Sovranisti e Migranti: una convivenza impossibile

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Negli ultimi decenni guerre, crisi economiche e povertà nei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo hanno aumentato il trend migratorio. In particolare, le persone provenienti da Sud America, Africa e Asia cercano di spostarsi verso aree più ricche, come gli Stati Uniti e l’Europa. In quest’ultima, la crisi dei rifugiati è diventata un tema delicato a causa della complessa struttura gestionale dell’UE e a causa di un gran numero di membri direttamente coinvolti nel processo migratorio. Dalle prime decisioni prese a Bruxelles alle ultime opzioni discusse tra i membri europei, sembra che questo problema faccia emergere divisioni piuttosto che unità di intenti. Guardando cronologicamente i passi compiuti dall’Unione Europea, è evidente l’assenza di una visione comune nella gestione dell’immigrazione.

Un problema sottovalutato

Quando nel 1957 fu firmato il Trattato di Roma, la possibilità di affrontare una crisi dei rifugiati non era sul tavolo e il fulcro della collaborazione europea era completamente basato su questioni economiche. Dopo la fine della Guerra Fredda e il grande allargamento dell’UE, l’area economica si è allargata e confinava direttamente con l’Asia e indirettamente, attraverso il Mar Mediterraneo, con l’Africa. Le questioni sociali iniziarono ad essere al centro delle discussioni e le nazioni del sud in particolare portarono la questione migratoria all’attenzione di tutti gli Stati membri. Nei primi anni di questo secolo, le nazioni europee hanno firmato il Trattato di Dublino sulla gestione dei migranti: la nazione di arrivo del migrante dovrebbe gestire autonomamente la procedura di accoglienza. Di conseguenza, nazioni vicine ai confini europei sono state valutate con maggiori responsabilità rispetto ad altre. Questo è stato il primo segno di una mancanza di solidarietà tra gli Stati membri.

Dopo la crisi finanziaria e la guerra in Siria e in Libia, la migrazione è diventata una vera e propria crisi per i rifugiati con migliaia di persone che si sono spinte alle frontiere europee. Per aiutare le nazioni più colpite, Bruxelles ha iniziato a pensare a una nuova formulazione del trattato di Dublino, ma le divisioni tra nord e sud hanno reso impossibile la creazione di un nuovo assetto strutturale per ciò che riguarda i migranti. Tuttavia, alcune politiche sono state messe in campo: un controllo di sicurezza comune del Mar Mediterraneo per evitare partenze dall’Africa, una distribuzione volontaria dei migranti tra le nazioni europee da decidere passo dopo passo, il controllo delle frontiere esterne (come quelle tra Grecia e Turchia) per controllare chi sta tentando di attraversare la zona Schengen. Queste decisioni rappresentano certamente dei passi importanti ma sono insufficienti.

Le decisioni unilaterali senza effetti concreti

Di conseguenza, alcune nazioni hanno deciso di agire da sole: l’Ungheria ha costruito un muro al confine con stati extra UE, la Francia sta aumentando i controlli legali ai suoi confini e l’Italia respinge i migranti dalle navi delle ONG e stipula accordi indipendenti con nazioni specifiche, come la Libia, per fermare le partenze. D’altra parte, alcuni anni fa la Germania aveva deciso di accogliere migliaia di stranieri all’interno dei suoi confini in segno di solidarietà. Ma a quanto pare, non esiste una visione comune su come gestire il problema della migrazione. Infine, vale la pena notare che l’UE ha finanziato direttamente Stati stranieri come la Turchia per aiutarli a controllare i flussi migratori, ma con effetti insufficienti.

E gli effetti di questa grande confusione si manifesta nei fatti, come riporta il corriere della sera: “Solo nel Mediterraneo centrale muoiono ogni anno più di 2000 persone nel disperato tentativo di raggiungere le nostre coste. Chi riesce a sbarcare deve attendere tempi lunghissimi per l’esito della richiesta di asilo. Più o meno la metà riceve una risposta positiva, poi inizia il calvario dell’inserimento sociale e lavorativo. L’altra metà viene espulsa per mancanza dei requisiti, ma solo un terzo ritorna a casa. Gli altri finiscono per vagare come irregolari.”

Le nuove proposte europee alla prova del sovranismo di Meloni

Le istituzioni Ue hanno più volte provato a cambiare il Regolamento. Ora è sul tavolo una ambiziosa riforma chiamata «Patto europeo per l’immigrazione». Si prevede, fra l’altro, un meccanismo di solidarietà obbligatoria, con soglie minime di riallocazione dei migranti in base alla popolazione e al Pil di ciascun Paese, nonché il dovere di contribuire in altri modi all’«equa ripartizione» in situazioni di emergenza, come sempre riporta il Corriere della Sera. Il Patto è attualmente bloccato (si vota all’unanimità), principalmente per le resistenze dei Paesi nordici e l’opposizione dei Paesi di Visegrád, Polonia e Ungheria in testa. L’attuale presidenza di turno svedese non considera il Patto una priorità. A Stoccolma c’è un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai Democratici svedesi, un partito di estrema destra ostile all’immigrazione. Una prova eccellente di come il sovranismo funzioni.

È a questo punto che si inserisce il fattore Meloni: cosa farà la presidente italiana espressione più alta del sovranismo della penisola? Difendere ancora una volta il sovranismo e darla quindi vinta a Visegrad con l’effetto di rimanere senza aiuto comunitario o rinnegare ancora una volta il suo populismo di aria fritta e scendere a patti con gli altri stati? Nel frattempo, Meloni dà un colpo alla botte ed uno al cerchio con la Francia sul tema immigrazione forse per tattica, molto più probabilmente per inesperienza istituzionale. Anche lei è rimasta vittima del suo stesso personaggio creato ad arte per fare opposizione, meno funzionale per fare la Statista.

Ad ogni modo, la crisi dei rifugiati mostra la fragilità dell’Unione europea in termini di solidarietà. Se la crisi finanziaria, la pandemia e forse quella Ucraina hanno reso l’UE più unita nel trovare soluzioni efficaci, il tema migratorio resta un tabù a Bruxelles. L’immigrazione è sempre stata una questione di primo piano nella storia dell’umanità: la paura irrazionale che la società venga invasa da estranei ha sempre influenzato il decisore politico. Pertanto, da un punto di vista storico, non sorprende la divergenza di vedute dei paesi europei nella gestione di questo problema; è più scioccante che i governi non capiscano quanta immigrazione continuerà a colpire l’Europa, e che in questa situazione solo agendo in modo coeso l’Europa potrà affrontare la crisi e trovare soluzioni strategiche.

Di Roberto Biondini

Gli extraprofitti delle aziende energetiche: la risposta UE, tedesca e italiana

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In questi ultimi mesi abbiamo sentito parlare spesso degli extraprofitti delle aziende energetiche. Si tratta di tutte quelle entrate aggiuntive che i grandi attori operanti nel settore dell’energia si sono garantiti attraverso il rialzo dei prezzi. Non molti, tuttavia, sanno che l’Unione Europea e i Paesi Membri si stanno adoperando affinché una parte di questi extraprofitti vengano redistribuiti ai cittadini, in particolare alle famiglie e alle imprese che più risentono delle conseguenze della crisi energetica. È una scelta fondamentale per permettere ai Paesi che hanno limiti di spesa più stringenti di aiutare le realtà più colpite. Il punto di riferimento per le politiche dei vari paesi dell’UE in merito agli extraprofitti è il Regolamento del Consiglio Europeo del 6 ottobre 2022. Ne analizziamo qui le principali proposte, prima di passare alle applicazioni concrete che hanno sviluppato l’Italia e la Germania. La speranza è quella di comprendere meglio le implicazioni delle scelte di Bruxelles in materia di extraprofitti.

Che cosa stabilisce il regolamento sugli extra-profitti varato dall’Ue?

Il Regolamento del 6 ottobre 2022 stabilisce la creazione di due meccanismi volti a ricavare risorse economiche che possano tutelare i consumatori finali di energia: in primo luogo un contributo di solidarietà temporaneo per le imprese e le organizzazioni che svolgono attività nei settori del petrolio greggio, del gas naturale, del carbone e della raffineria; poi, un tetto (anche esso temporaneo) ai ricavi straordinari di mercato dei produttori che hanno costi marginali più bassi (per esempio i produttori delle rinnovabili, i cui costi di produzione dell’elettricità corrispondono per lo più ai costi inziali di investimento). Il contributo di solidarietà è una sorta di imposta che in circostanze impreviste e straordinarie permette la generazione di entrate supplementari a favore delle autorità nazionali. Il tetto, invece, rappresenta un limite massimo ai ricavi di mercato dei produttori di energia elettrica. Attualmente è fissato a 180€ per MWh, un livello che secondo le autorità europee è significativamente superiore ai costi di produzione dell’energia (LCOE) e che quindi non mette a rischio la possibilità di recuperare i costi di investimento per i produttori.

Chiariamo subito alcuni aspetti importanti per capire la natura delle decisioni dell’UE. Innanzitutto, in nessuna sezione del Regolamento Europeo citato si fa riferimento alla parola tasse. Si tratta di un elemento chiave, in quanto l’Unione Europea non ha competenza fiscale diretta (per qualsiasi decisione in merito a una tassa europea ci vorrebbe l’unanimità in Consiglio, risultato abbastanza improbabile da raggiungere oggi giorno). C’è poi anche una considerazione più strettamente politica: parlare di tasse è sempre altamente impopolare. L’avversione per misure fiscali dirette potrebbe compromettere la riuscita della misura. Perciò, chiunque si riferisca ai meccanismi sopra descritti come tasse sui ricavi o sulle aziende produttrici di energia, commette un errore (anche se quella è la sostanza).

Va compreso, poi, che trattandosi di un regolamento europeo, la misura del Consiglio rappresenta un atto giuridico direttamente applicabile in tutti gli Stati Membri (deve essere applicato in tutti i suoi elementi nell’Unione Europea). Italia e Germania si sono adoperate per tradurre al più presto le scelte del consiglio europeo in azioni concrete. L’Italia ha elaborato molto sul contributo di solidarietà, introducendolo ancor prima che l’Europa lo indicasse come via necessaria. La Germania, invece, ha sviluppato accuratamente un tetto ai ricavi, con meccanismi volti a preservare gli incentivi economici più importanti. Ecco perché questi due Paesi costituiscono degli esempi molto interessanti.

La risposta di Italia e Germania al tema degli extra-profitti

Il contributo di solidarietà in Italia è stato introdotto dal governo Draghi. Sappiamo tutti quanto l’ex premier si è battuto a livello nazionale ed europeo affinché misure di rilievo fossero attuate per mitigare gli effetti della crisi energetica (il price cap sul gas è sicuramente una vittoria che può ascriversi). Il contributo di solidarietà come inizialmente pensato avrebbe dovuto portare nelle casse dello stato oltre 10 miliardi di euro. Tuttavia, i numerosi ricorsi delle aziende energetiche hanno fatto si che l’Italia riuscisse a ricavarne solamente 1.5 mld di euro. Il contributo temporaneo è stato introdotto col decreto Taglia-prezzi, modificato una prima volta con il decreto Aiuti e di nuovo con la nuova legge di bilancio del governo Meloni. Ma come funziona quindi il contributo di solidarietà italiano?

Le aziende coinvolte devono versarlo soltanto qualora l’incremento di reddito complessivo sia superiore di almeno il 10% rispetto alla media dei redditi complessivi conseguiti nei quattro periodi d’imposta precedenti al 2023. Se l’incremento di reddito supera la soglia indicata, allora il produttore dovrà versare il 50% dell’incremento di reddito complessivo allo Stato (il 25% prima della nuova legge di bilancio, anche se applicato a una platea di attori più ampia). La misura (Contributo Straordinario), secondo le stime del Sole 24 Ore, dovrebbe portare a bilancio circa 2.5 miliardi di euro nel 2023, coinvolgendo circa 7000 imprese.

Attraverso la legge di bilancio approvata il 29 dicembre scorso l’Italia ha ufficialmente avviato l’attuazione anche del tetto ai ricavi. Secondo quanto si può apprendere dal testo pubblicato in gazzetta ufficiale il tetto riguarderà principalmente impianti a fonti rinnovabili non rientranti nel Contributo Straordinario, ma anche impianti alimenti da fonti non rinnovabili come i produttori di elettricità che utilizzano torba, lignite o petrolio greggio. Per l’applicazione del tetto il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) calcola la differenza tra il prezzo di riferimento di 180€ per MWh stabilito dall’Unione Europea, e un prezzo di mercato pari alla media mensile del prezzo zonale orario. Se la differenza (180-X) è negativa il produttore deve versare al GSE l’importo corrispondente. Sembra esserci una certa flessibilità rispetto alla tecnologia presa in considerazione (per le fonti con costi di produzione superiore alla soglia di 180 euro, il valore di riferimento viene stabilito secondo criteri specifici dall’ARERA), anche se la Germania a riguardo ha sviluppato un piano molto più dettagliato.

Il governo tedesco, infatti, ha elaborato un sistema per limitare i ricavi estremamente dinamico e flessibile, in cui la soglia dei 180 euro per MWh è quasi assente. Il grafico qui sotto ci aiuta a comprenderne l’intuizione. Il tetto è specifico alla tecnologia considerata (più basso per le rinnovabili dove i costi di produzione sono minori, più alto per petrolio e carbone). Allo stesso tempo si tratta di un tetto mobile, che varia con i prezzi delle commodity. Gli elementi che più caratterizzano la soluzione tedesca sono altri due, tuttavia. Il fatto che soltanto il 90% degli extraprofitti sia soggetto alla misura è fondamentale per coprire i produttori dal rischio legato ai costi aggiuntivi che potrebbero insorgere e all’incertezza connessa alla produzione, ma soprattutto per preservare l’incentivo a produrre quando i prezzi dell’elettricità sono alti e c’è scarsità di offerta (questo incentivo potrebbe essere eliminato dal tetto ai ricavi, che non permetterebbe più di guadagnare di più nei momenti in cui i prezzi sono più alti). Il tetto ai ricavi tedesco, infine, tiene in forte considerazione le strategie di hedging attuate dai produttori. Nel mercato dell’elettricità stipulare contratti per la vendita e trasmissione di elettricità nel futuro è molto comune, in quanto offre delle garanzie sia ai produttori che ai consumatori. Esistono contratti di vendita per elettricità che precedono l’effettiva produzione anche di 2/3 anni. Tenere conto dei prezzi stabiliti in questi contratti, correggendo l’importo che i produttori devono versare, è fondamentale (se i contratti sono stipulati a prezzi più bassi di quelli attuali di mercato bisogna tenerne conto).

Per quanto riguarda il contributo di solidarietà temporaneo la Germania è stata meno creativa, applicando pedissequamente quanto indicato dall’Europa. Le aziende produttrici che abbiano superato almeno del 20% la media dei profitti relativi all’intervallo 2018-2021 dovranno versare il 33% dei profitti per gli anni 2022/3.

Nel cercare di descrivere nella maniera più semplice possibile la logica del Regolamento europeo del 6 ottobre 2022, abbiamo discusso e spiegato le applicazioni dei suoi due meccanismi principali da parte di Italia e Germania. Entrambi i Paesi si sono impegnati nell’attuare le scelte di Bruxelles, fornendo degli spunti di riflessione interessanti. La riuscita di queste misure, da valutare nei prossimi mesi, sarà fondamentale per reperire risorse preziose e alleviare i cittadini e le imprese dai costi delle bollette. L’Unione Europea stima che un indotto da oltre 100 miliardi di euro possa essere reperito se il contributo di solidarietà e il tetto ai ricavi funzioneranno come previsto. Una somma decisamente importante, soprattutto per i Paesi come l’Italia che, altrimenti, incontrerebbero grandi difficoltà nel trovare risorse adeguate ad aiutare i cittadini. Ricordiamo che una buona parte della legge di bilancio è stata dedicata ai rialzi in bolletta. Per quanto ancora il governo potrà destinare risorse per la crisi energetica? Attendiamo con impazienza giugno per una prima valutazione delle politiche dettate da Bruxelles e implementate da Germania e Italia.

di Guglielmo De Puppi

Le crisi che faranno l’Europa

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La Grande Moderazione sperimentata dalle economie occidentali a cavallo fra gli ultimi due secoli, grazie alla globalizzazione, sembrava aver eliminato il rischio di incappare di gravi crisi economiche. E tra i diversi attori coinvolti in questo esperimento mondiale, l’Unione Europea, soprattutto dopo Maastricht, pareva aver raggiunto la stabilità finanziaria e monetaria, nonché una crescita sostenuta. Ma dopo lo scoppio della bolla del mercato immobiliare nel 2008, l’Europa si è ritrovata di colpo in un tunnel senza luce ed esposta nuovamente alla fragilità economica, da cui ancora oggi sta cercando di uscire a suon di interventi degli istituti centrali e di politiche di bilancio pubblico più assennate. Eppure, se da un lato il susseguirsi ravvicinato di eventi destabilizzanti (crisi finanziaria, del debito sovrano, pandemia e guerra in Ucraina) ha portato alla luce l’incompletezza del progetto di federazione Europea, dovuto soprattutto ad una mancanza di coordinamento fiscale, finanziario e bancario, dall’altro lato, è pur vero che in questo lasso di tempo sono stati fatti importanti passi avanti verso un’azione comune davvero europea. Come si usa dire, non tutto il male viene per nuocere, tant’è che dal risveglio del torpore della Grande Moderazione le istituzioni europee hanno poi attuato diverse riforme strutturali. Oggi soffocate dalla miopia dei veti nazionali, dagli effetti collaterali di alcune scelte di carattere monetario e fiscale e da potenziali shock esogeni alla UE stessa.

La risposta dell’Ue e degli Stati di fronte alle insidie del mondo globalizzato

L’intreccio finanziario provocato dalla globalizzazione, ad esempio, aveva reso sensibile anche il Vecchio Continente alla crisi finanziaria americana dei mutui sub-prime. Crisi da cui gli Stati Uniti, grazie ad un’azione coesa della FED e del governo federale, uscirono con un risanamento delle banche private (si ricordi l’utilizzo del TARP come strumento), mentre in Europa la mancanza di un coordinamento politico sovranazionale in materia bancaria e finanziaria rese irrinunciabili le azioni dei singoli Stati come garanti ultimi del sistema bancario nazionale. Con l’effetto collaterale del gonfiarsi dei debiti sovrani di alcune nazioni, come la Grecia, più esposte alla crisi e più fragili fiscalmente, con l’esito finale di spaccare in due il continente, palesando i gravi squilibri nella produttività, nella bilancia dei pagamenti e nel bilancio pubblico in cui vessava parte della UE. Riconoscendosi diversi gli Stati europei hanno preferito salvare sé stessi invece di guardare al progetto di coesione che li univa e tuttora unisce.

Al contrario, la reazione politica delle istituzioni europee e degli stati membri è stata di seguito efficace per uscire dalla crisi del debito sovrano del biennio 2010-2011.

Dal punto di vista della politica monetaria, la BCE, sulla scia di quello che era già avvenuto negli USA, ha portato avanti il programma di acquisto di titoli (APP) all’interno del sistema finanziario per riportare l’inflazione al livello prossimo del 2% e immettere al contempo liquidità nel mercato, così da dare una spinta all’economia reale. Ed in modo ancora più incisivo, nel 2012, la creazione dell’OMT ha reso ancora più chiaro al mercato l’indirizzo di Francoforte, proteso verso la stabilizzazione della moneta unica, per evitare il rischio di ridenominazione del debito. Il sistema creato (e mai alla fine messo in pratica) mirava all’acquisto di debito sovrano e alla stabilizzazione delle economie del mercato unito allorquando l’instabilità macroeconomica non fosse dipesa da carenze particolari delle nazioni coinvolte che ne richiedevano l’utilizzo, ma piuttosto da speculazioni finanziarie che la BCE ritenesse ingiustificate. È fondamentale sottolineare che l’OMT sarebbe stato applicato solo in caso di una concomitante attivazione del MES da parte dello Stato richiedente e l’introduzione di un programma di riforme concordate con Bruxelles. Il gioco era chiaro: soldi garantiti dall’Ue in cambio di riforme precise e interventi nella gestione del bilancio pubblico dello Stato che si fosse avvalso di questi fondi.

Politiche monetarie convenzionali e non: quando e perché sono state adottate?

Successivamente, a seguito dello scoppio della pandemia, l’azione monetaria espansiva della Banca Centrale si è rafforzata con il programma PEPP, anch’esso con l’obiettivo di impedire una paralisi creditizia nell’eurozona e una conseguente crisi di liquidità degli attori in gioco posta in essere della brusca frenata dell’economia reale. Il blocco fisico imposto dagli Stati con i lockdown ha di fatto messo in crisi alcuni settori, tra cui in particolare quello dei servizi. Si era quindi reso necessario un intervento monetario espansivo accompagnato da politiche fiscali anticicliche di aumento del disavanzo, come anche segnalato dall’ex Presidente Mario Draghi. Ma l’utilizzo delle descritte politiche monetarie non convenzionali, per distinguerle da quelle convenzionali che riguardano invece la fissazione dei tassi d’interesse che erano però già state utilizzate oltre i limiti canonici, ha sicuramente contribuito all’uscita dalla crisi ma è stata a sua volta causa dell’ingrossamento degli attivi della BCE. Finché l’inflazione era rimasta bassa (quindi per tutto il periodo pre-Covid e lockdown annessi), ciò non era stato un problema strutturale, ma con la poderosa ripresa post-pandemica, frutto sia per una grande risalita della domanda in proporzione all’offerta presente, sia per un irrigidimento dell’offerta (i famosi colli di bottiglia), in particolare delle materie prime, intensificatasi poi con lo scoppio della guerra in Ucraina, ha reso necessario il processo inverso: politica monetaria restrittiva e di conseguenza la vendita dei titoli in “pancia” alla BCE.

È come se la BCE avesse fatto da elastico, allungandosi a sostegno dell’economia quando questa era in crisi, ovvero dopo la debacle del debito sovrano (2011) e post, per poi restringersi col surriscaldarsi dell’economia reale, quindi nell’era post-Covid.

Se da un lato, Francoforte non ha avuto difficoltà nell’attuare questa procedura, più complesso sarà capire ora se gli Stati con squilibri dei conti pubblici più marcati soffriranno di questo irrigidimento delle condizioni monetarie (l’accorciarsi dell’elastico) per quanto concerne la produzione economica e la vendita del proprio debito pubblico. Infine, è lecito domandarsi quanto l’iniezione di liquidità senza precedenti da parte delle Banche Centrali, nel periodo dal 2011 al 2019, abbia creato bolle speculative sulla falsa riga di quanto era successo con il mercato immobiliare (a cavallo tra il 2007-2008). Rispetto al tempo in esame, però, nuove regolamentazioni internazionali sono state inserite (Basilea 3 e Basilea 4) e per quanto concerne la UE, il prossimo paragrafo prende in esame le riforma apportate nel mercato unico.

Le regolamentazioni interazionali adottate dall’Ue per proteggere la sua comunità di Stati

Sempre sul lato finanziario, la crisi finanziaria e del debito sovrano hanno spinto le istituzioni europee a ristrutturare il sistema bancario in chiave unitaria attraverso la riforma dell’Unione Bancaria, basata su tre pilastri fondamentali: regole comuni per tutti le banche degli stati membri, vigilanza centralizzata nelle mani della BCE e azione uniforme nella gestione delle crisi bancarie. Se i primi due strumenti sono chiari nella loro struttura, più discrezionale e ad oggi meno convincente è come l’istituzione competente in materia di gestione della crisi bancaria (Single Sesolution Board) agisca: nonostante l’indipendenza strutturale dalla BCE, il board è comunque influenzato dalla sua vigilanza e l’utilizzo dell’innovativo procedimento del salvataggio interno (Bail-in) piuttosto che da quello esterno (Bail-Out) delle banche non trova ancora un’applicazione sistematica. Infine, all’Unione Bancaria Europea (UBE) manca ancora un quarto pilastro, quello relativo alla nascita di uno schema di assicurazione comune dei depositi bancari. Oggi ogni nazione procede singolarmente, e va da sé che non vi sia quindi equilibrio di rischio tra le nazioni della zona euro. Le banche detengono titoli di Stato in pancia in modo discrezionale e da qui nasce un evidente sbilanciamento. In teoria, i titoli di debito pubblico non vengono considerati rischiosi, non servono quindi accantonamenti specifici in contropartita. Ma la storia della crisi del debito sovrano ci ha insegnato che alcuni titoli, come fu per Grecia, Portogallo e Italia, possano, soprattutto in specifici periodi storici caratterizzati da instabilità, essere più rischiosi di altri. Ed ecco spiegato il fenomeno del circolo vizioso della crisi bancaria e quella del debito sovrano dello Stato che entra come garante: un doom-loop che si ripresenta troppo spesso. Se si vuole creare un sistema di assicurazione comune, bisogna innanzitutto imporre un limite alle banche private nell’acquisto dei titoli di debito del Paese della banca stessa.

Che cosa non ha funzionato nei meccanismi europei? Il fattore nazionale.

Dal punto di vista della politica fiscale la nascita dell’euro aveva portato con sé l’applicazione del cosiddetto Patto di Stabilità, attraverso il quale gli Stati membri avrebbero dovuto raggiungere nel lungo periodo obiettivi macroeconomici specifici, volti verso una convergenza economica efficace e uno stimolo per le riforme. La realtà recente ha però dimostrato come questa fosse perlopiù un’utopia, insufficientemente perseguita da parte della comunità europea e come i meccanismi stessi di rispetto delle regole (valutate in seguito non efficaci) fossero deboli. Difatti si è arrivati a delle riforme del Patto di Stabilità nel corso del tempo (two packs and six packs) che hanno portato in particolare alla creazione del semestre europeo. In aggiunta, è da sottolineare il passaggio dall’attuazione nella zona euro di manovre pro-cicliche a manovre anti-cicliche, a seguito della crisi finanziaria e l’utilizzo dell’indice del differenziale tra il PIL effettivo e il PIL potenziale, al fine di valutare le politiche fiscali degli stati membri, anche se poi di difficile applicazione pratica. In più, l’analisi delle condizioni macro di un Paese si sono estese alla verifica di alcune caratteristiche dell’economia in essere (disoccupazione, debito privato, bilancia dei pagamenti correnti). Ad ogni modo, la pandemia ha reso necessaria la sospensione del Patto di Stabilità e una riforma dello stesso dovrebbe essere in via di stesura a Bruxelles. Sempre la pandemia ha fatto da fattore catalizzatore per la creazione di un vero e proprio debito comunitario nella zona euro, come mai era successo nella Storia dell’unione. L’approvazione del Next Generation EU è stato come un lampo di luce accecante in una notte senza Luna prima della pandemia e sicuramente determinante per un passaggio in avanti per il progetto di federazione europea che era già unita, come visto, nella politica monetaria ma non in quella fiscale. Soprattutto gli Stati che avrebbero avuto difficoltà nell’ottenere nuovo debito sul mercato per concedere liquidità alle proprie economie durante la crisi pandemica (in cui spicca l’Italia) hanno beneficiato di debito a tassi d’interesse più bassi e di finanziamenti a fondo perduto. Si è chiaramente interposto l’obbligo di utilizzo delle risorse per riforme precise e per investimenti sulla produttività, con una vigilanza periodica delle istituzioni europee (il famoso PNRR).

Il futuro dell’Ue dipenderà dalla capacità di comprendere gli errori del passato.

Difatti, le diverse crisi che si sono susseguite a partire dal 2008 hanno portato l’Unione Europea a innovare le sue politiche monetarie e a procedere verso sia un’Unione Fiscale, sia verso un’Unione Bancaria. Il documento come evidenziato sin qui ha però messo in mostra alcuni aspetti ancora critici dell’area Euro che in assenza di un continuo processo di convergenza di politica comune, potrebbe facilitare l’emergere di nuovi squilibri tra gli Stati, considerando anche il verificarsi di shock esogeni sempre pronti a nascere, come la guerra in Ucraina. L’effetto politico di tale fragilità comunitaria riguarda l’insorgere di nuovi moti sovranisti che già hanno colpito duramente l’azione della UE nel decennio appena trascorso. Il bivio adesso è definito, o l’Ue e gli Stati membri imparano la lezione appresa in questi ultimi anni, oppure sono entrambi destinati ad essere fagocitati dai propri punti deboli e da attori geopolitici di stazza ben maggiore.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

LEGGE DI BILANCIO 2023

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Il 29 di dicembre scorso si è concluso il tira e molla sulla legge di bilancio 2023 e con esso è svanito anche lo spettro dell’esercizio provvisorio, l’incubo numero uno di Giorgetti & Co., ma il tributo pagato per questo miracolo di Natale è stato salato. Giorgia Meloni, infatti, è scesa a compromessi con tutti i suoi più acerrimi nemici, dai percettori del RdC ai burocrati di Bruxelles, passando per la Ragioneria di Stato e le forze della sua stessa maggioranza. Ma la sfida delle sfide, e con essa la sconfitta più cocente, Meloni l’ha inflitta a sé stessa, barattando l’anima populista per quella governista: un bagno di realtà che ha dilavato all’istante tutti gli ideali, le utopie e le narrazioni che nel tempo hanno reso FdI quello che è oggi.

Lo scontro con Bruxelles e le Istituzioni italiane

Il primo scontro è arrivato con le istituzioni dell’Ue, le quali hanno sì accolto la prima delle molte bozze sulla Legge di Bilancio con benaugurante “in line”, ma riferito alle raccomandazioni di luglio e non a tutti i contenuti. La misura per i Pos, ad esempio, come quella sul tetto al contante, sono state criticate e con esse il condono sulle cartelle esattoriali e la riforma sulle pensioni (di cui si parlerà dopo). Da qui a sostenere, come ha fatto Meloni, che la Legge di Bilancio italiana sia stata tra le migliori d’Europa ce ne passa, più o meno come tra dire di fare il ponte sullo stretto di Messina. Forse la traduzione dall’inglese all’italiano può aver aiutato qualche portavoce di governo, ma i rilievi critici sulle misure delle bozze sono stati numerosi e bipartisan, visto che sono stati mossi persino dalle istituzioni italiane. La Banca d’Italia ha ricordato perché innalzare il tetto al contante aiuti l’evasione, mentre la Ragioneria dello Stato ha bocciato ben 44 emendamenti perché privi di coperture o contradditori. A forza di tagli cuci è stato addirittura necessario riportare la Legge di Bilancio in Commissione, il tutto dopo le nottate insonni di vari gruppi parlamentari, perché c’era un buco da 450 milioni di euro su di un emendamento. Morale della favola, alla fine il governo ha ceduto sotto i colpi delle regole rinunciando alla misura anti-Pos e dovendo porre rimedio là dove indicato.

Una figuraccia dietro l’altra che Meloni ha provato coprire con la conquista del price cap europeo sul gas, una battaglia combattuta da Draghi e giunta a fine stagione con un accordo a ribasso, dopo incertezze e litigi che il neo-esecutivo ha solo sfiorato, ma mai toccato con mano perché impegnato a interpretare un ruolo più che marginale, inesistente. Tutto normale? Forse sì. Salvatore Currei, sul Riformista, ricorda come l’iter della Legge di Bilancio sia ormai ostaggio di questi mille passaggi tra istituzioni nazionali ed europee, che finiscono per ingabbiare ogni esecutivo con una camicia di forza; per giunta quest’anno c’era anche da affrontare il tema energetico, che da solo ha assorbito 21 dei 35 miliardi messi in campo da Meloni. Su una tematica, però, si sarebbe potuto agire diversamente. Come riportano Ainis e Cassese, rispettivamente su Repubblica e sul Corriere, il bavaglio al Parlamento si doveva evitare. Dopo tutto che senso ha avere due camere ed eleggere dei parlamentari se tanto poi decide solo l’esecutivo? Chi si ricorda la Meloni barricadera all’opposizione sa che questo fu un suo cavallo di battaglia, eppure alla fine anche lei ha posto la fiducia sulla Legge di Bilancio, confermando la prassi, istituzionalmente sgrammaticata, del monocameralismo di fatto. E così il Parlamento è stato relegato al ruolo di passacarte e poco più, a nulla sono valsi i discorsi che FdI ha fatto negli ultimi 10 anni contro chi ha zittito i rappresentati del popolo: le lancette battono le idee.

L’abolizione del Reddito di Cittadinanza (RdC)?

Sin dal suo esordio il RdC è stato presentato per quello che non è. La povertà, infatti, c’è ancora e legare i sussidi per chi vive in condizioni di povertà alla ricerca del lavoro è stato un errore. I 5Stelle hanno venduto ai più una narrazione che non esiste, ma almeno erano riusciti a dare un po’ di sollievo agli sconfitti della società d’oggi. Meloni, invece, aveva annunciato in pompa magna di voler togliere il sussidio pentastellato sin da subito, salvo poi ripiegare su una strategia da compiersi in due anni e senza prevedere validi sostituti per aiutare chi ha poco o nulla. Dal 2023, come riportato dal sito Pagella Politica, “percettori del reddito di cittadinanza che hanno tra i 18 e i 59 anni di età e che all’interno del loro nucleo familiare non hanno minorenni, disabili e persone con più di 60 anni di età, potranno ricevere il sussidio al massimo per sette mesi.” Si tratta di circa 404.000 persone, con un risparmio per le casse dello Stato di 743 milioni di euro (il salvataggio del mondo del calcio è costato ben di più, 889mln di Euro).

L’obiettivo di questa misura è quello di impiegare la quota di percettori del RdC (gli occupabili), coloro che, per il governo, trascorrono le giornate sul divano. Da oggi, chi non accetterà la prima proposta di lavoro perderà il sussidio, mentre prima del governo Meloni queste offerte dovevano essere due e pure essere congrue. Un termine quest’ultimo su cui c’è stato molto dibattito, visto che un percettore che deve percorrere qualche centinaio di km per recarsi a lavoro, e magari è pure sprovvisto di un’auto, deve affrontare un problema oggettivo. Passato il polverone della bagarre tra FdI e opposizioni, un dossier Parlamentare suggerisce come la congruità dell’offerta rimanga un requisito tuttora valido, anche se non si capisce se per volontà dell’esecutivo o per la fretta che ha impedito di risalire all’articolo che ne garantiva l’efficacia. Nel 2024, invece, il RdC verrà abolito (sarò così?) e i suoi miliardi, 8,7 all’anno, verranno spostati altrove, in un fondo povertà e sostegno all’inclusione. Sin dal suo esordio, col governo Conte, il RdC ha ricevuto critiche (spesso legittime) ed ha fornito il carburante per la propaganda di tutti i partiti politici. Tuttavia, è difficile pensare che il governo Meloni, posto nel guado dell’inflazione a doppia cifra e della ventura recessione, possa abolire tout court questo sussidio, tant’è che l’attuale Legge di Bilancio colpisce solo una piccola parte dell’importo e dei percettori. Ed è probabile che alla fine gli si cambierà solo il nome e il funzionamento (sperando in qualcosa di più funzionale) del RdC, ma non la sostanza, anche perché i poveri esistono e votano.

La Flat Tax: chi ci perde e chi ci guadagna?

Tutti ormai sappiamo qual è il cavallo di battaglia della destra: tassa piatta per i lavoratori. In campagna elettorale eravamo rimasti ascoltatori di una corsa al ribasso dell’imposta sui redditi: dal 21% di Forza Italia, al 15% della Lega, forse per tutti, molto più probabilmente solo per gli autonomi in maniera più vigorosa. Addirittura, arrivando ad una strana proposta della tassa piatta incrementale (in italiani rimane un ossimoro) per i dipendenti. Cosa rimane di tutto questo? La flat tax per i dipendenti è scomparsa, ma per gli autonomi forfettari la base imponibile richiesta per calcolarla è aumentata fino ai redditi di 85 mila euro. Una vittoria per il centrodestra, ma che contribuisce ad alimentare numerose polemiche. Per i dipendenti si è infatti ridotto il cuneo fiscale di circa l’1%, mentre per gli autonomi lo si è ridotto in maniera più sostanziale. Oggi, a conti fatti, un autonomo forfettario con un reddito di 85 mila euro pagherà circa 10mila euro di imposte, mentre un dipendente, senza detrazioni, potrebbe arrivare quasi a 30mila! Ma a differenza di quanto si possa pensare, le critiche a questa mossa non provengono solamente dalle categorie che rappresentano i lavoratori dipendenti, ma anche quelle che rappresentano gli autonomi. Così afferma Anna Soru, la presidente di Acta che rappresenta piccole partite Iva, collaboratori, freelance, occasionali: “«La tassa piatta non ci riguarda perché non ci favorisce, anzi il confronto ora è due volte perdente: con il lavoratore dipendente, beneficiato da una no tax area più alta a 8 mila euro contro i 5.500 euro, dall’ex bonus Renzi di 80 euro e ora pure dal taglio del cuneo fiscale. Ma perdente anche rispetto ai lavoratori autonomi con reddito alto che godono della flat tax al 15% ampliata da 65 a 85 mila euro e della flat tax incrementale. A questi livelli bassi di reddito la tassa piatta al 15% non conviene a un freelance perché si perdono tutte le detrazioni e deduzioni, come le spese per mutui, sanità, bonus edilizi». Fatturati più robusti, fino a 85 mila euro, riescono invece a trarre maggiore beneficio dal 15% secco”

Insomma, gli autonomi che beneficiano di questa riforma sono coloro che appartengono alla classe media, quella che già si sostentava da sé (e che ha patito di meno l’inflazione e del caro energia), non quella più vulnerabile e a rischio. Sul tema della flat tax s’inserisce inoltre tutto il discorso dell’evasione legata alla dichiarazione dei redditi. Così il professor Carlo Cottarelli che sul tema ha espresso più di una perplessità: “Il rapporto che questo governo ci ha inviato è molto interessante anche per quello che ci dice sulla distribuzione dell’evasione. È quasi inesistente, sotto il 3%, per i lavoratori dipendenti. È invece elevatissima, oltre il 60 per cento, sull’IRPEF dei lavoratori autonomi e reddito d’impresa”. Lo stesso Luigi Marattin era entrato nel vivo della trattativa politica per trovare una soluzione per l’emersione del nero dovuto allo scatto da tassa piatta a IRPEF una volta superata la soglia di allora (65mila euro). L’idea era quella di creare un cuscinetto per coloro che nell’arco dell’anno avessero superato la soglia: una flat tax leggermente più alta per evitare il nero. Una proposta caduta però nel vuoto.

Per concludere, la flat tax rimane una manovra iniqua, a prescindere che siano autonomi o dipendenti a subirla. Ma, nonostante ciò, l’esecutivo ha tirato dritto.

Le pensioni e la tenuta dei conti dello Stato

La manovra prevede una rivalutazione al 120% delle pensioni minime e alza l’assegno minimo 600 euro per gli over 75 nel 2023. Misure che avranno un costo di circa 5,4 miliardi l’anno. Se a questo aggiungiamo i 2,4 miliardi di entrate in meno dovute agli sgravi a 8 mila euro per le assunzioni di under 35, arriviamo a un buco di 7,8 miliardi per le casse dell’Inps.” Così riporta il Corriere della Sera.

Anche sul tema delle pensioni, si sa come il centrodestra abbia sempre difeso una cancellazione della legge Fornero, un pensionamento anticipato (vedi quota 100) e una rivalutazione delle pensioni fino addirittura a 1.000 euro (vedi Forza Italia).  Ma aumentare le minime a 1.000 euro significa creare un deficit di oltre 100 miliardi per le casse dell’Inps, nel giro di soli tre anni, e distruggere la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico. Qui l’economia confligge con la giustizia sociale e le possibilità economiche del nostro Paese. Infatti, dare sostentamento alle classi meno agiate è un dovere, soprattutto in tempo di crisi, ma farlo mettendo a carico delle prossime generazioni le spese che ciò comporta è un atto immorale e ingiusto. E d’altra parte non era anche il RDC una misura per frenare la povertà? Forse bisognerebbe capire prima dove trovare i soldi per finanziare queste misure. Rimane l’opzione donna, con qualche tecnicismo sui figli a carico ma di una vera cancellazione di quota 100 ancora non se ne vede l’ombra, anche perché significherebbe quasi sicuramente default. “Il numero delle prestazioni sociali erogate ogni anno è in continuo aumento. L’eccesso di assistenzialità, a cui si sono dedicati tutti i governi negli ultimi 22 anni, ha fatto sì che le pensioni totalmente o parzialmente assistite siano ormai oltre il 45% del totale” dice ancora il Corriere della Sera, e su questo tema bisogna riflettere: quanto potrà resistere il nostro sistema pensionistico in un Paese dove chi cerca lavoro non lo trova e chi cerca lavoratori neppure?

L’analisi della legge di bilancio 2022 potrebbe continuare ancora e nelle prossime settimane ne discuteremo con ulteriori approfondimenti. Quello però emerge sin qui è che il sistema della Repubblica Parlamentare italiana ormai pare non funzionare più. Non si può continuare ad approvare leggi così importanti, come quella di Bilancio, con un sistema che presenta questo grado di disfunzionalità e caos. Urge una riforma, ma non appena la si nomina il Gattopardo ci avverte delle controindicazioni: tutto deve cambiare affinché tutto rimanga così. Che fare allora? Forse meglio festeggiare l’anno nuovo e ripensarci dopo le feste, sperando che l’ottimismo per un nuovo inizio prevalga sulla cruda realtà dell’anno appena passato.

9 miliardi e 846 milioni di euro
 
È il costo delle misure per ripagare, attraverso i crediti di imposta, una parte della spesa sostenuta dalle imprese per acquistare energia elettrica e gas.
 
2 miliardi e 515 milioni di euro
 
È il costo per i primi tre mesi del 2023 del rafforzamento del “bonus sociale”, che aiuta a ridurre la spesa sostenuta dalle famiglie in disagio economico per gas ed elettricità.
 
Un miliardo e 75 milioni di euro
 
È il costo, previsto tra il 2023 e il 2025 in termini di minori entrate per lo Stato, dell’estensione del regime forfetario al 15 per cento (quello che la Lega chiama erroneamente “flat tax”) per le partite Iva con ricavi fino a 85 mila euro.
 
810 milioni di euro
 
È il costo stimato per il 2024 della cosiddetta “flat tax incrementale”. Le partite Iva che nel 2023 hanno registrato un aumento di reddito rispetto ai tre anni precedenti vedranno tassarsi questo aumento con un’imposta fissa del 15 per cento.
 
215 milioni di euro
 
È il costo annuo della riduzione dell’Iva al 5 per cento sui prodotti dell’infanzia e per quelli dell’igiene intima femminile. Più nel dettaglio, la prima misura costa ogni anno 178,2 milioni di euro, la seconda 36,9 milioni.
 
Un miliardo e 585 milioni di euro
 
È il costo, stimato in minori entrate tra il 2023 e il 2030, di una delle misure della cosiddetta “tregua fiscale”, il condono con cui il governo ha deciso di fare uno sconto sulle sanzioni a chi ha debiti con il fisco.
 
889 milioni di euro
 
È il costo, in termini di versamenti sospesi, dell’emendamento “Salva sport”, ribattezzato anche “Salva calcio” perché permette alle federazioni e alle società sportive, in particolari a quelle calcistiche professionistiche, di riprendere a pagare le imposte, sospese con la pandemia di Covid-19, in 60 rate, più una maggiorazione del 3 per cento. Lo Stato conta dunque di recuperare tutti i versamenti sospesi entro il 2027.
 
5 miliardi di euro
 
È il costo per il 2023 del taglio del cuneo fiscale, ossia della differenza tra il lordo e il netto in busta paga. Il governo Meloni ha deciso di confermare il taglio del 2 per cento introdotto temporaneamente dal governo Draghi per i redditi fino a 35 mila euro e ha alzato al 3 per cento il taglio per chi guadagna fino a 25 mila euro l’anno.
 
2 miliardi e 158 milioni di euro
 
È il costo stimato, tra gli anni 2023 e 2025, della cosiddetta “quota 103”, che permetterà, con una serie di vincoli, di andare in pensione anticipata a chi ha almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi versati.
 
859 milioni di euro
 
È il costo stimato dell’aumento delle pensioni minime, nel 2023 e nel 2024, da circa 525 euro a circa 564 euro. Il governo ha deciso di aumentare per le pensioni minime l’adeguamento previsto per la crescita dell’inflazione, che coinvolgerà con percentuali diverse tutte le pensioni. In più, nel 2023 le pensioni minime per le persone con più di 75 anni di età saranno portate a 600 euro.
da PagellaPolitica

Balneari e Taxi. Ci risiamo!

3 min di lettura

Ci risiamo, cambia il governo e con esso le proposte di legge più scomode ripartono daccapo, come in gioco dell’oca senza fine che lascia più annoiati che stupefatti i cittadini e le istituzioni. Questa volta ad essere in procinto di ripartire dalla casella di partenza è il ddl Concorrenza varato dal governo Draghi, che prevedeva la messa a bando delle concessioni balneari e l’adeguamento del servizio di trasporto pubblico (quindi anche e soprattutto dei taxi) e che ora dev’essere ratificato da un governo che ha come ministro del turismo Daniela Santanché.

Qualche dubbio con annesso sopracciglio alzato è più che legittimo, visto che nel governo ci sono anche Salvini e Meloni (nonché Berlusconi) e infatti Milena Gabanelli ha già dedicato uno dei suoi DataRoom sul tema, ribadendo il concetto: basta gioco dell’oca. La direttiva Bolkestein è stata adottata dall’Ue nel 2006 e da allora in Italia è stato un susseguirsi di “sì, la implementeremo, ma domani”, senza mai specificare che cosa si intendesse con questa formula. L’ultimo governo Berlusconi decise che quel domani sarebbe stato il 31 dicembre del 2015, poi Monti optò per il San Silvestro del 2020 e Conte, che i multipli di cinque non li voleva usare, aveva proposto per direttissima il 2033. In breve, prima di Draghi l’idea della politica italiana era quella di adottare la direttiva Bolkestein con soli 27 anni di ritardo rispetto a quanto stabilito dall’Ue (sempre nel migliore degli scenari) e una lunga sfilza di richiami e multe da parte della comunità europea.

Draghi, dal canto suo, propose di porre di freno a tutto ciò anticipando la regolamentazione delle licenze al 31 dicembre del 2023, così da poter raggiungere anche tutti gli obiettivi previsti dal Pnrr (anche se non strettamente necessari per l’ottenimento dei fondi), ma soprattutto sanare un contenzioso che danneggia più l’erario italiano che qualche burocrate di Bruxelles. Risultato? Il governo è terminato in anticipo e ora c’è il caso che quello nuovo, per mezzo della neoministra del turismo, possa decidere che i tempi siano stati anticipati frettolosamente. A Palazzo Chigi quella sulle concessioni è una battaglia che non può finire nel 2023; d’altronde,vi sarà ben una via di mezzo tra 2023 e 2033? La risposta più ovvia è un secco no, sostenuto dal fatto che l’Italia è già in infrazione da anni e che tergiversare ulteriormente non farebbe altro che confermare l’inamovibilità italica. Già, perché oltre al ddl Concorrenza resta ancora aperta la questione Tim, Monte dei Paschi, Ilva e quell’arcinoto carosello di aziende private e pubbliche (la combinazione peggiore si trova nel guado tra questi due estremi) ove nessuno vuole decidere davvero che cosa fare, se non rimandare a domani. In questi giorni verrà varata la finanziaria del 2023, sapremo di più su quello che il governo più a destra della storia repubblicana vorrà fare. Ma se anche Mario Draghi dovette scendere a patti con i sindacati dei tassisti qualche mese fa, difficile pensare che l’applicazione della direttiva UE avverrà linearmente.

Il tema delle liberalizzazioni in Italia è a tutti gli effetti un evergreen. L’Italia è la penisola liberista quando si tratta di criticare l’assistenzialismo statale (come nel caso del Reddito di Cittadinanza) o vincere le elezioni contro i comunisti. Il nostro è lo stivale delle corporazioni e della difesa dello status quo quando si tratta di creare più concorrenza e aiutare sia il consumatore che l’innovazione.

Se una famiglia presso uno stabilimento balneare può arrivare a pagare centinaia di euro per un solo weekend al mare, allo Stato arrivano solamente 2.500 euro l’anno, che nel 2022 sono diventati 2.698 per gli aumenti Istat (qui il decreto- legge 14 agosto 2020, n. 104, art. 100). Una cifra che si ripaga con l’affitto di 2 ombrelloni per 3 mesi a 15 euro al giorno. E il servizio chiaramente non è ottimale essendo di fatto in una situazione di oligopolio dove la concorrenza è quasi nulla.

Simile situazione si riscontra per il servizio taxi, così riporta DataRoom: “la legge che disciplina il settore è la n. 21 del 1992 che rinvia ai Comuni il compito di stabilire il numero di licenze, i turni con il numero di taxi per fasce orarie e le tariffe (art. 5). Chi ha una licenza da più di 5 anni, o ha compiuto i 60 anni, o per malattia, può indicare al Comune a chi trasferirla. In caso di morte può passare a uno degli eredi, o a chi indicato da loro (art. 9)”. Praticamente un’oligarchia ereditaria dove è impossibile entrare, con le licenze che se vendute possono arrivare a costare 200mila euro. E il servizio ne risente: a Milano, l’allora assessore ai Trasporti Marco Granelli ammise: «È necessario ampliare il contingente in servizio con 450 nuove licenze». Il motivo? Sulle 33.400 chiamate al giorno tra le 8 e le 10 ne risulta inevaso il 15%; tra le 19 e le 21 il 27%, il sabato e domenica tra le 19 e le 21 il 31%; tra mezzanotte e le 5 il 42%. E casi comprovati aggiungono spesso l’indisponibilità ad usare i mezzi di pagamento elettronici per le corse già care di per sé.

Ma a Roma di rivedere la liberalizzazione di questi settori non ne vuole proprio sentir parlare: le associazioni collegate hanno un potere lobbistico al limite della comprensione razionale. Volta dopo volta escono le paure degli acquisti rapaci delle “multinazionali straniere” contro “l’azienda di famiglia italiana”. Ma alla prima pagina di qualsiasi libro di testo di microeconomia già si legge e si capisce come in un mercato economico sviluppato come lo è il nostro, è la concorrenza il motore principale per migliorare i servizi e trovarne dei nuovi. Ed è umano (troppo umano!) che quando invece la concorrenza venga a mancare allora subentri di petto la speculazione: vedere i prezzi delle materie prime per credere. Un italiano che volesse intraprendere la carriera di bagnino o di tassista (ma questo vale per qualsiasi classe di impiego che è protetta dalla concorrenza) non potrebbe avere la possibilità di farlo perché il blocco all’entrata è molto alto rispetto che altrove. Non sono quindi gli imprenditori italiani ad essere penalizzati dalla concorrenza ma lo sono gli imprenditori italiani che propongono prodotti concorrenziali.

Non vogliamo considerare il lato economico per i consumatori? Non vogliamo considerare il profitto gratuito dovuto all’oligopolio? Non vogliamo considerare la perdita secca delle entrate nelle casse dello Stato? Non vogliamo neppure considerare il lato etico, semmai ce ne fosse bisogno? Sappiamo almeno che queste regole che ora sembrano essere state imposte dall’alto fanno parte di una struttura (la UE) che non solo come nazione abbiamo accettato di farne parte ma agisce anche in nome di un parlamento eletto dai cittadini delle nazioni aderenti. Non si vuole ascoltare il turpiloquio della teoria economica? Si ascolti almeno la volontà dei cittadini che hanno detto basta, con la legge Bolkestein, alle corporazioni e sì alla libera concorrenza!

Di Roberto Biondini e Claudio Dolci

Il soft power: la nuova arma delle autocrazie

4 min di lettura

Pensare che le guerre si vincano solo con carrarmati e soldati significa ignorare il potere del soft power, che dal XX secolo in poi ha determinato l’estendersi, ed il rimpicciolirsi, delle zone d’influenza delle principali potenze globali. Blue jeans, hamburger e film sono stati a lungo impiegati dagli Stati Uniti durante la guerra fredda come strumento per intercettare e deviare l’orbita di tutti quei Paesi satellite, Italia compresa, che dopo la caduta dei totalitarismi hanno mostrato incertezza circa il loro posizionamento geopolitico. L’idea è semplice, se coercizione fisica (quindi militare) ed economica falliscono, allora può valer la pena impiegare strumenti di condizionamento di carattere culturale, tecnologico e terroristico. I quali, per loro natura, non vengono percepiti immediatamente come invasivi, nonostante esercitino spesso un potere pari se non superiore a quelli di natura coercitiva.

Ed in effetti, l’ammirazione per il capitalismo e per lo stile di vita della società occidentale (ovvero quella a stelle e strisce) crebbe molto sia durante la Guerra Fredda, sia dopo la caduta del comunismo, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Tant’è che molte delle democrazie sviluppatesi dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno preso ispirazione dalle democrazie occidentali allora più influenti (Usa e Regno Unito in testa). Ma il passaggio al XXI secolo ha comportato un capovolgimento di scenario, il quale pone oggi in discussione quel sodalizio instauratosi tempo fa tra diplomazia tradizionale di stampo occidentale e il soft power.

Che cos’è il soft power?

“Un Paese può ottenere i risultati che desidera nella politica mondiale perché altri Paesi – ammirandone i valori, emulandone l’esempio, aspirando al suo livello di prosperità e apertura – vogliono seguirlo. In questo senso, è anche importante stabilire l’agenda e attrarre altri nella politica mondiale, e non solo costringerli a cambiare minacciando la forza militare o sanzioni economiche. Questo soft power – convincere gli altri a volere i risultati che desideri tu – coopta le persone anziché costringerle.” Questa è la definizione e il meccanismo del soft power spiegato da Nye Joseph e finché il mondo è stato unipolare (salvo la parentesi dell’URSS), dietro l’influenza dell’egemone c’erano solo gli Stati Uniti.

Oggi però il mondo è diviso in almeno due blocchi: da una parte ci sono le democrazie di vecchio conio e dall’altra i nuovi regimi autoritari, i quali condividono tra di loro un unico grande comun denominatore, ovvero ristabilire la natura multipolare dei rapporti di forza geopolitici. Cina, Russia, Arabia Saudita, Turchia, India e molti altri Paesi, che tra l’altro si sono astenuti durante il voto dell’Assemblea Generale dell’Onu (chiamata ad esprimersi sulla sospensione della Russia dal Consiglio dei Diritti Umani per quanto accaduto nel conflitto in Ucraina) pretendono il loro posto alla tavola dei potenti e non più da paria.

La natura del potere d’influenza di questi nuovi attori geopolitici è presto spiegata attraverso due esempi, il primo è quello della guerra commerciale, tuttora in corso, tra Cina e Stati Uniti (che nell’era Trump accelerò in modo dirompente coi i dazi e il caso Huawei), il secondo, invece, riguarda il ricatto del gas e del grano imposto dalla Russia dopo le sanzioni varate dall’Ue e l’intero blocco Occidentale per fermare l’invasione dell’Ucraina.

Nel primo caso, quello della guerra commerciale tra Cina e Usa, le due potenze si sfidano ancora oggi, giorno dopo giorno, per affermare quale sia il miglior sistema per affrontare le sfide globali e cercano, in modalità perlopiù diplomatica (fatta eccezione per l’incognita di Taiwan), di vincersi a vicenda. Ad oggi, salvo le tensioni innescate dagli annunci, la guerra viene portata avanti con microchip, acquisto di titoli di Stato e container. Caso diverso, invece, è quello Russo, ove vi è anche il sostegno militare da parte dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina e per questo uno scontro commerciale ben più serrato. Entrambi questi esempi mostrano come il soft power americano resti attrattivo solo per alcuni Paesi del mondo e venga del tutto rispedito al mittente in altri i quali, a loro volta, esercitano il proprio.

Questo scontro globale è propriamente un conflitto tra due mondi e altrettante visioni differenti, in cui l’ammirazione reciproca ha ceduto il passo a uno scontro acceso.

L’arma degli influencer: il soft power che non ti aspetti

Tra le armi più potenti e allo stesso tempo più furtive nelle mani delle autocrazie ci sono gli influencer, che altro non sono che un aggiornamento 2.0 dei film americani post Seconda Guerra Mondiale. Come riportato dal Fatto Quotidiano, in un articolo di Giulia Pompili, “Un nuovo studio condotto da Fergus Ryan, Daria Impiombato e HsiTing Pai e pubblicato dall’australian strategic policy institute, uno dei think-tank più importanti per quanto riguarda gli affari cinesi, svela i rapporti tra quelli che potrebbero sembrare semplici cittadini cinesi che usano internet per nazionalismo e veri dipendenti della propaganda.” D’altronde chi mai penserebbe che dietro a un video di cucina o sui costumi cinesi si nasconda in realtà il manifesto di propaganda del Partito Comunista? Eppure, succede, come dimostra il blocco da parte di Twitter dell’account di @Xinjiangguli perché fonte di disinformazione. Ed in questo solco si muove anche l’Arabia Saudita.

In un’inchiesta, anch’essa pubblicata dal Fatto Quotidiano a firma di Yunnes Abzouz, viene raccontato come attrici e attori, travel blogger modelle e persino calciatori si siano prestati a viaggi in Arabia Saudita, dietro lauto compenso, per incensare l’immagine del Paese da cui è venuto il mandato per la morte del giornalista dissidente Khashoggi. D’altronde, “se l’Arabia Saudita, per promuovere i suoi siti turistici, ha deciso di fare ricorso alle star di Instagram, invece di usare forme di pubblicità più tradizionali, è perché il regno gode di cattiva reputazione e quindi non può permettersi il lusso di una comunicazione più convenzionale.”. In tal senso emerge con forza l’azione persuasiva del soft power a mezzo influencer, la quale può essere accoppiata al terrorismo, come emerge dall’analisi del quadro geopolitico africano.

In Burkina Faso siamo già al secondo colpo Stato in meno di un anno. Il primo, condotto da colonello Paul Henri Demiba, mentre il secondo è stato portato a termine da Ibrahim Traoré. Ed è dietro a quest’ultimo che sembra celarsi la mano dell’oligarca russo Yevgeniy Prigozhin e della Wagner (l’esercito di mercenari al soldo di Putin). Il modus operandi, come riportato da Andrea Lanzetta su Tpi, è lo stesso adottato in altri Paesi africani del Sahel, come il Mali. Scrive Lanzetta “come certifica anche un’inchiesta di Jeune Afrique, Mosca sfrutta diversi influencer che si battono contro il colonialismo […]. Le legittime battaglie di questi influencer e attivisti sono rivolte contro il vecchio colonialismo, soprattutto di matrice francese, tesi che Putin riesce a sfruttare per i propri scopi espandendo la sua influenza in Africa”. L’obiettivo dell’azione russa è lo stesso che perseguì la Cina con i vaccini contro il Covid: ottenere l’accesso a risorse naturali in cambio di tecnologia ed appoggio militare (con i militari, com’è in Libia). Sempre Lanzetta chiarisce come “in un rapporto del Center for Strategic & International Studies la Russia sembra ricorrere al gruppo Wagner più come mezzo per garantirsi l’accesso a porti, aeroporti e risorse naturali in Africa allo scopo di finanziare le proprie attività che come forza efficace sul campo di battaglia”.

Il ruolo della diplomazia

Tutti questi casi dimostrano come l’appeal delle democrazie stia cedendo il passo alle autocrazie ed il loro soft power. D’altronde, come dimostra il caso dei vaccini anti Covid-19 e quello delle compensazioni economiche per il cambiamento climatico, è evidente come oggi la democrazia arrivi troppo spesso in ritardo e come la sua azione possa alle volte persino essere ribaltata dalle autocrazie. Si pensi ad esempio alle sanzioni per fermare la guerra in Ucraina, o ai divieti di inquinamento previsti per Cina e India (grandi assenti della Cop 27). Rispetto al mondo unipolare post caduta del muro di Berlino, oggi è in corso un’ascesa delle autocrazie, le quali utilizzano gli stessi mezzi utilizzati in passato da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, ma con maggiore efficacia, almeno per quanto riguarda l’uso del soft power. Troppo a lungo ci si è dimenticati che lo scontro tra potenze non riguarda solo il piano economico e militare, ma coinvolge direttamente le popolazioni, le quali hanno bisogno di una narrazione efficace che dia un senso al loro sforzo. Soprattutto oggi, in un contesto dove il rallentamento della globalizzazione si fa sentire con maggior vigore e crescono quasi ovunque tensioni sociali prive di argine.

Che modalità verrà quindi utilizzata nel prossimo futuro dalle potenze mondiali per raggiungere i propri obiettivi? Il parere di chi scrive è che il soft power delle democrazie stia perdendo forza giorno dopo giorno. In quei paesi sottosviluppati dove in passato il capitalismo e l’asse atlantico hanno o avrebbero potuto avere enorme forza, il soft power è in effetti ancora un’arma adeguata ma vincente per le nuove autocrazie, in primis la Cina. D’altra parte, la diplomazia rimarrà centrale tra i due blocchi per evitare scontri più accesi (o per concluderli). Se la fine della Guerra Fredda ci aveva fatto pensare che fosse arrivata anche la fine della Storia, gli eventi recenti ci fanno ben vedere come ciò fosse una sciocchezza. La diplomazia dall’alto, quella pensata e ragionata continuerà essere centrale per gli stati occidentali che sono a rischio crisi strutturale in questa epoca storica. Guardare film hollywoodiani, credere nel sogno americano e ottenere e difendere certi diritti etici ci faranno sicuramente sentire meglio ma non ci difenderanno più davanti al Nuovo Mondo che si sta formando e che è giorno dopo giorno ci sta prendendo il posto come player centrale. Ci andrà bene lo stesso?

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Grande Recessione, globalizzazione e politica monetaria: perché c’è chi contesta l’innalzamento dei tassi d’interesse?

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Gli scandali del mondo finanziario sembrano voler riportare le lancette del tempo alla Grande Recessione, quando – a cavallo tra il 2007 e il 2008 – la bolla dei mutui subprime travolse l’economia americana e negli anni successi – con la crisi del debito sovrano europeo (2010-2011) – l’Europa. Oggi a far salire la febbre sono i fondi pensione inglesi, la speculazione sulle Crypto e sul settore tecnologico (dove l’indice Nasdaq sta scivolando verso il basso), ma soprattutto la difficoltà nel frenare l’inflazione in un contesto geopolitico scosso dalla guerra in Ucraina e lo spettro dell’atomica. Di fronte a questo avvenire tumultuoso si è scelto di attribuire il Nobel dell’Economia (con tutti i distinguo del caso) a Bernanke, Diamond e Dybvig, invitando così gli analisti e il mercato a una riflessione sul proprio agire e sulle possibili conseguenze che le loro azioni stanno avendo sul presente. Dalla stretta delle banche centrali alle speculazioni sui mercati a spot, tutto lascia intendere che la lezione che avremmo dovuto apprendere dalle recenti crisi non è servita a granché, anzi, forse ha solo dato l’illusione che tutto sia concesso.

La Grande Recessione e la lezione che nessuno vuole imparare.

La bolla da cui scaturì la crisi dei mutui subprime fu un amalgama di avidità, di omertà e di opportunismo che lasciò un segno indelebile nella fiducia dei risparmiatori. Ed oggi è importante ripartire proprio da quel contesto per capire la mitizzazione dell’incoscienza, divenuta all’epoca driver principale dell’agire degli operatori del mercato, e le contromosse messe in campo da Bernanke, Diamond e Dybvig.

All’inizio degli anni 2000, superata la bolla del Dotcom, il mondo si apprestava a cogliere i primi frutti della globalizzazione, ovvero, un minor costo d’importazione delle merci (prodotte perlopiù in Paesi in via di sviluppo) dovuto a minori costi di produzione, e una maggiore efficienza, il tutto accompagnato poi da tassi d’interesse bassi.

Interest rate history Fed (Credit)

In quegli anni la Fed, infatti, scelse di mantenere bassi i tassi d’interesse per due ragioni ufficiali, la prima per riemergere più velocemente dalla bolla del Dotcom e la seconda per dare una risposta reattiva di fronte agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Si potrebbe aggiungere che la politica monetaria espansiva fu anche dovuta all’apprezzamento che il dollaro stava subendo in quel periodo grazie agli acquisti di moneta da parte della Cina e che quindi la Fed dovesse abbassare i tassi per evitare che la valuta diventasse troppo forte. E tutto ciò, come riportato dalla Consob, non fece altro che stimolare la cessione di denaro senza se e senza ma per investirlo in forme d’investimento con rendimenti maggiori: questo è il mercato. Mantenere parcheggiato il denaro in titoli di Stato e obbligazioni dalla bassa remunerazione non aveva senso; quindi, si iniziarono a cedere crediti a persone senza garanzie e in cerca di case, in un contesto – quello del mercato immobiliare americano – che all’epoca era in forte ascesa (la tipica bolla). L’aspetto interessante della Grande Recessione è che essa non sarebbe stata tale senza l’aiuto di qualche apprendista stregone che per mezzo degli strumenti di cartolarizzazione più avanzati (C.D.O – Collateralised Debt Obligations) e della compiacenza delle agenzie di Rating ha potuto gonfiato la bolla immobiliare a più non posso. La quantità di denaro in circolazione era ingente anche per via dell’utilizzo della leva finanziaria, resa possibile dalla cartolarizzazione immediata di prestiti che sarebbero dovuti rientrare in 10-30 anni, la quale ha permesso alle banche di esporsi per cifre ben superiori rispetto al proprio capitale, inducendo così molti a dubitare del concetto stesso di solvenza.

Gli istituti di credito permettono l’incontro di un particolare tipo di domanda e di offerta. Da una parte ci sono i risparmiatori che voglio mettere al riparo i propri averi (di cui però vogliono anche la disponibilità immediata alla bisogna) e dall’altra ci sono coloro che necessitano di ingenti somme (imprenditori e chiunque voglia fare investimenti sul lungo periodo di cui non ha i capitali – ad esempio per un mutuo). In mezzo ci sono gli istituti di credito che a fronte di un tornaconto (gli interessi) gestiscono la liquidità in modo tale che entrambe le parti abbiano ciò che desiderano.

Prima e durante la crisi dei mutui subprime le banche si affidavano all’interscambio bancario per gestire le garanzie sulle posizioni aperte dagli investitori e le necessità dei correntisti, mantenendo sempre a mente che ciò che conta è essere solventi (ovvero detenere in pancia più crediti rispetto ai debiti, pur non avendo necessariamente i soldi dei correntisti nella propria pancia). Riducendo all’osso il meccanismo, tutto si regge sulla fiducia che i correntisti non si incolonnino tutti insieme agli sportelli per ritirare i propri soldi (come invece avvenne nella Grande Depressione – Crisi del ’29) e che gli investimenti non siano un buco nell’acqua (come invece accadde durante la crisi dei mutui subprime). Il crollo delle cartolarizzazioni dei CDO e di altri strumenti sintetici privi di garanzia determinò, tra il 2007 e il 2008, la perdita di fiducia tra gli istituti di credito e l’arresto del prestito interbancario (come poi capitò di nuovo nel 2011 con la crisi del debito sovrano). In altre parole, le banche non si prestano denaro se temono l’insolvenza di chi glielo chiede, e fu proprio quello che capitò a Lehman & Brothers.

La banca d’investimento americana, passata alla storia come il simbolo della crisi dei mutui subprime, nell’agosto del 2008 dichiarava a bilancio 28 miliardi di dollari, ma il suo sistema di finanziamento era insostenibile. Come scisse Walter Galbiati su Repubblica, “Ciò che rendeva Lehman Brothers più inaffidabile delle altre erano i suoi investimenti immobiliari e il modo con cui si finanziava: 7,9 miliardi di “pagherò” non garantiti e, quasi 200 miliardi (197 miliardi) di pronti contro termine, i “Repo”, alla fine del primo trimestre 2008”. L’aspetto più interessante di queste operazioni era il fatto che le società di revisione contabile, tra cui Ernest & Young (tra le Big Four) non esplicitò mai la natura di tali transazioni e la pericolosità ad esse associata. Quando Lehman fallì, la Fed dovette intervenire con oltre 700 mld di dollari per evitare l’effetto contagio, dopo aver però scelto di far naufragare un istituto di credito ritenuto, sino ad allora, too big to fail. Sul perché della decisione della Fed vi furono più e più versioni, lo stesso Bernanke cambiò versione almeno due volte. Alla commissione d’inchiesta spiegò che riteneva cosa nota l’esposizione di Lehman e che quindi i risparmiatori di altri istituti si fossero già liberati dei titoli tossici, successivamente, invece, diede la responsabilità a cause di natura tecnico-legale. Ed è qui, sui perché che la crisi dei mutui subprime si riaggancia al presente.

Perché Bernanke, Diamond e Dybvig hanno vinto il premio Nobel per l’Economia

Diamond e Dybvig hanno di fatto reso evidente l’estensione del meccanismo tra domanda ed offerta di denaro al di là dei soli istituti di credito più citati (ovvero le banche), perché esiste lo shadow banking e i Repo; ed hanno imposto l’unica strategia razionale da attuare di fronte a una corsa agli sportelli: keep calm and whatever it takes. L’esatto opposto di quello che avvenne nel ’29 e di ciò che prescrisse a suo tempo Milton Friedman. Il problema dell’approccio di Diamond e Dybvig, però, come suggerito dal premio Nobel per l’Economa Paul Krugman – dalle colonne del New York Times – è che soccorre le banche privante con i soldi degli istituti di credito centrali può portare ad un abuso, il famoso azzardo morale. Tradotto, se so che andando a sbattere non mi farò nulla, perché non farlo? Ed è su questa domanda che si aprono i problemi che coinvolgono il presente.

Al di là della letteratura, infatti, resta la difficoltà nel controllare e gestire efficacemente i problemi del presente, come sta avvenendo adesso con l’inflazione e i fondi pensione inglesi: due casi che spiegano perché alcune politiche monetarie possano fungere non solo da cura, ma anche da potenziale minaccia alla salute stessa.

I tassi d’interesse bassi, ad esempio, sono efficaci nel far ripartire la domanda, ma possono nascondere diverse insidie. Una di esse, come riportato da John Plender sul Financial Times, è che mantenere i tassi bassi possa, da una parte, attenuare – com’è di fatto avvenuto prima della Grande Recessione – gli effetti di una delocalizzazione della produzione in Paesi più poveri e una conseguente riduzione della domanda interna e di investimenti nei Paesi più avanzati. Ma dall’altra possa facilitare l’accesso al credito spingendo il comparto degli investimenti azzardati, come riportato da Franco Bruni – vice direttore dell’Ispi – che ha scritto “il guaio di tassi troppo bassi e sovrabbondante liquidità è anche quello di indurre gli operatori a investimenti con produttività media bassa e spesso molto rischiosi: un uso inefficiente delle risorse, peggiorato dalla facilitazione degli indebitamenti dei governi che ora non sarà facile sostenere”. Ed effettivamente, dai grafici sull’inflazione nella zona euro, emerge come gli obiettivi di post-Volckeriana memoria non sia stati raggiunti (almeno il più delle volte – il famoso 2%), mentre sia aumentato l’utilizzo di strumenti finanziari opachi e pericolosi, soprattutto durante la pandemia.

Tale quadro è sì pericoloso, ma non disastroso e ciò che rende il presente tumultuoso sono alcuni meccanismi che si pensava aver compreso e invece paiono ancora avvolti dalla nebbia. Si prendano ad esempio le misure della Fed in fatto di interessi. Paul Krugman era tra i promotori del piano ultra-espansivo di Joe Biden, salvo poi ammettere di essersi sbagliato e come lui tanti altri economisti che hanno sottovalutato il cambio di stile di vita che la pandemia ha indotto di moltissime persone. Ed è sempre Krugman, in due differenti editoriali, ad ammettere dapprima che il piano di Powell sulla stretta monetaria è già andato oltre i suoi obiettivi, innescando di fatto una recessione che c’è, anche se affetta da una sorta di jet-leg. In altre parole, ci vuole del tempo per vedere gli effetti di una stretta monetaria e continuare ad accanirsi sui tassi affinché l’inflazioni cali, così da giustificare il lassismo adottato prima che essa si palesasse (in tempo di tassi troppo bassi), risulta controproducente. Sempre Krugman, sottolinea poi come i modelli e gli indicatori adottati sino ad oggi per misurare l’inflazione abbiano ormai fatto il loro tempo: “Basically, simple rules for assessing where inflation is right now are broken. We’re in judgment territory — and that leaves lots of room for argument.”

Sul tema inflazionistico gli animi degli economisti sono divisi. Come racconta Andrea di Stefano in un articolo apparso sul mensile Millennium, esiste un nutrito gruppo di esperti che ritiene che quella in corso sia un’inflazione da profitto, ovvero un modo che hanno escogitato alcune società per incrementare i guadagni senza un giustificato aumento di altri indicatori (come ad esempio i costi). Ed a tal proposito, economisti del calibro di Piketty e Stiglitz continuano a insistere affinché si introduca una minimum tax globale al 25% sulle grandi aziende. Altrimenti il rischio è che il colpo assestato dall’incremento dei tassi delle banche centrali e la ventura recessione colpisca sempre i soliti noti, in un mondo, quello d’oggi, dove la disuguaglianza continua imperversare e per questo il ritorno alla parentesi sulla finanza malata è d’obbligo.

Mercati e istituzioni continuano a calciare più in là lattina

Il tessuto degli istituti di credito non si è ancora del tutto ripreso dalla Grande Recessione (come dimostra il caso MPS) e la situazione in cui versano importanti banche (tra di esse Credit Swiss e Deutsche Bank). Non c’è chiarezza sull’efficacia degli strumenti messi in campo per fronteggiare l’inflazione, come illustrato da Krugman, e la politica monetaria molto bassa per un periodo tempo così lungo ha incentivato investimenti rischiosi contro cui è stato fatto troppo poco per impedire effetti contagio sul mercato. In uno scenario così congeniato il crollo del Nasdaq e i timori che il Metaverso e altre iniziative delle big tech facciano un buco nell’acqua c’è e ci dice che la situazione potrebbe franare velocemente.

Ed è qui che l’attribuzione del premio Nobel per l’Economia acquisisce un senso. Bernanke, Diamond e Dybvig avevano già illustrato i rischi a cui si andava incontro dopo le crisi degli anni ’80 e 2000, ma poco è stato fatto e l’azzardo morale non è stato efficacemente frenato da nuove regole, anzi, una politica monetaria espansiva ha forse favorito gli appetiti degli speculatori. Ed oggi si ripropone di nuovo il problema che tolse il sonno ai banchieri centrali durante la crisi dei mutui subprime e successivamente in quella del debito sovrano: salvare i risparmiatori sapendo che gli speculatori la faranno franca, oppure lasciare che una si manifesti una depressione di dimensioni epocali per ripartire (chissà come e quando)? Nel mezzo si insinua la proposta di Piketty e Stiglitz, che però giace ancora senza eco tra i grandi del mondo.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Il Price Cap e le divisioni europee

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Quella risposta pronta e coesa che l’Unione Europea aveva esibito di fronte alla pandemia lasciava intravedere degli spiragli per l’avvio di una nuova fase d’integrazione del Vecchio Continente. Ma l’attuale crisi energetica ha ampiamente infranto queste speranze riproponendoci la frammentazione e le divisioni che in passato hanno spesso caratterizzato l’agire dei ventisette.

La lentezza della burocrazia europea

Dopo oltre sei mesi dall’inizio del conflitto in Ucraina, infatti, non sembra esserci ancora nessun accordo in vista. Il vertice tenutosi qualche giorno fa a Praga tra i primi ministri dei Paesi Membri, non ha visto la formulazione di alcuna proposta concreta riguardo alla gestione dei prezzi del gas e dell’elettricità. Tutto ciò mentre su molte imprese e sulle famiglie con i redditi più bassi inizia a gravare il peso delle bollette. Il quale, almeno negli intenti dei promotori, doveva essere assorbito dal famigerato tetto al prezzo del gas, un’idea mesi fa fu avanzata e sostenuta con forza anche dal nostro ex-Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ma ad oggi che cosa si intenda esattamente con questa proposta non è chiaro, come non lo è il motivo per cui il price cap stia generando reazioni così diverse tra i vari Paesi.

Come funziona il mercato del gas in Ue e nel mondo

Per comprendere il meccanismo del price cap e le divisioni che ha suscitato, bisogna innanzitutto capire come funziona il mercato europeo del gas. Il gas arriva in Europa in due modi. Il primo è legato ai gasdotti internazionali, delle infrastrutture di trasporto fisse che vincolano attraverso contratti a lungo termine i Paesi fornitori e gli acquirenti (spesso entrambi rappresentati da società pubbliche – le utility). Il secondo è rappresentato dalle forniture via mare del gas naturale liquefatto (LNG), il quale viene rigassificato principalmente in Spagna e Inghilterra. Una particolarità dell’LNG è che può viaggiare ovunque e per questo il suo approvvigionamento è fortemente condizionato dall’incontro tra domanda e offerta, che assume perlopiù la forma della competizione tra l’Ue e i Paesi asiatici (grandi consumatori di questo prodotto). Infine, c’è un altro meccanismo che si è sviluppato nell’ultimo decennio e che negli ultimi mesi ha esposto il prezzo del gas a una maggiore volatilità. Si tratta dei mercati spot, dove i trader negoziano futures, operazioni fisiche e di cambio. I mercati spot si differenziano dai mercati a termine in quanto l’acquisto e la vendita dei beni vengono effettuati dietro pagamento immediato, invece che in differita. Non vi è pertanto differenza tra la data della transazione e quella del relativo saldo, motivo per cui il prezzo rappresenta il valore spot del bene in quell’esatto istante. L’esempio più celebre è sicuramente quello della Title Transfer Facility (TTF) olandese, le cui oscillazioni di prezzo hanno portato al record di 339 EUR/MWh dello scorso agosto.

Fonte: Trading economics

La situazione geopolitica causata dalla guerra Ucraina e il conseguente rialzo dei prezzi (già iniziato alla fine del 2021 per altre ragioni) hanno creato la necessità di politiche che ad oggi prefiggono due distinti obiettivi. In primo luogo quello di sostenere le categorie sociali e produttive dall’impatto dei prezzi (senza energia non c’è sviluppo e crescono le tensioni interne). Il secondo, connesso al primo, è quello di ridurre la dipendenza dal gas russo (e qui si può parlare di ragioni etiche e geopolitiche). Ma in che modo il prezzo al tetto del gas può concorrere a realizzare questi due propositi? E quali potrebbero essere gli effetti sul mercato?

La proposta e gli obiettivi del price cap: le proposte a confronto

Il price cap può essere genericamente definito come una regolamentazione economica che stabilisce un limite ai prezzi che possono essere addebitati da un fornitore di servizi pubblici. Se analizziamo il mercato europeo del gas più nello specifico, sono tre i modelli di tetto al prezzo che vengono attualmente discussi.

Il modello iberico, già attuato da Spagna e Portogallo, è quello che sembra riscuotere il maggior consenso tra i Paesi Membri. Consiste nell’applicare un tetto al prezzo del gas (e conseguentemente dell’elettricità) alle forniture pagate dai consumatori. Viene dunque imposto un prezzo nelle centrali elettriche che è circa metà di quello stabilito nel mercato TTF. Nel momento in cui il prezzo a cui il gas viene acquistato all’ingrosso è superiore a quello prefissato per la vendita ai clienti finali, il governo centrale, per garantire le forniture, compensa gli attori operanti sul mercato interno. Si tratta di una misura facilmente attuabile e che sicuramente contribuisce all’obiettivo di alleviare cittadini e imprese dal rialzo dei prezzi, perché a sopperire agli scostamenti improvvisi è lo Stato e non più il consumatore. Tuttavia, gli economisti sono molto divisi riguardo al raggiungimento dell’indipendenza da Mosca. Infatti, una misura simile potrebbe in realtà aumentare la domanda di gas anziché ridurla, esponendo maggiormente l’Unione Europea ai ricatti di Putin.

La seconda opzione è di applicare un tetto soltanto al prezzo del gas russo. Dovrebbe agire sostanzialmente come un dazio, riducendo i profitti del Cremlino. Avrebbe potuto rappresentare una buona soluzione (anche se difficilmente negoziabile) se non fosse che la Russia ha ormai già ridotto, se non completamente interrotto, i flussi di gas. In questo caso ad aver giocato contro è stata l’inerzia con cui l’Ue ha affrontato il tema, procrastinando ogni decisione.

Infine, il terzo modello riguarda un limite al prezzo rivolto a tutte le importazioni di gas, includendo paesi come Norvegia, Algeria, Stati Uniti, ecc. In questo caso il sostegno alle imprese e alle categorie sociali verrebbe garantito, l’impatto sulla domanda del gas russo andrebbe valutato attentamente. Ma il problema principale di quest’ultima soluzione è di tipo geopolitico e legato al mercato del gas via nave. Infatti, fissare un price cap per tutte le importazioni, non andrebbe a impattare i contratti a lungo termine, ma il potere d’acquisto europeo sul LNG. Fissare un tetto al prezzo significherebbe favorire i paesi asiatici, diventando meno competitivi e rischiando di perdere forniture di gas che attualmente sono indispensabili. L’LNG potrebbe andare ove è più conveniente lasciando l’Ue all’asciutto, inoltre già adesso ci sono molte polemiche sui traffici marittimi di gas liquefatto. Dove armatori dalle dubbie bandiere portano in giro per il mondo petrolio e gas che altrove sarebbero banditi o pesantemente sanzionati.

La soluzione dell’Ue al problema del gas

Pro e contro di ciascun modello possono essere valutati soltanto se si accetta il price cap quale giusto strumento economico e questo è già in sé un fattore divisivo sia all’interno dell’Ue che tra gli economisti. Alcuni di loro, infatti, ritengono che il mercato del gas sia caratterizzato da importanti distorsioni, per cui un intervento del governo sarebbe giustificato in quanto volto a internalizzare l’incertezza oggi esternalizzata e al contempo generata dal mercato stesso. Altri, invece, ritengono che il price cap possa significare la fine per il libero mercato del gas così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, annullando così i benefici del price signaling (un meccanismo fondamentale per veicolare informazioni a produttori e consumatori e influenzare la quantità offerta e domandata), l’utilità del commercio transfrontaliero e incentivando la domanda. Alle divisioni ideologiche, probabilmente meno determinanti nell’influenzare il dibattito europeo, si sommano poi degli interessi strategici contrastanti. In queste divergenze di prospettiva troviamo la chiave per interpretare l’impasse di questi mesi e per ritenere che un accordo sul tetto al prezzo sia quantomai difficile, in qualsivoglia delle diverse forme discusse.

In Europa possiamo distinguere chiaramente due gruppi di Paesi. I 15 stati che hanno richiesto il price cap, guidati da Italia, Francia e Spagna, i quali hanno ancora capacità di importazione e mirano a rifornire le loro riserve con gas LNG, risentendo però in maniera particolare della volatilità del TTF, dove i prezzi del gas via nave, ma anche quelli dei contratti a lungo termine, vengono oggi determinati. Per loro un tetto al prezzo rappresenterebbe un modo per avere accesso a un maggior quantitativo di gas, a prezzi più contenuti.

Vi è poi il secondo gruppo di Paesi, guidato in primis da Germania e Olanda, i cui terminali LNG hanno già raggiunto la capacità massima e non possono pertanto aumentare le loro importazioni. Per questi Stati gli alti prezzi del gas sono uno strumento fondamentale per ridurre la domanda, là dove un price cap, invece, significherebbe incentivarla senza che questa possa essere corrisposta da un’adeguata offerta. In una parola: razionamento, con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche del caso. Ancora una volta l’Ue si ritrova spaccata in due: da una parte ci sono i Paesi frugali, che si sono attrezzati per ridurre i consumi, e dall’altra quelli del Sud, maggiormente esposti per la mancanza di infrastrutture (come in Italia) o per le difficoltà nel ridurre i consumi senza poter compensare il disagio che ciò comporterebbe per le fasce più esposte.

Visti interessi così lontani è difficile immaginare che il price cap possa essere attuato senza scontentare gli attori in gioco. Tuttavia, la necessità di cooperare e trovare una soluzione comune si fa sempre più stringente. Come ricorda l’AD di Eni, Descalzi, infatti, l’inverno più complesso da affrontare sarà quello del 2023/4, quando il gas russo raggiungerà in minima parte l’Europa. Per rifornire le riserve europee servirà un’azione unita e coesa sul mercato, che dia ai Paesi dell’Unione un maggior potere di acquisto, rendendoli competitivi soprattutto rispetto alle importazioni di gas LNG. E a maggior ragione oggi, a pochi giorni dall’annuncio dell’OPEC+ in merito al taglio della produzione del greggio, diventa centrale anche la costituzione di un maccanismo comune di sostegno a famiglie e imprese. È fondamentale che a soffrire le conseguenze delle recrudescenze del covid, dell’inflazione, della recessione e della guerra non siano sempre le stesse categorie sociali. Sarebbe pericoloso sia per la tenuta dell’Unione, sia per il sogno europeo.

di Guglielmo De Puppi

L’Odissea del fuori sede

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Hai un lavoro, una fideiussione e puoi garantire di restare almeno 18 mesi? Ah, lascia perdere, non prendiamo né studenti né coppie, cerca altrove.

Sono soltanto alcuni esempi delle richieste fatte dai locatori italiani a chi cerca un affitto in questi ultimi mesi. Un mercato, quello delle abitazioni in affitto, che dal post Covid è letteralmente impazzito. Se il periodo pandemico aveva reso i prezzi delle case abbordabili, nel post Covid-19 invece, la ricerca di una casa, in particolare nelle grandi città, si è dimostrata uno sforzo al limite della follia per le decine di migliaia di studenti o lavoratori fuori sede. Come riporta immobiliare.it: “Ad Agosto 2022 per gli immobili residenziali in affitto sono stati richiesti in media € 12,15 al mese per metro quadro, con un aumento del 7,52% rispetto a Agosto 2021 (€ 11,30 mensili al mq). Negli ultimi 2 anni, il prezzo medio in Italia ha raggiunto il suo massimo nel mese di Agosto 2022, con un valore di € 12,15 al metro quadro.”.

Fonte immobiliare.it

E facendo un po’ di ricerca nei più importanti siti di ricerca per stanze singole o doppie, monolocali e abitazioni si può facilmente riscontare un aumento generalizzato, e spesso solo a fini speculativi, dei prezzi. Si prenda ad esempio la città di Milano, la metropoli d’Italia, dove ogni anno centinaia di migliaia di studenti o lavoratori fuori sede fanno la loro comparsa. Sono oltre 190.000 gli studenti iscritti alle facoltà residenti in Milano: un numero di studenti universitari di poco inferiore a quelli di Parigi. La situazione meneghina è sconvolgente: si è arrivati a toccare punte di ottocento euro mensili non comprensivi di utenze per delle camere singole a volte ridotte a veri e propri loculi. La Repubblica aveva poco tempo fa parlato dell’argomento, riportando anche dei dati tragici nazionali: “Allarme alloggi per gli universitari, la richiesta sale del 75% mentre l’offerta cala dell’8%. E rispetto al 2021 il prezzo medio di una stanza singola è di 465 euro, +9,3%”.

Per questo oggi la rabbia tra chi ricerca un alloggio a Milano è alle stelle. Basta fare un giro nei diversi gruppi social di affitti dove gli utenti non solo segnalano disagi sull’impossibilità di trovare letteralmente un “buco dove stare”, ma si sbranano tra di loro per essere segnalati come i primi interessati a delle offerte che, se va bene sono care arrabbiate o in condivisione, mentre se va male sono in realtà degli annunci falsi. E via di nuovo tutto daccapo, magari su un nuovo sito o forum. “Sono veramente sconcertato dalla situazione di estrema indisponibilità di appartamenti e stanze che quest’anno si è creata in città – scrive Giacomo V. sul gruppo Facebook “Case/Stanze in affitto a Roma” -. Noi, studenti e non turisti, che dobbiamo iniziare l’università tra meno di una settimana, che cosa dovremmo fare per riuscire a reperire un maledetto buco in cui studiare e dormire?“.

Quella di un alloggio è diventata una ricerca continua che costringe l’utente a rimanere sintonizzato giorno e notte su una decina di siti diversi per poter sperare di vedere un nuovo annuncio. Giorni e giorni, e sempre più spesso settimane e settimane, se non mesi, spesi a cercare quello che sino a poco tempo si trovava con relativa facilità. E per questo c’è addirittura chi ha optato per studiare altrove, alimentando così quella divisione interna tra centro/periferia, Sud/ Nord, ricchi e poveri, che impedisce all’Italia di diventare un Paese davvero coeso. Chi invece non si arrende di fronte a una politica indifferente verso i giovani allarga i filtri di ricerca: se si partiva con singola, ci si adatta alla doppia; se si cercava di evitare zone non raccomandabili, si accetta di non dover tornare tardi alla sera e stare nell’abitazione il meno possibile; se l’arredamento era necessario, ora diventa un optional. E quando, con grande stupore, si arriva ad agganciare il locatore, parte la fase delle richieste fuori dal mondo, dove l’imbarazzo per chi ascolta si tramuta subito in indignazione.

Si parte dai contratti, buste paga, fideiussioni bancarie e garanzie di ogni sorta, accompagnate da preavvisi lunghi per te e brevi per chi affitta, no coppie, solo coppie, no uomini, no cani, si gatti, fumo dipende. Da subito, fra un mese, quando l’inquilino me lo dice, chissà. Tre mesi di caparra, affitto anticipato, agenzia al 12, 13, 15% di commissione. Un elenco che non trova fine, e per il quale non si può mai essere pronti totalmente. Qualcosa di nuovo può sempre uscire fuori, tutto è lasciato alla fantasia del locatore e alla sua sete. E se non hai tutte le risposte pronte e disponibili, in pochi minuti hai perso il posto in fila e ci sentiamo alla prossima…

E qui si aggiunge un altro problema: l’impossibilità di riflettere sulla proposta. Se si ha la fortuna di ottenere una visita o scatta il sì immediato o di nuovo hai perso il posto. Come si può prendere la decisione su dove vivrai e passerai la maggior parte del tuo tempo per anni in 30 minuti? Semplicemente non si può e nei casi di disperazione per tempistiche strette personali si dice di sì subito, scommettendo che non ci siano problemi logistici strutturali nella casa, o che il vicinato sia tranquillo o che la zona di sera non sia poco raccomandabile, ecc. Insomma, un contratto quasi alla cieca.

E si arriva così sfiniti alla fine di questa epopea, con finalmente un contratto in mano e migliaia di euro di caparra, anticipo e canoni di agenzia volati in un sol momento.

La riflessione è lapalissiana. Può esistere una situazione di disagio del genere nel 2022 in un paese occidentale? Ed è vero, le dinamiche della domanda e dell’offerta non si possono aggrappare al ricercare prezzi calmierati per risolvere il problema degli affitti a Milano, anche se qualcosa potrebbe essere fatto. I comuni, le regioni, lo Stato centrale stesso non possono abbandonare a loro stessi dei cittadini che si sfibrano per trovare un “buco dove dormire” per lavorare o addirittura studiare. Trovare una soluzione anche transitoria per rendere meno oneroso il prezzo della vita per gli studenti nelle grandi città è indispensabile per aiutare l’istruzione. Si è fatto molto sull’acquisto della casa per gli Under 36, ma senza prima poter studiare o lavorare là dove un titolo di studio può essere speso con profitto, chi mai potrà permettersi un mutuo? Per fare un albero occorre piantare un seme: un concetto, questo, semplice per tutti tranne per chi giovane non è più.

Purtroppo, la calca che accompagna la ricerca di un alloggio sono all’ordine del giorno e non possono appartenere ad un paese civile. Il nuovo governo non si dimentichi dei fuori sede e faccia qualcosa per aiutare chi o studiando o lavorando contribuisce alla ricchezza della nostra nazione presente e futura; altrimenti chi fermerà l’emorragia verso l’estero?

Di Roberto Biondini e Claudio Dolci

La manovra che verrà

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Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra era già stato anticipato da numerosi sondaggi, ma ora ad aspettare la probabile neo-premier ci sono gli altrettanti i numerosi dossier economici aperti e in gran parte contraddistinti dal segno negativo. D’altronde, il quadro macroeconomico europeo è ancora contraddistinto da un’elevata incertezza, dall’esplosione dei prezzi energetici e dall’instabilità politica.

L’Europa tira dritto a prescindere dal futuro esecutivo italiano

Dal fronte europeo la prima a richiamare tutti all’ordine è Christine Lagarde, la quale ha annunciato che a breve la Bce dovrà aumentare ancora i tassi d’interesse. E ciò significa che vi sarà un aumento del costo del debito pubblico italiano, per via del crescere degli interessi, e che anche per le imprese sarà più difficile reperire i denari necessari a finanziare le loro attività. La mossa della Bce è obbligata dal contesto congiunturale, come ribadito da Lagarde stessa: le prospettive si stanno facendo più fosche. L’inflazione rimane troppo alta ed è probabile resterà sopra i nostro target per un periodo esteso di tempo”. Tuttavia, il costo da pagare per fermare l’inflazione è il raffreddamento della domanda interna all’eurozona e quindi della ripresa post-pandemica. D’altro canto, il mancato accordo sul price cap europeo impedisce di raffreddare la speculazione sul prezzo del gas, a cui si aggiungono il rallentamento dell’economia cinese e gli ancora persistenti colli di bottiglia, che nell’insieme di certo non aiutano a sedare un’inflazione ancora imperturbabilmente al galoppo.

E sempre con l’Europa Meloni dovrà ancora andare d’accordo per un po’, viste le imminenti scadenze del Pnrr. Da Bruxelles son infatti ora in arrivo i 24 mld, relativi alla seconda tranche del Pnrr (che ne complesso ne stanzia oltre 190), ma a dicembre dovranno essere centrati 55 obiettivi (di cui 29 già raggiunti dall’esecutivo Draghi e 26 ben avviati) per ottenerne altri 21,8 mld. Il che significa che, almeno per il momento, non sono possibili quelle modifiche al Pnrr tanto invocate dalla coalizione di centrodestra. L’unica scappatoia che Bruxelles potrebbe concedere alla coalizione guidata da Meloni, come riportato dal Sole24 Ore, riguarderebbe una o più deroghe su quelle opere i cui costi sono stati stravolti dall’impennata dei prezzi, ma oltre a questo i margini sono troppo stretti. Occorre poi ricordare come per i vertici amministrativi alla guida del Pnrr non sia previsto il collaudatissimo spoil system, con i quali vengono da sempre sostituite le persone alla guida di numerose istituzioni italiane, a partire dai Media statali.

Terminata la rassegna europea si passa al fronte domestico, quello più caldo.

Il governo Draghi ha stanziato complessivamente 66 mld di euro contro i rincari, ma molte misure scadranno a breve e dovranno essere rinnovate, altrimenti gli italiani si ritroveranno all’improvviso in un incubo occultato da misure a pioggia. Calcolatrice alla mano, per la Nadef serviranno tra i 40 e i 50 mld di euro: non proprio un inizio di legislatura in pompa magna. Questi miliardi serviranno a rifinanziare il taglio degli oneri di sistema sulle bollette di gas e di luce, a sforbiciare il cuneo fiscale, a ridurre di 30,5 centesimi il prezzo al litro dei carburanti ed infine a sostenere i crediti d’imposta per le imprese costrette a fronteggiare bollette alle stelle.

Non va poi dimenticata un’urgenza prossima relativa alla CIG. La riforma Orlando, partita a gennaio, prevede la CIG onerosa per le aziende e rigidi tetti alla durata, come riporta il Sole 24 Ore. Molte imprese, però, hanno esaurito il plafond e per questa ragione già 400 milioni di ore di deroga sono stati inseriti per evitare una catastrofe sociale. Nel frattempo, l’Istat dichiara l’aumento delle ore in cassa integrazione e la richiesta di sussidi di disoccupazione. Inoltre, le stime per il mercato del lavoro sono tutt’altro che rosee. Una bomba ad orologeria aleggia per il Bel Paese.

Dal canto suo, Meloni potrà contare su almeno un asso nella manica, ovvero l’extra-gettito lasciatole in eredità da Draghi e relativo ai mesi di settembre, ottobre e novembre. L’aumento dei prezzi ha infatti fatto registrare un surplus nei conti pubblici, che però ora si scontrerà con maggiori costi per il personale e le pensioni. Basterà quindi questo tesoretto a far dormire sonni tranquilli a Meloni e Company?

No, perché all’equilibrio dei conti pubblici italiani manca ancora il calcolo delle misure promesse in campagna elettorale dal centrodestra, le quali, come riportato da Pagella Politica, sono perlopiù prive di coperture e molto costose […]. Senza fare deficit, che altrimenti comporterebbe un primo passo falso nei confronti del mercato e delle istituzioni europee, la Meloni sarà costretta a proseguire il suo mandato all’insegna della sobrietà.

La coalizione di centrodestra, sempre ammesso che non si sfaldi nel tragitto per il Colle, riuscirà a dimostrare di essere davvero a pronta a governare, oppure ci attenderà un 2011 bis?

Redazione il Caffè Keynesiano