caduta dell’economia russa è frutto delle sanzioni, le quali (nonostante il continuo approvvigionamento di soldi da parte dei Paesi dell’Ue) stanno colpendo duramente Mosca. Tuttavia, vi è dell’artificio sia nel venturo default tecnico, sia nelle mosse volte a scongiurare questo epilogo. Di fatto, Russia e Stati Uniti stanno partecipando e barando allo stesso gioco e con analoghi strumenti. Da una parte si sta sostenendo la moneta domestica, il rublo, con artifici di ogni sorta, da obblighi a conti correnti paralleli, mentre dall’altra parte si dichiara un default quando lo Stato debitore, in questo caso la Russia, sarebbe disposta a pagare quanto dovuto, ma semplicemente non può. Si arriva così alla seconda peculiarità di questo duello ambientato sullo scacchiere economico internazionale, ed è il rischio che a perdere siano entrambi i contendenti, anche se per ragioni differenti.

Le conseguenze

Non è necessario essere degli indovini per capire che il contraccolpo più pesante di questa guerra economica sarà assorbito dalla Russia, come testimonia il direttore del dipartimento di Ricerca e previsione della banca centrale russa stessa, Alexander Morozov, il cui intervento è stato riportato in versione integrale da Il Foglio. Lo choc dal lato dell’offerta sarà, secondo Morozov, paragonabile a quello della recessione degli anni ’90, tranne per il fatto che serviranno più anni per riprendersi. E ciò è dovuto al fatto che i comparti ad alta innovazione tecnologica necessitano di componenti di provenienza estera, i quali sarà molto difficile, se non impossibile, sostituire, rallentando così efficienza e produttività. D’altronde, com’è stato anche per l’embargo su Cuba, il rischio è che la Russia debba regredire o nel caso migliore accontentarsi di standard tecnologici più bassi rispetto a quelli attuali e pre-invasione dell’Ucraina. Per Morozov, inoltre, “si prevede che il declino della trasformazione tecnologica dell’economia russa continuerà in questa fase, con l’invecchiamento delle strutture materiali e tecniche e la loro sostituzione con prodotti sostitutivi meno produttivi”. Nei fatti, i russi non torneranno a guidare le Lada, ma poco ci mancherà (almeno sul piano tecnologico). Sul piano internazionale, invece, il default peggiorerà ulteriormente la reputazione di Mosca, rendendo ancor più difficile l’accesso a capitali per finanziare il proprio debito. Certo, siano a quando la Russia potrà contare sui miliardi che i Paesi dell’Ue le inviano ogni giorno per gas e petrolio, l’accesso ad ulteriore credito potrebbe non servire, ma il sesto pacchetto di sanzioni potrebbe vedere la luce nelle prossime settimane rendendo imminente un cambio di strategia per il Cremlino.

Sul versante europeo, invece, il default russo potrebbe avere delle conseguenze non trascurabili, anzi. In un articolo uscito su Domani, a firma di Vittorio da Rold, viene illustrato come il debito mondiale abbia ormai raggiunto livelli preoccupati, con un importo complessivo pari a 303 mila miliardi di dollari e di come un default russo potrebbe innescare un effetto panico sui mercati di tutto il mondo. Come riportato da Rold Gopinath (numero due del Fondo Monetario Internazionale) il quale afferma che l’eventuale default russo avrebbe conseguenze soprattutto in Europa e ha nominato l’Austria e l’Italia come le più esposte alla Russia dei paesi europei. Il ministro dell’Economia Franco ha però rassicurato sul fatto che l’Italia risulta esposta con la Russia solo per 8 mld di euro, ma il commento di Gopinath era riferito soprattutto all’alto debito del nostro Paese, il quale potrebbe subire più di altri le turbolenze di un mercato irrequieto. Occorre inoltre considerare che diversi istituti di credito italiano sono esposti ben di più rispetto ai valori dichiarati dal ministro Franco. La Stampa, a marzo, riportava un’esposizione complessiva pari a 25 mld di euro di crediti elargiti dal settore bancario italiano verso la Russia e il 27 maggio, Milano Finanza, quantificava a 7,5 i mld concessi a Mosca dalla sola Unicredit.

Oltre allo choc immediato sulla finanza russa e su quella europea, non è poi da escludersi che l’arma economica impiegata dagli Usa non possa nuocere anche al dollaro stesso. Sono in molti, infatti, a ritenere che dopo questa entrata a gamba tesa sulla solvibilità dei conti di un Paese straniero possa andarsi affermando un sistema non più dollaro-centrico, magari sostituito dai renminbi. Ad oggi è solo uno scenario ipotetico, ma la Cina si è già mossa nella creazione di un sistema di pagamento internazionale sganciato dallo SWIFT e lo Yuan digitale è già una realtà, a differenza delle valute Occidentali, senza considerare poi che una gran parte del mondo ha votato contro la risoluzione che condannava la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

L’Occidente è oggi in grado di vincere la guerra economica contro la Russia, ma non sarà a costo zero e potrebbe rivelarsi, soprattutto nel lungo periodo, un boomerang. D’altronde l’attuale domanda interna di combustibili fossili sta venendo rimpiazzata con fornitori dal pedigree non meno autocratico rispetto a quello russo e non è chiara quale sia la politica estera intrapresa dell’Europea…

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Scansafatiche a chi?

Disoccupazione giovanile e luoghi comuni: senza una visione d’insieme del problema, il nostro Paese rimarrà ancorato al novecento a scapito della modernizzazione sociale

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Ogni stagione estiva che si rispetti inizia sempre con il lamentio del settore turistico che denuncia l’assenza di personale per colpa di giovani fannulloni viziati dal reddito di cittadinanza e dalla dipendenza social, i quali sono capaci solamente di uscire alla sera e godersi tre mesi di vacanza. I giornali si riempiono di interviste e report di imprenditori che rimpiangono le loro generazioni capaci di sforzi estremi per avere un lavoro, a differenza di quelle moderne, capaci solo di chiedere sussistenza a gran voce e di non sporcarsi le mani. Ma in tutto questo gran frastuono di denunce sociali cosa c’è di vero? E come mai pare verificarsi sempre più di frequente questo squilibrio tra domanda e offerta?

Si può rispondere a queste domande iniziando a sdoganare i luoghi comuni, uno su tutti: non è solo il settore turistico a patire un disallineamento tra i posti di lavoro vacanti e candidati in cerca, ma si tratta di un fenomeno sempre più comune, che coinvolge di volta in volta professioni differenti e che riguarda sia la domanda che l’offerta. Ad esempio, talvolta la colpa viene attribuita agli psicologi e agli avvocati, in numero sproporzionato rispetto alle necessità del mercato, altre volte gli squilibri le si trovano anche nelle università umanistiche, la cui colpa è accettare troppi studenti, o di quest’ultimi, che non trovano passione per le discipline scientifiche. A guardar bene si tratta quindi di una catena di responsabilità che una volta colpisce il cerchio e un’altra la botte, dando sempre l’illusione che si stia brancolando nel buio. Tuttavia, si può uscire dal gioco delle posizioni manichee volgendo lo sguardo ai moti che stanno attraversano la nostra società e coinvolgono il fenomeno delle grandi dimissioni, il quale mobilita soprattutto i millennials e la generazione Z.

I dati della Regione Lombardia raccontano come nel solo 2021 il 9,5% dei lavoratori lombardi (ben il 30% rispetto al 2020) abbia deciso di cambiare mansione e di come uno su due abbia meno di 35 anni (secondo l’elaborazione condotta da ADPI, sarebbero il 70% del campione analizzato).  Alla base delle dimissioni non ci sarebbero però né il reddito di cittadinanza, né l’assenza di interessi al di là del proprio smartphone, ma la voglia di inseguire nuove motivazioni e condizioni di lavoro migliori; ed è qui che si consuma un primo scontro generazionale. Come riportato da The Vision “si può essere disposti a percepire uno stipendio più basso se questo implica una maggiore aderenza fra il senso del lavoro che si svolge e la direzione che si vuole dare alla propria vita, ma questo non significa che si sia disposti ad accettare qualunque somma a prescindere”. E tale concetto mal si coniuga sia con i canoni della società Novecentesca, sia con il tasso di innovazione che coinvolge molti lavori, nonché il grado di formazione del personale assunto. Sì, la frase “lei è troppo qualificato per questo lavoro” è tutto fuorché un luogo comune e in Italia si tratta di un problema molto serio.

 Come scrive LaVoce.info, “la sovraistruzione, definita come situazione in cui il livello di istruzione del lavoratore è superiore a quello richiesto, è una delle molteplici dimensioni del fenomeno del mismatch” e “laddove prevale il lavoro stabile, le imprese perseguono strategie competitive basate sul contenimento dei costi che non prevedono la valorizzazione delle competenze dei lavoratori”. Il risultato è che un giovane che ha studiato “troppo” deve scegliere se tentare la carriera in una PMI (che in Italia sono la stragrande maggioranza), andando così incontro a mansioni routinarie e un percorso di crescita incerto, oppure optare per una grande azienda (che sono poche). Quindi quando si parla dei Neet, ovvero il 25,1% dei giovani tra i 15 e 34 anni che non lavorano, né studiano (pari a 3 milioni di persone), occorre ricordare che tra di essi ci sono anche coloro che almeno una volta si sono sentiti dire: sei troppo qualificato.

E il reddito di cittadinanza allora? In Italia, stando alle ultime rilevazioni dell’INPS, viene erogato a 3.145.407 italiani, i quali ricevono un importo medio pari a 564,76€. È davvero questa la soglia psicologica che impedisce a chi percepisce questo sussidio di non accettare un lavoro come bagnino, cuoco o receptionist e non i contratti capestri e il nero? A sentire i datori di lavoro sì, ma i dati sul numero di italiani che nel 2020 lavoravano pur vivendo sotto la soglia di povertà relativa, ben il 10,8%, è lì a ribadire contrario. Se poi fosse vera la logica “sussidio uguale meno stagionali”, non si spiegherebbe né il fenomeno delle grandi dimissioni negli Stati Uniti, né come la Spagna sia riuscita (pur avendo precedentemente approvato un reddito vitale e un salario minimo) a cambiare il suo mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, si calcola che nel solo 2021 siano stati in 48 milioni a lasciare il proprio posto di lavoro e il 44% chi tuttora lavora scruta comunque gli annunci delle offerte alla ricerca di qualcos’altro. Tutti scansafatiche e giovani alla ricerca della bella vita senza la fatica della gavetta? No. È che il mondo del lavoro sta cambiando a livello globale sulla scia di quanto innescato dalla Grande Recessione prima e dalla pandemia da Covid-19 dopo e se non ci si sforza comprende questo fenomeno, slegandolo dagli slogan dei politici e dei datori di lavori che si lamentano sui giornali, la società e la politica italiana saranno corresponsabili di non essere riusciti a modernizzare il Paese e creare un equilibrio tra domanda e offerta di lavoro.

Infatti, una volta compresa la portata delle grandi dimissioni e l’inconsistenza di molti luoghi comuni, occorre osservare il comportamento della Spagna, che in quanto a condizioni economiche, è forse il Paese europeo più simile all’Italia.

Nel paese iberico, si è davanti ad una riforma shock per il mercato del lavoro che, ammesso e non concesso che potrà rispondere alle nuove esigenze del mercato, è sicuramente un passo importante per l’innovazione legislativa. La nuova regolamentazione tocca vari punti: dal riconfigurare la gerarchia dei processi di contrattazione a definire regole più stringenti sui lavoratori impiegati; dal normalizzare lo strumento delle integrazioni salariali al ridurre drasticamente la quantità di lavoro temporaneo. Su questo ultimo punto, in particolare, è necessario esplicitare più nel dettaglio la riforma come nell’articolo apparso su La Voce a opera di Massimo De Minicis: “Per quanto riguarda la riduzione della precarietà del mercato del lavoro spagnolo, la riforma si muove essenzialmente in tre direzioni. Una radicale limitazione delle forme di esternalizzazione del lavoro mediante appalti a imprese multiservizi (contratti interinali), un adeguamento dei salari dei lavoratori esternalizzati a quelli dei lavoratori interni coinvolti e la riduzione a tre delle precedenti molteplici forme contrattuali a tempo determinato.”

Di modalità tecniche per affrontare il problema in Italia ce ne sarebbero diverse ma partono tutte da due presupposti essenziali che riguardano particolarmente il nostro Paese sul lato dell’offerta del lavoro: primo, l’eliminazione delle lobby (le caste sociali italiane, vedi concessioni balneari) che provocano disfunzionalità del mercato, riducono il ricambio generazionale degli imprenditori e impediscono una modernizzazione dei settori colpiti; secondo, lo stop alla corsa al ribasso dei salari con imposizioni di legge che impediscano un uso forzato di condizioni disumane per i lavoratori. Anche il lato della domanda dovrà per forza essere toccato, con una modernizzazione della formazione scolastica ormai superata e stantia.

Va da sé, anche la necessità sociale, molto più difficile da cancellare, di smetterla di puntare il dito uno contro l’altro. Semplificare il discorso, dicendo che i giovani non vogliono lavorare perché di fatto non sono pronti a condizioni da fame o colpevolizzando lo Stato perché il lavoro non si trova sotto casa, non serve a smuovere il problema quanto piuttosto ad incrementare la rabbia sociale diffusa in modo omogeneo tra le diverse categorie, lasciandoci però perdere il treno della modernità.

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

La mancanza di consapevolezza del mondo che verrà

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Il conflitto in Ucraina è riuscito a riunire i Paesi europei sotto il vessillo della Nato, in difesa della democrazia e contro l’aggressione a uno Stato sovrano. Per questo, dal 24 febbraio ad oggi, sono stati varati 5 pacchetti di sanzioni contro la Russia e inviate armi per la resistenza dell’Ucraina. Ma al di là delle nobili intenzioni, gli Stati europei sembrano sottovalutare sia i costi economici, sia quelli morali che questa presa di posizione comporta.

“Non è finita, finché non è finita.” Così diceva Yogi Berra, famoso giocatore di baseball statunitense, in merito alla necessità di non arrendersi mai fin tanto che anche una piccolissima possibilità di vittoria resta viva. Ed è a tale possibilità che oggi si stanno affidando milioni di cittadini ucraini, che da più di due mesi lottano per difendere il proprio territorio disumanamente e illegalmente invaso dalle forze russe. Ogni giorno le notizie che ci provengono dai territori di guerra ci raccontano di situazioni militari, civili e umanitarie tanto aberranti quanto distanti da quell’idea illuministica di pace tra i popoli e risoluzioni diplomatiche tra le nazioni su cui si è fondata l’Europa stessa.

Un mondo in guerra

D’altra parte, quello che non dobbiamo nasconderci è che l’attuale conflitto ucraino non è un’eccezione e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima. Questo perché le guerre non hanno mai smesso di comparire, né sull’emisfero boreale, né su quello australe e dalla caduta del muro di Berlino in poi ci hanno accompagnato sino ad oggi: dalle due guerre del golfo, a quella contro il terrorismo combattuta in Afghanistan e in Iraq, a cui sono poi seguite quella in Siria e in Libia. Nel loro insieme tutte queste guerre formano una collana di perle nere gemmate dall’assenza di timore per le conseguenze, perché lontane da noi, e con l’interesse, spesso occidentale, di parteciparvi nel bene e nel male.

Ed è probabilmente per via della sua prossimità ai confini europei che l’attuale conflitto in Ucraina ha scosso così profondamente le opinioni pubbliche europee, smuovendone le radici. Certo, in passato v’era stata anche la guerra in Kosovo, anch’essa nel perimetro dell’Ue, ma non c’erano sul tavolo né l’ipotesi di un conflitto nucleare, né la possibilità di assistere in diretta allo scontro, così come hanno reso possibile le nuove tecnologie, e non vi era neppure una sfida così diretta all’intero impianto valoriale e ideologico su cui si basa lo stile di vita Occidentale.

Sin da subito, infatti, la guerra in Ucraina è stata raccontata come uno scontro tra visioni del mondo: “noi contro loro”, l’Occidente, guidato dall’arsenale della democrazia, che si oppone a un Oriente autocratico composto da Russia e Cina. Una narrazione convincente, ma non sempre corroborata dai fatti, i quali mostrano invece abusi e crimini commessi anche in regimi democratici. D’altronde, la guerra è sempre una cosa sporca, sia che la portino avanti i paladini della democrazia illuminista, sia che a guidarla sia una dittatura. A prescindere dagli schieramenti, ciò che lascia un conflitto sono macerie e vite spezzate in virtù di ragioni geopolitiche e tattiche militari che rendono impossibile l’individuazione di un “uomo” o una società senza peccato. Se quindi è indubbia l’adesione a uno schieramento, pro o contro un sistema valoriale e ideologico a cui fa capo la società stessa, ed in questo caso a favore dell’Ucraina, un Paese invaso e sull’orlo dell’abisso, contro un’autocrazia che si colloca in uno spazio assolutista, guidata da un uomo che si pone al di sopra della Storia, resta pur sempre aperto il tema delle implicazioni di questa scelta di campo.

Lo scenario economico

Da un punto di vista strettamente economico è ormai certa la frenata economica a cui stiamo andando incontro, che si tratti della sola recessione, o della stagflazione, sarà giusto il tempo a dirlo, ma lo scenario non è roseo. L’Unione Europea esce dalla crisi pandemica peggiore che la storia recente ricordi e probabilmente anche dalla crisi economica peggiore dalla sua fondazione, nel 1957. Il 2020 è stato un anno nero, controbilanciato con efficacia dal 2021, grazie soprattutto alla vaccinazione e al fronte comune di stimolo fiscale varato dai 27. Tant’è che l’iniziale spauracchio dovuto al rincaro dell’inflazione, insorto in coda al 2021 a seguito della carenza di materie prime (i famigerati colli di bottiglia), fu ben presto etichettato come una circostanza limitata nel tempo e dovuta all’eccezionale ripresa della domanda di beni. E per questo, nei fatti, rinomati studiosi se non proprio la BCE stessa intimavano prudenza e contenimento del panico circa l’ascesa dell’inflazione, sicuri della sua transitorietà ed incapacità di influenzare la struttura macroeconomica della zona euro in maniera profonda e duratura. Infatti, prima dello scoppio della guerra, la fiducia generale stava crescendo e l’occupazione riprendeva, incoraggiando una visione ottimista del prossimo futuro. Ma poi il 24 febbraio tutto è cambiato, anzi, il mondo è cambiato.

Immediatamente l’Occidente si è schierato contro la Russia, colpevole di aver minato l’indipendenza di uno stato sovrano. Le dichiarazioni, da parte dei vari capi di stato occidentali, a supporto dell’Ucraina si sono fatte via via più affollate e dalle parole, la UE e gli Stati membri, sono passati quindi ai fatti con l’approvazione di sanzioni commerciali mai viste prime, accompagnate dall’invio di armi per sostenere la resistenza.

Ad oggi l’Ue ha varato ben 5 pacchetti di sanzioni, ognuno di portata maggiore rispetto al precedente, ma giunti al sesto (che prevede, sulla carta, uno stop all’importazione di petrolio russo) la macchina europea si è inceppata sul diritto di veto e sulle necessità (geopolitiche, poiché sia geografiche che strategiche) a cui sono soggetti alcuni dei Paesi del patto di Varsavia. Di fatto, i cinque pacchetti già varati coinvolgono svariati ambiti: dal divieto, a partire da agosto 2022, di acquistare, importare o trasferire nell’Ue carbone e altri combustibili fossili solidi (investendo così il comparto energetico), al divieto di esportazione di altri beni, come i prodotti del lusso (ma non solo), e il sequestro di quelli privati (come gli yacht degli oligarchi). Ma dal punto di vista strategico ed economico, le sanzioni più pesanti hanno riguardato l’accesso ai porti dell’Ue per le navi registrate sotto la bandiera della Russia e il fermo del settore finanziario russo. L’Occidente ha costretto l’autocrazia russa all’autarchia, fatta eccezione per il rapporto che Mosca intrattiene con la Cina e con tutti quei Paesi che non hanno varato la risoluzione dell’Onu che condannava l’invasione ai danni dell’Ucraina.

E da un punto di vista etico, non c’è dubbio che queste sanzioni abbiano una natura ammirevole e condivisibile. Tuttavia, ognuno di questi pacchetti ha portato con sé degli effetti economici. Effetti che non solo sono molto più lenti ad apparire ma, proprio per la loro lentezza nel mostrarsi, sono ancora poco considerati tra i governi europei. Ma ad ogni azione corrisponde sempre una reazione.

E qualche segnale si è già palesato nella vita quotidiana. Ad esempio, da transitoria l’inflazione sembra destinata a radicarsi per almeno 2 anni e forse più. Il gas e la benzina, il pane e la pasta, il costo dei mutui e dei prestiti, solo per citarne alcuni, stanno salendo vertiginosamente ed aggredendo una base economica ancora fragile e convalescente dal post pandemia. La differenza sostanziale rispetto a quest’ultima, infatti, è che i prezzi erano fermi e quindi i tassi d’interesse generali rimanevano bassi e stabili, oggi invece i prezzi schizzano e le banche centrali non possono fare altro che rendere il denaro più oneroso per cercare di stabilizzarli. Ed è quello che ha fatto la Fed pochi giorni fa, senza tra l’altro riuscire a frenare un’inflazione all’8,3%. Ma un denaro più oneroso significa anche un aumento del costo per i debiti e per i finanziamenti, col rischio di innescare una paralisi creditizia. Blocco che si aggiungerebbe a quello, anch’esso potenziale, del settore manifatturiero, suscettibile al costo delle utenze del gas, della luce e del petrolio. In breve, una situazione piuttosto pericolosa per il futuro. È chiaro che le boccate d’aria date dai bonus sono sì necessarie, ma non sufficienti e presto bisognerà trovare nuovi mercati (e l’Italia qualcosa sta già facendo con accordi in Africa) per sopperire alla domanda di materie prime: ma il prospetto per il futuro non pare certo rose e fiori. Si sta comunque limitando “un’industria” con dei colpi protezionistici non da poco (per buona pace dei sovranisti). Si stima che milioni di persone nel mondo soffriranno la fame per questa guerra (!). E l’impatto sociale dovuto alla crisi economica si manifesterà anche a causa della crisi migratoria impellente, se la guerra non finirà nei prossimi mesi e nulla lascia presagire un esito differente.

Un dibattito a senso unico

Dal punto di vista morale questa guerra ha già prodotto più di un illustre vittima. Sin dall’inizio, come fu profetizzato da Monti stesso, i principali organi di stampa hanno preso partito senza sé e senza ma, conducendo uno scontro ben più acceso di quello tra no-vax e pro-vax. La logica di fondo suona più o meno così: c’è un aggressore e un aggredito, e persino un cretino capirebbe da che parte stare, perché è ovvio. Ed in parte forse è anche così, peccato che vi sia altro di cui tener conto. Come ha ben argomentato Francesco Fronterotta sul Riformista, la storia (come materia di studio) esiste per capire le cause di qualcosa, così come il dibattito ci aiuta a ragionare sulle parti coinvolte in un evento. Invece, ciò che accade, è che si sovrappongano due parole con significati diversi, come sono spiegare e giustificare, che in questa vicenda vengono usate alla stregua di sinonimi, com’è stato negli anni per favola e fiaba. Quest’ultima è priva di morale, mentre la prima deve alla morale stessa la sua genesi.

E purtroppo, operare dei distinguo non ha salvato dalle liste di proscrizione insigni intellettuali e studiosi, da Luciano Canfora a Lucio Caracciolo. Il primo accusato a vario titolo di essere un comunista filoputinista, una sorta di ossimoro vivente, mentre il direttore di Limes, nota rivista di geopolitica, ha osato sostenere che quella attuale sia una guerra per procura. Ed in quest’ultimo caso è interessante notare come l’onta per aver sollevato un simile dubbio non abbia scalfito Dario Fabbri, che dagli studi di La7 conduce Mentana e il suo pubblico nel mondo geopolitico e che sul primo numero di Domino ha scritto: “Di nuovo alla testa di un compatto fronte occidentale, in Ucraina gli Stati Uniti stanno stravincendo la guerra per procura”. Sarà anche Fabbri al soldo di Mosca? Già, perché la ricerca di chi cerca di spiegare ha condotto il Copasir a investigare sugli ospiti dei Talk Show, sempre che la Rai non li cancelli prima, risolvendo così il problema alla radice. Non che sulle altre reti il dibattito sia più pacato e le ipotesi di cura più sobrie, anzi, come ben dimostra lo scambio tra Scurati e Feltri, ormai dialogare pubblicamente in modo pacato della guerra in Ucraina è pressoché impossibile.

Eppure, cercare di capire, darsi un metodo per indagare i fenomeni del mondo rappresenterebbe il fondamento dell’illuminismo e ciò che l’ha distinto dalla fede e dalle altre forme di credenze dogmatiche. Perché ora non è più così? Forse perché di fatto, ci piaccia o meno, l’Ue è in guerra così come lo sono gli Stati Uniti e quindi, una volta operata la scelta di campo, diventa impossibile leggere il conflitto da una diversa angolatura, poiché vi si è coinvolti mente e corpo. E quando viene meno la distinzione tra il soggetto e l’oggetto di studio, cessa di conseguenza ogni analisi metodica; d’altronde, in guerra la comunicazione è questa, nulla di cui stupirsi. Salvo per il fatto che una vera voce unica, almeno in Europa, non è ancora pervenuta, anzi, regna ancora il caos e le posizioni di mediazione, seppur vi sia una guerra e sia stata presa una posizione netta. Se vi è quindi una convergenza su chi condannare per la guerra, come potrebbe fare da sé qualunque cretino, restano molti dubbi sulle strategie e gli obiettivi da perseguire, nonché sulle modalità d’azione dell’Ue: anche se di questi temi e sul ruolo di storici e studiosi di geopolitica, è meglio non parlare, almeno ad alta voce e in pubblico. Beata democrazia.

In breve

Di conseguenza, siamo davvero consapevoli di che cosa implicano le scelte circa questo conflitto e di come ci stiano modificando? È fantastico difendere i principi di libertà e democrazie, ma saremo pronti e maturi a patire anche lacrime e sangue, quando verrà il momento? Siamo consapevoli che è ancora possibile che nonostante tutto la Russia vinca il conflitto, e che cosa succederà alle sanzioni? Resteranno? E come faremo a riaprirci al diverso in un clima da caccia alle streghe com’è quello attuale? A questi interrogativi dovremo saper rispondere molto presto, perché avere la botte piena e la moglie ubriaca non sarà di certo possibile e c’è pure il rischio che alla fine non riusciremo neppure ad ottenere nessuna delle due.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci