Nein! Un bicchiere mai pieno

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Nein! La svolta tanto attesa, ed invocata ormai 8 mesi fa dal dimissionario governo Draghi, è stata sonoramente stroncata dai vertici europei. Si dovrà dunque attendere sino al 6 ottobre per sapere se ci sarà o meno un price cap al tetto del gas e ciò dovuto al veto imposto dall’Ungheria, dalla Slovenia, dall’Austria, dai Paesi Bassi, dalla Repubblica Ceca e infine dalla Germania. Inutile dirlo, a pesare maggiormente è stato il dissenso di quest’ultima, la quale teme il blocco totale di qualunque fornitura di gas russo e con essa uno stop della propria industria, un aumento della disoccupazione e il rischio di tensioni sociali: in breve, no gas, no Pil. Di fronte a questa decisione gli osservatori economici si sono divisi in due blocchi, quello degli ottimisti da una parte e dei pessimisti dall’altra.

Dalla parte degli ottimisti

Chi nonostante tutto continua a vedere il bicchiere mezzo pieno confida nella razionalità degli attori economici e nelle aspettative, si spera positive, del mercato (le quali, almeno al momento, riemergono puntualmente nelle analisi statistiche). Dal lato razionale, l’idea che in breve tempo la Russia possa reindirizzare i propri gasdotti verso la Cina e l’India, così come si potrebbe fare con la canna per irrigare il giardino, risulta priva di fondamento. Da ciò ne consegue che senza l’Europa a spingere la domanda, al gas russo non resti che venir bruciato in Siberia (come già avviene) per mantenere la stabilità dei giacimenti. Sempre in quest’ottica, è ritenuto altrettanto assurdo che l’establishment russo continui nell’autoflagellazione della propria economia, la quale registra un calo del Pil a doppia cifra. Certo, c’è chi, soprattutto in Italia, dirà che tutto sommato poteva andare peggio e che quindi le sanzioni funzionino poco, il realtà il quadro è più complesso. La Russia sta letteralmente facendo di tutto per mantenere stabile la propria economia e ci riesce grazie a importazioni ridotte e maggiori entrate dal comparto commodities (grano, gas, petrolio, fertilizzanti ecc.). Tuttavia, proprio le scarse importazioni fanno presagire un venturo collasso della produzione interna, dovuto principalmente alla difficoltà nel reperire componenti ad alto contenuto tecnologico, ormai da anni in outsourcing (come, ad esempio, le turbine della Siemens per i gasdotti). Certo, se Atene piange Sparta non ride e l’attuale inflazione europea (trainata soprattutto dal comparto energetico, oltre che dai colli di bottiglia) n’è la prova; ma al momento dire chi, tra Ue e Russia, spunterà partita non è facile.

Un altro elemento a favore degli ottimisti è quello che riguarda il livello di stoccaggio delle riserve di gas nazionali, a cui si sta ora accompagnando una politica di risparmio energetico e la solidarietà promossa in seno all’Ue. Il governo Draghi, infatti, ha appena approvato il piano di risparmio energetico nazionale, che entro poche settimane dovrebbe essere reso operativo, il quale prevede che il riscaldamento si accenda più tardi, resti in funzione un’ora in meno e si abbassi di un grado per l’intera stagione invernale. Insieme a queste misure il Ministero della Transizione Ecologica ha ha fornito anche i numeri sull’approvvigionamento alternativo per evitare eventuali shock causati dallo stop al gas russo; come ad esempio la massimizzazione della produzione a carbone e a olio delle centrali già esistenti e regolarmente in servizio, che contribuirà da solo (per il periodo 1° agosto 2022 – 31 marzo 2023) a una riduzione di circa 2,1 miliardi di metri cubi di gas.

Le stime sull’impatto di tutte le misure di contenimento previste dal Mite porteranno ad un potenziale risparmio di circa 5,3 miliardi di Smc di gas, conteggiando anche la massimizzazione della produzione di energia elettrica da combustibili diversi dal gas (circa 2,1 miliardi di Smc di gas) e i risparmi connessi al contenimento del riscaldamento (circa 3,2 miliardi di Smc di gas), cui si aggiungono le misure comportamentali da promuovere attraverso campagne di sensibilizzazione degli utenti ai fini di ottonere un atteggiamento più virtuoso nei confronti dei consumi. Attualmente, e come già anticipato, il piano di stoccaggio nazionale di gas in vista del prossimo inverno (quale potenziamento dalle misure anticrisi energetica approvate successivamente alla guerra in Ucraina) procede puntualmente. Al primo settembre 2022 gli stoccaggi erano all’83%, in linea con l’obiettivo di riempimento superiore al 90%.

A questa lettura ottimistica del presente si accompagna a braccetto anche l’ultimo report trimestrale dell’Istat che vede un’economia italiana non ancora duramente colpita dalla crisi energetica, anzi, i dati riportati nel report sono tutt’altro che negativi. Nel secondo trimestre del 2022 il Pil nazionale è aumentato dell’1,1% rispetto al trimestre precedente e del 4,7% nei confronti del secondo trimestre del 2021. La variazione quindi acquisita per il 2022 è pari a +3,5%. Rispetto al trimestre precedente, invece, tutti i principali aggregati della domanda interna sono in ripresa, con un aumento dell’1,7% sia dei consumi finali nazionali, sia degli investimenti fissi lordi. Infine, le importazioni e le esportazioni sono aumentate, rispettivamente, del +3,3% e del +2,5%.

Il bicchiere mezzo vuoto e la crisi in arrivo

Chi invece vede il bicchiere mezzo vuoto legge i dati del momento come l’annuncio dell’imminente recessione. Goldman Sachs, ad esempio, ha previsto un aumento dei costi energetici europei, a partire dall’inizio del 2023, per un importo di 2 trilioni di dollari, pari al 15% del Pil europeo (e lo scenario migliore, nel peggiore si parla 4 trilioni e del 30% del Pil). Dal punto di vista del consumatore ciò si tradurrebbe con un aumento mensile delle bollette pari a 500€ (nel migliore degli scenari) e di 590€ nel peggiore. Considerando l’affitto, una macchina e l’inflazione che divora il potere d’acquisto, anche uno stipendio medio rischia di non essere più uno scudo efficace contro il caro vita. Sempre per restare in tema aumenti, anche Confartigianato ha annunciato che col caro energia sono a rischio 881.264 micro imprese e quindi 3.529.000 di posti di lavoro. Già ora le bollette stanno mettendo in ginocchio le imprese, soprattutto quelle energivore, che poi sono quelle che forniscono i materiali per la trasformazione degli altri prodotti. Un esempio esplicativo è quello delle vetrerie che devono mantenere accesi i forni e il cui vetro serve per praticamente di tutto, dalle bottiglie per il vino ai barattoli per la conserva. Infine, ad annunciare che il canarino in miniera è prossimo alla morte, si è aggiunta anche l’agenzia di rating Fitch, la quale stima che con un flusso di gas russo pari al 20% (sempre miglior scenario) si avrà un effetto negativo sul Pil tedesco pari al 3% e su quello italiano del 2,5%.

Che cosa succederà nei prossimi mesi?

Chi ha ragione? Lo si vedrà solo col tempo, ma due sono gli aspetti che devono far riflettere. Il primo, come ha ammesso la stessa Lagarde, è che la Bce ha sbagliato le proprie valutazioni circa l’impatto del Covid e della guerra in Ucraina sull’inflazione. Come riportato dall’agenzia Ansa, Lagarde ha affermato che “Abbiamo fatto degli errori nelle previsioni sull’inflazione, come tutte le istituzioni internazionali, come molti economisti, perché è virtualmente impossibile prevedere e includere nei modelli il Covid, la guerra in Ucraina, il ricatto sull’energia. Me ne assumo la colpa perché sono il capo dell’istituzione; aggiungendo poi, “Abbiamo fatto errori, abbiamo capito le cause, e vi posso assicurare che lo staff aggiorna costantemente, integra quello che finora non era stato preso in considerazione”.

Il secondo, invece, riguarda il fatto che la moneta (l’euro) e il mercato (Ttf) restano preminenti rispetto alla crescita. L’euro continua infatti a oscillare sulla parità col dollaro e in questi ultimi tempi è sceso addirittura sotto. I motivi sono tanti: crisi ucraina, crisi energetica, tassi d’interesse ancora bassi. E se da un lato una moneta debole permette di agevolare le esportazioni, dall’altro il rovescio della medaglia è presto detto: l’import subisce un colpo molto forte. E se il mercato (Ttf) dove il gas viene scambiato rimane a livelli estremi, il risultato di questa addizione è presto detta. D’altra parte, per apprezzare la moneta (anche se si ricorda che non fa parte degli obiettivi della BCE) occorre aumentare i tassi, come ha fatto Francoforte l’altro giorno per bloccare l’inflazione. Ma come si sa, un aumento dei tassi significa costo del denaro più alto, mutui più cari, rischio paralisi economica. La via è stretta, non vi è dubbio. Ma sta alla politica fiscale, non a quella monetaria, trovare una soluzione efficace per edulcorare l’impatto economico della crisi.

A conti fatti l’accoppiata tra questi due elementi (poiltiche monetarie e modelli previsionali) rischia di complicare ulteriormente la situazione dei ceti meno abbienti, soprattutto se accompagnata dalla cecità nei confronti della lettura geopolitica del momento storico. D’altronde, come sostengono da mesi Fabbri e Caracciolo, il popolo russo vive di gloria immateriale: se il blocco del gas si renderà strategico non ci sarà valutazione economica e/o razionale che possa impedire alla Russia di continuare la sua azione di stop all’occidente.

Difficile sapere come andrà a finire ed ancor più difficile è sapere quando la crisi potrà finire. L’Europa ha di fatto scelto una via etica di grande valore: sanzionare la Russia per aver invaso uno Stato straniero. Ma gli stati europei saranno altrettanto pronti a scontare una crisi economica quasi inevitabile per i loro ideali?

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

In gas veritas. Come nasce la dipendenza dal gas russo e dove ci porterà

Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito maggiormente? Con l’aumento dei prezzi del gas, dovuti sia al disallineamento tra domanda e offerta (blocco dei gasdotti russi) sia alle speculazioni borsistiche (Ttf), è partito l’ormai classico scarica barile tra le forze politiche. Dapprima ad attaccare è stata la destra, con Berlusconi, che dalle colonne del Corriere ha rivendicato i successi dei suoi governi, da qui il contrattacco da sinistra. Ma di chi è davvero la responsabilità?

Le accuse della destra

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (il 31 Agosto), Silvio Berlusconi ha dichiarato: «Con il mio ultimo governo, all’inizio del 2011, avevamo ridotto la quota del gas russo al 19,9 per cento. Tre anni dopo, all’inizio del 2014, con il governo Letta la dipendenza dalla Russia era salita al 45,3 per cento: più del doppio. Con il governo Conte nel 2019 ha raggiunto il livello record del 47,1 per cento». I dati riportati dal Cavaliere sono imprecisi, come dimostrato dalla ricostruzione di Pagella Politica, ma nel complesso dicono il vero. La dipendenza da Gazprom ha effettivamente ripreso a correre molto velocemente dopo la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, anche se una tendenza all’aumento era già in essere nel 2011, con le importazioni al 27% e non il 19,9% (un dato questo, relativo al 2010).

Imprecisioni a parte, è stato sufficiente il grafico delle importazioni per fornire ad Affari e Verità la possibilità di lanciare una stoccata al Pd Lettiano, inferta per mezzo di un articolo a firma di Franco Bechis. Quest’ultimo ripercorre le tappe del post-berlusconismo rintracciando uno per uno i responsabili dell’aumento delle importazioni: Monti e Letta (i più visibili), giungendo infine a Prodi (il regista occulto). Scrive il direttore di Affari e Verità: “è stato il professore di Bologna – Prodi – a preparare il cammino per lo sfondamento di Gazprom in Italia”. Ma come? Attraverso incontri privata e bilaterali. “Ai primi di gennaio – racconta Bechis – del 2014 Gazprom rese pubblici i suoi dati di bilancio, spiegando con soddisfazione di avere aumentato l’export verso la Ue del 20%. Ma la gemma di quel rapporto era stata proprio l’Italia di Letta (e forse di Prodi): l’export di gas verso Roma era cresciuto del 68%, più di tre volte la media europea”. La ricostruzione di Bechis collima con le parole di Berlusconi e col grafico sull’andamento delle importazioni, ma elude le ragioni sottostanti a quegli accordi.

Ciò che la destra non dice sul gas russo

Il primo grande escluso dal dibattito sul gas è il contesto geopolitico. Negli anni in cui si è scelto di affidarsi a Gazprom, nel nord d’Africa si stava via via diffondendo quella che poi verrà chiamata la primavera araba. Tunisia, Egitto, Libia e Yemen erano attraversate da proteste civili, molto violente, le cui ragioni erano sia economiche (l’inflazione aveva raggiunto livelli allarmanti, colpendo i generi alimentari e quindi soprattutto le fasce più deboli), sia politiche (con la richiesta di maggiore democrazia). Si temeva il tracollo delle autocrazie e con esse dei contratti con le aziende del comparto energetico, così ci si guardò attorno, verso altri partner. Il problema è che già all’epoca, come riportato da Formiche.net, la Russia possedeva ambizioni geopolitiche tutt’altro che innocue: nel 2009, Gazprom (per mano del governo) aveva iniziato quello che oggi potremmo definire come l’incipit della guerra in Ucraina, ponendo uno stop arbitrario alle industrie ucraine. Come riportato da Marco Mayer “In Europa si reagisce avviando un processo di diversificazione dei paesi di provenienza per ridurre la dipendenza dal gas russo. In Italia (e in Germania) NO”. Questa difformità rispetto alle mosse degli altri membri dell’Ue può essere spiegata, come fa Mayer, studiando la ramificazione di Gazprom a seguito delle liberalizzazioni che hanno coinvolto l’Italia dell’epoca. “A partire dal 2008 – scrive Mayer –  Gazprom raggiunge un accordo per l’acquisto di ENIA, sigla una intesa con A2A GazpromBank e GazpromExport  assumono il controllo di un importante gruppo di trading: Centrex”.

Responsabilità negate: l’azione geopolitica della Russia di Putin

A conti fatti nessun governo può dirsi né dalla parte della ragione, né da quella dei diritti, ed è quest’ultimo punto a ferire maggiormente. Già nel 2009 la Russia aveva dimostrato di considerare l’Ucraina un ostacolo, tanto da inficiarne le capacità produttive, e nel 2014 diede l’avvio alla guerra del Donbass, eppure, in entrambi i casi, l’Italia continuò ad approvvigionarsi da Gazprom con volumi via via più consistenti. Ma perché? Una risposta a questa domanda la fornisce Stefano Silvestri, Presidente dell’Iai e direttore di Affari Internazionali, che intervistato dal Riformista non lascia scampo a chiunque provi a scansare le responsabilità sulla dipendenza dal gas russo. “Abbiamo cercato di andare d’accordo con tutti, facendo del cerchiobottismo la cifra del nostro agire in politica estera. E quel poco o tanto che si è fatto è andato via via scemando fino a scomparire […] c’è una politica dell’ENI, come al solito e giustamente, ma poi il vuoto. E come dare torto a Silvestri? In politica estera l’Italia segue la direzione di un’azienda privata, che ha i suoi interessi specifici, e poco altro; prova ne è il fatto che l’ultimo Ministro degli Esteri è stato Luigi di Maio. Se chiunque può dirigere la Farnesina, meglio ancora se tecnico (come sostenuto da Silvestri), allora vuol dire che la politica italiana in campo estero non esiste.

Per decenni si è lasciato che il piano inclinato facesse il suo corso, senza che Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, provassero ad invertire la rotta, anzi. Si dirà che in un governo di coalizione è difficile imporre cambi di passo radicali, oppure che servono anni per anche solo avviare un processo di diversificazione; eppure, il governo Draghi, in soli quattro mesi, ha fatto quello che chi era venuto prima di lui semplicemente non aveva il polso di fare; per inciso, la Russia non è diventata un’autarchia dal 2022.

La conseguenza del cerchiobottismo italiano

Le certezze sono entità sdrucciolevoli, perché quando si pensa di poter far affidamento su di esse svaniscono lasciando solo il vuoto dell’ignoto. Tuttavia, alla luce di quanto emerge oggi, è possibile fare qualche ipotesi molto simile a una certezza.

La prima è che la crisi inflazionistica che sta colpendo l’Ue sia differente da quella a stelle e strisce. Negli States l’inflazione galoppa, ma gli indicatori macroeconomici mostrano comunque una ripresa sufficientemente forte da poter assorbire un incremento di tassi più ampio di quello già messo in campo dalla Fed. Come ha scritto l’economista Alessandro Penati, su Domani, a luglio negli Stati Uniti c’erano due offerte di lavoro per ogni disoccupato, le imprese (dell’S&P 500) avevano già iniziato a far fronte all’inflazione trasferendo i costi aumentando il margine operativo lordo e soprattutto, grazie allo scisto, petrolio e gas non hanno mai rappresentato un problema (salvo sul piano ambientale…). Per Penati, se l’Ue “segue la Fed (nel rialzo continuo dei tassi) la recessione non è più un rischio, ma una certezza” e visto che il Tpi (lo scudo anti-spread) non è ancora mai entrato in funzione, non si sa come si comporteranno i mercati nei confronti del debito italiano.

La seconda certezza riguarda il fatto che nessun Paese possa davvero salvarsi da solo, un concetto questo, che fatica a giungere a destinazione. Vista la lentezza nell’approvare il debito comune europeo, negato durante la Grande Recessione, è difficile che una soluzione europea arrivi in tempo utile per salvare le imprese già adesso in ginocchio. Purtroppo, ad oggi l’Ue marcia ancora divisa sul fronte energetico, ci sono sì degli spiragli, come il tetto al prezzo del gas e lo scorporo dell’energia rinnovabile da quella prodotta col fossile sul Ttf, ma è ancora tutto avvolto da eccessiva vaghezza e lentezza. Occorre poi considerare che per gli esperti del settore energetico, Tabarelli (di Nomisma) e Scaroni (ex A.D. di Eni), il tetto al prezzo del gas è fantascienza. Lo scorporo delle fonti energetiche sul Ttf, invece, rischia (soprattutto se accoppiato a uno stop delle quote di emissione, ETS) di rallentare l’avanzata delle rinnovabili. Oggi, infatti, ci si stupisce del fatto che gas ed eolico vengano quotati allo stesso prezzo, ma come riportato anche dal Corriere della Sera, questo meccanismo in passato ha favorito l’espansione delle rinnovabili; quando il loro costo di realizzazione era sconveniente rispetto al fossile. Anche se però è corretto sostenere che, in questo periodo transitorio di alto livello dei prezzi dovuti a tensioni geopolitiche piuttosto che ad aumenti di costi di produzione, il prezzo delle energie rinnovabili debba essere sganciato da quello delle energie fossili, così da evitare una speculazione redditizia per le industrie ed onerosa per la società.

La terza certezza riguarda proprio l’inverno che ci attende. Il riempimento delle riserve di gas non ci salverà da un’ipotetica, ma assai verosimile, chiusura totale di Nord Stream e non lo faranno neppure i contratti stipulati dal governo Draghi negli ultimi mesi. Quest’ultimi purtroppo diventeranno operativi solo col tempo, mentre le riserve di gas servono perlopiù per coprire i picchi di richiesta e non per sopperire in toto alla domanda energetica interna del Paese. Un dato confermato anche dalle parole di Benjamin Moll, professore di economia alla London School of Economics, il quale ha detto “è utile avere uno stoccaggio di gas pieno, ma anche se è pieno, dovremo ridurre la domanda”. Come riportato da Palombi, sul Fatto Quotidiano, la Germania non ha solo riempito le proprie riserve, ma ha anche ridotto i consumi, con l’obiettivo di fare a meno del 20% della domanda interna entro l’autunno. In Italia, invece, non si considera credibile uno stop totale delle forniture russe e pertanto si è scelto per il momento di non ridurre i consumi, che nei primi sei mesi del 2022 sono scesi di solo il 2%, contro il 15% della Germania. Anche se ad oggi qualcosa in più si sta facendo. Esiste infatti una proposta del governo di ridurre fino a 2 gradi e di un paio d’ore l’uso del gas nelle abitazioni. Un sacrificio non oneroso tecnicamente, ma politicamente scomodo da sostenere in campagna elettorale e per questo scansato dai leder politici.

Si dice che errare sia umano, mentre perseverare sia diabolico. Ecco, forse questa è la cifra che descrive il panorama politico italiano dove lo sport nazionale, lo scarica barile, impedisce di cogliere l’immobilismo della classe dirigente che negli anni ha ignorato il problema energetico perché priva di una qualsivoglia agenda geopolitica.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

L’economista in prestito, la Politica in debito – Il governo Monti

In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto gestire l’enorme debito pubblico italiano, che dagli anni ’80 in poi accompagna ogni esecutivo e ne condiziona le scelte. E tutte le volte che è stato istituito un governo tecnico, a guidarlo c’era sempre un’economista, prima Ciampi (’93), poi Monti (2011) e ora Draghi (2021), e c’è addirittura chi oggi ipotizza in futuro un ritorno di Tremonti a Palazzo Chigi e di Cottarelli in Regione Lombardia. Ma perché la politica italiana si lascia commissariare dall’economia e quali sono gli effetti dell’alternanza tra governi tecnici e partitici?

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L’alternanza tra i governi politici e quelli tecnici è stata la vera protagonista della stagione della seconda repubblica italiana. Negli ultimi trent’anni, queste due categorie di esecutivi si sono rimpallati l’amministrazione dello stato centrale con buona pace degli amanti dei governi stabili. Infatti, nonostante una iniziale propensione al sistema elettorale maggioritario, dal 1992 ad oggi si sono succeduti ben 19 governi di tutti i tipi e di tutti i colori. Ed a puntellare, o sarebbe meglio dire soccorrere, questa lunga stagione politica si sono succeduti almeno quattro governi tecnici presieduti non da politici di professione ma da economisti di fama anche internazionale: Dini, Ciampi, Monti, Draghi. Personalità “prestati” alla politica per colpa della politica; un climax ascendente di personalità tanto desiderate e volute per risolvere i problemi di una classe dirigente incapace di guidare il timone della nazione senza andare a sbattere, quanto scaricate velocemente una volta concluso il lavoro sporco. Sarebbe semplicistico demonizzare completamente il perimetro attorno a questi governi tecnici, quanto, allo stesso modo, idolatrare senza riserva degli esecutivi anomali (forse non così tanto?) che hanno solcato il terreno della Storia politica recente. Ad ogni modo, un’analisi sul come i governi tecnici si siano inseriti nella gestione dell’affare pubblico ed un paragone sulla loro gestione rispetto a quella dei governi politici contemporanei, può essere interessante e certificare un approccio diverso alle sfide quotidiane della nazione. È chiaro che ogni esecutivo rappresenti un unicum, così come un fiocco di neve non si distingue da un altro, e che quindi le sfaccettature possano essere molteplici e di infinita riflessione, ma è comunque possibile tracciare una rotta affidandosi a una qualche stella polare, individuando dei target precisi da cui suggere per capire il comportamento del Tecnico rispetto a quello del Politico.

In un paese, come l’Italia, dove il debito pubblico è stato, ed è tutt’ora, il problema finanziario principale, dal quale a cascata ne discendono altri di valore economico, sociale e politico, un’analisi di come i governi tecnici si siano comportati, rispetto a quelli politici, nell’affrontare l’aumento del debito e del deficit è quindi, con le dovute cautele e approssimazioni, uno strumento adeguato per scoprire la visione del Politico e quella del Tecnico.

In questa prima ricerca, approfondiremo il caso del governo Monti, un esecutivo nato sulle ceneri dell’ultimo governo Berlusconi, quando il Belpaese era tecnicamente sull’orlo del baratro finanziario.

Il 16 novembre del 2011, l’ex rettore dell’università Bocconi di Milano venne nominato presidente del consiglio da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dal punto di vista politico, questo governo ebbe il sostegno parlamentare più largo della storia repubblicana: solo Lega e Italia dei Valori sedettero negli scranni dell’opposizione. Nella società civile l’arrivo di Monti venne segnalato come una manna dal cielo. I giornali, anche i più polarizzati, segnalarono una svolta nel modo di fare. Scriveva, per esempio, Pretini su Il fatto Quotidiano: Sul rigore difficile trovare passaggi a vuoto. Il governo ha impiegato una manciata di settimane per riformare le pensioni sulle quali nei diciotto anni precedenti sono caduti almeno un paio di governi.” Ma anche esponenti della Lega Nord stessa (all’epoca si chiamava ancora così) celebravano alcuni provvedimenti del governo Monti. Diceva, per esempio, Giorgetti nel 2011 in Parlamento: “Il pareggio di bilancio è funzionale, in una prospettiva di medio periodo valida per tutti i Paesi dell’euro, ad assicurare il rispetto dei parametri europei in termini di deficit e debito pubblico.” Insomma, parole d’oro nei confronti dell’esecutivo non scarseggiavano e anche presso chi avrebbe potuto semplicemente criticare e basta. Tuttavia, alla fine della legislatura (e pure negli anni a seguire) il governo Monti è stato ripetutamente demonizzato e additato come responsabile della crisi economica del biennio 2012-2013, oltre che per la Riforma Fornero, la Legge Severino ma soprattutto l’aumento delle imposte in un periodo di crisi economica, con risultati (secondo i detrattori) pessimi per il sistema Italia. Matteo Renzi, per esempio, diceva: “La cultura dell’austerity ha visto aumentare il numero di famiglie in povertà, un PIL negativo e crescere le disuguaglianze. E paradossalmente in quegli anni il rapporto debito-Pil è peggiorato perché senza crescita il debito sale, sempre.” Come si usa dire in questi casi, una storia d’amore giunta alla frutta fin troppo presto, forse anche a causa dell’errore politico di Mario Monti di “salire in campo” (come amava dire lui per distinguersi da chi “scese”) togliendo chiaramente spazi alla politica tradizionale. Sta di fatto, che oggi, nei salotti dei partiti si fa fatica a trovare un esponente che celebri il mandato di Mario Monti a guida del governo tecnico del 2011, nonostante buona parte di questi personaggi lo abbiano appoggiato per lungo tempo.

Vediamo ora però più nel dettaglio l’effettivo comportamento del governo Monti verso i valori del deficit e del debito italiano durante il suo periodo di azione. Questo, anche per capire la validità o meno delle critiche sul suo conto di distruzione della produzione italiana.

Nel terzo trimestre di quell’anno, il PIL italiano era sceso dello 0,5 per cento e nel quarto trimestre crollò addirittura dell’1 per cento. Ma come abbiamo scritto, il governo entrò in carica a metà del quarto trimestre, si tratta quindi di problemi ereditati da una precedente gestione. Perché scese il PIL? In quel periodo il famoso spread aveva raggiunto vette mai viste (oltre i 500 punti base). Come molti sanno, ciò significava un aumento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato e un costo quindi più oneroso del debito pubblico. In quel periodo finanziare la spesa pubblica chiedendo soldi sui mercati voleva dire pagare degli interessi altissimi. L’aumento dello spread ha effetti negativi sull’economia attraverso due principali canali. Il primo è di natura finanziaria: se tassi di interesse sui titoli di stato aumentano, tende a crescere anche il costo del denaro per banche, imprese e famiglia. Di conseguenza, le banche diventano più prudenti a prestare e razionano il credito (dandolo a chi ha più chance di essere solvente). E se i tassi d’interesse sui nuovi titoli emessi crescono, il valore di quelli già in pancia diminuiscono, offrendo questi ultimi un tasso d’interesse più basso sui mercati secondari. Di fatto, si creano buchi nei bilanci delle banche. In senso opposto, anche chi prestava denaro allo stato italiano di allora tendeva a fidarsi sempre meno proprio per via dell’aumento dello spread, fomentando così un circolo vizioso di aumento dei tassi d’interesse. Insomma, è stato quindi l’aumento dello spread insieme al calo nelle nostre esportazioni per la minore domanda che veniva dall’estero a causare la caduta del PIL nel 2011. Questo lo dice Cottarelli, uno tra i massimi esperti di economia del nostro secolo.

Come si è quindi comportato il governo Monti?

Nell’immediato, l’esecutivo rafforza i conti con misure restrittive che già Berlusconi aveva cominciato a introdurre: misure che ammontano a circa il 2-2,5% del PIL, la più consistente misura restrittiva dal 1997. La conseguenza immediata è un calo della crescita economica dovuto ad un aumento delle imposte. Ma come ci segnala la statistica, il calo del PIL è rimasto nei primi trimestri 2012 in linea con i cali dei due trimestri precedenti, segno che il calo derivi comunque anche dagli alti tassi d’interesse. Avrebbe potuto fare il contrario? Cioè aumentare la spesa per rivitalizzare l’economia come teorie keynesiane spesso ci insegnano? No, questo perché l’Italia non era un Paese con i conti in ordine. Fosse stata la Germania, un aumento di debito non avrebbe avuto effetti collaterali sul suo spread, mentre si sa invece come fosse la condizione italiana in quel momento sia dello spread sia del debito. Aumentare la spesa avrebbe di fatto chiuso la porta ai compratori di nostro debito, provocando il default.

Cosa venne allora a mancare? Sicuramente la stretta fiscale doveva essere accompagnata da un’azione diretta della BCE per calmierare lo spread. Cosa che in realtà avvenne, ma purtroppo in leggero ritardo, solamente nel luglio 2012 con il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi. Il ritardo fu sicuramente dovuto all’opposizione nordica di utilizzare la banca centrale come “cassa” ma ad ogni modo, sembra inverosimile che se l’Italia non avesse imposto a sé stessa una stretta fiscale si sarebbe creata una politica monetaria centrale espansiva nei suoi confronti. Allo stesso modo, mancò un coordinamento europeo di utilizzo di debito comune per finanziare la spesa, come avvenuto finalmente con il Recovery Fund. Solamente in quella circostanza l’Italia si sarebbe potuta permettere di spendere con meno preoccupazione. Ma la cecità (e il timore) delle singole nazioni europee di allora impedì la maturazione di questo approccio.

E nei numeri, l’azione del governo Monti cosa ha comportato?

Il rapporto deficit/PIL nel 2012 diminuì dal 3,7 al 2,9%. Il calo è avvenuto nonostante l’impennata della spesa per interessi dovuta all’aumento dello spread. Al netto degli interessi, la parte primaria del bilancio è migliorata dell’1,5%, con un avanzo primario che ha toccato il 2,1% del PIL.  Perciò questa austerità è servita a migliorare i conti pubblici. Il debito pubblico, invece, aumentò dal 116,5% al 123,4%. Cos’era legato questo dato? A tre fattori chiave: il deficit (come appena citato) che era diminuito ma comunque alto, l’aiuto avvenuto in quell’anno per i paesi europei in crisi (Portogallo, Grecia e Irlanda) e in parte anche all’effettiva politica di austerità. È quindi vero che una politica di austerità porta ad un aumento del rapporto debito/pil. Ma si senta ancora Cottarelli sul tema: “Si tratta di un effetto del breve periodo. Il motivo è che una riduzione del deficit causa una riduzione permanente della velocità a cui il debito cresce mentre causa una riduzione una tantum nel livello del PIL, ma non una riduzione del suo tasso di crescita. Insomma, se in una fase iniziale il rapporto fra debito e pil cresce per effetto di un taglio della spesa pubblica, in seguito il rapporto comincia a scendere perché il debito si accumula ad una velocità minore, mentre il PIL, dopo un calo iniziale non scende più.” E di fatto, il rapporto debito/PIL si stabilizzò. Si stima che senza la stretta fiscale, il debito pubblico sarebbe salito al 142% entro il 2018, rispetto al 131%.

Insomma, il governo Monti operò in una situazione di crisi nera per il Bel Paese, con tutti gli errori che una manovra fatta in velocità può comportare (vedere gli esodati) ma affermare che si sia sbagliato proprio l’approccio non solo è falso ma è anche umiliante per la classe politica che primo, è stata collusa nella formazione della precarietà dei conti pubblici, e secondo, ha voluto fortemente quel governo votando legge dopo legge per poi dimenticarsene allegramente. Il Paese vessava in condizioni terribili dal punto di vista di bilancio e frenare questa pazza corsa verso il burrone non si sarebbe potuta fare, purtroppo, senza lasciare delle sgommate sul terreno: milioni di cittadini si sono impoveriti dalla crisi finanziaria del 2008 e dalla crisi del debito sovrano del 2010, il margine di manovra era risicato e misure di sostegno  per questi ultimi sarebbero stati possibili grazie ad un costo del denaro più basso che arrivò dalla BCE poco più tardi con l’intervento di Mario Draghi e grazie a misure di accorgimento sui conti pubblici. Ignorare la realtà e semplificare l’analisi scaricando, quindi, la responsabilità totale di un problema cronico su qualche capro espiatorio pure inventato (Monti, Fornero e Poteri Forti) non rende orgoglio ad una grande Nazione ma delucida una patologia di rigetto di responsabilità che non farà crescere questo Paese.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Un passo in avanti e due indietro: il vuoto politico post-Draghi

L’arma del delitto è ancora fumante, ma c’è già chi ha iniziato a frugare nelle tasche del malacapitato per poi darsi alla macchia. Poche ore dopo il crollo del governo Draghi è stato infatti stralciato l’art. 10 del Ddl Concorrenza ed è infuriata la bagarre partitica sul rigassificatore di Piombino. Nel mentre la Bce ha dato vita allo scudo anti-spread (Tpi), che in apparenza salvaguardia i Paesi più esposti agli attacchi degli speculatori, ma che in realtà impone delle condizionalità ed una discrezionalità tutte a svantaggio di coloro che sono privi di bussola, come i partiti.

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Sono trascorse poco più di due settimane dalle dimissioni dell’ex banchiere della Bce, eppure il Parlamento pare già ritornato al consueto caos istituzionale post governo tecnico, tra alleanze che inscenano un remake improvvisato del “la strana coppia” e la restaurazione dei privilegi per i soliti noti; il tutto accompagnato da un’impreparazione generale di quasi tutti i partiti nei confronti delle urne. E dire che dopo anni di campagna elettorale permanente ci si aspetterebbe quanto meno uno straccio di linea programmatica e una maggiore compostezza, ma pare chiedere troppo, anche perché con questo caldo è già difficile riuscire a posizionarsi lungo l’emiciclo parlamentare senza schiacciarsi tutti al centro, figurarsi elaborare delle idee con i transfughi che tirano la giacchetta da una parte e il taglio degli scranni dall’altra a rammentare a tutti la mancanza di posti a sedere. E così scattano i veti incrociati e una sfilza di ultimatum di carta pesta che stanno solo aspettando la pioggia delle urne per sciogliersi e restituire così una poltiglia informe chiamata maggioranza.

Troppo caustico? Forse, ma è la politica bellezza. D’altronde, a meno che la destra non inciampi su sé stessa, pare difficile immaginare che possa sorgere a sinistra un contenitore abbastanza robusto da poter tenere insieme Mastella e Fratoianni, ma anche Calenda e lo stesso Renzi, che pur sembrano condividere il giardino della medesima villetta bifamigliare. E così, mentre fuori e dentro il Parlamento infuria una guerra totale, i taxi escono indenni dal ddl Concorrenza, si bloccano i progetti volti limitare la dipendenza dell’Italia dal gas russo ed in Ue viene approvato uno scudo anti-spread che tale rischia di non essere.

La rivincita delle auto bianche

Sembrava fatta, dopo anni di battaglie politiche e innumerevoli nomi illustri decimati lungo il cammino (persino Bersani e Monti non poterono nulla contro i taxi), ma alla fine hanno vinto loro: l’articolo 10 è stato stralciato. Come riportato da Milano Finanza, in un articolo di Silvia Valente, sono subentrate più ragioni apparentemente inderogabili. “Da un lato – scrive Silvia Valente –, le proteste in tutta Italia e in particolare a Roma delle auto bianche, contro la liberalizzazione del loro comparto che aprirebbe la via al dominio di Uber. E dall’altro lato, il ruolo dell’uscente governo Draghi che deve limitarsi all’ordinaria amministrazione, all’attuazione delle leggi e delle determinazioni già assunte dal Parlamento, in particolare quelle funzionali al raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. La rotta scelta è stata dunque di sopprimere l’elemento più divisivo per avvicinarsi al compimento di una delle richieste europee, propedeutiche all’ottenimento dei fondi del Recovery italiano.” In realtà la situazione era più complessa di come era stata raccontata in principio e, complice la crisi di governo, si è scelto di accantonare tutto in attesa che politici più audaci ci mettano sopra le mani.

D’altronde, gli Uber Files, di cui abbiamo parlato anche noi, hanno svelato la fitta rete di relazioni opache e manipolatorie che la nota compagnia di trasporto californiana aveva costruito negli anni, a danno di settori blindati da contratti e associazioni di categorie senza peli sulla lingua. Se fosse stato approvato l’articolo 10, così com’era (ovvero, come riportato dal Corriere.it, «adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante l’uso di applicazioni web […] promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze») si sarebbe scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. Questo perché da anni le licenze vengono utilizzate dai tassisti come Tfr e l’apertura indiscriminata del mercato avrebbe dato il via una corsa a ribasso dei prezzi, certamente a favore degli utenti, ma non di chi ha pagato, e forse fin troppo, l’accesso al settore. Basta questa argomentazione per sorvolare sullo stralcio dell’ex-articolo 10 e schierarsi a favore dei taxi? Assolutamente no.

Se la concorrenza sleale è uno dei mali del capitalismo d’oggi, lo è anche ed a maggior ragione, la creazione di mono e di oligopoli il cui obiettivo principale è spazzare via ogni forma d’innovazione, acquisendo e imponendo barriere inaccessibili a chiunque vorrebbe cambiare lo status quo. Per queste ragioni, ed anche se in presenza di molte incoerenze, avrebbe avuto senso continuare a lottare per cambiare un sistema sbagliato introducendo l’art.10, anche perché rimangiandosi la parola si offre ora su piatto d’argento l’arma che mancava ai balneari per chiedere un ritorno alla casella di partenza, vanificando così mesi di trattative e scontri tra bande partitiche.

I partiti in lotta con tutti, persino con loro stessi

Tuttavia, sui taxi i partiti politici erano quanto meno riusciti a prendere delle posizioni decifrabili e per questo riconducibili a un’ideale, a una visione della società nella quale potersi identificare, sulla vicenda del rigassificatore di Piombino, invece, si è verificato l’impossibile. I partiti locali hanno realizzato un fronte compatto contro il gas (Gnl) via mare, sconfessando così le decisioni prese da quella maggioranza, altrettanto bizzarra, che in Consiglio dei Ministri aveva invece approvato quel progetto e stretto quindi gli accordi internazionali necessari per renderlo possibile.

Come raccontato dal noto sito di Fact-Checking Pagella Politica, con un articolo di Federico Gonzato, “il progetto della nave rigassificatrice di Piombino rientra nella strategia del governo italiano per ridurre la dipendenza dal gas russo in seguito alla guerra in Ucraina, ed era stato annunciato dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ad aprile. A metà luglio, dopo quasi tre mesi di trattative, il ministero della Transizione ecologica e la Regione Toscana hanno trovato un accordo di massima sul posizionamento della nave rigassificatrice, che dovrebbe rimanere ormeggiata nel porto di Piombino per al massimo tre anni. Più nel dettaglio, la nave in questione si chiama “Golar Tundra”, è stata acquistata a giugno dalla Società nazionale metanodotti (Snam) e può rigassificare fino a 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.” In breve, tutti gli attori principali della decisione sembravano d’accordo sul dove posizionare il rigassificatore e sul perché fosse necessaria quest’opera, poi però è scattata la rappresaglia locale che è tracimata a livello nazionale, dove l’assenza del governo Draghi ha fatto il resto.

Persino Eugenio Giani, Presidente di Regione Toscana, ha esordito con “io non prenderò certo una decisione di autorizzazione se non vedo chi è il nuovo governo e chi sono i nuovi parlamentari”, lasciando intendere che qualcun altro dovrà decidere per lui, ma chi? Probabilmente il Pd, il quale, a livello locale ha preso parte alla protesta contro il rigassificatore, mentre al Nazareno si sono limitati a restare in silenzio, forse per non apparire allineati a Fratelli d’Italia. Il problema è che con i flussi ridotti dalla Russia, l’Italia ha più che mai bisogno di trovare altre soluzioni per consentire alle imprese di non chiudere. E visto che si è scelto di puntare quasi tutto sul gas e nucleare, invece di investire in fonti davvero green, occorre trovare un luogo ove ormeggiare il rigassificatore di Snam, ma dove? Ci penserà la prossima maggioranza, nella speranza che a Piombino non se ne formi un’altra, magari con gli stessi colori e simboli, pronta ad opporsi a ogni costo. D’altronde si sa, maggioranza scaccia maggioranza.

Lo scudo anti-spread che protegge con discrezionalità

E mentre in Italia si cerca di capire se esista davvero una qualche barra da poter tenere dritta, in Ue si è deciso di costruire uno scudo anti-spread che potrebbe non proteggere i Btp con la stessa efficacia che i più auspicavano all’inizio, ma andiamo con ordine. Il nome scelto dalla Bce è Transmission Protection Instrument (Tpi) e fungerà da freno d’emergenza nel caso in cui il differenziale dei titoli di Stato dei diversi Paesi Ue dovesse accelerare bruscamente. Quella tra gli spread dev’essere infatti intesa come una corsa nella quale l’Italia deve fare il possibile per non allontanarsi troppo dalla Germania o comunque restare in linea con il gruppo di Spagna, Francia, Grecia e Portogallo. Di fatto si tratta di una corsa dove si vince se vincono tutti, perché anche un solo Paese può rendere aridi tutti gli altri, come ha ben dimostrato la Grecia, il cui Pil ed impatto economico sull’Ue sembravano trascurabili fino a quando gli spread non sono impazziti.

Ed proprio per via di questo doppio filo tra spread ed economie che la Bce ha voluto porre delle condizionalità forti, ad uno strumento che se inefficace rischia di compromettere l’intera zona euro. Come riportato da Open, in un articolo di Alessandro D’Amato, affinché entri in campo il Tpi è necessario che il Paese beneficiario stia rispettando il quadro di bilancio comunitario e non vi siano gravi squilibri macroeconomici; inoltre, la spesa pubblica dev’essere tenuta sotto controllo, così come occorre rispettare il Recovery Plan. Rispetto all’Omt e il Pepp, le differenze sono marcate. Facendo un’analogia col racconto di Riccioli d’Oro e i tre orsi, si può immaginare l’Omt come il freno più rigido a disposizione della Bce, poiché vincolato alle regole del Mes, al contrario, il Pepp è fin troppo lasco, poiché interviene in proporzione alle dimensioni dei Paesi che ne fanno uso, mentre il nuovo Tpi rappresenta una via di mezzo tra i due. Può intervenire in ogni momento e senza limiti d’acquisto, ma occorre rispettare i parametri sopracitati, e quindi “meritarselo”.

Infatti, come ha scritto l’economista Angelo Baglioni, su LaVoce.info, “Il nuovo “scudo anti-spread” non prevede meccanismi automatici: esso verrà usato dal Consiglio direttivo a sua discrezione, a patto che vengano soddisfatte una serie di condizioni impegnative. Non sarà facile usufruire dello scudo, soprattutto per un governo che intendesse approfittarne per allargare i cordoni della borsa.” Ed ancora, scrive Baglioni, “il nuovo strumento sarà tanto più efficace quanto maggiore sarà l’effettiva volontà del Consiglio direttivo della Bce di metterlo in pratica.”. Ma perché introdurre così tanta discrezionalità e tra l’altro in un momento in cui la Bce ha deciso di alzare i tassi per contrastare l’inflazione? Baglioni suggerisce come l’aumento dei tassi e il Tpi debbano essere inquadrati nell’ottica di un sistema a matrice, dove gli obiettivi da perseguire sono due e differenti, ma legati tra loro. “La manovra dei tassi di interesse serve a determinare il grado di restrizione (rialzo dei tassi) oppure di espansione monetaria (ribasso dei tassi): nel primo caso per frenare la domanda aggregata di beni e servizi e combattere così l’inflazione, nel secondo caso per agire nella direzione opposta. La gestione del bilancio della banca centrale (attraverso operazioni in titoli e di prestito al settore bancario) serve invece per assicurare la corretta trasmissione della politica monetaria in tutta l’area euro. Per avere una politica monetaria unica non basta avere una unica banca centrale, occorre anche che le condizioni monetarie e finanziarie siano uniformi in tutta l’area: in altri termini, che gli spread di tasso tra un paese e l’altro non si amplino troppo e per motivi meramente speculativi, slegati dai fattori fondamentali.”

Tradotto per chi è a digiuno, la Bce ha deciso di riavvolgere il nastro del tempo a prima dell’era Draghi e del Quantitative Easing, introducendo tra l’altro maggiori vincoli per quei Paesi che negli anni hanno speso molto (debito cattivo) ottenendo in cambio poco, spesso nulla, come nel caso dell’Italia.

Cambia il vento ma i partiti mantengono la stessa rotta

Lo stralcio dell’art. 10 del ddl Concorrenza e le proteste di Piombino potranno sembrare solo gli elementi di contorno di una campagna elettorale soggetta a temperature marziane e a colpi di calore, ma in realtà svelano qualcosa di più, ed è l’assenza di una direzione univoca. La Bce dal canto suo, invece, una strada la sta tracciando e spera che col Tpi i Paesi più rischio righino dritto, mentre quest’ultimi sembrano più che altro aspettare il momento propizio per giocarsi la carta dell’azzardo morale, imponendo così un salvataggio pirata, costi quel che costi, affinché l’euro non sprofondi nel baratro. Andrà davvero così? Forse, ma ciò che spesso non considerano i fautori dell’azzardo morale è che questo inverno le temperature rischiano di essere ben più roventi rispetto a quelle attuali, suggerendo così ai decisori scelte al limite dell’impensabile e forse anche oltre.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

I mali del capitalismo e della dottrina di Milton Friedman

Esistono teorie economiche non solo capaci di persistere ben più a lungo dell’esistenza stessa del loro fautore, ma persino di riuscire a esercitare un’influenza così persuasiva da plasmare intere generazioni di imprenditori. Milton Friedman, ad esempio, ha convinto il mondo intero che l’unica preoccupazione a cui debbano rispondere le imprese sia il tornaconto degli stakeholders che su di esse hanno investito i propri capitali. Ed oggi, a distanza di oltre 50 anni dalla nascita della sua dottrina, gli effetti del modello capitalista di Friedman sono ancora vivi e vegeti, come ben esemplificato dagli Uber files, dagli scioperi delle compagnie low cost e dall’ingerenza delle industrie del fossile sulla stampa libera.

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In campo economico esiste sempre almeno una teoria e quindi una soluzione per ogni genere di problema, anzi, spesso gli economisti riescono persino a generare più di opzioni, anche tra di loro confliggenti, per lo stesso tema, sia esso l’inflazione o l’occupazione. Lo stesso Keynes divenne famoso proprio per la sua capacità di formulare ipotesi capaci di spaziare in più direzioni, sino a diventare tra di loro divergenti. Tuttavia, e a dispetto della malleabilità dell’economia e della creatività dei suoi cultori, sembra non esserci cura capace di estirpare la dottrina partorita di Milton Friedman, secondo cui la responsabilità sociale di un’impresa si esaurisce nell’aumentare i soli profitti, il resto non conta. Tant’è che se per raggiungere tale obiettivo, ovvero rendere ricchi sé stessi e gli azionisti, fosse necessario bruciare il mondo o disgregare il tessuto di una società, andrebbe comunque bene e anzi, sarebbe un dovere morale farlo, pena il mancato rispetto degli interessi degli stakeholders; ovviamente gli unici ad avene di legittimi.

La dottrina di Friedman nacque negli anni ’70 e da allora guida tanto la penna che verga la storia quanto l’agire degli amministratori delegati di importanti società per azioni. Non sono stati sufficienti né i numerosi scandali privati, né le bolle speculative o il crescete del divario salariale all’interno delle grandi società: nulla scalfisce questa massima e gli interessi che essa difende. Neppure lo scandalo di Uber, in cui sono coinvolti politici di primo piano e le maggiori autorità europee, smuove l’opinione pubblica, la quale non pare non curarsi neppure del rapporto immorale tra media e industria fossile, né degli scioperi che affliggono il mondo dell’aviazione low cost. E dire che tutti questi tre casi mostrano, nel loro insieme, proprio la perversione raggiunta dalle idee di Friedman e i rischi che la società corre nel perseguire una dottrina tanto scellerata quanto refrattaria al cambiamento.

Il caso di Uber

La storia di Uber inizia come quella di ogni altra star-up che ambisce a cambiare il mondo. Viene analizzato un mercato ritenuto improduttivo, troppo ancorato allo status quo e meritevole di un salto di quel salto di qualità che solo una grande intuizione scaturita dalla riflessione di una personalità geniale può apportare e la magia californiana fa tutto il resto. Nel caso di Uber si è quindi scelto di penetrare in un mercato, quello europeo, dove il sevizio di trasporto pubblico è normato attraverso la cessione di licenze, bypassando però ogni regola e facendo un’attività di lobbying senza quartiere, così come una feroce lotta  a qualunque corporazione e regola. D’altronde, se vuoi cambiare il mondo e le sue regole non vi è limite che non si possa valicare, o questo è quello che devono aver pensato in California prima di avviare la macchina che l’inchiesta del The Guardian ha rivelato.

Ben 124.000 documenti e nomi di primissimo piano, come quello di Emmanuel Macron, Joe Biden, Matteo Renzi e Neelie Kroes. Quest’ultimo ai più potrà non dire molto, ma si tratta dell’ex commissaria europea alla concorrenza (il ruolo oggi ricoperto da Margherita Vestager), la quale, stando a quanto riportato dai file e dall’articolo di Francesca Canto, pubblicato su TPI, “si sarebbe offerta di organizzare una serie di incontri tra Uber, i ministri olandesi e gli alti funzionari Ue tra il 2014 e il novembre 2016 – contrariamente a quanto richiesto dalla normativa vigente – per un totale di 200 mila dollari all’anno, versati sul suo conto dall’azienda di San Francisco.” Non proprio l’atteggiamento di trasparenza che ci si aspetterebbe da un funzionario Ue, ma in questo Kroes non era di certo da sola, anzi, il pubblico di politici pronti a rivendicare come legittime le battaglie di Uber era assai folto, nonostante la compagnia californiana fosse dedita a pratiche del tutto scorrette. Nell’articolo di Canto si legge “secondo gli Uber files, alcuni membri dell’azienda avevano visto nella violenza i propri autisti un’opportunità, un modo per fare pressione sui governi dei Paesi europei al fine di riscrivere leggi che ostacolavano l’espansione di Uber nel vecchio continente. Alcune manifestazioni furono pianificate direttamente dalla società.” Per il co-fondatore di Uber, Travis Kalanick “la violenza garantisce il successo.” Una frase questa, che risulta assolutamente in linea con la dottrina di Friedman e con l’epilogo di questa triste pagina del capitalismo d’oggi. Già, perché all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta del The Guardian, la risposta di Uber è stata che sì, sono stati commessi degli errori, ma dal 2017 l’Ad è stato rimosso e quindi il problema rientrato.

Un modo per dire “quello era il passato, oggi siamo diversi”. Che negli anni siano stati calpestati dei diritti, letteralmente comprati degli incontri con alti funzionari politici o assoldati black bloc per gettare discredito su intere categorie di lavori non conta, perché frutto avvelenato del passato. Ed a guardar bene i conti della società californiana si direbbe che sia proprio così, perché grazie a queste politiche commerciali è riuscita a far breccia in 77 Paesi del mondo a generare un fatturato di ben 6,9 mld di dollari, facendo così felici azionisti e manager: esiste altro per cui valga la pena lottare?

Una transizione all’insegna del greenwashing

È poi sufficiente svoltare pagina ed ecco che la dottrina di Friedman ricompare come per magia, conquistando un altro adepto del capitalismo amorale, anzi, in questo caso a lasciarsi sedurre dai profitti è persino l’intera eurozona, che non riesce proprio a dire di no ai combustibili fossili, nonostante le evidenze scientifiche e i danni (questa volta geopolitici) che da anni accompagnano le guerre in Medio Oriente ed oggi alle porte dell’Europa stessa. Niente, nulla è più forte dello status quo e del profitto.

Con 328 voti l’Europarlamento ha deciso che la tassonomia Ue non cambia, gas e nucleare sono green e utili alla transizione energetica. D’altronde, nei soli 6 anni successivi all’accordo di Parigi, sono stati ben 4,6 i trilioni di dollari investiti dalle banche di tutto il mondo nel settore fossile: che fai? Vendi tutto e cambi strategia perché qualche scienziato sostiene che estraendo gas, carbone e petrolio finirà l’era dell’uomo? No. Persino gli Esg contengono al loro interno forme di finanziamento a sostegno dell’industria fossile e a dirlo non è Topolino, ma l’Economist.

Eppure, nonostante i dati degli scienziati, i cambiamenti climatici tuttora in corso e l’azzardo morale che la Russia ha potuto giocare nei confronti dell’Ue, le energie fossili vincono su tutto e si prendono pure una rivincita simbolica attraverso i Media. Non vi sono, infatti, solo i giornali che sostengono apertamente teorie negazioniste e ritenute minoritarie in ambito scientifico, ma i Media stessi, nel loro insieme, devono parte della loro stessa sussistenza alla pubblicità che proviene dall’industria fossile. Da uno studio, realizzato Greenpeace Italia e l’Osservatorio di Pavia – rilanciato poi dal sito Valori.it – si evince come i principali Media italiani ricevano fondi dall’industria fossile e finiscano spesso per sottovalutare l’impatto di tale settore. Nell’articolo, infatti, si legge come “nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte”.Ed ancora Grazie alle loro generose pubblicità, che spesso non sono altro che ingannevole greenwashing – aggiunge Giancarlo Sturloni, di Greenpeace Italia – le aziende del gas e del petrolio inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione. Impedendo a lettori e lettrici di conoscere la gravità dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Se vogliamo che il giornalismo svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio.”

È forse chiedere troppo che vi sia indipendenza tra Media e industria del fossile? Secondo la vulgata dei promotori della dottrina di Friedman sì, perché ciò che conta è che i media sia sostenibili economicamente parlando e non che lo sia ciò che scrivono.

L’era dei viaggi low cost è al capolinea?

Ma che cosa significa sostenibile? Ecco, questo è un altro di quei concetti che muta a seconda degli interessi degli stakeholders, come ben esemplificato dal settore delle compagnie aree low cost. C’è stato un tempo in cui, grazie a compagnie come Ryanair, era possibile viaggiare con una manciata di euro, poi è arrivato il Covid-19, l’inflazione ed ora le legittime pretese di un settore che negli anni ha visto assottigliarsi sempre di più i propri diritti ed oggi sciopera per difendere ciò che ne resta. Voli cancellati ed altre forme di disagio per i viaggiatori stanno diventando sempre più frequenti, perché di fatto protestare è l’ultima carta che resta da giocare a un settore, quello dell’aerotrasporto, ormai ridotto all’osso.

Durante la pandemia sono stati licenziati molti dipendenti ed a emergenza conclusa, col sopraggiungere di ulteriori incertezze economiche e geopolitiche, non sono stati reintegrati lasciando una mole di lavoro di espansione sui pochi rimasti. L’intero settore dei viaggi low cost è diventato talmente insostenibile che persino chi è stato fautore del suo successo oggi nasconde la mano facendo finta che il sasso nello stagno sia stato gettato per errore (anche qui, le analogie col caso di Uber si sprecano). O’Leary stesso, infatti, patron di Ryanair, al Financial Times ha dichiarato “È semplicemente diventato troppo economico. Trovo assurdo che ogni volta che volo a Stansted (aeroporto di Londra dove fa base Ryanair, ndr), il viaggio in treno fino al centro di Londra sia più costoso del biglietto aereo.” E, come riportato dal The Post, O’Leary ha poi aggiunto: “È stato il mio lavoro [offrire viaggi aerei a buon mercato]. Ho fatto un sacco di soldi facendolo. Ma alla fine, non credo che nel medio termine i viaggi a un costo di 40 euro possano essere sostenibili. È un prezzo troppo economico», aggiungendo che in futuro le tariffe medie potrebbero salire a 50 o 60 euro circa.”

Il caso di Ryanair esemplifica una pratica presente anche nella vicenda di Uber ed in quella del settore dell’energia fossile, ovvero che è tutto lecito fino a quando genere un utile che sia ritenuto significativo per gli stakeholders. Se diventa essenziale garantire un servizio a un prezzo irrisorio, penetrare un mercato tutelato con manovre predatorie, oppure inficiare il giudizio del mondo accademico e di quello giornalistico, non importa. Ciò che conta è il rispetto della dottrina elaborata da Friedman negli anni ’70.

Ed oggi, a distanza di oltre mezzo secolo da quando l’economista statunitense gettò le basi per la condotta societaria, nulla sembra essere cambiato. Permane un esercito di vinti che affolla aziende dai bilanci stracolmi e destinati perlopiù a una manciata di eletti e ad azionisti interessati solo al proprio tornaconto personale. Possibile che nel 2022 debba continuare a regnare indiscussa una dottrina i cui effetti perversi accompagnano il capitalismo?

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

L’Italia alla prova della serietà 

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Tanto tuonò che piovve. Non era difficile prevedere che Mario Draghi non si sarebbe fatto tirare a lungo per la giacchetta. D’altronde la sua storia personale parla chiaro, dalle scelte storiche di politica monetaria introdotte quando ancora era presidente BCE fino ad arrivare alle narrazioni sul suo modo di approcciare ogni interlocutore, c’è sempre stato un filo conduttore esplicito: la serietà. Una caratteristica che potrebbe sembrare banale ma che in realtà raccoglie sotto il suo ombrello l’insieme delle proprietà caratteriali di Draghi nell’affrontare ogni sfida che ha avuto davanti e che ultimamente è stata sottovalutata da un partito della sua maggioranza. 

Di quando lavorava a Francoforte, voci di corridoio hanno sempre sottolineato il suo pragmatismo nel gestire ogni problema, ascoltando la voce di molti senza mai, però, allontanarsi da quello che lui riteneva giusto e che si legava ai suoi valori. E questo suo modo operandi deciso ma anche capace (non si diventa per otto anni presidente BCE senza questa caratteristica) lo hanno reso uno degli interlocutori più rispettati dei nostri giorni, dalla destra alla sinistra, da Confindustria fino alle sigle sindacali, dai capi di partito fino al presidente degli Stati Uniti. “Draghi un maestro, quando parla lui in Consiglio europeo stiamo tutti zitti ed ascoltiamo” diceva poco più di un anno fa il premier spagnolo Sanchez a margine di un incontro a Bruxelles. Complice poi la mancanza di una forte leadership in Europa, post era Merkel, Mario Draghi ha acquisito il ruolo di perno centrale per una UE atlantista, in una fase, questa, di difficoltà per il mondo occidentale. Insomma, un cursus honorum brillante che giustamente (e qui bisogna sottolinearlo, soprattutto nell’era dell’uno vale uno) lo ha portato ad essere un presidente del consiglio quanto meno competente in materia e con un ottimo rapporto con le cancellerie mondiali, non tralasciando la stabilità finanziaria che ha prodotto, in un’epoca storica dove il capitalismo finanziario ha difatti moltissima influenza sulla politica. 

Quando Mattarella un anno e mezzo fa lo chiamò al Quirinale per risolvere la crisi di governo del Conte II innescata da Matteo Renzi, diversi opinionisti nonché varie testate giornalistiche sottolinearono la sua accettazione a formare un governo (nel parlamento più sovranista e populista della Storia repubblicana) più per dovere istituzionale e morale che per desiderio personale di traghettare l’Italia fuori dalla crisi del Covid. Molti si chiedevano come avrebbe potuto portare avanti una compagine così eterogenea di parlamentari nella crisi peggiore dal dopoguerra ad oggi. Si usciva da un contesto frammentato di accuse e contro accuse tra i partiti, il ritardo sulla presentazione del progetto del PNRR sembrava ormai un dato di fatto e l’uscita dalla pandemia attraverso la vaccinazione pareva ancora per lo più un miraggio. Mario Draghi era però più spaventato dal primo ostacolo che da tutti gli altri. Si poteva lavorare sul piano tecnico per la ripresa economica del Paese, magari non riuscendoci, ma non avrebbe potuto né sopportare né sopperire alla lotta dei veti e contro veti dei partiti. La soluzione del governo di unità nazionale fu quindi la strada unica percorribile per poter cominciare l’avventura di governo. Lo disse dal primo giorno del suo esecutivo, ripetendolo volta per volta, domanda dopo domanda, fino all’ultima sua dichiarazione stampa prima delle dimissioni: “Per me non c’è un governo senza i 5 stelle, ma questo governo continua finché riesce a lavorare.” Tenere uniti tutti è sempre stata la sua arma di “ricatto” nei confronti dei partiti: o ci state tutti oppure me ne vado, non mi faccio dilaniare da fuoco amico per motivi elettorali. E bisogna ammettere che questa scelta è risultata vincente per almeno un anno e mezzo (un’era geologica nella repubblica parlamentare italiana) ma non è stata sufficiente per valere fino alla conclusione della legislatura. 

Più ci si è avvicinati alla scadenza naturale della legislatura, più i partiti hanno iniziato a punzecchiare l’esecutivo e la maggioranza per testare il terreno. Prima lo scontro PD-Lega sulla cittadinanza agli stranieri e sulla cannabis, poi soprattutto l’escalation grillina (ormai contiana?) contro alcuni punti del DDL aiuti che si è però talmente ramificato su aspetti più generali (vedi i nove punti di Conte) che manco si riesce più a capire quale sia stata la vera causa dello strappo.

A parere di chi scrive, non ne esiste una vera e propria, anzi, forse non n’è mai esistita una diversa da quella di voler recuperare consenso in caduta libera come nessun partito nella storia italiana. Il movimento 5 stelle, per varie concause interne ed esterne al suo partito, ha intrapreso una discesa senza freni nella sua popolarità che lo ha portato a spingere qualsiasi tasto sul quadrante per cercare di frenare, senza contare su eventuali effetti collaterali prodotti dalle proprie scelte. A questo non si può omettere che, dall’altra parte, la corrente sovranista della Lega non ha perso attimi per gettare benzina sul fuoco tirando in ballo le elezioni per fare un’OPA sul nuovo parlamento.

Tirare la corda ha i suoi pro, se sai fare Politica con la P maiuscola, ma se ti sfugge di mano la situazione e soprattutto se dall’altra parte non c’è un politico ma Il tecnico per eccellenza, allora ti accorgi che il politichese ha poca presa. E così Mario Draghi, in linea con ciò che aveva sempre detto, non ha perso un attimo per ribadire il suo pensiero ed essere ligio ai suoi principi, rimettendo nelle mani del Presidente della Repubblica il suo mandato. 

Un’analisi potrebbe quindi essere svolta sulla cecità della classe politica italiana di oggi per quanto concerne la serietà delle idee. Purtroppo, siamo sempre stati abituati che l’ultimatum è in realtà un “penultimatum” e che quindi ogni volta che i giochi sembrano chiusi, essi possano in realtà riaprirsi senza problemi. Ogni volta che si stabilisce un principio, questo può essere naturalmente capovolto con un complicato linguaggio da azzeccagarbugli. Una cultura corrotta del parlamentarismo italiano che ha portato piano piano a fidarsi sempre meno della classe dirigente portando in parlamento forze demagogiche e innalzando a nuovi record l’astensione. Una distanza dal paese reale che si fa sempre più ampia e paurosa, una mancanza cronica di assunzione di responsabilità che è riuscita, nel caso della crisi del governo Draghi, a mettere d’accordo qualsiasi sindaco, presidente di regione, sindacato, sigla imprenditoriale, comunità civile e religiosa come mai prima. Come si è arrivato a tanto? Ma soprattutto, dove si può ancora arrivare? 

Nessuno sa cosa farà Mario Draghi mercoledì prossimo: se dicesse di sì al Draghi II si mangerebbe la sua parola, se invece dicesse di propendere per il no potrebbe essere imputato come il responsabile finale dell’affondamento della nave, se intendesse proseguire con lo stesso governo, come farebbe a fidarsi d’ora in avanti? È naturale sperare che questa crisi di governo rientri, ci sono troppe scadenze da rispettare, misure sociali da prendere e accordi internazionali delle quali essere protagonisti, ma quand’è che ci si inizierà a prendere “seriamente sul serio”? Quand’è che il politicante lascerà spazio al politico? Quand’è che prima dell’interesse dei partiti verrà anteposto l’interesse della Nazione?

Di Roberto Biondini e Claudio Dolci

L’economista in prestito, la politica in debito

In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto gestire l’enorme debito pubblico italiano, che dagli anni ’80 in poi accompagna ogni esecutivo e ne condiziona le scelte. E tutte le volte che è stato istituito un governo tecnico, a guidarlo c’era sempre un’economista, prima Ciampi (’93), poi Monti (2011) e ora Draghi (2021), e c’è addirittura chi oggi ipotizza in futuro un ritorno di Tremonti a Palazzo Chigi e di Cottarelli in Regione Lombardia. Ma perché la politica italiana si lascia commissariare dall’economia e quali sono gli effetti dell’alternanza tra governi tecnici e partitici?

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Ogni società occulta dentro sé stessa un frammento del proprio passato mistico, sia esso un rituale, un inno o più semplicemente un riferimento a un’entità superiore alla quale affidare le proprie preghiere, speranze e paure nei momenti più bui. Per i britannici molto di tutto ciò è racchiuso nel noto God save the Queen, mentre in Italia quando cresce il timore per il baratro ci si affida sempre di più agli economisti. L’Italia, ad esempio, coltiva pressoché da sempre, e per ragioni storiche, il mito del salvatore a cui consegnare le sorti del proprio destino, ed ovviamente ogni responsabilità: sia in caso di successo, sia di insuccesso. D’altronde, essendo stato il Belpaese zona di dominazione straniera per lungo tempo, la conseguente alienazione dal sentimento di Stato si è spesso tradotta col disinteresse verso il consolidamento del Bene Comune, visto più come bene di qualcun altro che proprio. Da questo incastro storico è così nato un genuino rimbalzo delle responsabilità verso l’esterno, una burocrazia macchinosa e quindi una delegittimazione degli organi preposti a dirigere lo Stato.

Questa cultura del “rimbalzo” non è quindi estranea alla politica italiana e troppo spesso si sono infatti materializzate delle situazioni socio-economiche talmente gravi da imporre il richiamo ad un vero e proprio “deus ex machina”, quale simbolo di speranza e allo stesso tempo oggetto di accollamento di ogni forma di responsabilità. In particolare, quando nel recente passato è cresciuto il timore per il baratro economico e/o sociale ci si è affidati sempre più spesso agli economisti. Sono loro, a conti fatti, a rappresentare l’incarnazione tutta italiana della provvidenza, le perenni riserve dello Stato a cui attingere nei momenti del bisogno, sempre pronti a risolvere i problemi di una classe politica che negli ultimi trent’anni non è stata capace di essere autonoma. Questa anomalia ha radici profonde che trovano la loro origine nel ’93 con l’ex banchiere Ciampi, poi Monti e ora Draghi, con l’auspicio che nel futuro figure come quella di Tremonti e di Cottarelli possano continuare sulla loro scia: uno come Presidente del Consiglio e l’altro come governatore della Regione Lombardia. Insomma, ovunque si volga lo sguardo, che sia destra, sinistra o centro, la figura degli economisti prende sempre più la forma del “salvatore”, con il commissariamento a tempo indeterminato dei politici di professione. Ma come mai si è innescato questo meccanismo di debordamento del sistema economico a danno di quello politico e quali possono essere gli effetti?

In primis, a segnare la svolta è stato l’avvento della società per specializzazione e quindi l’aumento del ricorso alla tecnocrazia come forma di governo preferenziale. Ciò significa che non vi possa essere ministro migliore di colui che per primo conosce la materia; ne consegue che all’istruzione e Università sia nominato un docente, alla sanità un medico e all’economia un’economista. D’altronde, chi se non un cultore della materia può gestire al meglio un ministero ad essa dedicata? Questo ragionamento fila per un po’, per poi inciampare rovinosamente su sé stesso, perché proprio secondo tale imperativo dovrebbe essere un politico di professione a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio e non un economista in senso stretto, men che meno se banchiere. Ed è proprio qui che emerge il dubbio: è corretto il ricorso ossessivo agli economisti?

Dagli anni ’80 in poi il debito pubblico del nostro Paese ha letteralmente preso il decollo e senza che vi fossero ragioni esterne tali da giustificare uno scostamento così elevato rispetto alla media UE. Ed è stato proprio questo ricorso smodato ai soldi dei contribuenti, necessario per tappare i buchi di bilancio ed elargire regalie di ogni sorta di categoria e capaci di aggregare attorno a sé dei voti, ad aprire la via agli economisti prestati alla politica. Questi ultimi, una volta eletti a deus ex machina, sono poi saliti al Colle ed hanno costruito maggioranze, sempre molto ampie, per cercare di aggiustare solo e sempre una cosa: i conti pubblici. Di fatto l’economista che guida il governo non viene chiamato a fare politica, ma solo a risolvere un problema per poi dissolversi nel nulla delle urne e magari ricevendo (molti) insulti su come si fa quel mestiere.

Nel’93 Ciampi prese le redini di un Paese in preda a crisi di natura sia partitiche (Tangentopoli e la crisi dei partiti avevano dilaniato la fiducia dell’elettorato), sia economiche. Infatti, l’Italia era lontana dagli obiettivi fissati dal Trattato di Maastricht che lei stessa aveva firmato ed erano ancora presenti grossi colossi statali nati col dopo guerra (l’Iri su tutti). Ed una volta chiusasi la parentesi Ciampiana la politica riprese il suo corso come se nulla fosse mai accaduto, fino a quando, nel 2011, il differenziale tra BTp e Bund non superò i 500 punti base e l’Italexit non era più così impensabile. Subentrò quindi l’esecutivo guidato da Mario Monti, che rinforzò sì i fondamentali economici italiani, ma con misure lacrime e sangue, per poi lasciare il testimone a Letta e successivamente a Renzi. Passarono altri governi, ed ecco ritornare alla guida del Paese un’economista, Mario Draghi, anche lui chiamato per traghettare l’Italia fuori dalla crisi sanitaria e partitica, nonché economica ed ambientale. Le analogie che accompagnano tutti questi governi tecnici sono quasi sempre state le stesse: crisi partitica ed economica insieme, ma è l’ordine tra questi due fattori ad essere fondamentale. È la crisi economica a determinare quella politica o viceversa? E qual è, ammesso che eista, il nesso causale tra le due?

Di fatto la parabola dell’economista che risolve i problemi è una costante della cultura politica italiana. Interessante sarà quindi analizzare due differenti fenomeni: da un lato, come questi governi tecnici si formino, agiscano e vengano successivamente rivalutati dalla società stessa che li aveva formati, dall’altro come l’eredità di questi tecnici venga spesa dai governi successivi, perlopiù di natura strettamente politica.

Nasce così una rubrica che vuole fare un po’ più di luce su questa dinamica squisitamente in salsa italiana, con un’intenzione critica e d’inchiesta.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

La nuova Guerra Fredda: Price cap all’energia russa, una sfida impossibile?

I prezzi corrono e con loro il nuovo assetto mondiale: due blocchi sempre più divisi da un’escalation che non accenna a fermarsi. L’occidente cerca di replicare al taglio del gas russo con tetti al prezzo sull’energia e mira ad ottenere nuovi partner strategici con forti investimenti esteri. Dal lato opposto, i Paesi non allineati non sembrano essere spaventati da queste misure: siamo alla vigilia di una nuova Guerra Fredda?

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È più importante salvare il presente o salvaguardare l’esistenza stessa del futuro? È questa la domanda a cui i leader del G7 stanno cercando di dare una risposta, senza però riuscire davvero ad uscire da quelle logiche del passato che hanno determinato proprio l’insorgere di questo quesito. D’altronde, se in passato si fosse agito tempestivamente sul tema del riscaldamento globale, stoppando i sussidi ai combustibili fossili, e su quello delle diseguaglianze, oggi fuori controllo, nonché sulla globalizzazione, accompagnandola a una visione basata su valori democratici e obiettivi comunitari, invece che solo economici, oggi il dilemma al quale il G7 cerca di dare risposta non esisterebbe neppure e staremmo raccontando un’altra storia.

L’Occidente potrebbe fare a meno del gas e del petrolio russo, non ci sarebbe una crisi idrica di queste proporzioni e forse neppure la guerra in Ucraina. Però la storia non si fa con i se e con i ma e oggi l’Occidente deve affrontare una sfida senza precedenti. L’inflazione galoppante che contagia i mercati è dettata dall’aumento dei prezzi energetici, i quali, a loro volta, hanno subito un’impennata a causa della guerra e dell’impossibilità (cercata più che evitata) di fare a meno dei combustibili fossili a cui le economie più avanzate si sono vincolate. Oggi dire di no al gas e al petrolio russo comporta un rischio economico e sociale sia per gli Stati Uniti di Biden, sia per il vecchio continente, e in special modo per Germania e Italia.

L’idea emersa dal G7

Al G7 tenutosi a Schloss Elmau, sulle Alpi Bavaresi, si è deciso di imporre un tetto al prezzo (price cap) al petrolio russo, così da indebolire la macchina finanziaria che muove l’esercito di Putin. Come riportato dal Sole 24 Ore, nel comunicato dei grandi della terra si legge: «mentre eliminiamo gradualmente il petrolio russo dai nostri mercati domestici, cercheremo di sviluppare soluzioni che soddisfino i nostri obiettivi di ridurre le entrate russe dagli idrocarburi e di sostenere la stabilità dei mercati energetici globali, riducendo al minimo gli impatti economici negativi, soprattutto sui Paesi a basso e medio reddito». Il problema, infatti, non investe solo una questione morale (ovvero fermare i carrarmati che avanzano in Ucraina), ma anche l’economia globale, poiché l’inflazione, soprattutto in Ue, è trainata proprio dai rincari energetici.

In tal senso, porre un tetto al prezzo del greggio dovrebbe consentire, almeno in teoria, di prendere due piccioni con una fava. Poiché se il petrolio russo costasse pochissimo, si abbasserebbe di conseguenza, sempre in linea teorica, anche il prezzo del greggio sui mercati, dando così fiato all’economia e ai cittadini che con le auto devono fare il pieno all’auto. Un problema quello del prezzo alla pompa che sta mettendo a serio rischio le elezioni di mid-term americane, dove Joe Biden è dato sfavorito proprio a causa dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi della benzina.

Perché il price cap rischia di fallire prima ancora di vedere la luce?

Tuttavia, bloccare una petroliera che può andare ovunque non è cosa semplice, a differenza di quanto si potrebbe fare un gasdotto, anzi, il rischio è che un tetto al prezzo del petrolio russo possa persino peggiorare la situazione attuale. Come ha ricordato anche l’agenzia di stampa Reuters, in passato si è già provato ad ostacolare Paesi considerati ostili (Venezuela, Iran, Iraq e Corea del Nord – per citarne alcuni) imponendo restrizioni sulle esportazioni, ma nel lungo periodo tutti questi esperimenti hanno condotto a un vicolo cieco lastricato di corruzione e abusi. Nel caso russo, inoltre, fissare un tetto al prezzo del petrolio si scontra con i costi irrisori al quale viene estratto un barile di greggio (3-4$), il quale consentirebbe un margine di profitto ampio anche se le quotazioni di vendita si fissassero a 25-30$. Occorre poi considerare che il meccanismo di blocco del prezzo ad oggi ipotizzato avverrebbe per mezzo delle compagnie assicurative delle spedizioni, le quali accompagnano quasi ogni petroliera lungo il suo viaggio (l’International Group of Protection & Indemnity Clubs ne copre ben il 95%). Però, Cina ed India, ad oggi tra i maggiori beneficiari del greggio russo a prezzi da saldo e stralcio (visto che al momento viene venduto con un 30% di sconto rispetto alla concorrenza) potrebbero aggirare i meccanismi internazionali imposti dai Paesi del G7 (come, tra l’altro, è già successo con lo Swift).

La sfida al petrolio russo, inoltre, risente della frammentazione del blocco dei Paesi del G7, che in linea teorica sono tutti d’accordo su un tetto al prezzo dell’energia, ma ne fatti ipotizzano strategie differenti. Politico riporta come Emmanuel Macron abbia proposto un tetto tout court al greggio (non solo quello russo) e insieme a Draghi un price cap al gas, vista anche la dipendenza che l’Italia ha nei confronti di questo combustibile fossile. Sul gas, infatti, se l’Ue facesse cartello e si mostrasse unita potrebbe esercitare una forza maggiore di quanto non avverrebbe col petrolio, proprio perché smontare e reindirizzare un gasdotto non è impresa semplice e uno stop all’esportazione comporterebbe dei problemi anche agli impianti estrattivi. Impianti che però sono presenti anche negli Usa, che dalla rimodulazione della domanda europea sta traendo beneficio, potendo vendere a noi europei il GNL. Se quindi l’Ue ha bisogno più bisogno di un price cap sul gas, rispetto a quello sul petrolio, quest’ultimo è diventato questione di vita o di morte per Joe Biden che con un prezzo di 5$ a gallone vede sfumare sotto gli occhi la possibilità di essere riconfermato alle elezioni di mid-term. L’economista Alessandro Penati, in un’analisi pubblicata da Domani, tratteggia in modo lucido l’attuale situazione: “è la mancanza di chiarezza sugli obiettivi a far perdere la guerra finanziaria all’occidente (nei confronti della Russia). Se l’obiettivo è azzerare le risorse per finanziare la guerra, questi provvedimenti (price cap a gas e greggio russo) avrebbero dovuto adottati tutti insieme, all’inizio dell’invasione o, meglio ancora, annunciati come deterrente credibile prima che cominciasse”.

Soldi per nuovi alleati ma mancano quelli per noi stessi. Si fanno i conti senza l’oste.

Ed è forse anche per via queste difficoltà legate ai vari price cap che adesso gli States e l’Ue stanno provando ad allargare il campo d’azione colpendo le strategie espansionistiche della Cina (tra i principali promotori del fronte pro-Russia). Come riportato dal Financial Times, Biden sta portando avanti una serie di interventi volti a promuovere lo sviluppo nei Paesi poveri; una sorta di Belt and Road Initiative alternativa, dal nome Partnership for Global Infrastructure and Investment. L’obiettivo, rilanciato anche all’incontro sulle Alpi bavaresi, è quello di mobilitare, da qui al G7 del 2027, risorse per un valore 600 miliardi di dollari. L’Ue stessa, attraverso le parole di Ursula Von der Leyen, vuole contribuire al progetto ben 300 mld di euro, con l’obiettivo, annunciato dalla stessa Presidente della Commissione europea, di “mostrare al mondo che le democrazie, quando lavorano insieme, offrire un percorso migliore per ottenere risultati” (“show the world that democracies, when they work together, provide the single best path to deliver results”).

Ma la UE ha davvero gli strumenti per promettere mari e monti? Ad oggi sembra proprio di no. Sul Il Foglio, uscito questo weekend, David Carretta lancia un grido di allarme sui fondi europei: “la cassaforte del bilancio pluriennale è vuota”. Pandemia, guerra ucraina, taglio del gas, inflazione hanno (giustamente) già impegnato il budget settennale dell’Unione Europea più ampio della storia (1.800 miliardi di euro). E non è solo questione finanziaria ma pure politica. Per fare un esempio, nel maggio scorso, la commissione aveva presentato il progetto RepowerEu per puntare sull’indipendenza energetica dalla Russia e spingere sulle rinnovabili. L’idea era quella di utilizzare i 225 miliardi di prestiti del Recovery non ancora speso ma, senza sorprese, i Paesi “frugali” hanno risposto picche all’idea. Le cose cambieranno difficilmente se gli stati membri non decideranno di modificare le regole che limitano al solo 3% l’incremento del budget europeo dovuto all’aumento dei prezzi. Ma riaprire i negoziati per aumentare i tetti del bilancio ordinario è considerato impossibile per ragioni politiche e di tempi (occorrerebbero due anni per un accordo).

Ma il punto focale è la solita scelta a metà che l’occidente (in primis gli stati UE) non riesce a lasciarsi alle spalle. Dichiariamo una guerra economica alla Russia (e in sfumatura anche alla Cina) per il suo comportamento violento e antidemocratico o, ad ogni modo, perché la si vede come nemico commerciale? Bene, allora bisogna essere uniti non solo nelle decisioni di condanna etica e morale e di impiego militare di più forze al confine, ma rende necessario anche uno sforzo comune nel proteggere prima i cittadini, spesso solo spettatori di queste scelte e che saranno colpiti da quest’ultime in modo forte e duraturo. Come dice sempre Carretta: “In caso di una crisi sistemica, non ci sono alternative al debito comune. Salvo il ciascuno per sé, che comprometterebbe la solidarietà e la tenuta europea”.

La frattura che divide il mondo in due blocchi. Sta tornando la guerra fredda?

E in tutto questo, la voglia più forte (in primis americana) è quella di scavare una nuova cortina di ferro in difesa dei valori occidentali minacciati dai Paesi emergenti di natura antidemocratica e autoritaria. Il casus belli della guerra in Ucraina sembra tracciare l’inizio di una nuova divisione del mondo, una nuova crociata occidentale per la difesa dei propri diritti, una vera e propria guerra fredda del nostro tempo. Ma il tempo va avanti e le cose cambiano e insieme a loro i pensieri di cosa sia giusto e sbagliato nelle società. In primo luogo, oggi l’occidente non è più la potenza economica di qualche decennio fa, o comunque, per meglio dire, la distanza di ricchezza tra i paesi del G7 e il resto del mondo oggi si è molto ristretta. E allo stesso modo, la crescita della popolazione mondiale (elemento fondamentale per la salute di un Paese) pende sempre più a favore dei paesi in via di sviluppo. Ma se da un lato, le forze economiche delle due fazioni si fanno sempre più simili, dall’altro, la visione di quali debbano essere i principi regolatori del mondo si fanno sempre più polarizzati: ad oggi, una serie di Stati, in cui vivono qualche miliardo di persone nel mondo, non hanno condannato fortemente la guerra in Ucraina o, ad ogni modo, commerciano ancora con lo Stato russo come se niente fosse. Gli stessi Stati che amano sempre meno l’occidente americano e che non ne invidiano i loro principi di libertà e democrazia. Se si dice che l’URSS sia implosa per il loro sistema economico fallace nei confronti del mondo occidentale, la situazione attuale, al contrario, è molto più in stallo ed incerta. Battersi uniti contro l’invasione russa farà sicuramente scouting tra i paesi occidentali ma farà davvero appealing al resto del mondo?

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

In Media stat virtus: l’Infodemia e la guerra

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Così come il riscaldamento globale ci ha abituati all’assenza delle mezze stagioni, è ora il sistema dei media, ormai al collasso, a rimuovere ciò che resta delle posizioni intermedie, lasciando chi si trova nel guado dell’opinione pubblica alla mercé delle uniche due sponde possibili: o sei pro o sei contro. Un copione già visto con la pandemia ed ora arricchito da dossier ombra, svenimenti in diretta tv e alleanze tra linee editoriali così agli antipodi tra di loro da far sembrare omogenea e coerente l’attuale maggioranza di governo. Di fronte a questo caos si è costretti a scegliere se rimanere invischiati nel gioco oppure se fare un passo indietro e osservare la dinamica del conflitto da un’altra prospettiva, ed è quello che stanno facendo gli italiani.

Secondo i dati riportati dal Corriere della Sera, curati dall’Istituto Ipsos (diretto da Nando Pagnoncelli), dal 17 marzo all’8 giugno scorso la quota di coloro che non si schierano né a favore dell’Ucraina, né della Russia, è passata dal 38 al 44% (il famoso partito nei né né). Un discorso analogo vale per le sanzioni, che ora trovano l’appoggio del 47% del campione intervistato, contro un iniziale 55%. Che questo cambio sia determinato da una moltitudine di allocchi caduti nella trappola della disinformazione russa o da analfabeti funzionali chiamati ad esprimersi? No, è che solo il 27% del campione ritiene l’informazione erogata dai mass media “neutrale ed oggettiva”, mentre tutti gli altri la considerano sbilanciata a favore di una delle due parti in causa.

E come dargli torto? In questi mesi la stampa ha dato il peggio di sé, dalle liti in tv tra accademici e politici, accompagnate da insulti e querele che neanche al Processo di Biscardi, a vere e proprie fake news, fornite da ambo le parti della barricata, come è normale che sia in ogni genere di conflitto, propinate però come oro colato. Solo che in questo caso la credibilità dei media, tra cui i principali giornali italiani, è di fatto posta alla berlina dal loro stesso funzionamento. Già, perché la precarietà di cui oggi gode l’informazione ha origini antiche, che andrebbero riscoperte a colpi di replay e VHS. Dalla lottizzazione della Rai al bando di Luttazzi, Santoro e Biagi, per poi approdare a un sistema, quello dell’attuale giornalismo, ormai regolato perlopiù da interessi privati, che solo raramente si palesano al lettore (come ha riportato TPI in un analisi pubblicata il 29 aprile scorso). Per di più, e nonostante l’ingente aiuto da parte di interessi esterni, il numero di copie vendute dai principali quotidiani italiani è in costante caduta libera. Giusto per citare due dati, il Corriere, dal 2011 al 2020, ha perso il 60,1% delle vendite delle copie cartacee, mentre La Repubblica, sempre nello stesso arco temporale, ne ha perse il 68,1%; e il tentativo di compensare tali perdite con i talk ha solo reso ancor più palese lo smarrimento dell’informazione, come dimostra anche la diretta di Giletti dalla Russia. Ma come si spiega una simile deriva?

Nadia Urbinati su Domani, la spiega così:“ La guerra in Ucraina ha rilanciato il soft/hard power e ha messo in luce quel che gli studiosi di politica documentano da qualche anno: lo scambio dei ruoli tra partiti e media sul set della politica. La guerra ha mostrato che i media sono sempre più spettacolari e partigiani, e i partiti meno di parte. I primi fanno l’audience dalla quale i secondi dipendono.” Ed in questa inversione di ruoli, nata ben prima del conflitto russo-ucraino, che risiede la vera crisi del sistema dei media. Troppi giornali hanno infatti smesso di fare informazione per occupare il posto lasciato vacante dalla crisi dei partiti, innescando così, perlopiù involontariamente, la propria spirale autodistruttiva, perché là dove inizia la propaganda, là dove si premia la dichiarazione invece dell’intervista e si adotta un registro linguistico differente a seconda del rapporto di preferenza col proprio interlocutore, cessa la promozione di ogni qualsivoglia forma di pensiero critico ed indipendente. Ed è proprio quello che sta accadendo oggi.

Per questa ragione chi pensa che il problema dei mass media sia quella manciata di persone sbattute sulle pagine del Corriere per via delle loro idee si trova oggi alla stregua di coloro che denunciano la violazione dell’Art. 21 della nostra Costituzione in un dibattito pubblico. In entrambi i casi non ci si accorge di esagerare ed esaltare la partigianeria di stampo partitico senza rendersi conto che i media e l’informazione dovrebbero essere altra cosa.

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Tre indizi fanno una prova: l’inflazione e le nostre colpe

L’attuale crisi climatica, i colli di bottiglia e infine l’enorme debito pubblico italiano ci possono aiutare a comprendere meglio il perché dell’aumento dell’inflazione e di quella che domani, forse, sarà la futura crisi finanziaria. L’Italia, infatti, rischia più di altri di dover pagar pegno ed essere presa di mira dagli speculatori, ma le colpe di tutto non ricadono solo sui soliti indiziati e vanno ricercate nel passato del Bel Paese e nelle congiunture col presente.

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Sono bastate una manciata di gaffe e il sovrapporsi di tre congiunture per rendere evidenti le ipocrisie che per anni hanno accompagnato la politica della UE e dei singoli Stati ad essa aderenti. Nessuno, infatti, neppure la Germania, è esente dall’aver contribuito a creare quella tempesta finanziaria che tra qui e il prossimo inverno rischia di scatenarsi sui mercati del Vecchio Continente. Tempesta di cui un assaggio c’è già stato in questi mesi, con l’impennata dell’inflazione dal lato dell’offerta e la necessità di intervenire con l’incremento dei tassi da parte della Bce, per arrestarla, con la conseguenza che gli spread, soprattutto di Paesi indebitati come l’Italia, sono schizzati alle stelle, per poi riscendere.

La miopia legata all’uso del gas e gli effetti del cambiamento climatico

Per comprendere l’evolversi dell’attuale quadro macroeconomico, in cui geopolitica e politiche locali hanno un ruolo importante, occorre ritornare allo scorso inverno e più precisamente a Glasgow, quando i grandi della Terra hanno affrontato la realtà dei fatti: non esiste un pianeta B e i cambiamenti climatici esistono per davvero. Già, perché sino al 31 Ottobre del 2021 l’esigenza di dover contenere le emissioni di CO2 era sì presente, ma non pressante (come evidenziato dal grafico).

Fonte: Nature

L’idea generale, concordata a Parigi e ripresa a Glasgow, è quella di interrompere l’ascesa delle emissioni di CO2, ma non prima che ciò sia conveniente ai mercati. Il carbone, ad esempio, responsabile dell’80% delle emissioni di CO2 del comparto energetico, almeno nell’Ue, sta certamente subendo continue riduzioni, ma al suo posto è subentrato il gas. Dagli anni ’90 ad oggi i Paesi dell’Ue hanno infatti scelto di incrementare la quota di gas importato quale sostituto meno clima alterante rispetto al carbone (producendo il 40% di CO2 in meno) e per tanto, esso è stato inserito nella tassonomia verde europea.

Fonte: Eurostat

Ma il gas è davvero così verde come si dice? Secondo le commissioni europee chiamate a decidere, per ora no. Come riportato da Domani, in un articolo a firma di Francesca De Benedetti, le critiche al gas non sarebbero arrivate solo dagli ambientalisti oltranzisti e radical chic (come li ha definiti Cingolani), ma persino da JP Morgan, Goldman Sachs e dallo stesso Eu Technical Expert Group che ha stilato il dossier tecnico per la commissione europea. “La notte di Capodanno – scrive De Benedetti – è filtrato il piano di Bruxelles: dare l’etichetta verde a gas e nucleare, proprio come da accordo fra i governi. Il parere negativo espresso dalla Piattaforma sulla finanza sostenibile, che raccoglie componenti come l’Institute for European Enviromental Policy, ma pure la Banca Europea degli Investimenti (Bei), mondo della scienza e degli investimenti, non ha fermato Ursula von der Leyen, che a febbraio, ignorando qualche voto contrario e astensione nel suo stesso collegio di commissari, è andata dritta per quella strada.” Ora il Parlamento europeo potrebbe riscrivere la tassonomia, visto che alla crescente fronda dei sempre contrari al gas si è ora aggiunta quella di coloro che intravedono nel combustibile fossile la mano finanziaria di Putin (e questo persino tra i membri del PPE).

Ed è qui che si palesa la prima congiuntura e relativa ipocrisia: di fronte al riscaldamento globale si è scelto di continuare a investire su energie fossili perlopiù presenti in Paesi dai profili anti-democratici, ed oggi, nonostante i dati sul clima non incoraggianti e le ipocrisie sui conti in rubli, la scelta di molti Paesi dell’Ue resta la stessa: più gas per tutti. Nonostante ogni nuovo giacimento di gas rappresenti un chiodo sulla bara della specie umana, si continua a cercare gas e stringere accordi con Paesi non allineati ai valori Occidentali ed in primis al concetto base di democrazia.

I colli di bottiglia e lo shock dal lato dell’offerta

Tuttavia, così come una rondine non fa la primavera neppure una singola congiuntura è sufficiente a spiegare la tempesta che attende i mercati. Guerra e clima sono certamente impattanti, a maggior ragione oggi, sulla scia dei tagli delle forniture di gas da parte di Gazprom, ma è una seconda congiuntura ad aver dato il colpo decisivo. Con l’avvento della pandemia di Sars-Cov2 si era interrotto quel flusso di merci e persone che ha permesso alla globalizzazione di marciare e trascinare con sé le economie mondiali. Di fatto, dalla fine del 2019 sino a quando le strategie di contenimento messe in atto da vari Paesi del mondo non hanno iniziato a dare gli effetti sperati, la globalizzazione e con essa il modello produttivo del Just in Time, hanno smesso di correre. È stato grazie ai vaccini e alle policy di contenimento del virus che la Cina e gli States hanno ripreso a marciare, trascinando poi con loro il resto del mondo, come mostra l’indice delle Commodities elaborato da Bloomberg; dal quale si evince come il 2021 sia stato l’anno migliore di sempre, persino del 2011 post Grande Recessione.

Fonte: Bloomberg

Ma le cose non sono mai così semplici. E se da un lato è vero che la fine della pandemia ha portato ad un miglioramento delle condizioni economiche, dall’altro i prezzi dei beni sono aumentati così tanto da rendere più instabile la ripresa economica. Ma cosa significa?

Gli economisti di tutto il mondo si interrogano sul perché i prezzi siano aumentati tanto: il ragionamento più semplice è che l’uscita dalla pandemia abbia spinto i consumatori a domandare sempre più massicciamente prodotti e spingere così in alto l’inflazione. In politica monetaria, questa inflazione viene definita “positiva” ed è un buon segno per la ripresa del benessere della società: più domanda uguale più consumi, più lavoro, più stipendi. Ma non è invece da mettere nel cassetto l’eventualità che questo aumento dei prezzi sia stato dovuto principalmente ad un livello di offerta troppo basso, minore della situazione pre-pandemia, a parità di domanda dei beni. È come dire che lo stesso prodotto post pandemia abbia subito un aumento di prezzo perché i produttori ora non sono più in grado di produrlo al prezzo di un tempo. E questa viene definita inflazione “negativa”, poiché rappresenta un freno all’economia: in questo caso, infatti, più inflazione significa meno domanda, meno consumi, meno occupazione e quindi salari ridotti. Scritto più semplicemente: uno shock sui prezzi dal lato dell’offerta aumenta l’inflazione e diminuisce la produzione (generando poi la stagflazione).

E noi oggi dove ci troviamo? Prima dell’inizio della guerra, le principali banche centrali erano convinte che si trattasse effettivamente di un aumento dei prezzi ambivalente, quindi in grado di colpire sia il lato della domanda sia il lato dell’offerta, con l’attenuante che quest’ultima manifestazione si sarebbe poi sgonfiata una volta che le produzioni avessero recuperato le condizioni economiche pre-Covid. Ma la guerra ha fatto il suo ingresso, e con lei il conflitto commerciale tra super potenze. La Russia è stata colpita da pesanti sanzioni commerciali che di riflesso hanno certamente avuto un effetto sulle nostre economie. Ma soprattutto, è stata la risposta di Mosca a creare più insofferenza al già fragile equilibrio di domanda ed offerta: come abbiamo scritto, l’economia occidentale si basa prevalentemente sull’uso di gas e petrolio per far funzionare la produzione ed è chiaro che se esso viene tagliato, l’offerta di beni subisce un grosso ridimensionamento, che poi si traduce in un aumento (in chiave “negativa”) dei prezzi. Ed è così che in Europa e negli USA, si sono impennati i prezzi dei beni al consumo, soprattutto delle materie prime, come il gasolio, facendo schizzare le previsione dell’inflazione e preoccupare le banche centrali, tanto da spingerle a rivedere le loro politiche sui prezzi.

Si palesa poi una differenza tra gli Stati Uniti e la UE: i primi, a prescindere dalla loro miglior capacità di attutire i colpi grazie ad un mercato del lavoro più elastico (non per forza socialmente migliore), hanno l’asso nella manica per non far andare completamente fuori controllo l’aumento dei prezzi. Infatti, gli Stati Uniti sono tra i più grandi esportatori di gas e possono quindi sopperire alla crisi energetica più facilmente degli europei che sono poverissimi di materie prime fossili. Un’altra prova della cecità del Vecchio Continente di non aver investito prima su modalità alternative di approvvigionamento di energia.

La congiuntura italiana

Una volta analizzate queste due congiunture e i limiti delle politiche attuate per porvi rimedio, occorre rivolgere lo sguardo ai mali del nostro Bel Paese. L’Italia, infatti, e in special modo la sua classe dirigente, ha tracciato un solco che dagli anni ’80 ad oggi espone la nostra economia alle turbolenze dei mercati. D’altro canto, come raccontano i dati di Banca d’Italia, il debito pubblico del nostro Paese è cresciuto nonostante l’assenza di crisi economiche globali, tanto che nel 1993 aveva già toccato il 120% del Pil. C’è poi stata un’opera di revisione dei conti, con l’avvento dell’euro, ma di fatto non si è più scesi sotto quota 100% è da questa incapacità di riassorbire le risorse erogate dallo Stato (a stimolo dell’economia nazionale) che è iniziato il declino dei conti pubblici.

Il ciclo economico, così come previsto sia dagli studi classici, sia da Keynes stesso, prevede infatti dei momenti di recessione di fronte ai quali si rende necessario l’intervento pubblico per riequilibrare una domanda che non trova più allineamento all’interno del mercato e questo lo si è visto sia durante la Grande Recessione, sia oggi con la crisi pandemica. Lo Stato quindi spende, facendo deficit, per evitare il tracollo e la sofferenza tra le fasce della popolazione più svantaggiate introducendo sussidi e stimoli all’economia. Tuttavia, in assenza di un risanamento dei conti pubblici, da effettuarsi nel successivo boom, ci si espone poi alle speculazioni del mercato. E’ sempre la storia della cicala e della formica.

Draghi, quando era a capo della Bce, aiutò gli Stati con un debito pubblico elevato grazie al famoso whatever it takes: tradotto, se il debito dello Stato sul mercato fosse stato allocato a tassi d’interesse troppo elevati, lo avrebbe comprato la UE. Una cosa simile era successa col Pepp durante la pandemia, ma ora, complici le due congiunture descritte in precedenza, la politica monetaria deve fronteggiare l’inflazione attraverso un aumento dei tassi e col rischio di soffocare la crescita.

E di fronte a questo aumento dei tassi i Paesi maggiormente indebitati (e che negli anni hanno dimostrato di non saper rientrare del proprio debito), oggi pagano pegno e più di altri. In tal senso è interessante il caso del Portogallo, che come racconta Luciano Capone sul Foglio, “Di fronte all’aumento dell’inflazione, agli evidenti segnali di rallentamento nell’Europa centrale e orientale e alla prospettiva di tassi d’interesse più elevati – diceva meno di un mese fa il ministro delle Finanze portoghese – non possiamo permetterci di introdurre un fattore di rischio aggiuntivo”. L’obiettivo di Medina è sostenuto dal suo predecessore e ora governatore della Banca centrale portoghese, Mário Centeno, secondo le cui proiezioni il rapporto debito/pil del Portogallo scenderà al di sotto di quello di Francia, Spagna e Belgio entro il 2025, per arrivare al 104 per cento nel 2027, 30 punti in meno rispetto al picco del 2020 (135 per cento).” In Italia, invece, i piani di rientro del debito sono assai più graduali e già oggi c’è chi invoca persino un nuovo scostamento di bilancio e la sospensione ad libitum del Patto di Stabilità.

Lo spread: la fotografia di un Paese

Esiste quindi un dato che ad oggi mostra, in tutta la sua plasticità, gli effetti delle tre congiunture sin qui descritte è quello dello spread italiano.

L’incremento del differenziale tra Btp e Bund inizia nel novembre del 2021, a margine degli accordi di Glasgow e all’indomani dell’affermarsi dei colli di bottiglia ed illustra come l’Italia rappresenti, soprattutto a causa dell’incapacità di riformare settori a rendita e di rinnovarsi, la preda ideale per chi intenda speculare. Il lavoro dello speculatore di fatto è proprio questo, trovare Paesi in crisi e agire fino a quando qualcuno non interviene, in questo caso la Bce con lo scudo anti-spread e Christine Lagarde con le sue parole.

Tuttavia, sperando sempre che la Ue intervenga risolutamente e tempestivamente, le colpe dell’attuale situazione economica italiana vengono da più lontano e investono soprattutto una classe politica incapace di fare riforme e impreparata di fronte alle emergenze. Si può quindi cercare di addossare tutte le responsabilità dei mali italiani a Greta Thunberg e agli ecologisti che vogliono salvare il mondo, oppure all’Europa che impone vincoli di bilancio e politiche a vantaggio della Germania, ed infine alle autocrazie, dapprima quella cinese e poi quella russa col Covid e il ricatto del gas. Ma sarebbe assai più saggio guardarsi allo specchio, leggere i dati che mostrano decenni di sperperi e di clientelismo, per poi individuare i mali della politica ed infine quelli degli elettori che scelgono sempre chi promette loro l’uovo oggi, senza però spiegare che così domani non ci sarà mai nessuna gallina.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci