Altro giro, altra giostra

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Se fossimo su una nave, l’inflazione assomiglierebbe a una di quelle isole che al primo bagliore dell’alba si intravedono al largo. All’inizio se ne percepiscono solo i contorni e i colori sfumati, ma in poco tempo esse si materializzano di fronte a noi lasciandoci a bocca aperta. Ed è così anche per l’inflazione, che per quasi un ventennio è rimasta silente, mentre ora, con pochi sussulti, è riuscita a far tremare i mercati e minare la speranza di una ripresa indolore. In questo appuntamento insieme a Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, approfondiremo le possibili conseguenze di un’impennata dell’inflazione e i suoi effetti sull’economia italiana.

Le principali testate nazionali ed internazionali paventano il ritorno dell’inflazione e le sue ripercussioni sulla ripresa: che cosa puoi dirci a riguardo?

Effettivamente, e come riportato dal Il Sole 24 ore, ad aprile le imprese manifatturiere dell’Eurozona hanno aumentato i prezzi di vendita ad un livello mai registrato in oltre 18 anni di raccolta dati; l’inflazione Usa di aprile supera le attese degli analisti, infatti, il costo della vita ha segnato una crescita tendenziale del 4,2% (valore più alto dal 2008) a fronte di un atteso +3,6% e in sensibile accelerazione rispetto al +2,6% di marzo. Infine, il prezzo del petrolio, che com’è noto rappresenta un indice valido per capire l’andamento dell’inflazione, è in crescita e di questo è facile prenderne atto facendo anche semplicemente rifornimento di benzina. Infine, anche il prezzo delle materie prime è ugualmente in crescita, anche se ciò è dovuto principalmente a carenze di queste ultime.

Si tratta solamente di un pugno di dati, ma bastano per capire che l’inflazione non è morta, anzi, sta tornando; si era solo incagliata in una trappola dalla quale sia l’enorme quantità di moneta presente in circolazione oggi, sia le poderose politiche fiscali applicate dagli Stati, la stanno finalmente liberando e lasciando risalire. D’altronde, se un Paese come gli USA decide di investire centinaia di miliardi di dollari e l’Unione Europea adotta misure analoghe, grazie anche all’abbassamento del costo del denaro permesso dalle Banche Centrali, è chiaro che i consumi, e di conseguenza i prezzi, non possono che ripartire verso l’alto. Se poi a tutto questo ci si aggiunge il fatto che la pandemia sta piano piano scemando e una simmetrica fiducia (sempre fondamentale) sta man mano rafforzandosi, è ragionevole l’idea che l’inflazione possa tornare a correre.

E qui sorge spontanea una domanda, ma è un bene o un male che l’inflazione ritorni a correre e lo faccia col tasso di crescita riportato dai vari quotidiani?

Dipende. Da una parte il ritorno dell’inflazione è sicuramente una buona notizia per il recupero del PIL italiano, che secondo le ultime stime di Bruxelles, dopo un crollo dell’attività economica nel 2020, la peggiore della media europea (-8,9%), potrebbe ottenere un rimbalzo del 4,2% nel 2021 e del 4,4% nel 2022. E sappiamo come un miglioramento del PIL porti con sé una crescita occupazionale, quindi una crescita dei salari e una migliore sostenibilità del debito. In altre parole, tutto quello a cui le politiche fiscali e le politiche monetarie europee ed italiane miravano. Tuttavia, bisogna vedere, e sarà la realtà prima della teoria a rivelarlo, se questa crescita dell’inflazione sarà continua e costante nel tempo, sempre vicina a quel 2% che le Banche Centrali (BC) si prefiggono come obiettivo, oppure no. Le BC, infatti, tollererebbero bene un’inflazione media più alta nel breve periodo, ma non su un orizzonte temporale più lungo, poiché allora si potrebbe ricadere nella iperinflazione. Uno scenario questo, che tutti gli analisti e istituti di credito centrale cercheranno di evitare in ogni modo.

Per spiegarla più semplicemente, la fiammella dell’inflazione sta ripartendo grazie alla grande quantità di legna immessa. Se le banche centrali limitassero adesso l’avvio del fuoco per paura che diventi troppo grande, magari gettando acqua sull’inflazione, ecco che a risentirne per prima sarebbe la ripresa economica. Tuttavia, non intervenendo e lasciando che il fuoco prosegua da sé si potrebbe ugualmente correre dei rischi, come quello di perdere il controllo delle fiamme e inseguirne l’andamento piuttosto che determinarlo. In entrambi gli scenari ci sono dei rischi da assumersi e delle decisioni da prendere tempestivamente e in modo risoluto.

Quindi dobbiamo aspettarci che le Banche Centrali smettano di regalare denaro e alzino i tassi d’interesse? In altre parole, che smettano di accatastare legna e cerchino invece di gestire il fuoco che c’è ora? Ma quando accadrà tutto questo? Tra un mese, un anno? E quale sarà l’effetto sull’economia in generale?

La risposta ufficiale che abbiamo, e proviene da una delle più importanti BC, è che non sarà una prima fiammata di inflazione a rallentare gli stimoli monetari espansivi (politiche convenzionali e non convenzionali). Per ora, il presidente FED Jerome Powell continua ad assicurare che i tassi resteranno a 0% a lungo e che gli acquisti di bond continueranno al ritmo attuale finché non ci saranno «progressi sostanziali». E sulla falsa riga degli USA si sta muovendo anche la Bce, che si dice ancora certa che gli stimoli espansivi rimarranno per evitare di fermare anzitempo la ripresa economica. D’altra parte però, nelle scorse settimane, la Bank of Canada ha ridotto del 25% gli acquisti settimanali di titoli, diminuendo le iniezioni di liquidità. 

C’è quindi una risposta scomposta dai vari istituti di credito centrali?

Innanzitutto diciamo che la Bce ha più margine per mantenere attivi gli stimoli, sia perché l’inflazione dell’eurozona è più bassa rispetto a quella USA, sia perché i titoli di stato che possiede in pancia sono in percentuale più bassa rispetto a Bank of Canada, Bank of Japan e Bank of England. Quindi sì, è lecito che si facciano delle distinzioni sulla base della situazione dei singoli Paesi.

In secondo luogo, a mio avviso, i punti interrogativi a cui presto dovremo rispondere sono questi: che effetto avrà una politica monetaria restrittiva sul mercato azionario e sui rendimenti dei titoli di Stato? Questi due, infatti, rappresentano quelle categorie che più hanno beneficiato della liquidità delle BC. Il mercato azionario, infatti, è diventato la calamita di investitori alla ricerca di guadagni più alti rispetto ai titoli di Stato, e quest’ultimi, per l’appunto, sono finiti per diminuire di valore ed essere quindi divenuti più sostenibili per gli Stati che ne hanno emessi parecchi, come ad esempio l’Italia.

Quindi come pensi che reagiranno i mercati azionari? Hai già fatto una previsione?

Per quanto riguarda i mercati azionari è facile constatare come essi siano ormai a livelli molto alti, troppo alti per alcuni analisti. Wall Street, per fare un esempio, sta addirittura toccando i massimi storici, e ciò non è necessariamente un buon segno, come ci ricorda la Storia. In molti, infatti, si domandano: che cosa succederà sul mercato azionario (meno sicuro) quando i tassi di interesse obbligazionari (più sicuri), torneranno ad aumentare a causa di una ripresa dell’inflazione? E’ probabile una traslazione degli investimenti. Ed i primi scricchiolii iniziano a manifestarsi già adesso: nelle giornate in cui sono usciti i primi dati di ripresa dell’inflazione, le borse hanno iniziato a soffrire e a scontare perdite, segno che una tensione esiste ed è palpabile. Una volta che l’inflazione tornerà ufficialmente ad essere presente e le BC compreranno di nuovo il denaro, scoppierà una bolla finanziaria? Gli indici azionari drogati in precedenza, da così tanta liquidità, crolleranno? Ci saranno effetti sull’economia reale oltre che finanziaria? 

Insomma, nulla di buono all’orizzonte…

È presto per dirlo e occorre tenere a mente che la situazione dovrebbe essere più sicura rispetto al 2007-2008, quindi alla stagione della Grande Recessione, anche grazie alle nuove regolamentazioni di cui in precedenza avevamo discusso, ma solamente i prossimi dati ci daranno conferma sulla stabilità o meno del mondo finanziario.

Dando per buone e rispettate le nuove regole, e quindi per salvo il mercato azionario, che ne è del debito pubblico? Che succederà quando la Bce smetterà di comprare titoli di Stato dei vari Paesi o addirittura inizierà a rivenderli per tenere a livelli congrui l’inflazione? 

Sappiamo bene che la vendita di titoli di Stato significa più offerta rispetto alla domanda e quindi tassi d’interesse più alti sui titoli. D’altronde, se ci sono più titoli di Stato in circolazione, allora si offrirà un prezzo più basso per questi ultimi, e di conseguenza un rendimento più alto per il compratore. Ci saranno Paesi come l’Italia che toccheranno livelli di debito da capogiro e quindi avranno più interessi da pagare, ma anche in questo caso la situazione è ben diversa rispetto alla crisi del 2010 (quando lo spread galoppava). Ai tempi, infatti, il “whatever it takes” di Draghi non esisteva ancora e la politica fiscale comune era solo un miraggio. Molto dipenderà da come i Paesi che sorreggono un debito alto riusciranno ad agire virtuosamente in termini di spesa, investimento e rientro graduale del debito.

In altre parole non resta che incrociare le dita e allacciare le cinture di sicurezza!

Ad essere sinceri, molto dipenderà dalla credibilità di un piano efficiente, il Piano di Ripresa e Resilienza per essere chiari, ma ritengo difficile che una tempesta di spread potrà colpirci nuovamente nei prossimi anni, almeno non con l’intensità del 2010/11. Ma siamo noi, intesi come Paese, gli artefici del nostro destino. È vero, infatti, che stiamo navigando in un mare inesplorato, dove le Banche Centrali sono capaci di generare così tanto denaro come mai prima nella Storia, e di conseguenza calmierare le speculazioni di cui le diverse sfaccettature saranno chiare solo col tempo, ma siamo anche in balia di promesse di remissione dei peccati atavici, che come Italia ci portiamo dietro da tanto, forse troppo tempo. Ed ora, come non mai, la risorsa di cui non disponiamo più è proprio il tempo.

In questa rubrica, vi abbiamo raccontato i meccanismi della Giostra dell’inflazione, dall’ingranaggio più semplice a quello più complesso, dai momenti dove a generare la paura è la vertigine a quelli dove a prevalere è l’ansia dell’abisso, fino a descrivere il peso che questo meccanismo economico gioca a livello nazionale ed europeo. Ma al di là di tutto questo, che cos’è davvero l’inflazione e perché parlarne proprio adesso? 

La risposta è in questo racconto. Due tonni nuotano nel mare, e quando all’improvviso incrociano un delfino che domanda loro “com’è l’acqua oggi?”, i due si guardano tra di loro e non proferiscono parola, così il delfino riprende a nuotare e si allontana da essi. A questo punto uno dei due tonni chiede all’altro “ma che cos’è l’acqua?”. Ecco, l’inflazione è esattamente questo: è una delle correnti più forti nell’oceano dell’economia, di cui ognuno di noi è in perenne balia, ma di cui spesso ignoriamo la presenza. Ed è per questa ragione che capirne la direzione e il funzionamento, fino a prevederne la forza, è indispensabile per non subirne gli effetti più nocivi. Ma c’è di più, perché a differenza di una corrente oceanica, la cui natura è pressoché indipendente dall’azione umana, nel caso dell’inflazione, invece, ognuno di noi gioca un ruolo attivo nel determinarne l’andamento. 

In tal senso, l’inflazione è a tutti gli effetti una giostra dalla quale nessuno può scendere e di cui il controllo è soggetto tanto alla razionalità quanto all’irrazionalità, le quali albergano sia nel macchinista che la manovra, sia in ognuno di noi. Ed è in questo che risiede il suo fascino: essere a bordo di un mezzo che genera tanta euforia quanta paura e di cui quasi nessuno conosce davvero le sorti, perché un conto è aver studiato la teoria necessaria per capire la realtà, un altro è viverla. Una realtà che bussa al portafoglio di ognuno di noi e che, per la prima volta, coinvolge la moneta unica, l’Euro, e la sua comunità, la quale dovrà affrontare le montagne russe tra le più impervie che un banchiere centrale abbia sinora affrontato. E noi, Italia, siamo proprio in fondo alla giostra, là dove le curve del percorso si fanno sentire di più, generando così colpi e contraccolpi di forza maggiore rispetto a chi guida il gruppo arrivato prima di noi. Per questo motivo dobbiamo oltremodo conoscere le caratteristiche della giostra su cui stiamo viaggiando.

Ed è per questo, cari lettori, con l’auspicio che questa guida vi possa rendere più dolce il prossimo viaggio, che vi invitiamo a prendere posto e allacciare ben salde le cinture di sicurezza, per un giro di giostra che nessuno ha mai sperimentato prima d’ora e di cui saremo, e faremo, la Storia.  

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Il PNRR, una nuova spinta

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L’unione fa la forza. È questo l’imperativo che da sempre spinge ogni individuo ad affidarsi agli altri e a costituire dei gruppi, tant’è che persino nelle società più individualistiche nessuno è mai solo. D’altro canto, se la specie umana non avesse costruito delle comunità che sin dai tempi più antichi fossero state capaci di affrontare le avversità, forse oggi il mondo non sarebbe lo stesso. E questo spirito di sopravvivenza ricompare ogni qualvolta si fronteggiano grandi sfide, come quella dell’attuale crisi economica (anche se purtroppo, c’è sempre qualcuno che si distacca dal gruppo per andare incontro all’ignoto da solo, riportando spesso scarsi risultati). Insieme a Roberto Biondini, cercheremo quindi di comprendere come la comunità europea stia affrontando la grande sfida del momento e quali strategie abbia in serbo per condurre al meglio la giostra dell’inflazione.

Nei precedenti appuntamenti si è discusso sia di inflazione, sia di deflazione, giungendo a spiegare i reciproci meccanismi d’innesco e le risposte dei singoli Stati e delle Banche Centrali. Oggi però, oltre alla deflazione, l’Europa, e ovviamente l’Italia, devono rispondere anche alla pandemia. Saranno sufficienti il Pnrr italiano e il Next Generation EU a superare tutte queste difficoltà?

Per rispondere è necessario fare prima un passo indietro. Dalla formazione dell’UE, al recente presente, le politiche fiscali di ogni Stato membro sono state di competenza nazionale; di conseguenza, ad esempio, Italia e Spagna hanno potuto adottare regimi di tassazione completamente diversi pur avendo un’unica politica monetaria (questa gestita dalla BCE). E non c’è bisogno di essere degli economisti per capire che se vi fosse una politica fiscale comune sarebbe più facile coordinarsi con un’unica politica monetaria. Per capirci, è più utile che due cavalli trainino una carrozza andando nella stessa direzione, oppure no? Certo, è vero che per avere una politica fiscale comune sarebbe necessario che gli Stati membri condividessero anche un’economia simile e rapporti commerciali molto stretti, altrimenti si rischia di organizzare una gara sui 100 metri e far gareggiare una rana, una lepre e una tartaruga: l’esito è scontato. Occorre quindi destrutturare la complessità e osservarne ogni specifica sfaccettatura. Ad esempio, è abbastanza vero che la zona Euro (non UE) sia una zona commerciale nella quale gli Stati che la compongono condividono più somiglianze che differenze. E proprio per questo, una politica fiscale comune (almeno su questioni più importanti) sarebbe possibile e sicuramente utile a tutti per potenziare lo sviluppo della zona.

Nonostante questo, ad oggi, il desiderio di far convergere le singole politiche fiscali non ha attecchito, anche perché in parte ciò significa richiedere un sacrificio sia a chi galoppa e vorrebbe andar da solo, sia a chi è entrato nella moneta unica per il rotto della cuffia e oggi fatica a far quadrare i conti. Senza considerare il fatto che il dumping fiscale ha avvantaggiato diversi Paesi, i quali vorrebbero mantenere i privilegi acquisiti, a scapito degli altri. Tuttavia, là dove ha fallito il confronto e la convergenza di intenti, è riuscita la pandemia, tant’è che il Next Generation EU e il piano SURE della commissione europea hanno di fatto gettato le fondamenta per una politica fiscale comune, utile sia per combattere la deflazione, sia per far ripartire la produzione. 

Effettivamente senza questo intervento i rischi per la tenuta dei conti italiani sarebbero stati ben maggiori, ma non è stato facile far digerire a tutti gli Stati membri questo pacchetto di interventi e taluni, come la Finlandia, sembrano ancora intenzionati a mettere i bastoni fra le ruote all’intero progetto. Non è forse così? E come funziona, nel concreto, il Next Generation EU e il piano SURE?

Sì, le criticità ci sono ancora e il diritto di veto, nonché il peso del Consiglio europeo, dove siedono Rutte, Orbàn e Kurz (solo per citarne alcuni), rappresentano dei potenziali ostacoli. Tuttavia, l’interdipendenza tra gli Stati comunitari è oggi talmente forte che persino coloro che erano più ostili al Next Generation EU l’hanno poi approvato, stanziando delle cifre mai viste prima proprio per quei Paesi, come il nostro, ritenuti delle “cicale”: questo segnale, insieme alla politiche espansive e la sospensione del Fiscal Compact, rappresentano dei passi in avanti che mai, prima d’ora, ci si sarebbe aspettati di poter osservare.

Ad ogni modo, il vantaggio del debito comune, ovvero quello che finanzierà il Next Generation EU, è che invece di domandare al mercato i finanziamenti per sostenere la spesa nazionale, ottenendo così un tasso d’interesse sostenuto, si delegherà all’UE la raccolta dei fondi, ponendo a garanzia la firma di tutti e ottenendo un tasso d’interesse più contenuto. In questo modo, i paese più deboli sui mercati (come l’Italia) si potranno finanziare con meno costi.

In altre parole, l’UE ha chiesto al mercato i soldi per finanziare i progetti della comunità europea, ottenendo un tasso estremamente basso: addirittura negativo! Un gran risparmio per molti, una prova di solidarietà per tutti. 

Certo, il meccanismo è simile a quello che contraddistingue l’acquisto al dettaglio da quello all’ingrosso, ma c’è qualcos’altro, giusto?

Esatto, i mercati infatti si possono fidare di più di una macro area commerciale piuttosto che di un singolo Stato, come potrebbe essere l’Italia.

Non è detto. Se a chiedere i soldi fosse stata la sola Olanda, o la Germania, forse i tassi sarebbero comunque stati bassi, no?

Sì, il problema dell’Italia, ma non solo suo, è il debito monstre che l’accompagna da troppo tempo e l’incapacità di riformare settori chiave per l’investimento e la ripresa economica. In breve, senza l’Europa sarebbe stato impossibile accedere a linee di credito a un tasso così basso e gli interessi si sarebbero cumulati a quelli già esistenti, producendo un debito che forse non saremmo stati in grado di gestire. Con l’Europa, invece, è come se si fosse costruito un soggetto extra nazionale capace di garantire per tutti, assorbendo maggiormente i punti di forza, piuttosto che le debolezze, dei singoli Stati membri; quando si dice “l’unione fa la forza”. Se infatti, poniamo il caso, l’Italia non riuscisse a ripagare il suo debito, a causa di un ulteriore rallentamento del Pil o altri fattori, ecco che la Germania, o qualche altro Paese europeo più virtuoso (dal punto di vista contabile) onorerebbe il debito contratto. Diciamo che alla fine dei giochi, quest’ultima eventualità è una garanzia aggiuntiva che non verrà usata, perché ogni Stato riuscirà a ripagare il proprio debito, ma è come se ci fosse “un’uscita gratis di prigione” al Monopoli per i Paesi più indebitati, che consente quindi di mantenere tranquilli i mercati circa la solvibilità del debito. Inoltre, fattore per nulla secondario, l’Unione Europea ha persino previsto dei contributi a fondo perduto, il che significa che l’Italia, ma anche Spagna, Francia, Grecia etc. non dovranno restituire queste erogazioni direttamente.

Ma da dove provengono questi soldi a fondo perduto? 

In breve, da una politica fiscale comune che riguarda la tassazione nella zona UE, ad esempio, tasse su emissioni, sui giganti del web, eccetera. Grazie a tutto ciò, l’Italia è riuscita ad ottenere (191,5+13,5) miliardi di prestiti a tassi infinitesimali e sovvenzioni gratuite, che è più di qualsiasi altro Stato europeo. In questo modo dovrebbe esserci, finalmente, un ulteriore incentivo per fare le riforme che si invocano pressoché da sempre, ma che nei fatti restano parole al vento. Così facendo si potrà far partire un circolo virtuoso che da un lato spinga le riforme fiscali, green, digitali, quelle sulla PA, sulla giustizia e quelle contro l’evasione e la corruzione, mentre dall’altro faccia riottenere all’Italia credibilità all’estero, diminuendo così il costo del nostro debito con tassi d’interessi e spread più bassi. Infine, con la presenza di riforme strutturali l’Italia potrà crescere di più, aumentando gli introiti senza bisogno di alzare le tasse, con la conseguente riduzione del nostro debito. 

Già, le riforme: tasto dolente e che si trascina da troppo tempo, ma prima di procedere vorrei fare un’osservazione. Dalle tue parole si comprende il rammarico, e forse anche la frustrazione, dei Paesi frugali nei confronti del sud Europa, perché a conti fatti loro fanno una scommessa, ovvero che l’Italia, ma non solo lei, riesca a fare quel salto che da sempre rimanda con le scuse più improbabili. D’altra parte, se nel nostro Bel Paese queste riforme non sono mai state fatte un motivo ci sarà ed è perché costano voti, creano dissapori e soprattutto rompono quello status-quo, quell’indolenza verso il cambiamento, che pochissimi hanno il coraggio di sfidare: fisco, agevolazioni, pensioni, concorrenza, corporazioni, giustizia, burocrazia, evasione (tanto per citarne alcune), sono qui da sempre. Ce la farà l’Italia?

La dico in una parola: deve. Altrimenti i costi saranno insostenibili e il rischio che si vada a prendere i soldi nelle tasche degli italiani è probabile, oppure che si finisca in bancarotta (o che esca dalla UE) è possibile. 

Lo so, il tempo a disposizione per cambiare rotta è poco e questo per due motivi. Il primo è di natura tecnica: se non si programma in tempi rapidi l’utilizzo dei fondi UE li perderemo per sempre. Il secondo motivo è anch’esso di natura tecnica, ma di grado monetario, e riguarda il ritorno dell’inflazione. Infatti, nel momento in cui l’inflazione tornerà a livelli utili per la crescita economica (vicino, ma sotto al 2%) la BCE dovrà, con cautela, concludere quel lungo percorso di stimolo monetario per evitare l’arrivo dell’iperinflazione, che nella prima parte de La Giostra dell’Inflazione avevamo già bollato come pericolosa. Il problema, infatti, sarebbe nuovamente la sostenibilità del nostro debito. Se la Bce alza (direttamente o indirettamente) i tassi d’interesse, il costo del nostro debito aumenterà di conseguenza e se nel frattempo non si saranno fatte le riforme necessarie, si corre il rischio che il tasso d’interesse si alzi troppo repentinamente, aumentando così il costo di un debito già esagerato (160% del PIL!). Bisogna quindi agire in fretta e bene, perché se è vero che un’inflazione al 2% è ben gradita per far ripartire l’economia, è vero anche che bisogna presentarsi di fronte ad essa con i compiti a casa fatti, altrimenti sono guai.

Capisco, e prima di concludere vorrei tornare al discorso sul debito. I titoli emessi della Bce sono Eurobond oppure no?

“Ni”, nel senso che i famosi eurobond erano pensati come condivisione di debito tra tutti gli stati membri, ma due peculiarità li rendono diversi dai fondi del Next Generation EU. Primo, si parla solo di debito futuro e non di debito pregresso: cioè conta solamente il debito che si fa da ora in avanti, non il debito che si è fatto in passato per decisioni nazionali e che si cerca di colmare con fondi europei, magari perché i propri non bastano. Secondo, le decisioni delle politiche fiscali progettate con i fondi presi dal Next Generation EU sono scelte di comune accordo tra tutti gli stati aderenti. In altre parole, non sono determinate da decisioni nazionali. Il che, a mio avviso, è logico e di buon senso, perché se il debito è comune lo devono essere anche le decisioni assunte. 

Per concludere questa puntata: si prenda abbastanza debito da renderlo difficile da maneggiare, lo si avvolga ben stretto con vincoli e leggi che ne impediscano la sostenibilità, poi lo si lasci riposare per cinquant’anni, lasciando che gli interessi si gonfino sempre di più. Ed ecco che la frittata sarà fatta. Il consiglio? Aspettare la prima grande crisi economica o pandemica per invitare gli amici a tavola e non restare da soli a mangiare quell’intruglio.

Ecco, se la situazione economica attuale fosse una ricetta, suonerebbe più o meno così, ma si da il caso che è proprio nei momenti di difficoltà, quando si è smarrita la via e casa è ormai lontana, che si riaccende, con più vigore di prima, la speranza e la voglia di lottare. È troppo tardi? Chi lo sa, ma se non si prova a lottare per cambiare qualcosa, sarà sempre troppo tardi.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Mario Draghi al comando

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Nell’antico Egitto, la parola era considerata una vera e propria forma di magia e, tuttora, a millenni di distanza, il genere umano si avvale ancora di password per proteggere e aprire mondi altrimenti celati; e così, non dovrebbe sorprendere il fatto che quasi ogni ambito umano sia ancora abitato da formule più simili ad un “Abracadabra”. In questo appuntamento insieme a Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, andremo a scoprire il lato magico dell’economia e la logica ad esso sottostante.

Dal discorso di Roosevelt a quello di Churchill, politica ed economia hanno spesso affidato a interpreti illustri del loro tempo le ansie e le soluzioni dei momenti più drammatici che l’umanità ha dovuto affrontare. E ai giorni, nostri chi pensi abbia meglio colto l’eredità di questi maestri?

Parlando di economia è difficile individuare qualcuno che abbia saputo fare meglio di Mario Draghi. Quando disse: “La Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per preservare l’euro, e credetemi sarà sufficiente” seppe cambiare, con queste semplici parole, il corso della Storia europea e per questo merita di rientrare nell’Olimpo degli economisti. Mario Draghi, infatti, allora presidente della Bce, si espresse così davanti agli occhi di un mondo che barcollava in balia di paure come quella della possibile caduta dell’euro e quindi del progetto comunitario europeo. E grazie a un semplice “whatever it takes”, pronunciato dalla figura più illustre del panorama economico comunitario, e forse mondiale, si evitò il baratro, e, facendo un’iperbole, anche il ritorno al baratto.

Ma al di là della retorica romantica che avvolge quelle parole, nel concreto, quale significato hanno avuto e come riuscirono a cambiare il corso della Storia?

Partiamo dall’inizio. In passato abbiamo trattato il tema delle banche centrali e del loro compito di mantenere stabile l’inflazione, gestendo la moneta in circolazione. In estrema sintesi: esse immettono moneta per aumentare l’inflazione, perché più soldi circolano, più i prezzi aumentano, e viceversa, riducono l’immissione quando è necessario contenere l’azione inflazionistica. Ecco, col tempo, le banche centrali hanno compreso che al posto di stampare moneta per attuare il loro obiettivo, esse avrebbero potuto controllare meglio la politica monetaria attraverso il livello del tasso d’interesse nominale. È il sistema tuttora usato dalle banche centrali come strumento principale: abbassandolo o alzandolo, in rapporto, rispettivamente, a una politica monetaria espansiva o restrittiva. In breve, e senza inoltrarsi troppo nei tecnicismi, è importante sapere che il movimento del tasso d’interesse rappresenta lo strumento principe per gestire la stabilità dei prezzi, obiettivo delle banche centrali e attuato attraverso quella che viene definita politica convenzionale.

E come abbiamo già detto, dopo la Grande Recessione l’inflazione era letteralmente a zero, anzi negativa, e bisognava rialzarla, altrimenti l’economia sarebbe rimasta nella stagnazione che all’epoca imperversava in tutto il mondo, e quindi le banche centrali avrebbero dovuto abbassare il tasso d’interesse. C’era però un problema. I tassi d’interesse erano già stati abbassati al massimo. Come ricordavamo nella puntata precedente, infatti, la globalizzazione e politiche monetarie troppo espansive avevano già abbassato di molto i tassi d’interesse di loro competenza. Di conseguenza, il margine di manovra a disposizione delle banche centrali, per intervenire sulla leva dei tassi, era risicato. Si è arrivati addirittura, cosa non prevista dai libri di testo, a tassi d’interesse negativi, tali per cui pur investendo dei soldi, ne si sarebbero ricevuti di meno di quanti elargiti. Ma proprio l’adozione di tassi pari zero, e negativi, ha innescato la trappola della liquidità. 

E come funziona la trappola della liquidità?

È un fenomeno monetario tale per cui coloro che hanno dei soldi parcheggiati sui conti, piuttosto che spendere e consumare, sono disposti a tenerli fermi senza guadagnarci o addirittura perdendoci. E lo stesso può accadere alle banche, le quali preferiscono tenersi i soldi depositati in pancia, piuttosto che prestarli a imprenditori e rischiare così di non rivederli. In quest’ultimo caso, le banche preferiscono tenerli fermi depositati (anche nelle banche centrali) e scontare così un tasso d’interesse negativo imposto dagli istituti di credito centrali (come la Bce). Insomma, l’idea di far ripartire i consumi, la produzione e più in generale la fiducia tra gli attori economici e finanziari non stava funzionando, ed erano già stati adottati gli strumenti finanziari convenzionali allora disponibili.

La situazione era simile a quella di un autobus in bilico su di un burrone. L’autista, nel tentativo di bilanciare il peso per rimettere le ruote motrici sulla terra ferma, intima ai passeggeri di spostarsi sul fondo dell’autobus, ma questi, temendo di perdere il proprio posto a sedere, o per paura di compromettere l’equilibrio precario, preferiscono restare ancorati dove sono, rischiando però così di scivolare nel baratro dinanzi a loro.

Nel frattempo, il debito pubblico di diversi Paesi UE, come l’Italia (che figurava tra i passeggeri capofila dell’autobus), aumentava sempre di più, soprattutto in riferimento al rapporto debito pubblico/Pil. Chiaramente se il Pil non aumentava, il rapporto non poteva fare altro che aumentare. Per esemplificare: se il rapporto pre-crisi era 10/10 =1, con la Grande Recessione, invece, il Pil si era contratto, in virtù di un calo dei consumi. Nel frattempo, il debito era aumentato, perché costava sempre di più ripagarlo, vista la sfiducia dei creditori verso le credenziali dell’Italia e di altri Paesi. In questo modo il rapporto divenne più simile a un 12/8= 1,5, piuttosto che l’1 descritto in precedenza.

Parentesi tecnica: abbiamo detto nella puntata precedente che nel mercato interbancario i tassi si erano alzati e che le banche non prestavano più se non a tassi altissimi, mentre qui abbiamo parlato di valori negativi per i tassi gestiti dalle banche centrali. Per evitare di appesantire il discorso, si ricordi solo che quando esiste una situazione particolare come quella a seguito della Grande Recessione, i tassi interbancari possono essere diversi da quelli gestiti dalle banche centrali (detti CB refi/ripo).

Era una tempesta perfetta e l’Italia e la Grecia erano al centro dell’occhio del ciclone europeo, ma non hai ancora spiegato il senso delle parole di Draghi e come esse riuscirono a riportare il Sole? 

La situazione era effettivamente drammatica, le banche che non si fidavano più a prestare soldi, l’inflazione era inchiodata nella palude della deflazione e i debiti nazionali crescevano a vista d’occhio. Fu prima che il mercato comunitario si disgregasse che la Bce, con a capo Mario Draghi, operò con almeno due azioni degne di nota, la seconda in particolare geniale. Entrambe si possono ricondurre alle cosiddette politiche monetarie non convenzionali.

Primo, visto che abbassare il tasso d’interesse non era più sufficiente, si decise di inondare il mercato con la moneta (Quantitative Easing o Bazooka Draghi): si utilizzò denaro della banca centrale, di nuova creazione, per grandi acquisti di una serie di attività finanziarie possedute dalle banche, cioè non solo titoli di stato a breve termine, ma anche quelli a lungo termine, così come i titoli garantiti da ipoteca, obbligazioni societarie, ecc. In questo modo si iniettò moneta liquida nel sistema bancario con l’obiettivo di aumentare i prestiti ai cittadini e far aumentare l’inflazione. Ma non finì qui.

Secondo, come si ricorderà, in Europa il problema non era circoscritto ai soli prestiti delle banche nei confronti dei  cittadini, ma coinvolgeva anche il possibile fallimento degli istituti di credito stessi e persino degli Stati nazionali. Di conseguenza, i tassi d’interesse dei buoni del tesoro e lo spread erano in costante aumento, e per ridurre ambedue, Draghi ebbe un’idea così geniale da non richiedere neppure di muovere un dito; fu infatti necessario pronunciare solo tre parole: Whatever it takes; ovvero, si farà qualsiasi cosa per salvare l’Euro e l’Europa. In estrema sintesi la Bce, attraverso Draghi, disse agli investitori: se voi non comprate i titoli di Stato di un particolare Paese, come ad esempio l’Italia, perché pensate siano troppo rischiosi, lo faremo noi, senza limiti e anche direttamente dagli Stati! Quindi, affrettatevi finché i tassi restano alti, perché quando li inizieremo a comprare noi scenderanno e con essi il loro rendimento. Ed in questo modo gli investitori scelsero di comprare tutti i titoli, facendo così abbassare lo spread, senza che Draghi muovesse il pulsante di acquisto.

L’altra volta, però, avevamo detto che un acquisto indiscriminato di debito da parte della Banca d’Italia aveva compromesso la stabilità del Bel Paese, e quindi com’è che, data la natura controversa dell’acquisto diretto di titoli, la Bce riuscì a rendere credibile la sua minaccia agli occhi degli investitori?

Senza entrare nei tecnicismi, la Bce aveva la possibilità di usare l’OMT (outright monetary transaction) e attraverso esso, la Banca centrale avrebbe potuto acquistare obbligazioni sui mercati secondari e anche sul mercato primario (in via del tutto eccezionale perché di regola è vietato per statuto) per salvaguardare un’adeguata trasmissione della politica monetaria. Certamente, tutto ciò aveva una condizionalità, cioè che l’acquisto di debito fosse associato a un rigoroso ed effettivo programma di riforme strutturali appropriate per lo Stato membro coinvolto. Non volevo anticiparlo subito per via dell’onta che lo circonda, ma l’OMT appena descritto s’inserisce nel tanto odiato Meccanismo Europeo di Stabilità, ovvero il MES. Tuttavia, e in questo risiede la genialità tattica di Draghi, l’OMT non era ancora mai stato utilizzato per nessuno Stato, e di conseguenza, anche il solo annunciarlo come possibilità per arginare i tassi riuscì a disinnescare quella tempesta speculativa che si andava formando sopra l’Europa. 

Ad ogni modo, è questo ciò che si nasconde dietro il “whatever it takes” e il cosiddetto “Bazooka” di Draghi, il quantitative easing, lo strumento adottato per far ripartire i prezzi e, indirettamente, tenere basso il costo dei debiti pubblici dei Paesi UE. D’altronde, e com’è già stato illustrato, più titoli del debito di uno Stato si comprano, più il tasso d’interesse sui BTP diminuisce, rendendo più sostenibile il debito stesso. 

Infine, vorrei sottolineare che se la BCE non fosse stata INDIPENDENTE rispetto alle scelte dei governi, quel potere di persuadere gli investitori non lo avrebbe mai avuto. Gli investitori si sono fidati proprio perché la sua promessa di stampare moneta era atta per far ripartire l’inflazione, non per soddisfare scelte di debito nazionale.

La mossa di Draghi salvò l’Euro e l’Europa, ma sfruttò meccanismi che non erano ancora entrati nell’uso comune. Oggi, invece, tutti tremano anche solo sentendo pronunciare parole come Mes e Troika, perché ne hanno visti gli effetti su Paesi come la Grecia. 

In parte è così, ed è per questo che per impedire che in futuro le banche potessero ricadere in quella bolla di titoli spazzatura, creata a causa della scarsa regolamentazione bancaria, si istituirono diversi meccanismi di tutela. Ad esempio, fu richiesto agli istituti bancari di detenere un capitale più alto, evitando così esposizioni eccessive sul mercato e possibili fallimenti (come nel caso di Lehman Brothers). Fu poi introdotta una supervisione bancaria da parte della Bce e la regola del cosiddetto bail-in. Quest’ultima fu ritenuta molto controversa, e nei fatti recita così: se una banca ha bisogno di soldi, di norma non sarà lo Stato a farsene carico, ma gli azionisti della stessa. Tale regola è molto importante, perché in precedenza il salvataggio della banche, sempre da parte dello Stato, aveva alzato i debiti pubblici degli Stati nazionali, innescando poi quella spirale di sfiducia verso alcuni membri della UE, incentivando anche il cosiddetto moral hazard, cioè l’incentivo a comportarsi in modo spregiudicato sapendo che c’è qualcuno a salvarmi. Insomma, con Draghi si inaugurò l’Unione Bancaria tra gli Stati UE per garantire più sicurezza nel mercato finanziario.

Non è curioso come alcune delle regole più semplici ed intuitive compaiano solo dopo aver perso il controllo della giostra (?). Ad ogni modo, una volta ripreso il controllo del mezzo, come fece Draghi a far ripartire l’economia della zona Euro? Garantendo così la crescita del PIL in quasi tutti gli Stati della comunità UE, anche se in Italia questa fu particolarmente modesta. 

La prima domanda, seppur retorica, fa parte della Storia del genere umano, mentre sull’affermazione circa il Pil italiano, ci sarebbe molto da dire. Ma tornando a Draghi, egli diede l’input per attivare politiche fiscali espansive. 

In breve, si incentivarono gli Stati ad investire, spendendo i soldi immessi dalla Bce che allora costavano pochissimo ed erano in abbondanza grazie alle politiche monetarie espansive. Una politica fiscale espansiva è una via obbligatoria per uscire dalla trappola di liquidità. Molti Stati sono riusciti quindi a ripartire, facendo crescere i consumi, gli investimenti e la produzione. E ritornando al caso dell’Italia, essa era tra quegli stati che crescevano di meno, perché su di essa pesava anche un debito pubblico altissimo e per questo doveva soppesare ogni scelta d’investimento. Era una situazione d’impasse. Da un lato, infatti, bisognava attuare investimenti che potessero essere utili per la ripresa (investimenti sul futuro piuttosto che spesa corrente), dall’altro evitare il rischio di alzare troppo il debito pubblico, innescando così una spirale destinata a produrre un’insostenibilità del debito stesso.

Non c’era un altro modo per aggirare le idiosincrasie nazionali e promuovere comunque la crescita in tutti gli Stati UE?

Penso di sì, ma c’era un ostacolo: la mancanza di una politica fiscale europea comune. Il fatto che i 28 stati abbiano 28 politiche fiscali diverse rende pressoché impossibile un coordinamento dell’azione fiscale comunitaria e ciò inficia qualunque controllo sovranazionale. Tuttavia, l’attuale pandemia ha smosso questo stallo, spingendo gli Stati verso l’idea, seppur riluttante per alcuni, di adottare una politica fiscale comune.

L’abilità di un politico, come di un economista, si misura tanto nelle sue idee, quanto nella sua capacità di convincere chi ascolta attraverso le parole. E in questo, da secoli, la magia insegna a tutti, superando gli ostacoli della ragione, del “non c’è nel manuale”, e promuovendo quel senso d’unione che si manifesta quando ci si sente vulnerabili nei confronti dell’ignoto. 

Roberto Biondini e Claudio Dolci

La paura del vuoto

4 min di lettura

La legge della gravità ci insegna che ciò che sale, prima o poi, dovrà anche scendere e tale meccanismo è sia alla base delle montagne russe, sia dell’inflazione. Nella scorsa puntata è stato affrontato il tema dell’iperinflazione, mentre oggi, insieme a Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, si analizzerà il rischio connesso all’ipertrofia della moneta e alla paura che essa è capace di innescare nel sistema bancario internazionale, nell’emotività degli investitori e soprattutto nel ventre molle delle istituzioni. 

La volta scorsa abbiamo analizzato gli effetti e le cause di un’iperinflazione, giungendo alla conclusione che una corsa folle dei prezzi è un male dal quale ogni economia cerca di proteggersi. Ma esistono dei rischi anche nell’imporre una staticità dell’inflazione? E quali possono essere?

In linea di massima, un’inflazione bassa è sempre meglio di una che viaggia a doppia cifra, ma a patto che non si raggiungano mai valori prossimi allo zero, o addirittura negativi. In questi casi, infatti, ci si ritrova a dover affrontare le insidie della deflazione, i cui effetti possono essere deleteri quanto quelli dell’iperinflazione. D’altronde, deflazione significa che i prezzi di domani saranno più bassi di quelli di oggi e tanto basta per innescare spirali pericolose, perché nessuno, o quasi, sarebbe disposto a comprare un bene nell’immediato sapendo che quello stesso prodotto domani costerà meno. Ad esempio, in regime di deflazione, un’auto che oggi costa 15.000€, tra un mese potrebbe costarne 14.000€ e tale fenomeno sarebbe così sia per il settore dell’automotive, che per il mondo economico nel suo insieme. In altre parole, la deflazione fa si che ogni potenziale acquirente scelga di rinunciare all’uovo oggi, la macchina da 15.000€, per la gallina di domani, ovvero la stessa autovettura ribassata sino a prezzi sottocosto (magari 12.000€). Ed il risultato di questa e di altre spirali deflazionistiche è che nessuno sarebbe più disposto a comprare nulla, creando così un  blocco dell’economia: diminuzione della produzione, chiusura delle fabbriche, ascesa della disoccupazione e calo dei consumi, nonché dei prezzi. In una parola: crisi.  

Questo scenario ricorda molto quello attuale. Con la pandemia che ha di fatto bloccato interi settori dell’economia reale che erano sani, producendo così miseria e disoccupazione. Ma che cosa scatena la deflazione?

Essendo un fenomeno multifattoriale, non esiste un unico elemento scatenante, ma ci sono dei campanelli d’allarme ai quali prestare attenzione. Ad esempio, come hai evidenziato anche tu, la crisi economica o finanziaria possono condurre l’inflazione in un territorio negativo e “La Grande Recessione del 2008” è un ottimo caso partico. All’inizio degli anni 2000, i tassi d’interesse nominali erano molto bassi, più del dovuto, ma allo stesso tempo l’inflazione era stabile, perché l’innovazione tecnologica e la globalizzazione avevano abbassato i costi e con essi i prezzi. Di conseguenza le banche centrali non erano molto preoccupate dal dover intervenire sui tassi, anche se di loro competenza e decisamente bassi, perché l’inflazione era stabile.

Come sappiamo, però, tassi d’interesse bassi provocano più investimenti, in virtù di un più basso costo del denaro. Allo stesso tempo, è vero anche che i tassi d’interesse bassi creano poca ricchezza per chi investe i soldi in obbligazioni, così gli investitori hanno iniziato a impiegare i propri averi in mercati che garantivano più remunerazione, sopportando però anche un rischio più alto di perdere tutto. D’altronde è raro che a un alto margine di profitto corrisponda un rischio basso e quindi più si desidera ottenere, più è necessario rischiare e per questo molti investitori hanno scelto il mercato azionario. Tra i diversi investimenti ad alto rendimento che esso proponeva, in molti furono tentati dal mercato di mutui delle case di scarsa sicurezza: i famigerati mutui subprime. Erano mutui fatti a persone che avevano scarse garanzie di restituire il prestito, magari con un lavoro precario o con un tenore di vita ben al di sopra delle proprie possibilità. 

Effettivamente, la politica dei mutui di quegli anni era fuori controllo, anche in Italia era prassi elargire mutui a tasso variabile ben superiori al valore nominale dell’immobile, con prestiti che consentivano di comprare la casa, i mobili e persino una macchina nuova. Ma perché andava di moda questo modus operandi?

Perché il prezzo delle case di quei tempi era talmente in crescita che se anche i debitori non avessero onorato il loro debito, gli investitori avrebbero comunque potuto rivendere l’immobile ad un prezzo elevato, coprendo così del tutto, o almeno in gran parte, le perdite. In poche parole: ti ho prestato 100 euro per permetterti di comprarti un bene, in un anno me li devi ridare indietro insieme a 10 euro di interessi. Non mi ridai i soldi? Benissimo, allora vendo il bene che hai per mio conto, il quale da quando lo hai comprato ha aumentato il suo valore e con molta probabilità mi permette di evitare la perdita dovuta al tuo mancato pagamento, anzi, forse ci guadagno pure!

Di fatto c’era un’eccessiva fiducia nell’ascesa del mercato immobiliare, associata ad una scarsa conoscenza dei prodotti finanziari e alla ricerca di guadagni altissimi e immediati a fronte di rischi forse maggiori: la ricetta per una tempesta perfetta. Non importava più se i debitori fossero insolventi, tanto ci avrebbe pensato il mercato azionario ad evitare le perdite. Nacquero così i titoli tossici e quelli junk, senza che nessuno prestasse più attenzione alla bolla che stava via via crescendo e che di lì a poco sarebbe esplosa. 

Certo l’avidità, come ha recentemente ricordato anche Boris Johnson, è spesso ritenuta l’alleata del successo, ma questa è una lettura molto superficiale della “La ricchezza delle nazioni” di Smith. Come mai la Sec e gli altri enti preposti a controbilanciare non hanno cercato di porre un freno all’avidità?

Si, purtroppo è vero. La regolamentazione del mercato finanziario era ridotta rispetto ad oggi e quindi non ha posto alcun argine al tonfo che molti investitori avrebbero affrontato da lì a poco. In aggiunta negli USA, all’epoca, era stata abrogata una legge che vietava alle banche tradizionali, quelle che tendono a fare investimenti meno rischiosi, di svolgere il ruolo delle banche d’investimento, di solito più spregiudicate. La legge eliminata era stata varata dopo la crisi del’ 29 e a toglierla di mezzo era stata l’amministrazione Clinton, negli anni ’90, sotto la pressione della finanza di allora. Senza questa legge, molte banche iniziarono a fare investimenti più rischiosi per guadagnarci di più, trascinando moltitudini di investitori sul picco più alto della giostra dell’inflazione, incuranti della legge di gravità che da lì a poco li avrebbe trascinati nel baratro.

Insomma, i titoli tossici iniziarono a girare, come se niente fosse, anche nelle banche tradizionali, quelle in cui si portavano i risparmi per i momenti di magra e non certo per scommettere tutto sulle montagne russe del mercato. Ma ad un certo punto la bolla scoppiò, troppe persone non riuscirono più a ripagare il mutuo e di conseguenza migliaia di case iniziarono ad affollare il mercato immobiliare innescando così la legge della domanda e dell’offerta. L’eccesso di offerta fece diminuire i prezzi delle case e di rimbalzo generò perdite per gli investitori e per le banche che vi avevano investito sopra. Tra quest’ultime, il caso di Lehman Brothers nel 2008 ha fatto scuola, decretando la fine di una delle banche d’investimento ritenute più solide sul mercato.

Se non ricordo male, all’epoca in molti, soprattutto tra i senatori repubblicani, credevano che lasciare al mercato la scelta tra chi salvare e chi affossare sarebbe stata una cosa saggia…

Effettivamente, secondo alcuni, una volta fallita Lehman altre avrebbero seguito la sua sorte, ma pur sempre in numero insufficiente da provocare una crisi di sistema. Il motto era “chi aveva troppo debito tossico falliva, chi non lo aveva rimaneva a galla”, una sorta di darwinismo economico. La vita sarebbe andata avanti. Vi erano però due grandi problemi di fondo. 

Il primo è che una volta fallita Lehman, le banche iniziarono a non fidarsi più l’una delle altre e bisogna sapere che queste si passano tra di loro soldi in continuazione, anche giornalmente. E tale movimentazione di capitali, direttamente ed indirettamente, spinge in avanti l’economia. Se le banche smettessero, anche oggi stesso, di far girare questo denaro per paura che i titoli scambiati nascondano in realtà delle grane grosse, nel migliore dei casi, esse giungerebbero presto a chiedere un tasso d’interesse altissimo sui prestiti concessi, anche ai normali cittadini, come garanzia. Tuttavia, se i requisiti per un prestito fossero onerosi, sempre meno gente ne richiederebbe l’ausilio e nel giro di poco tempo l’economia intera si fermerebbe, esattamente com’è accaduto nel 2008. Generando così tutti gli effetti della spirale di deflazione: investimenti a rilento, scarsa produzione, aumento della disoccupazione, discesa dei consumi e infine crollo dei prezzi

Secondo, soprattutto in Europa, durante la Grande Crisi, gli stati nazionali iniziarono ad accollarsi i crediti deteriorati delle banche, per evitare che esse potessero fallire (bail-out). Questo procedimento, però, ha fatto aumentare, e di molto, il debito pubblico di alcuni Paesi, i quali avevano già un disavanzo importante (in particolare i PIIGS: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), rendendo più difficile l’emissione di nuovi btp nel mercato a tassi d’interesse contenuti (se hai tanto debito, emetterne del nuovo costa di più). E come se non bastasse, l’aumento dei tassi d’interesse sul debito pubblico rese quello già detenuto dalle banche in salvataggio dallo Stato ancora più costoso da mantenere, rendendo le banche ancora meno solvibili agli occhi del mercato. Una spirale pericolosa. 

In altre parole, sia la strategia del laissez-fair del mercato, sia quella dell’intervento statale, non fecero altro che far andare in picchiata la giostra dell’inflazione. Col risultato che non solo il mercato interbancario era in stallo, ma per diversi Paesi l’unica destinazione profilata all’orizzonte sembrava quella della bancarotta. 

In Europa lo Spread spaventava e il futuro della Grecia sembrava investire tutti gli stati membri, Paesi frugali compresi. Tuttavia, uscimmo dalla fossa della deflazione, ma come?

Uscire dalla deflazione non è facile, ci sono Stati, come il Giappone ad esempio, che non riescono ad uscirne da decenni. La FED americana, d’altra parte, ha messo in moto un coordinamento capace di risollevare l’inflazione e di evitare troppi fallimenti bancari, che in questa sede non affronteremo per questioni di tempo.

Prima di tutto, per uscire occorre mischiare i sentimentalismi ad una vera teoria economica, serve quindi che ci sia fiducia tra gli attori che popolano il mercato. C’è, infatti, chi ipotizza che se le banche, durante la Grande Crisi, avessero avuto più fiducia, forse il blocco dell’economia non si sarebbe neppure presentato. 

E come può essere immessa questa fiducia nell’economia? 

Ci vuole un connubio di forze, quindi una politica monetaria e delle riforme fiscali espansive, il tutto incorniciato in una nuova regolamentazione più solida per il comparto bancario, con l’obiettivo di evitare gli errori dell’ultima volta. Ecco, che in questo caso l’entrata in campo di un personaggio come Mario Draghi ha fatto la differenza. Ma per affrontare questo argomento occorre più tempo ed, effettivamente, Mario Draghi ne merita parecchio.

La storia della deflazione è un miscuglio di avidità, di mancanza di controllo e di eccessiva fiducia nei mercati, e quindi di abilità del giostraio di bloccare tutto un attimo prima del precipizio. Ma la giostra dell’inflazione non conosce giostraio e segue solo la natura umana, per definizione incapace di affrontare la paura della propria ombra. Ma come disse Roosevelt, solo affrontando quest’ultima, con coraggio, è possibile uscire dalla crisi della deflazione e ricostruire così ciò che è andato perduto. Una lezione questa, che come quella della legge di gravità, fatica ad essere appresa dall’essere umano ed è per questo che si ripresenta con insistenza.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

La folle corsa

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Per essere assaporato, il piacere richiede spesso un po’ di tormento, come descrive Leopardi nel “La quiete dopo la tempesta”. Ed è per questo che ogni giostra che si rispetti trae divertimento dal lambire momenti di genuina paura e quella dell’inflazione non fa eccezione. In questo terzo appuntamento verrà quindi affrontato l’aspetto più temibile della giostra dell’inflazione, ovvero quello dall’ascesa folle dei prezzi e del crollo della moneta. Ad incarnare le veci di Virgilio sarà Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, il quale si calerà tra i gironi infernali dell’iperinflazione per descrivercene la perversione.

Abbiamo a lungo parlato del famigerato 2% di inflazione annua, come di quel valore al quale le banche centrali dovrebbe tendere. Ma se invece di fermarsi a questa cifra, la si superasse? Quali potrebbero essere le ricadute sull’economia?

Se l’inflazione sale troppo è possibile che si raggiunga la cosiddetta situazione di “iperinflazione”, un fenomeno simile a quello narrato dalla serie Chernobyl, dove l’impossibilità di controllare una reazione fisica finisce per generare effetti irreversibili. In altre parole, l’iperinflazione si genera quando i prezzi iniziano a salire in modo incontrollato e la moneta perde il suo valore, sino a diventare impossibile prevederne il prezzo negli anni, a volte persino giorni, a venire. Tutto questo rende difficile fare investimenti, di conseguenza la produzione rallenta e gli effetti sull’economia reale e sulla società diventano ingenti. Lo so, per chi è nato negli anni Novanta tutto ciò è descritto solo in un libro di storia o di economia, ma in realtà basta guardare agli anni 70’ per rendersi conto di come la Lira stessa fosse soggetta a fenomeni di iperinflazione. In quegli anni, infatti, l’inflazione galoppava attorno a valori del 20%, a volte del 25% annuo. E per il consumatore ciò significava che il proprio potere d’acquisto, cioè il valore del proprio denaro, si svalutava annualmente e di parecchio. Se ad esempio nel 73’, anno in cui l’inflazione galoppava al 15%, si fosse stati in possesso un patrimonio di 100 milioni di lire, nel 74’ il potere d’acquisto di quel capitale sarebbe stato pari a 85 milioni di lire. In altre parole, a causa dell’ascesa dell’inflazione, con gli stessi soldi ci si sarebbe ritrovati a poter comprare meno beni. E durante la Prima Repubblica questa corsa inflazionistica è durata per più di 15 anni, dilapidando intere fortune un anno dopo l’altro.

Oggi, almeno nell’area Euro, tali fenomeni non ci sono, ma all’epoca a che cos’era dovuto questo aumento repentino e persistente dell’inflazione?

Si tratta pur sempre di fenomeni multifattoriali, ma una causa molto importante è da imputare alla crisi petrolifera di quegli anni. A quel tempo, infatti, per una serie di motivi che non analizzeremo, il prezzo del petrolio era aumentato vertiginosamente e tale incremento si era riversato sui costi delle imprese, costringendole ad alzare i prezzi dei propri prodotti. Una seconda causa, invece, è da attribuire a uno spostamento del ‘costo’, generato da un’impennata del disavanzo pubblico, dal debito cumulativo dello Stato, all’inflazione, mediante il processo di svalutazione della moneta. Espresso in termini più comprensibili, lo stato italiano ogni anno spendeva più di quanto aveva in cassa, per finanziare welfare, pensioni, ecc., e per evitare di aumentare troppo il debito pubblico (che comunque piano piano stava salendo sempre di più), e la Banca d’Italia, in accordo con lo Stato, decise di comprare tutti i buoni del tesoro emessi (che corrispondevano al deficit generato) invenduti sui mercati, immettendo così nuova moneta. In altre parole, la Banca d’Italia stampava abbastanza Lire affinché tutto il debito rimasto invenduto sui mercati fosse comprato da lei stessa.

È un po’ come se un bambino cercasse di vendere 10 bicchieri di limonata, riuscendone però a dar via solo 6, mentre i restanti 4 fossero acquistati dai genitori dello stesso per evitargli un dispiacere. Certo, nell’immediato tutta la limonata prodotta dal bambino risulterebbe venduta, ma nel bilancio famigliare i guadagni riguarderebbero solo le 6 limonate acquistate da sconosciuti. E questa era la situazione italiana di quegli anni: costretta, da una parte, a comprare parte del suo stesso debito, così da finanziarlo e generando iperinflazione, e dall’altra, a venderlo sul mercato, dovendo però garantire tassi d’interesse più alti rispetto a quelli previsti e andando così incontro a una possibile recessione. Come si usa dire in questi casi, dalla padella alla brace. Tuttavia, nulla impediva agli amministratori dell’epoca di rinunciare a produrre così tanto debito, tra l’altro spesso usato per scopi clientelari, eppure coi “se” e i “ma” non si fa la storia.

Oggettivamente si trattava di un meccanismo simile a quello di chi getta la spazzatura sotto il tappeto per evitare di pulire casa…

Effettivamente era così, perché un’elevata quantità di moneta spingeva poi in alto i prezzi dei beni di consumo. D’altro canto, più soldi immetti nel circuito economico, più le persone saranno inclini a chiedere somme di denaro più consistenti e quello che oggi costa, 7 domani costerà 10. Questo procedimento, molto presente nella Storia, è stato denominato “monetizzazione del debito” attraverso la tecnica di signoraggio e nasconde, come si può facilmente pensare, delle insidie. Infatti, gli effetti collaterali provocati da questa azione condussero a una svalutazione della Lira, al conseguente aumento dell’inflazione ed inevitabilmente alla perdita di valore d’acquisto della moneta, quindi a tassi d’interesse reali (al netto dell’inflazione) sui buoni del tesoro nulli o negativi. La cosiddetta tassa da inflazione, una brutta storia e che oggi, per fortuna, non esiste più. Ma chi all’epoca comprava un buono del tesoro poteva ritrovarsi con in mano un pezzo di carta straccia, tanto come sarebbe potuto capitare con i soldi nel proprio portafoglio.

Tuttora, però, ci sono politici che sostengono come una svalutazione competitiva della valuta possa avvantaggiare i Paesi esportatori come l’Italia. Perché da un lato si immette denaro nell’economia, spingendo così la produzione e diminuendo il valore della valuta, con un conseguente vantaggio sui prezzi dei beni per l’export. Inoltre, si possono così ricevere valute straniere più forti, andando così ad aumentare il surplus e pareggiando la perdita di potere d’acquisto dovuto alla svalutazione. A grandissime linee, è questo il progetto di chi rivuole la Lira, giusto?

Sì, ed è anche tecnicamente corretto, almeno in parte, perché nel breve periodo la svalutazione della moneta può effettivamente spingere la produzione e aiutare l’export. Tuttavia, ci sono almeno tre buone ragioni per ritenere pericolosa questa strada. La prima è che l’Italia è un Paese trasformatore, il che significa che importa materia prima che lavora per poi venderla ed esportarla. D’altronde l’Italia non è famosa né per le risorse naturali, né per la produzione energetica, il che significa che ciò che si guadagna importando moneta forte, lo si spende acquistando le materie prime. 

Secondo, se uno Stato svaluta la sua valuta per rendersi più competitivo, perché anche gli altri, magari anche quelli sviluppati, non dovrebbero fare altrettanto? Ovviamente il risultato sarebbe un’inflazione alta per tutti, nonché dazi più elevati ed export invariato. In altre parole, la moneta forte agevola chi acquista, ma se ci si ritrova con una bilancia commerciale sbilanciata, com’è stato per l’America nei confronti della Cina, allora può scattare una guerra dei dazi simile a quella lanciata da Trump durante il suo mandato. D’altronde, nello scacchiere economico globale nessuno vuole ritrovarsi sotto scacco matto. 

Terzo, utilizzare la tecnica del signoraggio per diminuire il deficit e spingere la produzione a ritmi folli è una scommessa molto rischiosa. Quel che può capitare, infatti, è di aumentare l’inflazione in modo esagerato senza ottenere effetti tangibili sulla produzione e generare così l’iperinflazione. Mi spiego meglio: se si stampa moneta e la si immette nel mercato è facile andare a buon segno grazie all’effetto sorpresa, perché risulta difficile prevedere tale strategia. E per questo i prezzi non aumenteranno istantaneamente, di conseguenza chi percepisce un reddito potrà persino comprare più beni grazie all’aumento della produzione e quindi all’incremento di soldi nel portafoglio. Ma se questo signoraggio continua nel tempo, anno dopo anno, ecco che i cosiddetti attori del mercato anticiperanno i tempi e aumenteranno i prezzi dei propri beni, ristabilendo così la situazione iniziale. Un conto, infatti, è tirare un solo rigore calciando in alto a destra e spiazzando così il portiere, mentre un altro è calciare tutti i rigori sempre nello stesso punto. Alla seconda volta il portiere sa dove buttarsi e la palla non passa. E lo stesso avviene col signoraggio: al primo giro, infatti, il consumatore compra due beni perché detiene più moneta, ma una volta che il produttore ha capito l’antifona, raddoppierà i prezzi e di conseguenza il consumatore tornerà a comprare solo un bene, esattamente come nel periodo in cui possedeva meno soldi. Se però i beni venduti tornassero ad essere solo uno, allora i prezzi finirebbero col raddoppiare. Ed una volta eliminati gli effetti positivi del signoraggio, resta solo un’inflazione che corre veloce e che può causare instabilità economica gravissima dalla quale è difficilissimo uscire. L’Argentina, ad esempio, non è mai davvero uscita dalla bancarotta degli anni 90’ e dalle ceneri della Repubblica di Weimar nacque il totalitarismo tedesco. 

Visti i risultati della manipolazione attiva dell’inflazione, non avrebbe più senso abbandonarsi alla passività del mercato?  

Più che altro, bisognerebbe limitare la manipolazione dell’inflazione. Dipende poi a che scopo si decide di aumentarla o diminuirla e di quanto. Infatti, il perseguimento di un target stabile per l’inflazione intorno al 2%, ottemperato delle Banche Centrali (con tutti i loro strumenti a disposizione) e soprattutto in modo indipendente dalle scelte politiche nazionali, è ad oggi un mezzo efficiente per spingere la produzione senza perdere il controllo della giostra monetaria. Invece, l’utilizzare l’inflazione come leva principale per aumentare la produzione e diminuire il debito conduce a situazioni di instabilità economica e al rischio che il comparto produttivo non aumenti di quanto pronosticato. In parole più semplici: l’inflazione al 2% deve essere considerata un fine e non un mezzo per raggiungere uno scopo. Effettivamente, e in opposizione a chi dice che aumentare volontariamente l’inflazione sia il miglior modo per far crescere la produzione, si cita spesso una delle leggi pilastro dell’economia, ovvero quella della neutralità della moneta. In pratica, nel medio periodo, un’espansione monetaria, porta SOLO ad un aumento dei prezzi e NON ad un effettivo incremento della produzione. Il che vuol dire che una manipolazione attiva e ingente della valuta rischia di trasformarsi in un reattore di Chernobyl.

Sì è detto che ogni giostra ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma quando si perde il controllo di ciò che si è costruito, né i primi, né i secondi restano sulla scena, perché essa appartiene solo alla paura cieca di chi perde le ali poco prima di toccare il sole.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Le leve di comando

4 min di lettura

La giostra dell’inflazione è qualcosa di più della somma dei suoi ingranaggi ed è per questo che per comprenderne il funzionamento occorrerà lasciarsi alle spalle concetti noti, come buono e cattivo, per immergersi così nel ventre di questa macchina e svelarne le dinamiche: da quelle più ovvie, a quelle più sottili. Poiché se è vero che a ogni azione corrisponde sempre una reazione, è vero anche che nel caso dell’inflazione ci si scontra spesso con una nebbia multifattoriale che solo chi conosce la materia può affrontare senza ferir colpo, o quasi. Ed è per questo che sarà Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, laureato alla Luigi Bocconi in economia e finanza a raccontarci il dietro le quinte di uno degli ingranaggi più complessi e affascinanti del mondo economico, in questo secondo appuntamento.

Durante la scorsa intervista abbiamo familiarizzato col concetto di inflazione, ma siamo ancora lontani dal comprenderne le logiche. Ad esempio, da che cosa dipende l’inflazione?

Questa è forse una delle domande più complesse a cui rispondere, perché è come chiedersi da che cosa dipenda il funzionamento di un’automobile, dove ad essere coinvolti sono più pezzi meccanici contemporaneamente. Ad esempio, vi sono elementi essenziali per il corretto funzionamento, come il telaio, il motore, lo sterzo e le ruote, e poi ve ne sono altri considerati marginali, come potrebbe essere il pomello del cambio, che però sono pur sempre necessario per condurre un veicolo. Ecco che anche nel caso dell’inflazione occorre ragionare in termini di multifattorialità, distinguendo le parti essenziali da quelle considerate marginali, le quali giocano comunque un ruolo nel regolare il tutto.

E se dovessi identificare quegli elementi imprescindibili per comprendere da che cosa dipenda l’andamento dell’inflazione, quali citeresti e perché?

La prima causa è sicuramente il livello di concorrenza presente in un mercato di beni. Solitamente, più il valore della concorrenza sarà alto, più sarà basso il livello dei prezzi e viceversa, ed il perché è abbastanza semplice. Immagina di essere in un deserto senza alcuna fonte d’acqua con la quale dissetarti e di incontrare casualmente qualcuno che sia disposto a venderti una borraccia intera. Quel qualcuno potrebbe essere l’unica anima viva nel raggio di miglia e forse la sola persona disposta a vendere la propria scorta d’acqua. E proprio per via di questa combinazione di fattori, il venditore si ritrova in una posizione di forza e potrebbe quindi decidere di alzare molto il prezzo della borraccia, così da guadagnarci di più. Al contrario, se esistessero altri cinque venditori di acqua, ecco che allora inizierebbe una gara tra di essi, probabilmente al ribasso, per aggiudicarsi la vendita della borraccia. La bagarre potrebbe condurre qualche sconsiderato a rinunciare persino al proprio tornaconto e ad accontentarsi della sola vendita della borraccia: in tale circostanza (che nella realtà è rara come un cigno nero) si parlerebbe di concorrenza perfetta.

Una seconda causa dell’inflazione, invece, è quella che vede coinvolti i costi di produzione. Facciamo anche qui un esempio: per produrre un bene si utilizzano diversi sottoprodotti, dall’energia alla forza lavoro, ma se domani il prezzo del petrolio – ad esempio – aumentasse vertiginosamente, come è tra l’altro successo negli anni ’70, ecco che allora i prezzi dei beni salirebbero in modo proporzionale. Viceversa, se il prezzo del greggio scendesse, ecco che anche i beni che ne fanno uso per la loro produzione subirebbero un calo. Certo, il primo passaggio è più diretto, mentre il secondo un po’ più lento, come dimostrano i prezzi in bolletta e quelli della benzina quando sale l’offerta e cala la domanda, ma a livello teorico il meccanismo è lo stesso.

Una terza causa, anch’essa ben documentata, è quella legata al salario dei lavoratori. Per capire questo meccanismo occorre riprendere la famosa curva di Philips, la quale lega in maniera inversa l’inflazione e la disoccupazione. In altre parole, una minore disoccupazione, quindi un aumento di offerta di lavoro, comporta una richiesta di salario più alto da parte dei lavoratori. E questo è ovvio, perché se domani tutti cercano spazzacamini e ce ne sono pochi, ecco che potranno scegliere da chi andare e ovviamente al prezzo più alto possibile. Di conseguenza, a livello di chi produce beni, ecco che per aumentare il salario sarà necessario aumentare i prezzi di vendita e quindi crescerà l’inflazione. Al contrario, se domani nessuno avesse bisogno di spazzacamini e questi fossero in eccesso, ve ne sarebbero molti disoccupati e di conseguenza si presenterebbe un calo del prezzo del loro salario.  Peccato che il rapporto descritto da Philips, e dalla sua curva, nel tempo si sia affievolito e oggi tutti sanno che non sempre un aumento dell’occupazione conduce ad un’ascesa dei prezzi. Su quest’ultimo punto, il discorso si complica, perché come vedremo nelle prossime puntate, negli anni ‘70 l’inflazione era alta ma lo era anche la disoccupazione. La situazione è controversa e a tutt’oggi si discute su un migliore strumento rispetto che alla curva di Philips come metodo per spiegare la variazione dell’inflazione. Ad esempio la la NAIRU, detta anche teoria del livello naturale di disoccupazione, che distingue tra curve di Phillips di breve o di lungo periodo.

Fino ad adesso, mi sembra che i rapporti di causa ed effetto descritti siano abbastanza intelligibili e tutto sommato persino controllabili.

Sì, all’apparenza è così, ma devi sempre tenere a mente che quando ad essere coinvolto è un artefatto umano, c’è sempre qualcosa che esula lo schema e produce caos. Ed anche in questo caso, è stato dimostrato come persino le aspettative giochino un ruolo centrale nel determinare il livello d’inflazione. Lo so, sembra fantascienza, nel migliore dei casi, ma a parità di altre condizioni, se tutti noi crediamo che l’anno successivo l’inflazione aumenterà del famoso 2% di cui avevamo parlato la volta scorsa, è possibile che sia possibile registrare proprio tale crescita. Certo, stiamo parlando di condizioni rare, ma sono pur sempre analiticamente possibili. 

Dal piano dell’economia siamo passati a quello della superstizione, ma al di là di queste eccezioni, immagino vi siano altri ingranaggi di cui non abbiamo ancora parlato. Quali sono?

Ebbene sì. Un’altra tra le principali cause della variazione dell’inflazione deriva dal tasso d’interesse nominale, cioè da quanti euro si dovranno pagare in futuro per avere uno di oggi, e più questo valore è basso, più sarà alta l’inflazione e viceversa. Sembra complesso da capire, ma in realtà è abbastanza intuitivo. Ipotizziamo, in primo luogo, che tu abbia 1.000€ e sia indeciso se spenderli per un nuovo smartphone oppure investirli, ecco che il valore del tasso d’interesse dell’investimento ti può aiutare a prendere questa decisione; perché più questo indicatore sarà alto, più ti converrà investire i tuoi soldi, mentre più sarà basso, maggiore sarà l’incentivo a comprarti uno smartphone. D’altro canto, se si scommette sul fatto che l’euro di domani varrà come quello di oggi – quindi che perdurerà un tasso d’interesse nominale basso – allora risulterà conveniente spendere i propri soldi oggi, magari per un acquisto immediato, piuttosto che sperare in una rendita futura.

E questo meccanismo funziona anche al contrario, cioè quando quei soldi non li hai e devi quindi prenderli in prestito, magari da una banca. Ecco che con un tasso d’interesse basso risulta conveniente chiedere un prestito, in virtù del fatto che la cifra da restituire non sarebbe poi così più alta rispetto a quella ricevuta. Una volta ottenuto il prestito, inoltre, sia privati che cittadini spenderebbero il denaro nell’economia di tutti i giorni, aumentando così la domanda di beni e di conseguenza i loro prezzi, nonché l’inflazione stessa. In altre parole, il tasso d’interesse nominale ci fornisce sia una bussola sulla quale è possibile costruire delle previsioni circa il comportamento delle persone, sia una pedaliera col quale regolare la velocità della giostra dell’inflazione. Con un tasso d’interesse alto, infatti, è più conveniente investire e non contrarre debiti, i consumi rallentano e con essi l’inflazione. Al contrario, all’abbassarsi del tasso nominale saranno premiati i comportamenti opposti, i quali determinano a loro volta un aumento dei prezzi e quindi dell’inflazione, che potrà così tornare a correre.

In altre parole, il tasso d’interesse ti dice quanto costa il denaro e più esso è economico, tanto più si sarà invogliati a spendere, sia per chi i soldi non li ha, sia per chi, invece, ne possiede parecchi.

Tutto questo è chiaro e spiega anche il perché diversi esponenti politici pongano l’accento sulla gestione della propria valuta nazionale e quindi implicitamente su quella pedaliera di cui abbiamo discusso. Sono quindi le banche centrali a controllare il meccanismo che regola la velocità del tasso nominale e di conseguenza dell’inflazione? E se è così, perché non riescono a viaggiare a quel famoso 2% annuo di cui abbiamo a lungo parlato? In fondo si tratta solo di regolare un tasso e con esso il comportamento delle persone.

Sì, è vero, sono le Banche Centrali dei singoli Stati a manovrare il tasso d’interesse nominale e dal suo valore è possibile regolare l’inflazione. Ma è vero anche anche qui rientriamo in quella parte del meccanismo della giostra in cui prevale la componente umana meno razionale e proprio per questa ragione occorrerà affrontare l’argomento in un’altra sede e con più spazio. Per ora ti basti sapere che se la regolazione di questo tasso fosse così semplice e diretta, com’è quella dell’acceleratore di una macchina, la giostra dell’inflazione non sarebbe altro che l’ennesimo oggetto da poter smontare e assemblare a piacimento, senza incappare in alcuna sorpresa, ma non è così, ed è proprio questo che rende affascinante questa materia.

È come se per comprendere il funzionamento della giostra dell’inflazione fosse sì necessario conoscere ogni suo singolo componente, ma vi siano comunque altri fattori che giocano un ruolo attivo e che derivano dall’irrazionalità umana. Una costante quest’ultima, capace di contagiare tutti gli artefatti della società contemporanea: meccanismi economici compresi.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Gli ingranaggi

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Si stava meglio quando c’era la Lira, oppure adesso che c’è l’Euro? Fino a qualche settimana fa questo dilemma serpeggiava nella politica romana quanto nei discorsi di imprenditori e dipendenti, tra slogan e idee demagogiche. D’altronde, e benché se ne dica, la scelta tra una moneta forte, come l’Euro, e una più traballante, com’era la Lira, richiede la comprensione di uno dei fenomeni della finanza più affascinanti e allo stesso tempo drammatici che si conosca, ovvero l’inflazione. Terreno di studio, e quindi di competenza, delle tre figure cardine degli unici governi tecnici della storia Repubblicana, Ciampi, Monti e Draghi: ed per questo che la comprensione dell’attualità non può prescindere dalla storia dell’inflazione. Ed è per comprendere questo fenomeno che nasce una rubrica che vuole dare voce a chi ha le competenze per raccontare e rispondere a quesiti che pongono al centro del dibattito il mondo dell’economia.

A guidarci in questo primo ciclo di interviste, dal titolo La Giostra dell’Inflazione, sarà Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, laureato in economia alla Luigi Bocconi, che in qualità di Cicerone ci svelerà i segreti del “sali e scendi” dell’inflazione e le sue ripercussioni sulla vita di tutti i giorni.

Allora Roberto, si parla spesso di inflazione, così come di spread e altri concetti economici molto tecnici, dando per scontato che tutti sappiano di che cosa si tratta. Ma spesso non è così, e l’obiettivo di queste chiacchierate è proprio quello di scomporre la complessità e renderla accessibile a un neofita, quanto avvincente per chi come te già la conosce. Ti chiedo quindi di spiegarci che cosa sia l’inflazione?

La risposta a questa domanda è complessa solo se si parte dalla definizione canonica di inflazione, ovvero: essa è la crescita sostenuta del livello generale di prezzi. Che espressa così dice poco o niente, ma che può agevolmente essere tradotta in quest’altra formula: l’inflazione ci dice quanto il prezzo di un prodotto stia aumentando nel tempo. E di norma, uno dei compiti delle banche centrali, dalla Fed alla Bce, è proprio quello di controllare tale crescita dell’inflazione e far sì che essa aumenti di un 2% all’anno. Ed il motivo è molto semplice, perché se aumenta l’inflazione aumentano i prezzi dei prodotti, dal caffè del bar all’automobile venduta dal concessionario, giungendo così a un maggior numero di persone che si recheranno a comprare un caffè, o una macchia, oggi, piuttosto che domani. 

Passi il concetto di inflazione, ma perché dovrei acquistare la stessa macchina oggi e piuttosto che domani? Qual è la differenza tra queste scelte?

Te la spiego così, tutti noi, di norma, acquistiamo un prodotto quand’è in sconto e sappiamo che se non lo acquistassimo durante il periodo promozionale, ma subito dopo, ci ritroveremmo a pagarlo un prezzo maggiorato (che era poi il suo prezzo originale). Ecco: un aumento costante dell’inflazione fa proprio questo, genera un vantaggio nell’acquistare un prodotto oggi piuttosto che domani, e tale logica non vale solo per il caffè o l’automobile, ma per tutti i beni in commercio. In altre parole, un aumento costante dell’inflazione ci dice che i prezzi di oggi sono più bassi di quelli che troveremo domani e che quindi ci conviene acquistare adesso invece che tergiversare. Ed inoltre, se tutti noi decidessimo di comprare, che ne so, le brioche ad esempio, e lo facessimo oggi, ecco che domani il pasticcere ne dovrebbe produrre di più e così, nel tempo, si vedrebbero aprire nuove pasticcerie e con esse un incremento dell’occupazione generale. D’altro canto, più esercizi commerciali aprono, più sale la domanda di forza lavoro e di conseguenza trovare lavoro domani sarà più semplice perché oggi abbiamo scelto di comprare le brioche oggi, invece che posticipare tale acquisto, oppure non farlo affatto. Riassumendo, un aumento costante dell’inflazione tende a produrre un incremento dei consumi, dei prezzi dei beni, dell’occupazione e di conseguenza del Pil di un Paese: ed è proprio questo il meccanismo che le banche centrali di ogni cercano di favorire nella formula del +2% annuo.

Si può quindi dire che l’aumento dell’inflazione, e quindi in modo proporzionale del prezzo generalizzato dei prodotti, sia una cosa positiva?

Ni. Nel senso che va bene solo se questo aumento rimane entro certi parametri, perché se un caffè oggi mi costa un euro, domani due e dopodomani quattro, ecco che il gioco dell’incremento controllato si rotto e l’inflazione mostra il suo volto diabolico. Se ti ricordi, infatti, nella Germania degli anni ’20 era consuetudine andare a ritirare il proprio stipendio con carriole piene di marchi tedeschi, il cui valore dell’epoca, soprattutto a causa della grande recessione e degli esisti della Grande Guerra, era praticamente irrisorio. Considera, poi, che ci sono casi estremi in cui l’aumento dell’inflazione è talmente repentino da favorire l’introduzione di più valute contemporaneamente e magari tutte in un unico Paese. A Cuba, ad esempio, circolano contemporaneamente il Peso Cubano, il Cuc e il dollaro, ed ognuna di esse risponde a problemi legati alla politica monetaria, e nello specifico all’inflazione; la quale ci dice, tra le altre cose, quanto una determinata economia stia bene oppure no. Il caso estremo è quello espresso dell’impoverimento costante, persino in ore, di una valuta, tale da poter imporre persino l’abbandono della stessa, com’è accaduto di recente proprio nello Zimbabwe. E considera che in alcuni casi non si può nemmeno ripiegare su questa strategia e allora non resta che ritornare al baratto. 

Per spiegarlo con altre parole, il meccanismo che regola l’inflazione è simile a quello esercitato da una diga. La quale viene costruita proprio per regolare il flusso d’acqua e far sì che quest’ultima generi energia e non venga sprecata in mille rivoli. Tuttavia, possono sempre sopraggiungere cause esterne, come momenti di siccità, oppure fenomeni imprevisti e difficilmente controllabili, come ad esempio il distacco di quel ghiacciaio in India, che possono determinare un’inefficienza, se no un effetto dannoso della diga stessa. D’altronde, e benché si possano controllare molte delle variabili che determinano l’inflazione, esisteranno pur sempre delle logiche che esulano dal raggio d’azione delle banche centrali, così come un evento imprevisto potrà comunque rendere inutile o persino dannosa quella stessa diga che normalmente genera energia e irriga i campi.

Effettivamente dal quadro che hai tratteggiato fin qui, le ricette per gestire l’inflazione possono avere degli effetti collaterali e non sono sempre pronte all’uso, e valide, per tutte le stagioni storiche…

Si, ma d’altronde la vita stessa è priva di certezza e sperare che un artificio umano possa averne, è forse ingenuo. Ad ogni modo, esistono delle cose che sappiamo abbastanza bene circa il funzionamento dell’inflazione e che possono intervenire per bilanciarne gli effetti e consentire che essa segua un percorso lineare. Ad esempio, è noto come l’indipendenza delle banche centrali, espressa dall’autonomia delle loro scelte, possa, almeno sul medio periodo, indurre gli altri attori presenti nel mercato, come i grossi investitori, a ritenere plausibile che l’inflazione raggiunga effettivamente quel 2% annuo di cui abbiamo parlato prima. E può sembra quasi paradossale, ma più la politica, quella degli Stati, cerca di introdurre misura di natura fiscale per abbassare il debito mediante una svalutazione della valuta, più è probabile che gli attori del mercato siano inclini a pensare che essi non saranno capaci di mantenere stabili i prezzi dei prodotti, almeno sul lungo periodo. 

In altre parole, ogni volta che la politica pensa di poter usare l’inflazione a suo piacimento, magari imponendo una propria agenda alle banche centrali, più è probabile così facendo ottengano solo l’effetto contrario. E questo è abbastanza ragionevole, perché l’inflazione, così come il clima del caso della diga, non permette un controllo perfetto, anzi. Piuttosto converrebbe che l’inflazione, essendo una materia di pertinenza delle banche centrali, resti in gestione a loro e non nelle mani della politica, benché questa ne dica. Tanto per farti un esempio più chiaro: tu preferiresti che una diga fosse gestita da un ministro o da un ingegnere?

Domande come queste dovrebbero avere una risposta univoca, ma come ci racconterà Biondini, la storia dell’economia presenta più sfaccettature e interpretazioni di quelle descritte sin qui. Ed esse sono così difficili da interpretare che la scelta stessa tra l’Euro e la Lira è stata fondamentale anche nel primo governo gialloverde, e chissà se una volta terminato l’innamoramento per l’europeismo non ritorni alla ribalta. Una ragione in più per seguire i prossimi appuntamenti della La Giostra dell’Inflazione e affrontare la complessità dell’attualità con gli strumenti della conoscenza.    

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Questo articolo è stato pubblicato la prima volta sul Blog http://www.spaziomilano.info