Happy birthday Brexit: il disastro inglese targato Liz Truss

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Liz Truss ha compiuto un’impresa a dir poco leggendaria: in sole due settimane è riuscita a far crollare la sterlina, far schizzare i titoli di Stato e minare fortemente la credibilità di uno dei Paesi più importanti del mondo. E non contenta, ha persino quasi innescato una crisi finanziaria il cui epilogo avrebbe potuto trascinare l’Europa intera, e forse con essa il mondo Occidentale, in un baratro ben peggiore rispetto a quello che scaturì dal fallimento di Lehman Brothers. Per fortuna le banche centrali funzionano ancora ed agiscono in modo indipendente rispetto agli orientamenti politici, ma l’economia inglese farà fatica a riassorbire il colpo inferto da Truss e Kwarteng. Visti i sondaggi, è possibile che se si andasse a elezioni anticipate i Tory sarebbero lontano dal potere per molto tempo (salvo miracoli).

Ma che cosa è successo e qual è l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza britannica?

Tutto è iniziato con le dimissioni anticipate di Boris Johnson. L’astro nascente del partito conservatore era riuscito a mantenere la guida del governo nonostante gli inciampi sulla gestione pandemica, la Brexit e i Covid Party da lui stesso organizzati, mentre in tutto il Regno Unito vigeva l’obbligo di non uscire di casa. Ma è crollato sullo scandalo Pincher. L’ex deputy chief whip, e fedelissimo di Johnson, finì sul The Sun, l’estate scorsa, per aver palpeggiato due uomini, un comportamento recidivo, visto che già nel 2019 Pincher era stato accusato di fatti simili, di cui Johnson era a conoscenza, ma a cui non seguirono provvedimenti. Finita la stagione di Johnson i Tory ha promosso Liz Truss, il cui stile, modo di parlare e pensare richiama subito alla memoria l’immagine di Margareth Thatcher, la Lady di Ferro; ricordata, insieme a Reagan, per le posizioni ultraliberiste a favore dei ceti più abbienti e i tagli al welfare state. Tutti questi elementi di contorno aiutano a capire le mosse compiute da Truss, che colta da un delirio di onnipotenza e la necessità di emulare quanto prima i passi del suo idolo ha quasi rischiato di trascinare il mondo intero in una recessione senza biglietto di ritorno.

Giunta al numero 10 di Downing Street, insieme al cancelliere Kwarteng, Truss ha da subito annunciato un piano imponente per rilanciare il Paese attraverso uno shock dell’economia inglese; e già su questo è importante aprire una parentesi. A seguito della Brexit, infatti, il Regno Unito aveva subito un vistoso rallentamento della propria economia, dovuto al fatto che il suo principale acquirente (ovvero l’Ue), non ha più acquistato le merci britanniche alle stesse condizioni di prima. Questo ha fatto crollare l’export made UK e appesantito le ferite economiche inferte dal Covid, tanto che l’inflazione britannica, nonostante tutto gli sforzi di Bank of England (BoE) ha galoppato più velocemente rispetto a quanto non avvenuto in Ue (in ottobre è stimato che salga all’11%). Truss ha quindi dovuto gestire sin da subito un’eredità pesante, ma frutto delle scelte del suo partito, e forse, anche per questo, ha pensato di imprimere subito un cambiamento drastico, che però si è rivelato un buco nell’acqua.

Il taglio delle tasse britannico.

L’idea partorita dall’erede delle Thatcher era semplice: se tagliamo le tasse e i vincoli per chi può spendere (imprese e privati), allora questi si daranno da fare, spingeranno la domanda, assumeranno e lasceranno sul terreno così tante briciole da poter distribuire qualcosa anche a chi non ha nulla (ovvero i ceti più poveri). D’altronde fu questa la ricetta di Thatcher e Reagan, ma il contesto era diverso e l’attuazione pure. Truss ha infatti scelto di vare un vasto piano di taglio delle tasse (da 45 miliardi di £) e uno di calmierazione delle bollette (da 65 mld £), andando a deficit e senza ridurre il welfare state. Una mossa questa, che ha irritato i mercati già preoccupati dagli effetti della Brexit, della guerra in Ue e dai colli di bottiglia che ancora bloccano le produzioni in tutto il mondo. Un primo errore è stato quindi quello di vendere all’opinione pubblica una “mini-finanziaria” (così è stata chiamata e le parole nel contesto economico hanno un loro peso) senza specificare gli effetti, i costi complessivi (che secondo l’Institute for fiscal studies, ammonterebbero a 120 mld £ da qui al 2025) e ridurre la spesa pubblica, già alta a causa della pandemia. Da qui la reazione dei media e dei mercati è stata muscolare e dettata dall’inaffidabilità del partito Conservatore nel selezionare la propria classe dirigente.

L’opinione pubblica si è indignata per il dito senza vedere la Luna. Dopo tutto, il messaggio che ha avuto più presa sui media britannici e quelli europei è stato quella decisione di ridurre l’aliquota, dal 45 al 40%, sulle persone fisiche che dichiarano di più di 150.000 £ all’anno. Nessuno nel Regno Unito, infatti, sentiva la necessità di aiutare chi già se la passa bene, però questa misura avrebbe impattato solo per un controvalore di 2 mld di £ (su un pacchetto da 45 mld £). Truss, infatti, aveva, e tuttora ha, concentrato i suoi sforzi altrove, come riporta correttamente l’ex Premier Gordon Brown sul The Guardian qualche giorno fa: “…Nonostante abbia abbandonato il taglio delle tasse di aliquota massima, il cancelliere, Kwasi Kwarteng, ha lasciato intatti 43 miliardi di sterline dei suoi tagli alle tasse di 45 miliardi di sterline. Sta ancora raddoppiando gli omaggi esentasse a coloro che hanno opzioni su azioni, tagliando 1 miliardo di sterline dalle tasse sui dividendi e sanzionando un libero per tutti nei bonus dei banchieri. Sta anche portando avanti la sua carta degli evasori fiscali: 2 miliardi di sterline per i dipendenti che possono dichiararsi lavoratori autonomi. Sono ancora in vigore i 2 miliardi di sterline che ha stanziato per gli acquisti esentasse per i turisti stranieri e i 19 miliardi di sterline di tagli alle tasse sulle società, che secondo Rishi Sunak non hanno fatto nulla per gli investimenti…il cancelliere potrebbe anche consegnare miliardi ai magnati del petrolio e del gas.”. E già da questo resoconto si capisce come la natura della politica fiscale britannica non sia stata per niente scalfita dalle reazioni dell’opinione pubblica.

La reazione dei mercati all’annuncio di Liz Truss e di Kwarteng

I mercati, d’altro canto, hanno colpito il Regno Unito sapendo di poter fare male in virtù di un piano economico scritto velocemente giusto per dare in pasto qualcosa all’opinione pubblica e affermare la propria linea. Subito dopo l’annuncio di Truss e Kwarteng il rendimento sui titoli inglesi è schizzato verso l’alto, tanto che i titoli a 10 anni avevano raggiunto il 4,25% e quelli a 30 il 5%. Nel frattempo, 1.700 mld di £ in fondi pensione britannici hanno iniziato a scivolare verso il baratro in virtù di continue richieste di margin-call da parte dalle società di clearing (come riportato da Milano Finanza). In sintesi, i soldi delle pensioni inglesi sono investiti perlopiù in titoli di stato (esteri e nazionali) e il repentino aumento dei tassi ha reso insostenibili molte posizioni sul mercato. Il problema è che proprio perché ingordi di titoli del tesoro, i fondi pensionistici britannici hanno in pancia anche i Btp italiani, e quindi il crollo degli uni avrebbe chiamato in soccorso gli altri in una spirale simile a quella innescata dalla bolla finanziaria della Grande Recessione, ma con un’importante differenza di fondo: qui a fallire sarebbe stato il debito sovrano delle economie del G7 e non il mercato immobiliare.

Di fronte alle richieste di emissione di nuovo debito da parte dei fondi pensionistici, BoE ha deciso di intervenire con un acquisto emergenziali di titoli, pari a 65 mld di £. È scontato il motivo imminente di questa scelta da parte della Banca Centrale: sul mercato i titoli di debito britannico scontavano la politica estrema di Truss, con tassi d’interesse che sono volati alle stelle (e di riflesso prezzi di questi ultimi in crollo) e conseguente rischio di vendita massiva sul mercato secondario dei titoli. La famosa e famigerata “speculazione” che altro non è la difesa dei portafogli di fondi, assicurazioni e banche commerciali, intermediari finanziari dei risparmi dei cittadini. Ma non è difficile intuire che questa politica di acquisto titoli getti benzina sul fuoco per quanto riguarda l’inflazione: infatti, comprare titoli da parte di Bank of England significa pompare liquidità (denaro) in un’economia già stremata dall’aumento generale dei prezzi. Una mossa, quella di salvare il debito inglese, che si scontra quindi con l’obiettivo primario di stabilizzare l’inflazione. Siamo proprio all’interno di un cortocircuito dal quale per i conservatori inglesi è difficile uscire. Con le sirene di un clamoroso ritorno di Boris Johnson sulla scena.

La perdita di consenso del partito Conservatore

Ci sono voci di lettere di sfiducia già partite all’indirizzo della premier: certo, una nuova sfida per la leadership non sembra alle viste, ma i conservatori temono che Liz li abbia portati subito a sbattere. Lei sapeva di avere a disposizione poche settimane per imprimere una svolta di fonte a una crisi economica che morde le tasche dei cittadini, ma la strategia scelta assomiglia tanto a una missione suicida. Intanto, il gradimento del nuovo primo ministro britannico è al minimo storico. Secondo un nuovo sondaggio di Redfield & Wilton Strategies realizzato il 5 ottobre, è il più basso mai registrato in assoluto fra i primi ministri. Solo il 15% degli intervistati apprezza la nuova inquilina di Downing Street e, fra l’elettorato conservatore, un esiguo 25% ha fiducia in lei. Il momento del suo possibile rilancio, due giorni fa, con un discorso alla conferenza nazionale del partito conservatore, non ha sortito i risultati sperati.

Intanto Truss cerca la sponda d’oltre manica chiamando in causa l’UE (!). Il primo ministro inglese ha definito Emmanuel Macron un “amico” mentre annunciava l’intenzione di lavorare insieme alla prima riunione di un nuovo club politico delle nazioni. Strategia per recuperare consenso? Ricerca di partner in Europa? Sembra comunque un appello disperato di aiuto, di salvezza da un pantano londinese tutto voluto, ma con grande incoscienza.

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Tre indizi fanno una prova: l’inflazione e le nostre colpe

L’attuale crisi climatica, i colli di bottiglia e infine l’enorme debito pubblico italiano ci possono aiutare a comprendere meglio il perché dell’aumento dell’inflazione e di quella che domani, forse, sarà la futura crisi finanziaria. L’Italia, infatti, rischia più di altri di dover pagar pegno ed essere presa di mira dagli speculatori, ma le colpe di tutto non ricadono solo sui soliti indiziati e vanno ricercate nel passato del Bel Paese e nelle congiunture col presente.

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Sono bastate una manciata di gaffe e il sovrapporsi di tre congiunture per rendere evidenti le ipocrisie che per anni hanno accompagnato la politica della UE e dei singoli Stati ad essa aderenti. Nessuno, infatti, neppure la Germania, è esente dall’aver contribuito a creare quella tempesta finanziaria che tra qui e il prossimo inverno rischia di scatenarsi sui mercati del Vecchio Continente. Tempesta di cui un assaggio c’è già stato in questi mesi, con l’impennata dell’inflazione dal lato dell’offerta e la necessità di intervenire con l’incremento dei tassi da parte della Bce, per arrestarla, con la conseguenza che gli spread, soprattutto di Paesi indebitati come l’Italia, sono schizzati alle stelle, per poi riscendere.

La miopia legata all’uso del gas e gli effetti del cambiamento climatico

Per comprendere l’evolversi dell’attuale quadro macroeconomico, in cui geopolitica e politiche locali hanno un ruolo importante, occorre ritornare allo scorso inverno e più precisamente a Glasgow, quando i grandi della Terra hanno affrontato la realtà dei fatti: non esiste un pianeta B e i cambiamenti climatici esistono per davvero. Già, perché sino al 31 Ottobre del 2021 l’esigenza di dover contenere le emissioni di CO2 era sì presente, ma non pressante (come evidenziato dal grafico).

Fonte: Nature

L’idea generale, concordata a Parigi e ripresa a Glasgow, è quella di interrompere l’ascesa delle emissioni di CO2, ma non prima che ciò sia conveniente ai mercati. Il carbone, ad esempio, responsabile dell’80% delle emissioni di CO2 del comparto energetico, almeno nell’Ue, sta certamente subendo continue riduzioni, ma al suo posto è subentrato il gas. Dagli anni ’90 ad oggi i Paesi dell’Ue hanno infatti scelto di incrementare la quota di gas importato quale sostituto meno clima alterante rispetto al carbone (producendo il 40% di CO2 in meno) e per tanto, esso è stato inserito nella tassonomia verde europea.

Fonte: Eurostat

Ma il gas è davvero così verde come si dice? Secondo le commissioni europee chiamate a decidere, per ora no. Come riportato da Domani, in un articolo a firma di Francesca De Benedetti, le critiche al gas non sarebbero arrivate solo dagli ambientalisti oltranzisti e radical chic (come li ha definiti Cingolani), ma persino da JP Morgan, Goldman Sachs e dallo stesso Eu Technical Expert Group che ha stilato il dossier tecnico per la commissione europea. “La notte di Capodanno – scrive De Benedetti – è filtrato il piano di Bruxelles: dare l’etichetta verde a gas e nucleare, proprio come da accordo fra i governi. Il parere negativo espresso dalla Piattaforma sulla finanza sostenibile, che raccoglie componenti come l’Institute for European Enviromental Policy, ma pure la Banca Europea degli Investimenti (Bei), mondo della scienza e degli investimenti, non ha fermato Ursula von der Leyen, che a febbraio, ignorando qualche voto contrario e astensione nel suo stesso collegio di commissari, è andata dritta per quella strada.” Ora il Parlamento europeo potrebbe riscrivere la tassonomia, visto che alla crescente fronda dei sempre contrari al gas si è ora aggiunta quella di coloro che intravedono nel combustibile fossile la mano finanziaria di Putin (e questo persino tra i membri del PPE).

Ed è qui che si palesa la prima congiuntura e relativa ipocrisia: di fronte al riscaldamento globale si è scelto di continuare a investire su energie fossili perlopiù presenti in Paesi dai profili anti-democratici, ed oggi, nonostante i dati sul clima non incoraggianti e le ipocrisie sui conti in rubli, la scelta di molti Paesi dell’Ue resta la stessa: più gas per tutti. Nonostante ogni nuovo giacimento di gas rappresenti un chiodo sulla bara della specie umana, si continua a cercare gas e stringere accordi con Paesi non allineati ai valori Occidentali ed in primis al concetto base di democrazia.

I colli di bottiglia e lo shock dal lato dell’offerta

Tuttavia, così come una rondine non fa la primavera neppure una singola congiuntura è sufficiente a spiegare la tempesta che attende i mercati. Guerra e clima sono certamente impattanti, a maggior ragione oggi, sulla scia dei tagli delle forniture di gas da parte di Gazprom, ma è una seconda congiuntura ad aver dato il colpo decisivo. Con l’avvento della pandemia di Sars-Cov2 si era interrotto quel flusso di merci e persone che ha permesso alla globalizzazione di marciare e trascinare con sé le economie mondiali. Di fatto, dalla fine del 2019 sino a quando le strategie di contenimento messe in atto da vari Paesi del mondo non hanno iniziato a dare gli effetti sperati, la globalizzazione e con essa il modello produttivo del Just in Time, hanno smesso di correre. È stato grazie ai vaccini e alle policy di contenimento del virus che la Cina e gli States hanno ripreso a marciare, trascinando poi con loro il resto del mondo, come mostra l’indice delle Commodities elaborato da Bloomberg; dal quale si evince come il 2021 sia stato l’anno migliore di sempre, persino del 2011 post Grande Recessione.

Fonte: Bloomberg

Ma le cose non sono mai così semplici. E se da un lato è vero che la fine della pandemia ha portato ad un miglioramento delle condizioni economiche, dall’altro i prezzi dei beni sono aumentati così tanto da rendere più instabile la ripresa economica. Ma cosa significa?

Gli economisti di tutto il mondo si interrogano sul perché i prezzi siano aumentati tanto: il ragionamento più semplice è che l’uscita dalla pandemia abbia spinto i consumatori a domandare sempre più massicciamente prodotti e spingere così in alto l’inflazione. In politica monetaria, questa inflazione viene definita “positiva” ed è un buon segno per la ripresa del benessere della società: più domanda uguale più consumi, più lavoro, più stipendi. Ma non è invece da mettere nel cassetto l’eventualità che questo aumento dei prezzi sia stato dovuto principalmente ad un livello di offerta troppo basso, minore della situazione pre-pandemia, a parità di domanda dei beni. È come dire che lo stesso prodotto post pandemia abbia subito un aumento di prezzo perché i produttori ora non sono più in grado di produrlo al prezzo di un tempo. E questa viene definita inflazione “negativa”, poiché rappresenta un freno all’economia: in questo caso, infatti, più inflazione significa meno domanda, meno consumi, meno occupazione e quindi salari ridotti. Scritto più semplicemente: uno shock sui prezzi dal lato dell’offerta aumenta l’inflazione e diminuisce la produzione (generando poi la stagflazione).

E noi oggi dove ci troviamo? Prima dell’inizio della guerra, le principali banche centrali erano convinte che si trattasse effettivamente di un aumento dei prezzi ambivalente, quindi in grado di colpire sia il lato della domanda sia il lato dell’offerta, con l’attenuante che quest’ultima manifestazione si sarebbe poi sgonfiata una volta che le produzioni avessero recuperato le condizioni economiche pre-Covid. Ma la guerra ha fatto il suo ingresso, e con lei il conflitto commerciale tra super potenze. La Russia è stata colpita da pesanti sanzioni commerciali che di riflesso hanno certamente avuto un effetto sulle nostre economie. Ma soprattutto, è stata la risposta di Mosca a creare più insofferenza al già fragile equilibrio di domanda ed offerta: come abbiamo scritto, l’economia occidentale si basa prevalentemente sull’uso di gas e petrolio per far funzionare la produzione ed è chiaro che se esso viene tagliato, l’offerta di beni subisce un grosso ridimensionamento, che poi si traduce in un aumento (in chiave “negativa”) dei prezzi. Ed è così che in Europa e negli USA, si sono impennati i prezzi dei beni al consumo, soprattutto delle materie prime, come il gasolio, facendo schizzare le previsione dell’inflazione e preoccupare le banche centrali, tanto da spingerle a rivedere le loro politiche sui prezzi.

Si palesa poi una differenza tra gli Stati Uniti e la UE: i primi, a prescindere dalla loro miglior capacità di attutire i colpi grazie ad un mercato del lavoro più elastico (non per forza socialmente migliore), hanno l’asso nella manica per non far andare completamente fuori controllo l’aumento dei prezzi. Infatti, gli Stati Uniti sono tra i più grandi esportatori di gas e possono quindi sopperire alla crisi energetica più facilmente degli europei che sono poverissimi di materie prime fossili. Un’altra prova della cecità del Vecchio Continente di non aver investito prima su modalità alternative di approvvigionamento di energia.

La congiuntura italiana

Una volta analizzate queste due congiunture e i limiti delle politiche attuate per porvi rimedio, occorre rivolgere lo sguardo ai mali del nostro Bel Paese. L’Italia, infatti, e in special modo la sua classe dirigente, ha tracciato un solco che dagli anni ’80 ad oggi espone la nostra economia alle turbolenze dei mercati. D’altro canto, come raccontano i dati di Banca d’Italia, il debito pubblico del nostro Paese è cresciuto nonostante l’assenza di crisi economiche globali, tanto che nel 1993 aveva già toccato il 120% del Pil. C’è poi stata un’opera di revisione dei conti, con l’avvento dell’euro, ma di fatto non si è più scesi sotto quota 100% è da questa incapacità di riassorbire le risorse erogate dallo Stato (a stimolo dell’economia nazionale) che è iniziato il declino dei conti pubblici.

Il ciclo economico, così come previsto sia dagli studi classici, sia da Keynes stesso, prevede infatti dei momenti di recessione di fronte ai quali si rende necessario l’intervento pubblico per riequilibrare una domanda che non trova più allineamento all’interno del mercato e questo lo si è visto sia durante la Grande Recessione, sia oggi con la crisi pandemica. Lo Stato quindi spende, facendo deficit, per evitare il tracollo e la sofferenza tra le fasce della popolazione più svantaggiate introducendo sussidi e stimoli all’economia. Tuttavia, in assenza di un risanamento dei conti pubblici, da effettuarsi nel successivo boom, ci si espone poi alle speculazioni del mercato. E’ sempre la storia della cicala e della formica.

Draghi, quando era a capo della Bce, aiutò gli Stati con un debito pubblico elevato grazie al famoso whatever it takes: tradotto, se il debito dello Stato sul mercato fosse stato allocato a tassi d’interesse troppo elevati, lo avrebbe comprato la UE. Una cosa simile era successa col Pepp durante la pandemia, ma ora, complici le due congiunture descritte in precedenza, la politica monetaria deve fronteggiare l’inflazione attraverso un aumento dei tassi e col rischio di soffocare la crescita.

E di fronte a questo aumento dei tassi i Paesi maggiormente indebitati (e che negli anni hanno dimostrato di non saper rientrare del proprio debito), oggi pagano pegno e più di altri. In tal senso è interessante il caso del Portogallo, che come racconta Luciano Capone sul Foglio, “Di fronte all’aumento dell’inflazione, agli evidenti segnali di rallentamento nell’Europa centrale e orientale e alla prospettiva di tassi d’interesse più elevati – diceva meno di un mese fa il ministro delle Finanze portoghese – non possiamo permetterci di introdurre un fattore di rischio aggiuntivo”. L’obiettivo di Medina è sostenuto dal suo predecessore e ora governatore della Banca centrale portoghese, Mário Centeno, secondo le cui proiezioni il rapporto debito/pil del Portogallo scenderà al di sotto di quello di Francia, Spagna e Belgio entro il 2025, per arrivare al 104 per cento nel 2027, 30 punti in meno rispetto al picco del 2020 (135 per cento).” In Italia, invece, i piani di rientro del debito sono assai più graduali e già oggi c’è chi invoca persino un nuovo scostamento di bilancio e la sospensione ad libitum del Patto di Stabilità.

Lo spread: la fotografia di un Paese

Esiste quindi un dato che ad oggi mostra, in tutta la sua plasticità, gli effetti delle tre congiunture sin qui descritte è quello dello spread italiano.

L’incremento del differenziale tra Btp e Bund inizia nel novembre del 2021, a margine degli accordi di Glasgow e all’indomani dell’affermarsi dei colli di bottiglia ed illustra come l’Italia rappresenti, soprattutto a causa dell’incapacità di riformare settori a rendita e di rinnovarsi, la preda ideale per chi intenda speculare. Il lavoro dello speculatore di fatto è proprio questo, trovare Paesi in crisi e agire fino a quando qualcuno non interviene, in questo caso la Bce con lo scudo anti-spread e Christine Lagarde con le sue parole.

Tuttavia, sperando sempre che la Ue intervenga risolutamente e tempestivamente, le colpe dell’attuale situazione economica italiana vengono da più lontano e investono soprattutto una classe politica incapace di fare riforme e impreparata di fronte alle emergenze. Si può quindi cercare di addossare tutte le responsabilità dei mali italiani a Greta Thunberg e agli ecologisti che vogliono salvare il mondo, oppure all’Europa che impone vincoli di bilancio e politiche a vantaggio della Germania, ed infine alle autocrazie, dapprima quella cinese e poi quella russa col Covid e il ricatto del gas. Ma sarebbe assai più saggio guardarsi allo specchio, leggere i dati che mostrano decenni di sperperi e di clientelismo, per poi individuare i mali della politica ed infine quelli degli elettori che scelgono sempre chi promette loro l’uovo oggi, senza però spiegare che così domani non ci sarà mai nessuna gallina.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci