La manovra che verrà

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Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra era già stato anticipato da numerosi sondaggi, ma ora ad aspettare la probabile neo-premier ci sono gli altrettanti i numerosi dossier economici aperti e in gran parte contraddistinti dal segno negativo. D’altronde, il quadro macroeconomico europeo è ancora contraddistinto da un’elevata incertezza, dall’esplosione dei prezzi energetici e dall’instabilità politica.

L’Europa tira dritto a prescindere dal futuro esecutivo italiano

Dal fronte europeo la prima a richiamare tutti all’ordine è Christine Lagarde, la quale ha annunciato che a breve la Bce dovrà aumentare ancora i tassi d’interesse. E ciò significa che vi sarà un aumento del costo del debito pubblico italiano, per via del crescere degli interessi, e che anche per le imprese sarà più difficile reperire i denari necessari a finanziare le loro attività. La mossa della Bce è obbligata dal contesto congiunturale, come ribadito da Lagarde stessa: le prospettive si stanno facendo più fosche. L’inflazione rimane troppo alta ed è probabile resterà sopra i nostro target per un periodo esteso di tempo”. Tuttavia, il costo da pagare per fermare l’inflazione è il raffreddamento della domanda interna all’eurozona e quindi della ripresa post-pandemica. D’altro canto, il mancato accordo sul price cap europeo impedisce di raffreddare la speculazione sul prezzo del gas, a cui si aggiungono il rallentamento dell’economia cinese e gli ancora persistenti colli di bottiglia, che nell’insieme di certo non aiutano a sedare un’inflazione ancora imperturbabilmente al galoppo.

E sempre con l’Europa Meloni dovrà ancora andare d’accordo per un po’, viste le imminenti scadenze del Pnrr. Da Bruxelles son infatti ora in arrivo i 24 mld, relativi alla seconda tranche del Pnrr (che ne complesso ne stanzia oltre 190), ma a dicembre dovranno essere centrati 55 obiettivi (di cui 29 già raggiunti dall’esecutivo Draghi e 26 ben avviati) per ottenerne altri 21,8 mld. Il che significa che, almeno per il momento, non sono possibili quelle modifiche al Pnrr tanto invocate dalla coalizione di centrodestra. L’unica scappatoia che Bruxelles potrebbe concedere alla coalizione guidata da Meloni, come riportato dal Sole24 Ore, riguarderebbe una o più deroghe su quelle opere i cui costi sono stati stravolti dall’impennata dei prezzi, ma oltre a questo i margini sono troppo stretti. Occorre poi ricordare come per i vertici amministrativi alla guida del Pnrr non sia previsto il collaudatissimo spoil system, con i quali vengono da sempre sostituite le persone alla guida di numerose istituzioni italiane, a partire dai Media statali.

Terminata la rassegna europea si passa al fronte domestico, quello più caldo.

Il governo Draghi ha stanziato complessivamente 66 mld di euro contro i rincari, ma molte misure scadranno a breve e dovranno essere rinnovate, altrimenti gli italiani si ritroveranno all’improvviso in un incubo occultato da misure a pioggia. Calcolatrice alla mano, per la Nadef serviranno tra i 40 e i 50 mld di euro: non proprio un inizio di legislatura in pompa magna. Questi miliardi serviranno a rifinanziare il taglio degli oneri di sistema sulle bollette di gas e di luce, a sforbiciare il cuneo fiscale, a ridurre di 30,5 centesimi il prezzo al litro dei carburanti ed infine a sostenere i crediti d’imposta per le imprese costrette a fronteggiare bollette alle stelle.

Non va poi dimenticata un’urgenza prossima relativa alla CIG. La riforma Orlando, partita a gennaio, prevede la CIG onerosa per le aziende e rigidi tetti alla durata, come riporta il Sole 24 Ore. Molte imprese, però, hanno esaurito il plafond e per questa ragione già 400 milioni di ore di deroga sono stati inseriti per evitare una catastrofe sociale. Nel frattempo, l’Istat dichiara l’aumento delle ore in cassa integrazione e la richiesta di sussidi di disoccupazione. Inoltre, le stime per il mercato del lavoro sono tutt’altro che rosee. Una bomba ad orologeria aleggia per il Bel Paese.

Dal canto suo, Meloni potrà contare su almeno un asso nella manica, ovvero l’extra-gettito lasciatole in eredità da Draghi e relativo ai mesi di settembre, ottobre e novembre. L’aumento dei prezzi ha infatti fatto registrare un surplus nei conti pubblici, che però ora si scontrerà con maggiori costi per il personale e le pensioni. Basterà quindi questo tesoretto a far dormire sonni tranquilli a Meloni e Company?

No, perché all’equilibrio dei conti pubblici italiani manca ancora il calcolo delle misure promesse in campagna elettorale dal centrodestra, le quali, come riportato da Pagella Politica, sono perlopiù prive di coperture e molto costose […]. Senza fare deficit, che altrimenti comporterebbe un primo passo falso nei confronti del mercato e delle istituzioni europee, la Meloni sarà costretta a proseguire il suo mandato all’insegna della sobrietà.

La coalizione di centrodestra, sempre ammesso che non si sfaldi nel tragitto per il Colle, riuscirà a dimostrare di essere davvero a pronta a governare, oppure ci attenderà un 2011 bis?

Redazione il Caffè Keynesiano

Un passo in avanti e due indietro: il vuoto politico post-Draghi

L’arma del delitto è ancora fumante, ma c’è già chi ha iniziato a frugare nelle tasche del malacapitato per poi darsi alla macchia. Poche ore dopo il crollo del governo Draghi è stato infatti stralciato l’art. 10 del Ddl Concorrenza ed è infuriata la bagarre partitica sul rigassificatore di Piombino. Nel mentre la Bce ha dato vita allo scudo anti-spread (Tpi), che in apparenza salvaguardia i Paesi più esposti agli attacchi degli speculatori, ma che in realtà impone delle condizionalità ed una discrezionalità tutte a svantaggio di coloro che sono privi di bussola, come i partiti.

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Sono trascorse poco più di due settimane dalle dimissioni dell’ex banchiere della Bce, eppure il Parlamento pare già ritornato al consueto caos istituzionale post governo tecnico, tra alleanze che inscenano un remake improvvisato del “la strana coppia” e la restaurazione dei privilegi per i soliti noti; il tutto accompagnato da un’impreparazione generale di quasi tutti i partiti nei confronti delle urne. E dire che dopo anni di campagna elettorale permanente ci si aspetterebbe quanto meno uno straccio di linea programmatica e una maggiore compostezza, ma pare chiedere troppo, anche perché con questo caldo è già difficile riuscire a posizionarsi lungo l’emiciclo parlamentare senza schiacciarsi tutti al centro, figurarsi elaborare delle idee con i transfughi che tirano la giacchetta da una parte e il taglio degli scranni dall’altra a rammentare a tutti la mancanza di posti a sedere. E così scattano i veti incrociati e una sfilza di ultimatum di carta pesta che stanno solo aspettando la pioggia delle urne per sciogliersi e restituire così una poltiglia informe chiamata maggioranza.

Troppo caustico? Forse, ma è la politica bellezza. D’altronde, a meno che la destra non inciampi su sé stessa, pare difficile immaginare che possa sorgere a sinistra un contenitore abbastanza robusto da poter tenere insieme Mastella e Fratoianni, ma anche Calenda e lo stesso Renzi, che pur sembrano condividere il giardino della medesima villetta bifamigliare. E così, mentre fuori e dentro il Parlamento infuria una guerra totale, i taxi escono indenni dal ddl Concorrenza, si bloccano i progetti volti limitare la dipendenza dell’Italia dal gas russo ed in Ue viene approvato uno scudo anti-spread che tale rischia di non essere.

La rivincita delle auto bianche

Sembrava fatta, dopo anni di battaglie politiche e innumerevoli nomi illustri decimati lungo il cammino (persino Bersani e Monti non poterono nulla contro i taxi), ma alla fine hanno vinto loro: l’articolo 10 è stato stralciato. Come riportato da Milano Finanza, in un articolo di Silvia Valente, sono subentrate più ragioni apparentemente inderogabili. “Da un lato – scrive Silvia Valente –, le proteste in tutta Italia e in particolare a Roma delle auto bianche, contro la liberalizzazione del loro comparto che aprirebbe la via al dominio di Uber. E dall’altro lato, il ruolo dell’uscente governo Draghi che deve limitarsi all’ordinaria amministrazione, all’attuazione delle leggi e delle determinazioni già assunte dal Parlamento, in particolare quelle funzionali al raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. La rotta scelta è stata dunque di sopprimere l’elemento più divisivo per avvicinarsi al compimento di una delle richieste europee, propedeutiche all’ottenimento dei fondi del Recovery italiano.” In realtà la situazione era più complessa di come era stata raccontata in principio e, complice la crisi di governo, si è scelto di accantonare tutto in attesa che politici più audaci ci mettano sopra le mani.

D’altronde, gli Uber Files, di cui abbiamo parlato anche noi, hanno svelato la fitta rete di relazioni opache e manipolatorie che la nota compagnia di trasporto californiana aveva costruito negli anni, a danno di settori blindati da contratti e associazioni di categorie senza peli sulla lingua. Se fosse stato approvato l’articolo 10, così com’era (ovvero, come riportato dal Corriere.it, «adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante l’uso di applicazioni web […] promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze») si sarebbe scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. Questo perché da anni le licenze vengono utilizzate dai tassisti come Tfr e l’apertura indiscriminata del mercato avrebbe dato il via una corsa a ribasso dei prezzi, certamente a favore degli utenti, ma non di chi ha pagato, e forse fin troppo, l’accesso al settore. Basta questa argomentazione per sorvolare sullo stralcio dell’ex-articolo 10 e schierarsi a favore dei taxi? Assolutamente no.

Se la concorrenza sleale è uno dei mali del capitalismo d’oggi, lo è anche ed a maggior ragione, la creazione di mono e di oligopoli il cui obiettivo principale è spazzare via ogni forma d’innovazione, acquisendo e imponendo barriere inaccessibili a chiunque vorrebbe cambiare lo status quo. Per queste ragioni, ed anche se in presenza di molte incoerenze, avrebbe avuto senso continuare a lottare per cambiare un sistema sbagliato introducendo l’art.10, anche perché rimangiandosi la parola si offre ora su piatto d’argento l’arma che mancava ai balneari per chiedere un ritorno alla casella di partenza, vanificando così mesi di trattative e scontri tra bande partitiche.

I partiti in lotta con tutti, persino con loro stessi

Tuttavia, sui taxi i partiti politici erano quanto meno riusciti a prendere delle posizioni decifrabili e per questo riconducibili a un’ideale, a una visione della società nella quale potersi identificare, sulla vicenda del rigassificatore di Piombino, invece, si è verificato l’impossibile. I partiti locali hanno realizzato un fronte compatto contro il gas (Gnl) via mare, sconfessando così le decisioni prese da quella maggioranza, altrettanto bizzarra, che in Consiglio dei Ministri aveva invece approvato quel progetto e stretto quindi gli accordi internazionali necessari per renderlo possibile.

Come raccontato dal noto sito di Fact-Checking Pagella Politica, con un articolo di Federico Gonzato, “il progetto della nave rigassificatrice di Piombino rientra nella strategia del governo italiano per ridurre la dipendenza dal gas russo in seguito alla guerra in Ucraina, ed era stato annunciato dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ad aprile. A metà luglio, dopo quasi tre mesi di trattative, il ministero della Transizione ecologica e la Regione Toscana hanno trovato un accordo di massima sul posizionamento della nave rigassificatrice, che dovrebbe rimanere ormeggiata nel porto di Piombino per al massimo tre anni. Più nel dettaglio, la nave in questione si chiama “Golar Tundra”, è stata acquistata a giugno dalla Società nazionale metanodotti (Snam) e può rigassificare fino a 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.” In breve, tutti gli attori principali della decisione sembravano d’accordo sul dove posizionare il rigassificatore e sul perché fosse necessaria quest’opera, poi però è scattata la rappresaglia locale che è tracimata a livello nazionale, dove l’assenza del governo Draghi ha fatto il resto.

Persino Eugenio Giani, Presidente di Regione Toscana, ha esordito con “io non prenderò certo una decisione di autorizzazione se non vedo chi è il nuovo governo e chi sono i nuovi parlamentari”, lasciando intendere che qualcun altro dovrà decidere per lui, ma chi? Probabilmente il Pd, il quale, a livello locale ha preso parte alla protesta contro il rigassificatore, mentre al Nazareno si sono limitati a restare in silenzio, forse per non apparire allineati a Fratelli d’Italia. Il problema è che con i flussi ridotti dalla Russia, l’Italia ha più che mai bisogno di trovare altre soluzioni per consentire alle imprese di non chiudere. E visto che si è scelto di puntare quasi tutto sul gas e nucleare, invece di investire in fonti davvero green, occorre trovare un luogo ove ormeggiare il rigassificatore di Snam, ma dove? Ci penserà la prossima maggioranza, nella speranza che a Piombino non se ne formi un’altra, magari con gli stessi colori e simboli, pronta ad opporsi a ogni costo. D’altronde si sa, maggioranza scaccia maggioranza.

Lo scudo anti-spread che protegge con discrezionalità

E mentre in Italia si cerca di capire se esista davvero una qualche barra da poter tenere dritta, in Ue si è deciso di costruire uno scudo anti-spread che potrebbe non proteggere i Btp con la stessa efficacia che i più auspicavano all’inizio, ma andiamo con ordine. Il nome scelto dalla Bce è Transmission Protection Instrument (Tpi) e fungerà da freno d’emergenza nel caso in cui il differenziale dei titoli di Stato dei diversi Paesi Ue dovesse accelerare bruscamente. Quella tra gli spread dev’essere infatti intesa come una corsa nella quale l’Italia deve fare il possibile per non allontanarsi troppo dalla Germania o comunque restare in linea con il gruppo di Spagna, Francia, Grecia e Portogallo. Di fatto si tratta di una corsa dove si vince se vincono tutti, perché anche un solo Paese può rendere aridi tutti gli altri, come ha ben dimostrato la Grecia, il cui Pil ed impatto economico sull’Ue sembravano trascurabili fino a quando gli spread non sono impazziti.

Ed proprio per via di questo doppio filo tra spread ed economie che la Bce ha voluto porre delle condizionalità forti, ad uno strumento che se inefficace rischia di compromettere l’intera zona euro. Come riportato da Open, in un articolo di Alessandro D’Amato, affinché entri in campo il Tpi è necessario che il Paese beneficiario stia rispettando il quadro di bilancio comunitario e non vi siano gravi squilibri macroeconomici; inoltre, la spesa pubblica dev’essere tenuta sotto controllo, così come occorre rispettare il Recovery Plan. Rispetto all’Omt e il Pepp, le differenze sono marcate. Facendo un’analogia col racconto di Riccioli d’Oro e i tre orsi, si può immaginare l’Omt come il freno più rigido a disposizione della Bce, poiché vincolato alle regole del Mes, al contrario, il Pepp è fin troppo lasco, poiché interviene in proporzione alle dimensioni dei Paesi che ne fanno uso, mentre il nuovo Tpi rappresenta una via di mezzo tra i due. Può intervenire in ogni momento e senza limiti d’acquisto, ma occorre rispettare i parametri sopracitati, e quindi “meritarselo”.

Infatti, come ha scritto l’economista Angelo Baglioni, su LaVoce.info, “Il nuovo “scudo anti-spread” non prevede meccanismi automatici: esso verrà usato dal Consiglio direttivo a sua discrezione, a patto che vengano soddisfatte una serie di condizioni impegnative. Non sarà facile usufruire dello scudo, soprattutto per un governo che intendesse approfittarne per allargare i cordoni della borsa.” Ed ancora, scrive Baglioni, “il nuovo strumento sarà tanto più efficace quanto maggiore sarà l’effettiva volontà del Consiglio direttivo della Bce di metterlo in pratica.”. Ma perché introdurre così tanta discrezionalità e tra l’altro in un momento in cui la Bce ha deciso di alzare i tassi per contrastare l’inflazione? Baglioni suggerisce come l’aumento dei tassi e il Tpi debbano essere inquadrati nell’ottica di un sistema a matrice, dove gli obiettivi da perseguire sono due e differenti, ma legati tra loro. “La manovra dei tassi di interesse serve a determinare il grado di restrizione (rialzo dei tassi) oppure di espansione monetaria (ribasso dei tassi): nel primo caso per frenare la domanda aggregata di beni e servizi e combattere così l’inflazione, nel secondo caso per agire nella direzione opposta. La gestione del bilancio della banca centrale (attraverso operazioni in titoli e di prestito al settore bancario) serve invece per assicurare la corretta trasmissione della politica monetaria in tutta l’area euro. Per avere una politica monetaria unica non basta avere una unica banca centrale, occorre anche che le condizioni monetarie e finanziarie siano uniformi in tutta l’area: in altri termini, che gli spread di tasso tra un paese e l’altro non si amplino troppo e per motivi meramente speculativi, slegati dai fattori fondamentali.”

Tradotto per chi è a digiuno, la Bce ha deciso di riavvolgere il nastro del tempo a prima dell’era Draghi e del Quantitative Easing, introducendo tra l’altro maggiori vincoli per quei Paesi che negli anni hanno speso molto (debito cattivo) ottenendo in cambio poco, spesso nulla, come nel caso dell’Italia.

Cambia il vento ma i partiti mantengono la stessa rotta

Lo stralcio dell’art. 10 del ddl Concorrenza e le proteste di Piombino potranno sembrare solo gli elementi di contorno di una campagna elettorale soggetta a temperature marziane e a colpi di calore, ma in realtà svelano qualcosa di più, ed è l’assenza di una direzione univoca. La Bce dal canto suo, invece, una strada la sta tracciando e spera che col Tpi i Paesi più rischio righino dritto, mentre quest’ultimi sembrano più che altro aspettare il momento propizio per giocarsi la carta dell’azzardo morale, imponendo così un salvataggio pirata, costi quel che costi, affinché l’euro non sprofondi nel baratro. Andrà davvero così? Forse, ma ciò che spesso non considerano i fautori dell’azzardo morale è che questo inverno le temperature rischiano di essere ben più roventi rispetto a quelle attuali, suggerendo così ai decisori scelte al limite dell’impensabile e forse anche oltre.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

L’ottimismo per i conti pubblici italiani nasconde l’attuale recessione

La guerra in Ucraina, la crisi energetica e i ritardi sugli investimenti del Pnrr riducono drasticamente le speranze per la crescita del Pil italiano sia per 2022, sia per il 2023. Le previsione formulate nel Def, infatti, si focalizzano principalmente sulle scenario meno nefasto, nonostante l’Upb e le principali istituzioni del mondo economico pongano invece l’accento sull’incertezza del momento.

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Nessun governo italiano dirà mai che pagare più tasse sia un bene, oppure che l’andamento delle finanze pubbliche, negative o positive che siano, derivi da scelte politiche infelici oppure da fattori congiunturali che nulla hanno a che vedere con la lungimiranza programmatica e la visione di qualche capo partito. D’altronde la politica è anche questo: dissimulare le sconfitte ed esaltare l’uovo di Colombo di turno come se fosse una propria creatura, peccato che prima o poi i nodi vengono al pettine.

La ripresa economica nel 2021

Ne sa qualcosa l’attuale esecutivo, che nel 2021 ha potuto vantare una forte ripresa economica, ma che ora fatica ad ammettere lo scenario, tutt’altro che roseo, che ci si prospetta. Le roboanti dichiarazioni di fine 2021, quando nonostante l’ascesa dell’inflazione e del gas, ci si crogiolava in lucidi sogni in cui la crescita era stimata al 4,7%, hanno finalmente lasciato il posto a quanto già da mesi andavano dicendo le agenzie di rating, le banche centrali, il fondo monetario internazionale e persino Confindustria: l’Italia crescerà molto meno di quanto previsto, anzi, al netto della spinta del 2021, saremo in recessione. Nel 2022 la crescita attesa sarà del 2,9%, mentre per il 2023 si assisterà al 2,3%.

Fonte: Ufficio Parlamentare di Bilancio https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2022/04/Audizione-UPB-DEF-2022.pdf#page=28

E alla luce di questi dati, per essere più corretti, visto che a alla recessione si accompagna un’inflazione in costante ascesa, sarebbe più opportuno parlare di stagflazione. Ma si sa, in politica, come in economia, le parole generano aspettative ed influenzano i comportamenti, quindi mai dire come stanno davvero le cose e quando si può meglio negare anche l’evidenza.  

Un esempio? La crescita miracolosa del 2021 non è tutta farina del sacco del Ministro dell’Economia, è stata determinata soprattutto da contingenze; prima fra tutte l’avvento dei vaccini, i quali hanno permesso maggiori riaperture e quindi un rimbalzo fisiologico del sistema economico e produttivo. A ciò si sono sommate altri assi nella manica, come il rallentamento nell’assunzione del personale che avrebbe dovuto prendere il posto di coloro che hanno usufruito di quota100 (i concorsi erano bloccati a causa del Covid), oppure le performance del mercato finanziario del 2020, che hanno generato prelievi di importo maggiore rispetto all’anno precedente.

Ma come ogni evento eccezionale che si rispetti, anche i risultati del 2021 sembrano essere destinati a non ripetersi. Secondo quanto riportato dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani: “nonostante la overperformance delle entrate continue (anche se solo in parte) nel 2022, le spese sono state riviste pesantemente verso l’alto: (i) perché i risparmi di spesa nel 2021 erano o di natura intrinsecamente temporanea (il sopracitato” rallentamento delle procedure concorsuali) o erano legati al ciclo economico, rivisto al ribasso per il 2022; (ii) per l’ effetto dei tre decreti-legge introdotti nel 2022 per contenere l’impatto dell’aumento delle materie; (iii) per la revisione nei tempi previsti di alcune spese del PNRR; e (iv) per la maggiore spesa per interessi passivi principalmente imputabile alle previsioni aggiornate per l’inflazione”.

Tradotto, il 2021 ha beneficiato di eccezionalità che difficilmente si riproporranno nel 2022, salvo quelle che si potranno occultare senza troppa difficoltà, come l’incremento della pressione fiscale. Nel 2018 era pari al 41,9%, è poi cresciuta nel 2019, al 42,4%, nel 2020, al 42,8%, ed infine nel 2021, al 43,5%, in altre parole, benché a voce si dica che le tasse siano sempre da ridurre, nei fatti questo risulta vero solo per alcune aliquote, non certamente per tutte e il risultato complessivo tende verso l’incremento.

Si sottovalutano ancora i Cigni Neri

Ed a guardar bene dentro le pagine del DEF (Documento di Economia e Finanza) il governo stima i rischi connessi all’attuale invasione da parte della Russia, ma ciò nonostante, sceglie i valori tendenziali e programmatici del Pil più alti della forchetta generati dalle analisi, lasciando così intendere un incauto ottimismo. L’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio; ovvero un ente indipendente che analizza i conti pubblici), ha invece evidenziato come un protrarsi della guerra finirebbe per costare un punto percentuale di Pil nel solo 2022 e mezzo nel 2023. Per l’Upb “Lo scenario base della previsione del DEF sconta una risoluzione del conflitto in tempi relativamente brevi che, al momento, appaiono tuttavia molto aleatori”. E, nel caso in cui si verificasse lo scenario peggiore, “L’economia italiana sarebbe tra le più colpite da questo shock e il PIL subirebbe una contrazione addizionale di circa un punto e mezzo percentuale nel complesso del biennio. Contemporaneamente si assisterebbe a più marcati incrementi dei prezzi al consumo, per circa 2,5 punti percentuali cumulati nel 2022-23 nel caso dell’Italia”.

E non tutti se lo ricordano, ma nel 2020 il Pil italiano crollò del 8,9%, mentre l’anno scorso è sì cresciuto molto, ma pur sempre del 6,6%, di conseguenza il divario rispetto al pre-Covid c’è ancora. Per questo gli scenari di rischio presenti nel DEF sarebbero da prendere in considerazione nella loro accezione più negativa. Se dovesse continuare l’impennata dei prezzi energetici si assisterebbe a un calo dello 0,8% del Pil, rispetto al piano tendenziale, nel solo 2022 e di 1,1% nel 2023. Il secondo scenario elaborato, ben più nefasto del primo, immagina un’Europa dove sia difficile reperire il gas e dove gli accordi che l’attuale governo ha ora avviato per rimpiazzare i gasdotti di Mosca non vadano tutti in porto. Ed in questo caso la caduta del Pil sarebbe pari al 2,3% nel 2022 e dell’1,9% nel 2023, con, rispettivamente, un tasso d’occupazione più basso dell’1,3% e del 1,2%. In altre parole, in questo secondo scenario la crescita reale, nel 2022, sarebbe pari allo 0,6 per cento e nel 2023 al 0,4 per cento. E, come riporta il DEF stesso “Giacché il 2022 eredita 2,3 punti percentuali di crescita dal 2021, la crescita del PIL nel corso del 2022 sarebbe nettamente negativa, mentre il deflatore dei consumi crescerebbe del 7,6 per cento”.

Se questo secondo scenario dovesse verificarsi si avrebbe una recessione, non più tecnica (com’è quella prevista oggi), ma reale, alla quale si accompagna un’inflazione ormai superiore al 2% nella componente di fondo, e superiore al 6,7% per quanto riguarda l’indice nazionale. Vista la gravità scenario c’è da sperare che l’Italia e l’Europa si stiano muovendo al meglio per sostituire il gas russo o quanto meno prima di vare ulteriori sanzioni. Ma è davvero così?

Perché sostituire il gas ci costerà caro

Ad oggi l’Italia importa dalla Russia 29 miliardi di metri cubi di gas e per questo il governo Draghi, grazie all’azione congiunta del Mite e della Farnesina, vorrebbe sottrarsi dalla dipendenza di Mosca sostituendola con quella di sei differenti Paesi; per inciso, tutte democrazie di “ferro“, a partire dall’Egitto (dal quale importeremo 3 mld di metri cubi in più). Seguono poi, l’Angola e il Congo (con 6 mld, entro 2023), il Qatar (con 3 mld di GNL), l’Azerbaijan (con 10 mld dal TAP) e infine l’Algeria (con 9 mld entro il 2024). Su quest’ultima le perplessità sono molte, non solo per via del fatto che l’Algeria dovrebbe incrementare del 50% le proprie esportazioni verso l’Italia, ma perché il governo di Algeri sfrutta il gas come strumento di mediazione tra il potere detenuto dalle élite e il popolo che controllano; di conseguenza è difficile prevedere se e come verranno rispettati i contratti di fornitura nei confronti dell’estero.

Potranno anche sembrare questioni di lana caprina, ma in realtà è vero il contrario, perché stringere una partnership energetica per l’importazione di gas, soprattutto mediante gasdotti, è ben più complesso rispetto a comprare petrolio da un qualsiasi impianto offshore. Come racconta Francesco Sassi (ricercatore in geopolitica e mercati energetici presso il centro RIE), in un articolo a firma di Enrico Mingori uscito sul settimanale TPI, “il gas necessita di infrastrutture che sono molto costose e legano il Paese importatore e quello esportatore nel lungo periodo”. Alla luce di questo dettaglio, che pare sin da subito in antitesi rispetto agli impegni nella riduzione dell’energia fossile presi a Glasgow (infatti, si sostituirebbero i 29 mld di metri cubi russi con i 32 mld provenienti da questi 6 Paesi), è evidente che instaurare rapporti di lungo corso con “democrature”, e talvolta veri e propri regimi, espone il nostro Paese allo stesso problema etico d’oggi. Senza considerare poi che al momento nessuno di questi sostituti riuscirà ad incrementare nell’immediato le proprie esportazioni e che quindi prima di 18 mesi (come ha sostenuto lo stesso Cingolani, che inizialmente parlò addirittura di 24) sarà difficile dire addio a Gazprom; a meno che non si accettino pesanti razionamenti energetici.

Le criticità che nessuno vuole vedere

Tenuto conto della difficile sostituzione del gas russo, almeno nell’immediato, e dell’incertezza legata alla durata del conflitto in Ucraina, è difficile restare sereni. Dopo tutto, tali scenari non considerano con la dovuta attenzione i rallentamenti nei lavori parlamentari che riguardano le Riforme richieste dal Pnrr e le difficoltà che quest’ultimo sconta soprattutto dal lato dell’attuazione. A conti fatti, come riportato da Pagella Politica, Il Sole 24 Ore e l’Upb, “l’anno scorso è stato dunque speso il 37,2 per cento di quanto preventivato: circa 2,5 miliardi di euro sono andati in progetti ferroviari, circa 1,2 miliardi di euro ai bonus edilizi, 990 milioni di euro a Transizione 4.0, un programma di incentivi per le aziende, e 395 milioni di euro per l’edilizia scolastica”. Di questo passo alla stagflazione si potrebbe aggiungere il problema della spesa dei fondi legati al Pnrr.

Il motivo per cui tutto questo passa sotto traccia è da ricercarsi non solo nell’ambito politico, in cui ammettere un problema equivale ad innescare una crisi di governo, ma anche nelle regole delle istituzioni pubbliche. D’altronde, dare per probabile lo scenario peggiore (quello recessivo) potrebbe facilmente condurre a un aumento degli interessi sulla parte del debito finanziata sul mercato. Di fatto l’Italia è ostaggio del proprio debito pubblico, che si sta riducendo, ma lentamente rispetto all’aumento vertiginoso della prima ondata Covid.

Il problema di fondo è che l’ottimismo con cui si sta affrontando il presente, e soprattutto si guarda al futuro a noi più prossimo rischia di allontanarsi dalla cruda verità in cui purtroppo la pandemia e la crisi ucraina ci hanno trascinati. E se continuare a parlare di crescita al 4,7%, anche a gennaio e febbraio, sulla spinta dei risultati del 2021, è stato un atto di sicurezza risibile, prevedere una guerra di breve durata e la possibilità di fare a meno del gas russo in una manciata di mesi, rischia di trasformarsi in una tragedia. Un atto paragonabile a quello dell’orchestra che suona mentre il Titanic affonda.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Le banche centrali sono davvero indipendenti dalla politica?

Fed, Bce e Banca Centrale Russa a confronto: come stanno reagendo agli shock esogeni del momento

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Nel 2004 il linguista statunitense George Lakoff, per anni docente all’Università di Berkeley, scrisse un saggio dal titolo “Don’t think of an elephant” svelando al grande pubblico ciò che per anni i cognitivisti hanno sostenuto con le loro ricerche, ovvero che le parole strutturano il nostro pensiero, i problemi che affrontiamo e le soluzioni a nostra disposizione. A prima vista potrebbe sembrare una scoperta di poco conto, ma le sue implicazioni possono aiutarci a comprendere l’attuale fenomeno inflazionistico e soprattutto il frame decisionale nel quale si stanno muovendo tre grandi banche centrali: quella americana, quella russa e infine quella europea.

Al post pandemia e i suoi colli di bottiglia si aggiunge ora il conflitto russo-ucraino

Ad oggi ogni istituzione centrale è costretta a dover fronteggiare più fonti di destabilizzazione (o stressor) di natura esogena, come ad esempio la crisi innescata dalla pandemia, che ha dapprima immobilizzato il motore della globalizzazione, facendo crollare la domanda (con i lockdown), per poi ridimensionare l’offerta (attraverso i famosi colli di bottiglia) e infine ha paralizzato le strategie di spesa dei singoli governi e di conseguenza l’azione delle banche centrali. Le quali, dal canto loro, erano già impegnate nel consolidare la ripresa successiva alla Grande Recessione e l’emergenza climatica; che da Parigi in poi, ha subito diverse battute d’arresto, sfociando nell’impegno mondiale di Glasgow e nella rimodulazione dei fondi del Next Generation EU per una transizione energetica. Occorre infatti ricordare che l’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto quelle legate a fonti energetiche meno inquinanti (si fa per dire), come il gas, è stata innescata anche da una crescente domanda, la quale ha coinvolto non soltanto l’Occidente, ma anche la fabbrica del mondo, ovvero la Cina. A tali variabili (pressoché tutte esogene) si è ora aggiunta la crisi geopolitica (ennesima influenza esterna), che trova indubbiamente nel conflitto tra Russia e Ucraina il suo sintomo più manifesto, ma che in realtà era già ben presente da tempo. Un esempio? La guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, la corsa alle terre rare in Africa (con la conseguente lottizzazione neo-imperialista di quel continente) ed ovviamente il conflitto Cina-Taiwan-Usa e quello in corso in Medio Oriente per rallentare l’ascesa dell’Iran in qualità di potenza nucleare.

Ognuna di queste variabili ha accresciuto l’impatto economico di quelle che l’hanno preceduta modificando l’agenda dei governi e delle banche centrali più e più volte, sino a determinare l’attuale situazione, nella quale è difficile abbandonare la strategia in corso per abbracciare quella più utile alla situazione corrente. E qui subentra il primo problema. Le banche centrali, infatti, e così dovrebbero fare anche i dicasteri preposti alla gestione economica, non ragionano in termini di emergenze (o come in questo caso, di Cigni neri), ma svolgono perlopiù un’attività di pianificazione affinché la crescita prosegua e con essa l’occupazione, il benessere e gli investimenti: tutto in linea cone le aspettative degli attori del mercato. Certo, oltre a questo le banche centrali assolvono anche la funzione di reset dell’economia nei confronti dei grandi stravolgimenti esogeni, ma c’è un limite oltre il quale la bussola che orienta le decisioni dei banchieri centrali non indica più il nord, né il sud, e l’unica cosa che pare sensata fare è navigare a vista, ed ogni comandante lo fa a suo modo, così come sta accadendo ora.

L’america dell’austerity: come ne uscì e che cosa ci insegna oggi

Ad esempio, nel 1980 l’economia americana dovette affrontare un’inflazione a doppia cifra, pari al 14,2% (contro i 7,6% attuali) e l’allora governatore, Adolph Volcker Jr, sotto l’amministrazione Carter, trovò il modo di stabilizzarla adottando strategie da guerriglia mista, in parte previste dagli strumenti convenzionali e in parte così forti da imporre una destabilizzazione nella mente degli operatori del mercato (come fece Draghi col bazooka del Quantitative easing). Di fatto Volcker fece ciò che è necessario per spegnere un incendio in un pozzo di petrolio, usare la dinamite e bruciare così l’ossigeno necessario alle fiamme per alimentarsi. Una mossa apparentemente controintuitiva, ma necessaria a modificare radicalmente le aspettative. Così, nel 1981 i tassi sui titoli del tesoro raggiunsero il 22,4%, quindi 13 punti in più rispetto al ’79, e il messaggio di Volcker fu, come riportato da Franco Bruni su Domani, “la gente doveva capire e credere solo che la politica monetaria avrebbe piegato l’inflazione, indipendentemente dal rialzo dai tassi che la contrazione della liquidità avrebbe causato”. Tradotto, la Fed avrebbe fatto tutto il possibile e persino l’impensabile per modificare le aspettative dei mercati, gettando un candelotto di dinamite là dove era scoppiato l’incendio. Magari un piano folle, ma funzionò. Oggi, invece, Powell sta sì aumentando i tassi, ma attraverso un intervento più cauto rispetto a quello adottato da Volcker, il cui esito è ancora tutto da verificare.

La banca centrale russa alla prova della guerra

Chi invece sta seguendo la strategia dell’ex-banchiere della Fed Volcker, è Elvira Nabiullina, che per salvare l’economia russa e il rublo dal default ha dapprima alzato i tassi del 20% e poi giocato per anni a una politica che per i governi italiani è pura fantascienza: ridurre il debito. Con un economia che si regge quasi unicamente sulle materie prime, quindi improntata all’export, Nabiullina ha fatto di tutto per mantenere in ordine i conti che Putin ereditò dal disastro compiuto da El’cin, bilanciando le spese e le manovre espansive in modo da ottenere una crescita modesta dell’economia, invece di premere sull’acceleratore a suon di debito (come invece ha fatto l’Italia per quasi trent’anni). In questo modo il rublo è stato lasciato libero di fluttuare, com’è tuttora, basando le spese sull’ingente ingresso di valuta estera, utili sia a stabilizzare i conti pubblici, sia ad acquistare prodotti d’importazione. La banca centrale russa (CBR, Central Bank of Russia) ha evitato di creare debito persino di fronte alla sciagura pandemica, continuando verso la via dell’austerità, conscia del fatto che il mondo avrebbe sempre avuto bisogno di gas e petrolio, pagato a suon di dollari ed euro. Ed anche oggi, nonostante sia evidente la spinta imperialista di Putin, che nulla ha a che vedere con la politica monetaria adottata dalla banca centrale russa negli ultimi 9 anni, il rublo sta, seppur faticosamente reggendo, anche se con molte incognite. La borsa russa è solo parzialmente riaperta (dopo la chiusura all’indomani della guerra), le riserve in valuta estera sono ancora perlopiù bloccate (eccezion fatta per i capitali in ingresso e l’oro) e l’inflazione a febbraio ha toccato il 9,2% ed è probabile, vista la corsa ad accaparrarsi i generi d’importazione, che sia destinata a crescere. Tuttavia, la strategia adottata da Nabiullina ha retto l’impatto e il rublo, come riporta Fubini sul Corriere, ha subito perso un 42%, all’indomani dell’invasione in Ucraina, per poi riacquisire il 32% del proprio valore; ed inoltre, l’attuale mossa di Putin, che obbliga ad acquistare le materie prime in rubli, potrebbe stemperare ancor di più quelle sanzioni che volevano affossare l’economia russa. In questo caso si tratta di riscrivere contratti già siglati e i Paesi europei più dipendenti dal gas e petrolio russo hanno già fatto sapere che non intendono accettare le nuove condizioni, ma il solo fatto di aver annunciato (perché è di questo che si tratta) un cambio della valuta ha fatto risalire il rublo di un +6%.

La bce e il controllo dell’inflazione dopo anni di politica espansiva

E la Bce invece? In Europa regna ancora una strategia attendista. Ma come mai si è scelto di tergiversare? Una prima risposta la fornisce Giorgio Arfaras sul Il Foglio, ricordando come “se la maggior inflazione fosse frutto degli andamenti dell’offerta (i prezzi delle materie prime che salgono e dei colli di bottiglia nel campo della tecnologia e dei trasporti) allora un rialzo dei tassi servirebbe a poco, anzi rischierebbe di frenare la ripresa che stava prendendo forza dopo la pandemia. Se per il timore di sbagliare, perché l’inflazione è da offerta e non da domanda, le banche centrali non facessero nulla, o molto poco, e quindi l’inflazione si mantenesse elevata nel tempo, si potrebbe avere lo stesso un forte impatto negativo sulla crescita, nel caso comparisse, come negli anni Settanta, la ricorsa fra prezzi e salari”. Arfaras invita quindi tutti a non confondere le mele con le pere, ovvero ad evitare analogie tra le risposte della Fed e la Bce. In breve, è possibile che l’inflazione a stelle e strisce sia trainata perlopiù dalla crescita della domanda (che è un bene, perché segno di un boom post-pandemico), mentre quella europea sia ancora sospinta dalle carenze del lato dell’offerta (e questo è un male). Come ha ricordato Fabio Panetta, membro del consiglio direttivo della Bce, si differenziano tre tipologie d’inflazione, quella cattiva – frutto di uno schock dell’offerta, come nel caso dei colli di bottiglia –, quella buona – dettata da un aumento della domanda, dell’occupazione e della produzione –, ed infine quella brutta – che quindi persiste nel tempo –, ed in Europa ora c’è quella cattiva. Che fare dunque?

Una prima risposta potrebbe essere quella di allinearsi alla politica della Fed, alzando quindi i tassi, ma così facendo c’è il serio rischio di compromettere la crescita non ancora consolidata; occorrerebbe perciò proseguire con una politica fiscale espansiva, come suggerito dall’economista Paolo Trezzi, così da attenuare gli effetti negativi per famiglie e imprese (quindi altro debito comune). Tuttavia, per fare ciò diventa necessario un accordo tra i 27 e questo al momento non c’è. L’Ue sta proseguendo l’ormai collaudatissima strategia di frammentazione che riguarda già sia la difesa (dove si stanno sperperando risorse in barba a qualsiasi economia di scala e di raggio d’azione), sia il fronte energetico, dove non si è ancora trovato un accordo (anche perché gli aumenti stanno colpendo principalmente Italia, Germania e quasi tutti i Paesi di Visegrad). Senza considerare poi che sul famoso fiscal compact aleggiano ancora le nubi dell’incertezza, mentre sul Pepp (il piano d’acquisto europeo) il dado è ormai tratto, terminerà a fine mese. Ed è in questo mare di contraddizioni e non azioni che si consuma il dramma della Bce, perché sottostima i rischi, tra cui quello di una possibile stagflazione, e non rende chiare le sue decisioni ai mercati e forse anche a sé stessa: e questo è un errore che una banca centrale non può permettersi.

In Russia, ad esempio, è la politica a guidare le decisioni della banca centrale, mentre negli States, salvo rare eccezioni (com’è accaduto durante la Grande Recessione) è l’indipendenza a guidare la Fed, anche perché il dollaro funge da moneta di riferimento per il sistema economico. In Europa, invece, esiste una moneta unica, ma non c’è un istituzione bancaria né davvero indipendente dalla politica (stile Fed), né succube di quest’ultima (com’è in Russia) e i dati a favore di questa tesi sono due. Il primo riguarda l’attuale Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, più volte accusato dai falchi dei Paesi frugali di avvantaggiare gli interessi del Bel Paese, ed oggi alla sua guida. Un caso, quello di Draghi, che rischia di ripetersi con Lagarde, visto le indiscrezioni riportate da La Repubblica circa un possibile ingresso dell’attuale numero uno della Bce nel venturo governo Macron, in qualità di Primo ministro. Se ciò dovesse verificarsi, si tratterebbe dell’ennesimo caso di revolving doors inopportuno, nonché smaccato nei confronti di ruoli e carriere che dovrebbero restare scissi. Tuttavia, la Bce non è neppure succube della volontà politica com’è la CBR in Russia, dove Nabiullina non ha neppure potuto dare le proprie dimissioni. Si assiste quindi a una sorta di vuoto decisionale in seno alla Bce, la quale rincorre l’agire di chi ha più potere decisionale (ed economico) nella zona Ue, senza imporsi davvero come un’entità super partes. Ed è per questo che oggi Lagarde appare come bloccata in uno stallo strategico, che grazie a Lakoff e la sua intuizione acquista un senso.

Sia la Fed, sia la CBR, infatti, si muovono nel tentativo di creare aspettative, di far coincidere i loro pensieri con quelli degli investitori, affinché siano quest’ultimi, con le loro azioni, a realizzare vere e proprie profezie che si autoavverano. D’altronde, se gli investitori credono che l’inflazione sia transitoria essa lo diverrà, ed è così per tutto ciò che le banche centrali riescono a generare con le loro dichiarazioni e la credibilità di cui dispongono. L’economista Tommaso Monacelli ha ricordato, in un articolo su il Foglio, come “non esistono un’inflazione transitoria e una permanente, l’inflazione è unica e può diventare transitoria in base alle scelte di politica monetaria che orientano le scelte di consumatori e investitori”. Ed è questa la cornice decisionale nella quale si muovono da sempre i banchieri e i mercati, ma soprattutto le varie teorie macroeconomiche: tutto ruota attorno alle aspettative, un concetto che in Europa non sembra aver presa. La Bce, infatti, è priva di una voce univoca e forte e per questo la sua capacità di creare delle aspettative credibili è debole e spesso contradditoria. Il problema, come ha sottolineato Tommaso Monacelli, è che la politica monetaria “è un misto tra scienza ed arte” ed forse il caso che Lagarde rifletta su ciò, perché con le sue parole, e l’assenza di una strategia di medio periodo, rischia di affossare l’intera zona Ue e non più solo le cicale del Sud: perché in ambito macroeconomico le parole hanno il potere di modificare la realtà più di quanto possa fare l’oro contenuto in un caveau.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini