Happy birthday Brexit: il disastro inglese targato Liz Truss

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Liz Truss ha compiuto un’impresa a dir poco leggendaria: in sole due settimane è riuscita a far crollare la sterlina, far schizzare i titoli di Stato e minare fortemente la credibilità di uno dei Paesi più importanti del mondo. E non contenta, ha persino quasi innescato una crisi finanziaria il cui epilogo avrebbe potuto trascinare l’Europa intera, e forse con essa il mondo Occidentale, in un baratro ben peggiore rispetto a quello che scaturì dal fallimento di Lehman Brothers. Per fortuna le banche centrali funzionano ancora ed agiscono in modo indipendente rispetto agli orientamenti politici, ma l’economia inglese farà fatica a riassorbire il colpo inferto da Truss e Kwarteng. Visti i sondaggi, è possibile che se si andasse a elezioni anticipate i Tory sarebbero lontano dal potere per molto tempo (salvo miracoli).

Ma che cosa è successo e qual è l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza britannica?

Tutto è iniziato con le dimissioni anticipate di Boris Johnson. L’astro nascente del partito conservatore era riuscito a mantenere la guida del governo nonostante gli inciampi sulla gestione pandemica, la Brexit e i Covid Party da lui stesso organizzati, mentre in tutto il Regno Unito vigeva l’obbligo di non uscire di casa. Ma è crollato sullo scandalo Pincher. L’ex deputy chief whip, e fedelissimo di Johnson, finì sul The Sun, l’estate scorsa, per aver palpeggiato due uomini, un comportamento recidivo, visto che già nel 2019 Pincher era stato accusato di fatti simili, di cui Johnson era a conoscenza, ma a cui non seguirono provvedimenti. Finita la stagione di Johnson i Tory ha promosso Liz Truss, il cui stile, modo di parlare e pensare richiama subito alla memoria l’immagine di Margareth Thatcher, la Lady di Ferro; ricordata, insieme a Reagan, per le posizioni ultraliberiste a favore dei ceti più abbienti e i tagli al welfare state. Tutti questi elementi di contorno aiutano a capire le mosse compiute da Truss, che colta da un delirio di onnipotenza e la necessità di emulare quanto prima i passi del suo idolo ha quasi rischiato di trascinare il mondo intero in una recessione senza biglietto di ritorno.

Giunta al numero 10 di Downing Street, insieme al cancelliere Kwarteng, Truss ha da subito annunciato un piano imponente per rilanciare il Paese attraverso uno shock dell’economia inglese; e già su questo è importante aprire una parentesi. A seguito della Brexit, infatti, il Regno Unito aveva subito un vistoso rallentamento della propria economia, dovuto al fatto che il suo principale acquirente (ovvero l’Ue), non ha più acquistato le merci britanniche alle stesse condizioni di prima. Questo ha fatto crollare l’export made UK e appesantito le ferite economiche inferte dal Covid, tanto che l’inflazione britannica, nonostante tutto gli sforzi di Bank of England (BoE) ha galoppato più velocemente rispetto a quanto non avvenuto in Ue (in ottobre è stimato che salga all’11%). Truss ha quindi dovuto gestire sin da subito un’eredità pesante, ma frutto delle scelte del suo partito, e forse, anche per questo, ha pensato di imprimere subito un cambiamento drastico, che però si è rivelato un buco nell’acqua.

Il taglio delle tasse britannico.

L’idea partorita dall’erede delle Thatcher era semplice: se tagliamo le tasse e i vincoli per chi può spendere (imprese e privati), allora questi si daranno da fare, spingeranno la domanda, assumeranno e lasceranno sul terreno così tante briciole da poter distribuire qualcosa anche a chi non ha nulla (ovvero i ceti più poveri). D’altronde fu questa la ricetta di Thatcher e Reagan, ma il contesto era diverso e l’attuazione pure. Truss ha infatti scelto di vare un vasto piano di taglio delle tasse (da 45 miliardi di £) e uno di calmierazione delle bollette (da 65 mld £), andando a deficit e senza ridurre il welfare state. Una mossa questa, che ha irritato i mercati già preoccupati dagli effetti della Brexit, della guerra in Ue e dai colli di bottiglia che ancora bloccano le produzioni in tutto il mondo. Un primo errore è stato quindi quello di vendere all’opinione pubblica una “mini-finanziaria” (così è stata chiamata e le parole nel contesto economico hanno un loro peso) senza specificare gli effetti, i costi complessivi (che secondo l’Institute for fiscal studies, ammonterebbero a 120 mld £ da qui al 2025) e ridurre la spesa pubblica, già alta a causa della pandemia. Da qui la reazione dei media e dei mercati è stata muscolare e dettata dall’inaffidabilità del partito Conservatore nel selezionare la propria classe dirigente.

L’opinione pubblica si è indignata per il dito senza vedere la Luna. Dopo tutto, il messaggio che ha avuto più presa sui media britannici e quelli europei è stato quella decisione di ridurre l’aliquota, dal 45 al 40%, sulle persone fisiche che dichiarano di più di 150.000 £ all’anno. Nessuno nel Regno Unito, infatti, sentiva la necessità di aiutare chi già se la passa bene, però questa misura avrebbe impattato solo per un controvalore di 2 mld di £ (su un pacchetto da 45 mld £). Truss, infatti, aveva, e tuttora ha, concentrato i suoi sforzi altrove, come riporta correttamente l’ex Premier Gordon Brown sul The Guardian qualche giorno fa: “…Nonostante abbia abbandonato il taglio delle tasse di aliquota massima, il cancelliere, Kwasi Kwarteng, ha lasciato intatti 43 miliardi di sterline dei suoi tagli alle tasse di 45 miliardi di sterline. Sta ancora raddoppiando gli omaggi esentasse a coloro che hanno opzioni su azioni, tagliando 1 miliardo di sterline dalle tasse sui dividendi e sanzionando un libero per tutti nei bonus dei banchieri. Sta anche portando avanti la sua carta degli evasori fiscali: 2 miliardi di sterline per i dipendenti che possono dichiararsi lavoratori autonomi. Sono ancora in vigore i 2 miliardi di sterline che ha stanziato per gli acquisti esentasse per i turisti stranieri e i 19 miliardi di sterline di tagli alle tasse sulle società, che secondo Rishi Sunak non hanno fatto nulla per gli investimenti…il cancelliere potrebbe anche consegnare miliardi ai magnati del petrolio e del gas.”. E già da questo resoconto si capisce come la natura della politica fiscale britannica non sia stata per niente scalfita dalle reazioni dell’opinione pubblica.

La reazione dei mercati all’annuncio di Liz Truss e di Kwarteng

I mercati, d’altro canto, hanno colpito il Regno Unito sapendo di poter fare male in virtù di un piano economico scritto velocemente giusto per dare in pasto qualcosa all’opinione pubblica e affermare la propria linea. Subito dopo l’annuncio di Truss e Kwarteng il rendimento sui titoli inglesi è schizzato verso l’alto, tanto che i titoli a 10 anni avevano raggiunto il 4,25% e quelli a 30 il 5%. Nel frattempo, 1.700 mld di £ in fondi pensione britannici hanno iniziato a scivolare verso il baratro in virtù di continue richieste di margin-call da parte dalle società di clearing (come riportato da Milano Finanza). In sintesi, i soldi delle pensioni inglesi sono investiti perlopiù in titoli di stato (esteri e nazionali) e il repentino aumento dei tassi ha reso insostenibili molte posizioni sul mercato. Il problema è che proprio perché ingordi di titoli del tesoro, i fondi pensionistici britannici hanno in pancia anche i Btp italiani, e quindi il crollo degli uni avrebbe chiamato in soccorso gli altri in una spirale simile a quella innescata dalla bolla finanziaria della Grande Recessione, ma con un’importante differenza di fondo: qui a fallire sarebbe stato il debito sovrano delle economie del G7 e non il mercato immobiliare.

Di fronte alle richieste di emissione di nuovo debito da parte dei fondi pensionistici, BoE ha deciso di intervenire con un acquisto emergenziali di titoli, pari a 65 mld di £. È scontato il motivo imminente di questa scelta da parte della Banca Centrale: sul mercato i titoli di debito britannico scontavano la politica estrema di Truss, con tassi d’interesse che sono volati alle stelle (e di riflesso prezzi di questi ultimi in crollo) e conseguente rischio di vendita massiva sul mercato secondario dei titoli. La famosa e famigerata “speculazione” che altro non è la difesa dei portafogli di fondi, assicurazioni e banche commerciali, intermediari finanziari dei risparmi dei cittadini. Ma non è difficile intuire che questa politica di acquisto titoli getti benzina sul fuoco per quanto riguarda l’inflazione: infatti, comprare titoli da parte di Bank of England significa pompare liquidità (denaro) in un’economia già stremata dall’aumento generale dei prezzi. Una mossa, quella di salvare il debito inglese, che si scontra quindi con l’obiettivo primario di stabilizzare l’inflazione. Siamo proprio all’interno di un cortocircuito dal quale per i conservatori inglesi è difficile uscire. Con le sirene di un clamoroso ritorno di Boris Johnson sulla scena.

La perdita di consenso del partito Conservatore

Ci sono voci di lettere di sfiducia già partite all’indirizzo della premier: certo, una nuova sfida per la leadership non sembra alle viste, ma i conservatori temono che Liz li abbia portati subito a sbattere. Lei sapeva di avere a disposizione poche settimane per imprimere una svolta di fonte a una crisi economica che morde le tasche dei cittadini, ma la strategia scelta assomiglia tanto a una missione suicida. Intanto, il gradimento del nuovo primo ministro britannico è al minimo storico. Secondo un nuovo sondaggio di Redfield & Wilton Strategies realizzato il 5 ottobre, è il più basso mai registrato in assoluto fra i primi ministri. Solo il 15% degli intervistati apprezza la nuova inquilina di Downing Street e, fra l’elettorato conservatore, un esiguo 25% ha fiducia in lei. Il momento del suo possibile rilancio, due giorni fa, con un discorso alla conferenza nazionale del partito conservatore, non ha sortito i risultati sperati.

Intanto Truss cerca la sponda d’oltre manica chiamando in causa l’UE (!). Il primo ministro inglese ha definito Emmanuel Macron un “amico” mentre annunciava l’intenzione di lavorare insieme alla prima riunione di un nuovo club politico delle nazioni. Strategia per recuperare consenso? Ricerca di partner in Europa? Sembra comunque un appello disperato di aiuto, di salvezza da un pantano londinese tutto voluto, ma con grande incoscienza.

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

La litigiosità che dimora nelle Highlands

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A nord del Regno Unito si trova la “terra dei Gaeli”, culla di clan uniti dalla lotta per difendere la propria cultura e stabilire l’indipendenza dagli odiati inglesi; loro antagonisti e allo stesso tempo specchio di quell’intrinseca contraddizione che lega nazioni diverse sotto un unico vessillo. Un copione già visto e ripreso un po’ ovunque in tutto il mondo, ma che qui in Scozia trova forse la sua espressione più genuina, talmente viva da perdurare da secoli senza mai spegnersi davvero. Tant’è che, nonostante siano ormai trascorsi oltre trecento anni di distanza della nascita della Gran Bretagna, ossia da quel 1707, anno in cui gli scozzesi accettarono di unirsi definitivamente agli inglesi, resta vivo nel sangue e nella memoria del popolo delle Highlands il sogno dell’indipendenza assaporato con Robert Bruce e la battaglia di Bannockburn del 1314. Da allora sono passati secoli, si è persino stabilito un periodo di pace con l’odiato nemico di sempre, perdurato dal XVII al XX secolo, eppure oggi, grazie alla Brexit, sono saltati tutti i punti di sutura e quella che sembrava una cicatrice ormai guarita ha ripreso a sanguinare e far vacillare la stabilità del Regno Unito.

A ragion del vero i dissapori tra inglesi e scozzesi sono ben più recenti del 2016 e trovano una prima recrudescenza negli anni ’70, dopo un periodo di turbolenze interne che crebbe sotto il governo di Margaret Thatcher. Nel 1979, infatti, anno in cui la Thatcher divenne primo ministro, ben il 40% degli scozzesi si definiva britannico, mentre vent’anni dopo (con ancora alla guida del Paese la Lady di ferro) era solo il 13% a indentificarsi come tale, mentre l’80% si riteneva semplicemente Scotch. Ad aumentare ulteriormente le distanze ci pensò poi Blair, che negli anni ’90 spinse i Labour a destra, generando scompiglio a nord del Paese, dove la guida a trazione centro-sinistra era più apprezzata. Sempre i Labour sostennero il referendum del 2014 per l’indipendenza scozzese, voluto dal Partito Nazionale Scozzese (Snp, fondato nel 1934) e che diede esito negativo (55% contro e 45% a favore). Sulla carta doveva essere una vittoria che avrebbe sancito la permanenza della Scozia sotto il grande cappello del Regno Unito, ma nei fatti si tramutò in un sentimento ancor più acceso verso l’indipendenza del popolo delle Highlands. Da quel momento in poi, infatti, l’Snp conquistò sempre più consenso: “alle elezioni britanniche del 2015 l’Snp ha ottenuto 56 seggi su 59 riservati alla Scozia e successivamente ha prevalso in ogni elezione, da quelle locali del 2016 e del 2021, a quelle generali del 2017 e del 2019, pure in quelle europee del 2019” (come riportato da Micheal Keating in un articolo pubblicato sul mensile Limes).

E tale serie di vittorie trova una sua possibile spiegazione nel progressivo restringimento degli orizzonti politici del governo britannico, intento a riparare i danni lasciati dalle guerre e da un impero coloniale sempre più lacerato e ormai prossimo alla dissoluzione. È come se a Downing Street si fosse badato maggiormente a questioni geopolitiche ed economiche rispetto ai problemi sociali e politici, concedendo sempre più margini d’azioni al nord del Paese: prova ne è la nascita del Parlamento scozzese di Holyrood, nel 1999. E sulla scia di questi errori politici si è arrivati all’attuale situazione, molto favorevole agli indipendentisti. L’avvento della pandemia di Sars-Cov2 si è infatti andato a sommare a un crescente sentimento identitario, alla cattiva gestione della separazione dalla Ue (per altro non ancora del tutto conclusa) e al fiorire dell’economia scozzese (che deve al petrolio la sua maggior fonte d’introiti); inoltre, in virtù del riaffermarsi dello scontro tra blocchi d’influenza geopolitica e il costante scioglimento dei ghiacci polari, la posizione della Scozia ha oggi assunto un ruolo ancor più strategico rispetto al passato. Eppure l’insieme di questi elementi tutti pro-indipendenza, tangibili o meno che siano, nasconde in realtà una serie di ostacoli proprio sul percorso verso l’emancipazione territoriale scozzese.

Per comprendere appieno il quadro occorre ripartire dal referendum del 2016, quando solo il 38% degli scozzesi votò a favore dell’uscita dall’Ue. Questo voto si spiega con la necessità per gli scozzesi di mantenere una posizione filo-Ue, necessaria per poter ottenere sempre maggiori benefici nel braccio di ferro con Downing Street. Dopo tutto, l’economia scozzese vive grazie al petrolio scoperto nei mari del nord, utilizzato sin da subito dall’Snp come leva per scardinare il potere inglese e ribadire le basi di una solida indipendenza fuori dal perimetro UK. Il problema è che quest’arma di ricatto, per quanto efficace, sia di fatto del tutto teorica e poco sfruttabile nella realtà dei fatti. In parte perché l’export scozzese vive per il 61% di commerci verso gli altri membri del Regno Unito, e poi perché senza la partnership con l’Ue, sfumata proprio a seguito del referendum del 2016, la Scozia può ben poco fuori dal perimetro nel quale è ora confinata. Non dispone infatti di una propria valuta, non ha legami stabili con altri Paesi e difficilmente potrebbe essere riaccolta nell’Unione, perché altrimenti questo darebbe un impulso secessionista a tutte quelle altre nazioni presenti in Europa che detestano lo Stato a cui fanno capo; Catalogna in primis, ma non solo lei. L’Ue non può permettersi di trasformare l’Unione in un albergo con tanto di porte girevoli e corrimano in oro, perché altrimenti regnerebbe solo il caos di micro staterelli coinvolti in perenni frammentazioni. Ed anche se fosse risolto questo guazzabuglio di contraddizioni, per cui una nazione vuole diventare Stato per mantenere un’indipendenza che perderebbe subito dopo confluendo in un’altra Unione (con vincoli forse più stringenti), rimarrebbe insoluta la questione geopolitica, tutt’altro che trascurabile. A Faslane, in Scozia, è infatti ormeggiata la flotta di sommergibili nucleari con la quale la Nato controlla le mire del Cremlino. Non è un caso che Russia e Cina siano in prima fila nell’appoggiare il sentimento indipendentista che alberga nelle Highlands, ma è difficile che la Nato (e quindi gli Usa e l’Ue) stiano a guardare incoraggiando gli scozzesi a separarsi dagli inglesi, anzi. Lo stesso Johnson, all’indomani della Brexit, ha negato al Parlamento di Holyrood la possibilità di indire un altro referendum, perché nessuno al momento vuole che la Scozia prenda il largo e forse neppure gli scozzesi stessi.

E dai recenti sondaggi sono per lo più i giovani scozzesi (sotto i 25 anni) a volere l’indipendenza, con una quota pari al 67%, mentre sulla popolazione generale il sentimento indipendentista scende al 52%. Ed anche in questo caso la spaccatura generazionale si può spiegare attraverso la politica. Grazie all’arma dell’indipendentismo, l’Snp ha garantito grandi vantaggi al governo di Edimburgo, i quali non si fermano all’istituzione del Parlamento di Holyrood, poiché quella sarebbe stata poca cosa senza le concessioni fatte successivamente da Cameroon. Fu lui infatti che nel 2014, per scongiurare la vittoria dei secessionisti, a cui lui stesso aveva però concesso il referendum, promise che in cambio della vittoria del No la Scozia avrebbe avuto più libertà nella scelta delle politiche fiscali e di welfare. In tal senso è come se il cappio che oggi grava attorno al collo di Downing Street glielo avessero cucito addosso i vari leader di partito, che incapaci di rinsaldare le fratture interne provocate dalla storia, hanno preferito percorrere la strada “facile”, quella delle promesse e continue sfide fatte di rilanci con poste sempre maggiori. Lo stesso Cameron, dopo aver incassato il successo del referendum scozzese, ha voluto quello sull’Unione e oggi l’intero regno da lui guidato ne paga pesanti conseguenze, che però non lo toccano più (almeno in prima persona). E lo stesso può dirsi di Johnson, impavido nell’affrontare la Brexit e l’emergenza pandemica, ma reticente nell’ammettere di aver strappato un divorzio costoso e soprattutto di aver ignorato le sofferenze dei britannici durante il periodo più difficile del lockdown, preferendo le feste private alla vita di clausura da lui stesso imposta.

Di fatto è sull’accountability, termine inglese con il quale si indica la capacità della politica di assumersi le proprie responsabilità, che si è andata riaprendo la ferita che da secoli accompagna le vicende di ciò che oggi è conosciuto come il Regno Unito; o sarebbe meglio dire disunito (come ha giustamente sottolineato Limes nella copertina del numero dedicato alla questione britannica). E visto che quello che non si risolve tende a ripresentarsi, spesso in forme più acute e radicate, oggi le Highlands sobbollono più vorticosamente rispetto al passato e quella secessione che nessuno vuole, né dentro, né fuori i confini del Regno, è sempre di più sulla bocca delle nuove generazioni, cresciute sulle promesse di una classe politica incapace di guardare oltre l’oggi e per questo soffocata in una crisi apparentemente senza via d’uscita.

Che sia questo il destino del luogo ove è nata la democrazia parlamentare? Scindersi in tanti Stati quanti sono gli errori, od orrori, commessi dai regnanti? Per Micheal Keating, “il Brexit ha dunque generato potenti effetti centrifughi nel Regno Unito. […] In Inghilterra, chi si è espresso per lasciarla (l’Ue) si sente molto più inglese che britannico e la maggioranza di questi elettori vede la secessione di Scozia e Ulster come un prezzo accettabile del Brexit”. Se questo è il sentimento che regna sulle terre disunite è difficile immaginare uno scenario futuro che non contempli una crescente pressione per un nuovo referendum indipendentista il cui esito si fa sempre più incerto e simile a quello che ha condotto oggi il Regno Unito fuori dall’Ue. Tuttavia, sorge spontanea una domanda: se il Regno Unito, ancora capace di contare qualcosa sul piano geopolitico ed economico, grazie ai legami del Commonwealth e della City, sta faticando così tanto a raggiungere l’indipendenza dall’Ue, quante chance avrebbe la Scozia, da sola contro il mondo, di riuscire nell’impresa di separarsi dalla sua principale fonte di sostentamento e di protezione? Chissà se Nicola Sturgeon abbia la risposta a questa domanda, oppure se anche lei stia giocando col fuoco come fece Cameron a suo tempo.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Il cielo d’Irlanda

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Il Cielo d’Irlanda è un oceano di nuvole e luce cantava Fiorella Mannoia; e chi, percorrendo i suoi verdi colli, potrebbe dire altrimenti alzando lo sguardo. Difficile, quindi, giustificare che in un tal palcoscenico naturale possa trovare spazio una questione, quella irlandese, tanto violenta quanto lunga. Sono almeno quattro secoli, infatti, prima ancora della nascita ufficiale della repubblica d’Irlanda (1949), che in questa terra si protrae uno degli scontri europei più importanti della storia moderna.

Era il 1609 quando il re Giacomo I Stuart lanciò la cosiddetta “piantagione dell’Ulster”, una vera e propria invasione di migliaia di contadini e briganti partita dall’isola britannica, direzione Nord Irlanda, con l’intenzione di colonizzare l’Eyre e renderla fedele alla corona. Ma nonostante l’intento violento, proseguito con attacchi alla cultura pastorizia autoctona per sostituirla con quella agricola, soppressione dell’identità gaelica, forzature di anglicizzazione (la cattolicissima Irlanda), l’Inghilterra non è mai riuscita ad assimilare completamente l’isola. In compenso, però, l’odierno Regno Unito era riuscito a mettere piede in sei contee dell’Ulster, dando vita alla conosciuta regione dell’Irlanda del nord. Un luogo di cittadini protestanti e unionisti molto legati alla corona britannica, per paura di essere spazzati via dai nazionalisti irlandesi e, come si può dedurre, molto odiati da questi ultimi, visti più come usurpatori che vicini di casa. E dal XVII secolo, di conseguenza, l’odio non ha fatto altro che alimentarsi tra queste due fazioni, rendendole sempre più pronte ad un’escalation di tensioni.

A partire dall’unione dei regni di Irlanda e Regno Unito (1800), che sanciva la fine dell’indipendenza irlandese, fino ad arrivare al “government of Ireland Act” (1921), che istituì un parlamento di autogoverno a Belfast per la gestione delle sei contee dell’Ulster, s’inasprirono oltremodo i nervosismi tra nazionalisti ed unionisti al confine. Nervosismi che non si conclusero nemmeno con l’indipendenza irlandese post Seconda guerra mondiale, considerando che i famosi troubles (1969-1998) ebbero la manifestazione più violenta negli anni ’70 dello scorso secolo. Il celebre accordo del Venerdì Santo di fine millennio, infine, coadiuvato dalla nascita del mercato interno europeo con conseguente libera circolazione delle merci e delle persone, sembrava quindi aver posto fine a questo percorso di sangue e terrore. Ma passò poco tempo e Brexit fece la sua comparsa sulla scena, ridando vigore ad un fuoco che non si era mai spento del tutto.

È forse allora banale ricordare che uno degli effetti più drammatici dell’uscita dell’UK dall’Unione Europea sia stata la potenziale rinascita di un confine netto tra i due stati irlandesi. Ma già nei primi momenti di negoziazione tra la Corona britannica e la UE fu palese ad entrambi le parti che non sarebbe stato possibile tornare alla situazione precedente l’accordo del Venerdì Santo senza conseguenze. Tesi condivisa anche dalla repubblica irlandese stessa. Quindi, prima di soffermarci su cosa fu allora deciso e su come quest’ultima decisione ebbe fin da subito un destino instabile, è interessante soffermarci su quanto i nordirlandesi fossero d’accordo o meno con Brexit, analisi che potrebbe sembrare più semplice di quanto la sia realmente.

Come riporta la BBC, nel referendum del 2016 la regione del Nord Irlanda si espresse contro l’uscita dalla UE con ben il 55,8%, superiore alla maggioranza inglese favorevole ad uscire (53,4%). In particolare, nel capoluogo Belfast si sono toccate percentuali del 70% per rimanere all’interno del mercato unico. Allo stesso tempo, però, nelle sei contee Ulster (quelle più britanniche) il risultato è stato l’opposto. Un esempio concreto di come la discrepanza tra cattolici/protestanti nella regione sia ancora una cartina tornasole per comprendere anche le divergenze politiche. Con l’avvio del processo di divorzio dalla Unione Europea, però, il sentimento di uscita si è ancora più affievolito, come del resto è capitato nel resto dell’UK. Una prova potrebbe anche essere l’andamento della popolarità dei partiti politici del Nord Irlanda.

Un sondaggio pubblicato a settembre, come afferma POLITICO, ha messo il DUP – per due decenni il primo partito dell’Irlanda del Nord – al quarto posto dietro altri due partiti unionisti. La sua popolarità non era così bassa dalla metà degli anni ’70, quando l’Irlanda del Nord era in uno stato di guerra civile e il DUP era una voce estremista esterna che chiedeva la distruzione dell’esercito repubblicano irlandese. Il crollo di quest’anno rispecchia le turbolenze interne senza precedenti del partito di come la Brexit si è rivelata per l’Irlanda del Nord. Il protocollo commerciale post-Brexit concordato dal governo britannico e dalla Commissione europea ha mantenuto l’Irlanda del Nord all’interno del mercato unico delle merci dell’UE, un risultato che rende più facile per le imprese locali gli scambi con la Repubblica di Irlanda che con il resto del Regno Unito. Che la perdita di fiducia verso il DUP sia effetto del protocollo firmato da Boris Johnson non è sicuramente certo ma alquanto probabile.

Ma che cos’è nello specifico questo protocollo d’Irlanda? Si tratta dell’accordo delicato tra UK e UE per i rapporti successivi a Brexit tra le due zone irlandesi. Non sorprende che questo agreement sia stato talmente difficile da trovare che l’anno scorso, allo scadere dei termini prestabiliti per evitare un Brexit dura e pura, abbia quasi fatto saltare il tavolo delle trattative. Il protocollo era stato pensato per evitare controlli tra l’Irlanda del nord (UK) e la repubblica irlandese (UE). Ma fin dai primi momenti della messa in pratica dell’accordo si sono visti i limiti concreti (già palesi sulla carta) di tale scelta. Tanto da richiedere subito una ridiscussione del testo da parte di Londra. Ma che cosa prevede questo accordo?

Come accennato, l’accordo prevede il mantenimento di confini aperti tra le due regioni come già stabilito nel patto del Venerdì Santo. Ciò comporta la mancanza di dogane al confine e di quindi controlli tra le parti. Se questo era facile quando sia UK che l’Eyre erano all’interno del mercato comune, risulta esserci un problema nel momento in cui le merci, i capitali (e di fatto le persone) sono soggette a regole tariffarie diverse, non più “comunitarie”. Per esempio, l’UE richiede che molti beni, come latte e uova, vengano ispezionati quando arrivano da paesi terzi, mentre alcuni prodotti, come le carni refrigerate, non possono entrare affatto. Di conseguenza, l’unica soluzione trovata è stata quella di spostare i controlli nel mare d’Irlanda con la conseguenza che di fatto l’Irlanda del nord si trovava all’interno del mercato unico europeo e separata (con dazi e tariffe anche molto pesanti) dal resto del Regno Unito. Già queste poche righe fanno capire la debolezza di un così siffatto accordo: è impensabile che una regione di uno stato paghi di più di un’altra regione dello stesso. Ma, in un primo momento, l’UK ha acconsentito.

Il premier Johnson stesso firmò l’accordo nel 2019 ma durante la campagna elettorale dello stesso anno promise che la Gran Bretagna non avrebbe mai svolto alcun controllo sulle merci in movimento tra UK e l’Irlanda del Nord. Bo-Jo, in una delle sue campagne elettorali di allora, affermava a Belfast: “Dovranno passare sul mio corpo prima di stabilire un confine nel mare d’Irlanda.” Ma questo primo anno di Brexit lo ha smentito. Come riporta l’ISPI: “dall’uscita del Regno Unito dall’unione doganale e dal mercato unico a 27 gli scambi commerciali con la Ue sono bruscamente diminuiti. Dopo un iniziale crollo (-40,7% delle esportazioni verso l’Ue e -29% delle importazioni dall’Ue tra dicembre 2020 e gennaio 2021), la bilancia commerciale sta recuperando, ma secondo gli economisti è ben lontana dal raggiungere i livelli pre-Brexit”. Adesso Londra accusa l’UE di applicare in modo troppo rigido il protocollo, ma verba volant, scripta manent.

Sulla stessa linea del premier, il ministro della Brexit, Lord Frost ha presentato proposte per modificare il protocollo: l’eliminazione dei controlli doganali tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord e l’affidarsi alle imprese per essere “onesti” su ciò che stanno facendo. Parole che per il momento sono state rispedite al mittente dalla commissione europea e si può intuirne il motivo.

L’UE ha affermato che una rinegoziazione del testo del protocollo è fuori discussione. Ed ha insistito sul fatto che “entrambe le parti sono legalmente tenute ad adempiere ai loro obblighi ai sensi dell’accordo”. Allo stesso tempo, però, ha presentato proposte che, a suo dire, porterebbero a una riduzione dell’80% dei controlli necessari sui prodotti alimentari in arrivo nell’Irlanda del Nord, oltre a dimezzare la quantità di pratiche burocratiche coinvolte. Per esempio, un camion in arrivo dalla Gran Bretagna che trasporta un carico di diversi prodotti alimentari di allevamento avrebbe bisogno di un solo certificato, anziché di uno diverso per ogni prodotto. L’UE propone inoltre una riduzione delle informazioni doganali che le imprese devono fornire e afferma che intende approvare una normativa per consentire il proseguimento del commercio di medicinali tra UK e Nord d’Irlanda. In cambio, l’UE vuole ulteriori salvaguardie per impedire che i prodotti provenienti dal Regno Unito attraversino la Repubblica d’Irlanda. Ma come succede nel gioco dell’oca, si torna quindi al punto di partenza, cioè il rischio che l’accordo del Venerdì Santo venga tradito.

Il governo britannico ha affermato che “esistono circostanze” per giustificare l’uso dell’articolo 16 del protocollo. Ovvero una deroga che consente a entrambe le parti di sospendere qualsiasi parte dell’accordo che causi “difficoltà economiche, sociali o ambientali”. Ma l’articolo 16 non elimina del tutto il protocollo. Il Regno Unito afferma che non lo attiverà prima di avere colloqui con Bruxelles, ma Lord Frost ha detto alla conferenza del Partito Conservatore che l’attivazione dell’articolo 16 potrebbe essere “l’unica strada” per andare avanti. La decisione del Regno Unito di utilizzare l’articolo 16 potrebbe indurre l’UE a rispondere con misure che impongano tariffe (o tasse di importazione) su aspetti del commercio tra le due parti. In breve, un disastro.

Tutto questo per dire che la partita del Nord Irlanda è tutt’altro che chiusa. L’accordo trovato sembra più una pezza per guadagnare tempo che un modo per risolvere una questione secolare. Interessi economici, spinte popolari, questioni sociali e mosse geopolitiche sono un miscuglio esplosivo che neanche anni di negoziazioni da parte delle più alte cariche istituzionali europee sono riusciti a disinnescare. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo, ma trovarne una che possa andare bene a tutti sembra pressoché inesistente.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Finalmente liberi, ma a quale prezzo?

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Quella del costo sommerso rappresenta una delle trappole cognitive più insidiose della mente umana, poiché incita a perseguire i propri obiettivi nonostante gli scarsi benefici e gli svantaggi generati nel presente, a cui si sommeranno poi quelli futuri. E quando a sottostimare l’impatto delle proprie scelte non è una persona, ma un Paese intero, come nel caso del Regno Unito, i rischi connessi a una scelta incauta possono ripercuotersi per decadi, senza che se ne possa intravedere una via d’uscita.

D’altro canto, esistono delle criticità di fronte alle quali persino una banca centrale, com’è quella d’Inghilterra (BoE), rischia di scontrarsi e uscirne con le ossa rotte. Questo perché la politica monetaria influenza ambiti economici ben precisi, come ad esempio quello del contenimento della fluttuazione dei prezzi e dei tassi d’interesse, ma non può incidere su temi legati al commercio di natura più pratica, come possono essere i dazi doganali e le dispute su immigrazione, zone di pesca e transito di merci. In breve, a seguito della Brexit la Banca d’Inghilterra ha cercato di far sì che il costo del denaro, quindi i prestiti a imprese e privati, non compromettessero l’integrità del sistema economico britannico, ma il divorzio dall’Unione ha generato problematiche di portata ben maggiore.

Ad esempio, le importazioni e le esportazioni rappresentano i punti nevralgici di un’economia aperta e da esse e dalla domanda interna derivano poi lo sviluppo economico di uno Stato. E se si considera che l’Unione Europea è il più grande blocco commerciale del mondo, in quanto primo esportatore di manufatti, di servizi, nonché il più grosso mercato di importazione per oltre cento paesi, si capisce quanto la rottura con un alleato commerciale di tale peso possa comportare degli effetti collaterali per l’ossatura economica di qualunque Paese. Risulta quindi fondamentale analizzare, passo dopo passo, come siano cambiati i rapporti commerciali pre e post Brexit, e quali, a distanza di un anno, siano stati gli effetti sulle imprese e sul commercio tra Gran Bretagna ed Unione Europea.

Innanzitutto, è bene ricordare come l’uscita del Regno Unito, come membro dell’UE, abbia posto fine alla libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi, e quindi di ciò che si definisce mercato unico; a cui si deve inoltre aggiungere la rottura dell’unione doganale, intesa come imposizione comune di un’accisa sulle merci esterne all’Unione Europea. Di fatto, con la Brexit, il Regno Unito ha rinunciato ai due pilastri su cui si fondava l’Unione Europea ben prima della nascita dell’Euro. Ed anche se sembrano nozioni semplici, questi due soli principi fondativi hanno sostenuto sia la crescita dello scambio commerciale nell’unione europea, sia la difesa dei prodotti UE nei confronti di quelli extracomunitari, per almeno un quarto del secolo. Inoltre, grazie a una semplificazione nelle procedure per l’importazione e l’esportazione di merci, questi due pilastri economici hanno anche favorito le catene di approvvigionamento dal fornitore iniziale al cliente finale che, con l’uscita dai programmi di mercato unico e dall’unione doganale, si rendono oggi più complicate. Il modello stesso di produzione a commissione, ovvero il Just in Time, che prevede la riduzione del magazzino e la celerità nella consegna grazie a una produzione agile, subisce di rimbalzo qualunque blocco logistico imposto da dogane, così come l’iva e altre norme e balzelli tra Stato e Stato.

Tuttavia, i favorevoli alla Brexit hanno visto in questi due pilastri una limitazione insopportabile alla libertà di uno Stato di poter decidere in materia commerciale e cioè di poter imporre dei dazi e tariffe sulle merci importate in modo indipendente. Ed effettivamente il mercato unico diventa un vantaggio per lo sviluppo in tutte quelle situazioni in cui le nazioni condividono economie, costi della vita e del lavoro simili, mentre si rivela svantaggioso quando le disparità sono più marcate (per esempio, nello stesso mercato unico in cui stava il Regno Unito c’era pure la Bulgaria). Per tutte queste ragioni, sin dai primi giorni post referendum, nel 2016, ci sono state ampie schermaglie su questi due pilastri, fino a raggiungere un accordo che andasse bene ad entrambe le parti, ma non è stato facile. Tant’è che neanche un anno fa, quando ancora il Regno Unito usufruiva delle leggi comunitarie, si era paventato il rischio di ottenere un divorzio tra UK e UE più duro, inteso come mancato accordo e conseguente mutuo riconoscimento come semplice “terza nazione”, al pari cioè di un generico stato appartenente all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Tale scelta avrebbe comportato lo stesso rapporto commerciale che oggi l’UE intrattiene con gli stati del terzo mondo, gettando così il bambino con l’acqua sporca.

E per le aziende, di entrambe le parti in causa, ciò avrebbe comportato un cospicuo aumento di imposte e burocrazia, nonché il fatto di ritrovarsi, letteralmente dall’oggi al domani, a sostenere un incremento importante dei costi per commerciare con il blocco economico con il quale avevano più scambi. In sintesi: una disfatta. Tant’è che, secondo alcuni sondaggi, la maggioranza delle PMI britanniche aveva votato per rimanere all’interno della UE proprio in virtù del fatto che temeva gli effetti di una separazione dura, che è stata poi scongiurata sul filo del rasoio, quando, a fine dicembre dello scorso anno, si è optato per adottare le logiche dell’economia invece di quelle dell’ideologia. Ma in concreto, che cosa ha comportato la Brexit per le imprese oltre la Manica?

Il documento finale stabilisce un’area di libero scambio tra le parti. Ciò significa che le merci originarie dei rispettivi territori potranno muoversi senza l’applicazione di dazi in importazione. È quindi caduto il pericolo di imposte reciproche sulle merci prodotte nei rispettivi Paesi e poi scambiate tra le due parti, e ciò ha accontentato sia le imprese britanniche, sia l’Europa stessa, mentendo il legame commerciale tra i due Paesi ancora separati in casa. Tuttavia, come ha giustamente riportato IPSOA, le formalità doganali restano inevitabili (dichiarazione di import/export e documentazione correlata) con la necessità di onorare – oltre ad IVA ed accise – anche le spese legate ai servizi di passaggio: lo sdoganamento fuori orario e fuori dagli spazi doganali, le analisi e le campionature per le verifiche sui prodotti, i diritti di sosta e i costi per misure eccezionali di controllo rese necessarie dalla particolarità dei prodotti in movimento. Ma perché i controlli doganali sono rimasti invece che venir cancellati? Per capirlo bisogna sottolineare un concetto all’apparenza irrilevante, ma di grande valenza in un accordo in cui esiste il mercato unico (salvaguardato dagli accordi),ma non l’unione doganale. Infatti, se da ora in avanti l’UK pone le proprie tariffe per ciò che importa dal mondo, magari diverse e più basse di quelle imposte dalla UE, si potrebbe incorrere nel rischio che l’isola oltre la Manica diventi un cavallo di Troia per le merci straniere non a norma. Risulta quindi necessario che i prodotti inglesi abbiano un marchio d’origine sulla nazionalità dei pezzi che lo compongono, affinché le parti dei prodotti internazionali possano subire le tariffe comunitarie una volta entrati nel marcato dell’UE, e questo fardello burocratico ricade per forza sulle aziende britanniche.

In questo modo, affinché un esportatore possa completare la rituale attestazione di origine, dovrà ottenere una “dichiarazione del fornitore” o un documento equivalente che contenga le necessarie informazioni sui materiali non originari coinvolti, in modo sufficientemente dettagliato da consentirne l’identificazione. È previsto inoltre, che l’autorità doganale della parte importatrice (in questo caso l’Unione) possa verificare se il prodotto sia effettivamente originario nel rispetto delle regole previste dall’accordo, sulla base di metodi di valutazione del rischio. Tali verifiche possono essere dispiegate con specifiche richieste di informazioni all’importatore che ha presentato la domanda, sia al momento della presentazione della dichiarazione di importazione stessa, sia prima e dopo il rilascio dei prodotti. Questa però era la teoria, perché nella pratica le cose sono andate diversamente. L’Europa, infatti, stabilì che bastassero il 50% dei componenti certificati UE o UK affinché venissero ridotte a zero le accise ed inoltre, entrambe le parti concordarono una sorta di periodo di grazia, della durata di un anno, per non rendersi la vita troppo complicata. Il problema però è che quest’anno sabbatico terminerà col 2021 e soprattutto le piccole imprese britanniche, come riporta lo stesso Financial Times, non hanno neppure adottato questi minimi accorgimenti doganali e rischiano, dal 2022, di vedersi chiusa la porta in faccia dal commercio con l’UE. D’altronde, c’è chi ha semplicemente apposto un auto-dichiarazione di conformità e chi, invece, non ha neppure idea della provenienza delle parti dei propri prodotti; e ciò, per la comunità Europea, è inaccettabile.

Di fatto, l’Unione ha cercato di tutelare i suoi interessi e limitato quelle forme di concorrenza sleale e non conformità agli standard europei che altrimenti si sarebbero potuti verificare; tuttavia, facendo ciò ha indubbiamente limitato il commercio, soprattutto quello del Regno Unito, che adesso deve correre ai ripari. Cosa che non vuole fare. D’altronde, il Regno Unito ha dalla sua alcune armi da poter giocare, come ad esempio quella della guerra per la pesca nel canale della Manica, grazie alla quale è riuscita a riaccendere antichi dissapori coi vicini francesi. I quali, vorrebbero veder riconosciute le licenze di pesca, più di 1.000, e di cui oggi sono ancora a rischio almeno 150, questo perché il governo inglese richiede una sorta di certificato di storicità. È da queste piccole cose che si comprende quanto la strada da qui all’effettivo divorzio tra UE e UK sia tutta in salita e di come il governo inglese si stia avvicinando sempre di più al momento in cui i nodi saranno un tutt’uno col pettine.

E già oggi, infatti, il risultato di questi controlli e balzelli normativi è stato incorniciato dalle file lunghe alla frontiera, dai tempi dilatati per i controlli, dall’aumento dei costi per le imprese e tante piccole scene di ordinaria follia: scaffali dei supermercati vuoti e pompe di benzina chiuse per mancanza della materia prima. A tutti gli effetti un incubo, come ha riportato lo stesso The Guardian: infatti, se le grandi aziende possono sopperire i costi aggiuntivi grazie alle loro economie di scala, le PMI sono alle prese con “scartoffie incredibilmente impegnative e non familiari”. La Federation of Small Business, una lobby delle PMI, ha affermato che 35 dei 132 esportatori intervistati hanno temporaneamente sospeso il commercio con l’UE o lo hanno interrotto in modo permanente. Uno su dieci degli esportatori intervistati ha affermato di voler anche rinunciare al commercio con i clienti dell’UE. E la controprova di questo fenomeno si esplica con il fatto che nel primo mese post accordo (gennaio 2021) l’export è calato del 41%, anche se certamente, Sars-Cov2 ci ha messo del suo.

La congiuntura di Sar-Cov2 e di Brexit, ha inoltre accelerato l’esplosione di un altro problema, quello dei camionisti, che riguarda sì un po’ tutto il Vecchio Continente, ma che ha colpito duramente Londra. In primis perché, come dimostrano i dati, il settore dei trasporti è da tempo delocalizzato soprattutto nei Paesi dell’Est Europa, per una ragione di costo del lavoro, e come scelta ha mostrato tutta la sua fragilità durante la pandemia. D’altronde, un camionista ungherese sulla cinquantina, visto l’aumento delle procedure anti Covid-19 e i rischi connessi alla professione e alla salute, ha valutato attentamente se proseguire o meno il proprio percorso professionale; e in tal senso ha preso parte al movimento della Grande dimissione, scegliendo di fare altro. C’è stato poi un altro problema, e questa volta tutto inglese, la Brexit ha tolto al Regno Unito circa 15.000 camionisti, su una flotta di 300.000, e ha imposto agli altri il gioco delle norme discusso in precedenza, con blocchi alla dogana e incertezze continue. In altre parole, se c’era chi, dopo la pandemia, pensava di riprendere a fare la spola tra Londra e Budapest, ha preferito appendere le chiavi del camion al chiodo e fare altro, lasciando le pompe della benzina e gli scaffali dei supermercati vuoti.

Il governo britannico ha minimizzato queste problematiche e oggi rilancia dicendo che gli accordi commerciali con le altre nazioni del mondo, la famigerata Global Britain, siano (e saranno) sempre più favorevoli rispetto a quelli con l’Unione, e nel tempo favoriranno il riaffermarsi dell’UK a qualcosa di più di semplice terza nazione. Ma gli accordi commerciali richiedono tempo (tralasciando poi il fatto che la quasi totalità erano già parte di accordi con l’Ue, ma alle stesse condizioni di prima e non migliorativi per Londra, a parte quelli col Giappone) e non sempre fioriscono come si vorrebbe. Sarà quindi cruciale capire che cosa succederà dal gennaio del 2022 e ad oggi le premesse non sono delle migliori.  

Roberto Biondini e Claudio Dolci

La dinamica dei prezzi e le mosse di Bank of England

5 min di lettura

“Crediamo che sarà necessario un modesto inasprimento della politica monetaria per il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione in modo sostenibile, nel medio termine”. È con queste parole, pronunciate di fronte alla Society of Professional Economists, che Andrew Bailey, attuale governatore della Bank of England (BoE), qualche tempo fa affrontava una platea ansiosa di capire quali sarebbero state le future mosse dalla banca centrale inglese. D’altronde, e com’è stato già scritto nella rubrica La giostra dell’inflazione, quando le banche centrali dichiarano qualcosa è perché vogliono tranquillizzare gli attori economici su ciò che sta avvenendo. Anche se, nel Regno Unito, a colpire l’economia non sono solo l’inflazione e i colli di bottiglia, ma anche le conseguenze di Brexit. Già, perché nello stesso anno in cui è scoppiata la pandemia, il Regno Unito ha anche raggiunto il “definitivo” divorzio dall’Unione Europea ed ha quindi sommato gli effetti delle due congiunture, conseguendo pesanti effetti sui conti pubblici.

Durante il 2021, infatti, il governo di Boris Johnson ha contratto il più alto debito in rapporto al Pil Britannico che si sia mai registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, pari al 15,1% contro il 15,2% nel 1946. Il Regno Unito, inoltre, ha ora raggiunto un livello d’indebitamento, in rapporto al Pil, pari al 95,1%, che è certamente inferiore al quasi 160% dell’Italia, ma comunque resta a livelli che gli inglesi non vedevano dagli anni ’60. E il problema è che questi risultati economici non sono imputabili solo al Covid-19, come vorrebbe il governo inglese, ma derivano in gran parte dal frutto avvelenato degli accordi raggiunti con il patto su Brexit. Quest’ultimo, come ha rilanciato dalle colonne del The Guardian il Prof. Jonathan Portes, docente di economia e politiche pubbliche presso il King’s College di Londra, porterà nel medio-lungo periodo a una riduzione del Pil pro capite pari al 4%, mentre l’attuale pandemia si assesterebbe a un 2%. Di fatto, quello che sostiene il Prof. Portes, è che gli effetti della pandemia andranno a configurarsi come uno shock transitorio, di natura intensa ma di breve durata, mentre gli effetti di Brexit colpiranno l’economia inglese per un periodo di tempo più lungo, segnando nel profondo l’economia britannica. Ed è dello stesso avviso anche Richard Hughes, il Presidente dell’ufficio per la responsabilità al budget, che alla BBC parla apertamente della sovrapposizione tra gli effetti del Covid-19 e di Brexit, sottolineando la maggior persistenza di quest’ultimi rispetto ai primi. In breve, quello che dicono gli esperti è che l’attuale pandemia rappresenta una ferita per l’economia inglese, come potrebbe essere un colpo di lama, mentre Brexit sarà più simile a una malattia cronica che accompagnerà il Regno Unito per un lungo periodo. Di conseguenza, è facile comprendere come il compito della Bank of England (BoE) sia ad oggi molto difficile, perché da una parte deve mitigare degli effetti sul breve periodo, dovuti alla pandemia, ma dall’altra è consapevole che ci saranno turbolenze persistenti e che il governo conservatore cercherà in un qualche modo di scaricarne la responsabilità prima sul Covid-19 e poi altrove, anche se non sarà facile. Dopo tutto, per il governo inglese addossare le colpe a Bruxelles sarà un po’ come cercare di arrampicarsi su una parte verticale di specchi affidandosi alle sole proprie forze.

Il Regno Unito, infatti, ha sempre mantenuto la propria valuta, anche quando era parte della comunità Europea e negli anni ha perlopiù espresso una certa indipendenza dalle politiche economiche comunitarie, sia durante gli appuntamenti internazionali, sia nelle scelte di politica comune fiscale e monetaria. E ciò rimarca, qualora ce ne fosse bisogno, che fu molto più eccezionale l’entrata degli UK nella Comunità Europea, nel 1973, piuttosto che tutti i mal di pancia e i piagnistei dagli inquilini del numero 10 di Downing Street con l’Europa. Vedendo le carte, al di là degli incontri plenari tra i maggiori leader mondiali durante i quali ci si scambiano opinioni tutt’altro che coercitive, si noterà come l’impatto di Brexit sulle scelte di politiche monetarie della BCE si sia inserito nel già ampio ventaglio degli shock esterni che Francoforte ha sempre considerato e calibrato per le scelte da attuare a livello comunitario. Tuttavia, cosa ben diversa, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello giuridico, sarebbe stata un’eventuale uscita di Londra dall’area Euro, possibilità che però non sembra essere presente neppure nei regolamenti europei. In una così ipotetica circostanza, la BCE avrebbe perso un membro sotto il suo controllo, e gli effetti del Brexit sarebbero stati certamente più seri.

La Bce ha quindi saputo gestire il divorzio dal Regno Unito, ma Bank of England ha fatto altrettanto? E com’è cambiata l’economia britannica dal 2016 a oggi?

Innanzitutto, è bene precisare che i primi segnali di come la BoE avrebbe gestito la politica monetaria balzavano già all’occhio prima del referendum del giugno del 2016. Bisogna infatti partire da due importantissime ipotesi, tra loro interconnesse. La prima afferma che le “aspettative circa il futuro” formulate del mercato (inteso come imprese, cittadini e investitori) giocano un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico generale. Semplificando, si può affermare che se il mercato confida in una crescita dei prezzi stabile, sostenuta da politiche monetarie e fiscali serie e sicure, allora effettivamente sarà probabile che i prezzi cresceranno davvero in modo saldo generando così una crescita economica. La seconda ipotesi, invece, è che l’incertezza rappresenta sempre il peggior sentimento che può palesarsi tra gli attori del mercato, come tra l’altro ha dimostrato l’avvento della pandemia di Covid-19.  Estremizzando quest’ultima ipotesi, si può arrivare a dire che sia peggio non conoscere il futuro, piuttosto che sapere con certezza che ci sarà una grave crisi. Questo perché l’incertezza genera caos tra gli attori del mercato, i quali non sanno più se sia meglio risparmiare o spendere, investire o disinvestire, inducendo così un blocco delle attività. Per chi volesse controllare la cartina tornasole, è sufficiente riguardarsi l’andamento della Borsa durante i primi mesi del Covid-19.

E in tutto il periodo del Brexit, la letteratura economica ci dice proprio che queste due ipotesi si sono sommate tra di loro. Dapprima è stato il turno del risultato sul voto del Referendum del 2016, e dopo, quello dell’altalena tra una soft o una hard Brexit. Le parole di Bank of England, di un report del 2019, furono lapidarie: “La Brexit cambierà radicalmente la natura delle relazioni del Regno Unito con il suo più grande partner commerciale (UE ndr). La vasta gamma dei potenziali scenari sembra aumentare l’incertezza e rendere le persone più pessimiste riguardo le prospettive economiche. Questi effetti, difficili da separare, stanno già influenzando l’economia del Regno Unito. Essi hanno ridotto in particolare gli investimenti delle imprese e possono aver pesato sulla produttività e sui consumi.”

D’altronde, quando si verifica un incremento dell’incertezza è probabile che gli investitori richiedano una compensazione più elevata per il rischio da essa generato e di conseguenza un aumento dei tassi d’interesse, causando così un inasprimento delle condizioni di credito (ovvero il credit crunch). Ed è chiaro che peggio di una Brexit-dura ci sia solo una Brexit-non-so, com’è stato in passato e com’è tuttora. D’altro canto, l’uscita dal mercato unico sta causando al Regno Unito una diminuzione della produttività e dei traffici commerciali con l’UE, che, sempre secondo l’Office for Budget Responsibility, potrebbero persino diminuire di un 15%.

Di fatto, l’incertezza è stato il sentimento più diffuso negli anni post Brexit. E in queste condizioni, la scelta che deve fare una banca centrale, come la BoE, è quella di mantenere le condizioni affinché il credit crunch non si verifichi e al contempo instillare fiducia sulla dinamica dei prezzi nel futuro. E per questo, inflazione permettendo, Bank of England ha mantenuto bassi i tassi d’interesse sul mercato finanziario e inondato il sistema economico di liquidità. Ma sebbene questa operazione non sia stata tecnicamente troppo complicata, soprattutto nell’era del Whatever it takes (tutto ciò che è necessario) attuato dalla Banca Centrale Europea, instillare fiducia per il futuro non è affatto una cosa semplice. Soprattutto se il patto commerciale tra UK e UE continua ad essere condotto su base ideologica, com’è stato sino ad ora. Per quattro anni e mezzo, infatti, si sono alternate ipotesi di tutti i tipi, una l’opposto dell’altra, con incontri su incontri per giungere infine a rimettere in discussione ogni scelta presa.

Ci poi state delle prese di posizioni estreme, come la minaccia di Londra di non mantenere la parola presa in un accordo internazionale, che ha provocato un clima teso con la commissione europea ma anche con la camera dei lord di sua maestà. Ed è per questo, ma anche per via del Covid-19, che la BoE sta continuando a mantenere con forza politiche accomodanti, nel tentativo di evitare (o rimandare) una recessione. Nel passato abbiamo raccontato di come la politica monetaria sia uno strumento necessario ma non sufficiente per far ripartire un’economia, questo perché se la politica fiscale, in particolare le relazioni commerciali con il partner più importante, non sono chiare è difficile incoraggiare la ripresa. E nel frattempo, non bisogna dimenticare che tutte le medicine prese all’eccesso fanno male. E meno un paese è credibile, più gli effetti collaterali delle medicine possono apparire anzi tempo. In concreto, si può dire che l’uso copioso della politica monetaria espansiva sia utile se nel frattempo gli investimenti ripartono, ma se essi non sono abbastanza veloci, non solo per incertezza interna ma anche a causa di shock esterni (come l’aumento dei prezzi delle materie prime), ecco che il bazooka di moneta può causare più danni che benefici.  E piuttosto che far ripartire la produzione, l’eccessiva liquidità può provocare un’iperinflazione senza crescita.

Ad oggi, le principali banche centrali cercano di capire come affrontare l’aumento dell’inflazione e la genesi delle varianti di Sars-Cov2, ma se per quasi tutte l’ipotesi di un inasprimento dei tassi sembra quanto meno possibile, la BoE, invece, dovrà considerare anche gli effetti di Brexit e quindi il rischio del peggioramento, e non di poco, della ripresa economica.

P.S. L’analisi appena affrontata testimonia come la sovranità monetaria non sia di per sé un elemento sufficiente per lo sviluppo economico, ma come quest’ultimo dipenda in primo luogo dalla credibilità delle istituzioni a prescindere dalla loro essenza nazionale o sovranazionale.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Brexit, un anno dopo

3 min di lettura

Perché parlare di Brexit oggi? A chi interessa ancora qualcosa dell’uscita di Londra dalla UE? Sono passati ormai cinque anni dal referendum e, come sappiamo, il Regno Unito non ha mai nascosto la propria indipendenza dal continente. Tant’è che l’isola britannica non ha mai abbandonato la sterlina, ha sempre mal sopportato le regole di un’Europa spesso incapace di imporsi con le sue decisioni (ultimamente persino di fronte a una pandemia) e all’indomani del voto ha festeggiato la vittoria del leave. E allora perché riesaminare la storia di un ospite così insofferente? Forse perché è a quell’isola a Nord dell’Atlantico che dobbiamo la democrazia parlamentare così come la conosciamo oggi, nonché la lingua che tuttora si parla anche a Bruxelles ed è sempre ai britannici che dobbiamo prima la resistenza e poi l’estirpazione del tumore nazi-fascista che per anni ha infestato l’Europa. Ma al di là delle ragioni storico-linguistiche e politologiche, il motivo per il quale occorre riesaminare il Brexit è che esso ha creato un precedente in Europa: è stato infatti il primo divorzio, solo apparentemente consensuale, tra Stati europei e mai come oggi ciò rappresenta un precedente che potrebbe essere da esempio ad altri Stati critici verso l’Unione Europea.

Basterebbe solo questo a giustificare una rilettura della Brexit, ma la verità che è il divorzio tra Stati dell’Unione ci offre la possibilità di affrontare anche quei temi che tengono in ostaggio le politiche del Vecchio Continente. Un esempio? La spinta all’indipendentismo e sovranismo che popola quasi tutti gli Stati europei: dalla lotta tra centro e periferia in Francia, a quella tra Nord e Sud Europa, così come quella invocata dai secessionisti nostrani, a quelli baschi e alle logiche partitiche dietro Afd in Germania. Nel Regno Unito tale conflittualità ha nomi, denominazioni geografiche e culturali precise: Scozia e Irlanda. C’è poi la questione dell’immigrazione con lo sgombero annunciato, poi rimandato, e attuato solo in parte, degli stranieri dal suolo nazionale britannico. E come non parlare del rapporto commerciale tra EU e Regno Unito? Dalle lotte per il merluzzo pescato nella Manica, alle code fuori dal tunnel della stessa, coi camion bloccati da visti e i controlli doganali.

Il Regno Unito offre inoltre la possibilità di verificare la solidità di uno Stato, in teoria coeso, in un mondo globale e ormai lontano dai successi di Yalta, da quelli di Bretton Woods e dai fasti di quell’impero chiamato Commonwealth. Oggi il Regno Unito affronta con la propria City un mondo di coalizioni tra super-potenze, dove chiunque scelga di stare da solo deve assumere strategie più simili a quelle di un pesce palla che a quelle di uno squalo. Può un’isola con al suo interno una frammentazione così accesa confrontarsi con Russia, Cina e Stati Uniti? Di quale capacità d’influenza dispone? Vale giusto la pena ricordare che nel 2019 il Regno Unito era considerato la seconda potenza mondiale per soft power, dopo la Francia. Ci sono poi le sfide dei mercati globali, dai colli di bottiglia alle impennate inflazionistiche, che impongono forti stress a un’economia che deve il suo successo alla City di Londra e che oggi, a causa della Brexit, paga le ragioni dello strappo con l’Unione.

Per tutte queste ragioni è importante raccontare il primo anno di divorzio tra Stati europei attraverso la rubrica Happy Birthday Brexit! Un anno dopo, soffermandosi sulle ragioni delle due parti e sugli strascichi economico-sociali, nonché politici, che ciò ha comportato. Si inizierà quindi con un approfondimento sulla politica monetaria, ragionando sul potere d’acquisto della sterlina, il suo valore e la sua capacità di influenzare l’economia pre e post Brexit. Si passerà poi ad un esame dello stato di salute del tessuto produttivo britannico, dal rapporto import/export, alle lotte con l’Europa, combattute a suon di dazi, code dei mezzi e prove muscolari nella manica. Analizzeremo quindi la società post-EU: sta meglio, sta peggio? Sono cambiati i flussi di migrazione e, se sì, in che modo? Ci sarà poi da verificare la tenuta della City di Londra e capire dove siano finiti gli investimenti, nonché le risposte del Regno Unito alla crisi pandemica: che aiuti hanno stanziato, da dove hanno preso i soldi e come contano di ripartire e far fronte agli investimenti per avviare la transizione energetica, di cui tra l’altro sono stati protagonisti con la Cop26. Infine, ci sarà un focus per i principali attori che a oggi muovono una crisi interna al Regno Unito: Scozia e Irlanda. Resteranno nell’United Kingdom oppure no? E a quale prezzo?

Il Brexit sarà ricordato come il primo e ultimo caso di divorzio tra Stati dell’UE oppure sarà il precursore di future dipartite? Sono queste le domande a cui dare una risposta, provando, ove possibile, a trarre delle lezioni utili a comprendere la conseguenza delle decisioni politiche e individuali. D’altronde il referendum fu voluto da Cameron, ma a votare per il leave furono i britannici e domani altri Stati europei potrebbero ritrovarsi nella medesima situazione: si saprà prendere la decisione migliore?

di Roberto Biondini e Claudio Dolci