Il Price Cap e le divisioni europee

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Quella risposta pronta e coesa che l’Unione Europea aveva esibito di fronte alla pandemia lasciava intravedere degli spiragli per l’avvio di una nuova fase d’integrazione del Vecchio Continente. Ma l’attuale crisi energetica ha ampiamente infranto queste speranze riproponendoci la frammentazione e le divisioni che in passato hanno spesso caratterizzato l’agire dei ventisette.

La lentezza della burocrazia europea

Dopo oltre sei mesi dall’inizio del conflitto in Ucraina, infatti, non sembra esserci ancora nessun accordo in vista. Il vertice tenutosi qualche giorno fa a Praga tra i primi ministri dei Paesi Membri, non ha visto la formulazione di alcuna proposta concreta riguardo alla gestione dei prezzi del gas e dell’elettricità. Tutto ciò mentre su molte imprese e sulle famiglie con i redditi più bassi inizia a gravare il peso delle bollette. Il quale, almeno negli intenti dei promotori, doveva essere assorbito dal famigerato tetto al prezzo del gas, un’idea mesi fa fu avanzata e sostenuta con forza anche dal nostro ex-Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ma ad oggi che cosa si intenda esattamente con questa proposta non è chiaro, come non lo è il motivo per cui il price cap stia generando reazioni così diverse tra i vari Paesi.

Come funziona il mercato del gas in Ue e nel mondo

Per comprendere il meccanismo del price cap e le divisioni che ha suscitato, bisogna innanzitutto capire come funziona il mercato europeo del gas. Il gas arriva in Europa in due modi. Il primo è legato ai gasdotti internazionali, delle infrastrutture di trasporto fisse che vincolano attraverso contratti a lungo termine i Paesi fornitori e gli acquirenti (spesso entrambi rappresentati da società pubbliche – le utility). Il secondo è rappresentato dalle forniture via mare del gas naturale liquefatto (LNG), il quale viene rigassificato principalmente in Spagna e Inghilterra. Una particolarità dell’LNG è che può viaggiare ovunque e per questo il suo approvvigionamento è fortemente condizionato dall’incontro tra domanda e offerta, che assume perlopiù la forma della competizione tra l’Ue e i Paesi asiatici (grandi consumatori di questo prodotto). Infine, c’è un altro meccanismo che si è sviluppato nell’ultimo decennio e che negli ultimi mesi ha esposto il prezzo del gas a una maggiore volatilità. Si tratta dei mercati spot, dove i trader negoziano futures, operazioni fisiche e di cambio. I mercati spot si differenziano dai mercati a termine in quanto l’acquisto e la vendita dei beni vengono effettuati dietro pagamento immediato, invece che in differita. Non vi è pertanto differenza tra la data della transazione e quella del relativo saldo, motivo per cui il prezzo rappresenta il valore spot del bene in quell’esatto istante. L’esempio più celebre è sicuramente quello della Title Transfer Facility (TTF) olandese, le cui oscillazioni di prezzo hanno portato al record di 339 EUR/MWh dello scorso agosto.

Fonte: Trading economics

La situazione geopolitica causata dalla guerra Ucraina e il conseguente rialzo dei prezzi (già iniziato alla fine del 2021 per altre ragioni) hanno creato la necessità di politiche che ad oggi prefiggono due distinti obiettivi. In primo luogo quello di sostenere le categorie sociali e produttive dall’impatto dei prezzi (senza energia non c’è sviluppo e crescono le tensioni interne). Il secondo, connesso al primo, è quello di ridurre la dipendenza dal gas russo (e qui si può parlare di ragioni etiche e geopolitiche). Ma in che modo il prezzo al tetto del gas può concorrere a realizzare questi due propositi? E quali potrebbero essere gli effetti sul mercato?

La proposta e gli obiettivi del price cap: le proposte a confronto

Il price cap può essere genericamente definito come una regolamentazione economica che stabilisce un limite ai prezzi che possono essere addebitati da un fornitore di servizi pubblici. Se analizziamo il mercato europeo del gas più nello specifico, sono tre i modelli di tetto al prezzo che vengono attualmente discussi.

Il modello iberico, già attuato da Spagna e Portogallo, è quello che sembra riscuotere il maggior consenso tra i Paesi Membri. Consiste nell’applicare un tetto al prezzo del gas (e conseguentemente dell’elettricità) alle forniture pagate dai consumatori. Viene dunque imposto un prezzo nelle centrali elettriche che è circa metà di quello stabilito nel mercato TTF. Nel momento in cui il prezzo a cui il gas viene acquistato all’ingrosso è superiore a quello prefissato per la vendita ai clienti finali, il governo centrale, per garantire le forniture, compensa gli attori operanti sul mercato interno. Si tratta di una misura facilmente attuabile e che sicuramente contribuisce all’obiettivo di alleviare cittadini e imprese dal rialzo dei prezzi, perché a sopperire agli scostamenti improvvisi è lo Stato e non più il consumatore. Tuttavia, gli economisti sono molto divisi riguardo al raggiungimento dell’indipendenza da Mosca. Infatti, una misura simile potrebbe in realtà aumentare la domanda di gas anziché ridurla, esponendo maggiormente l’Unione Europea ai ricatti di Putin.

La seconda opzione è di applicare un tetto soltanto al prezzo del gas russo. Dovrebbe agire sostanzialmente come un dazio, riducendo i profitti del Cremlino. Avrebbe potuto rappresentare una buona soluzione (anche se difficilmente negoziabile) se non fosse che la Russia ha ormai già ridotto, se non completamente interrotto, i flussi di gas. In questo caso ad aver giocato contro è stata l’inerzia con cui l’Ue ha affrontato il tema, procrastinando ogni decisione.

Infine, il terzo modello riguarda un limite al prezzo rivolto a tutte le importazioni di gas, includendo paesi come Norvegia, Algeria, Stati Uniti, ecc. In questo caso il sostegno alle imprese e alle categorie sociali verrebbe garantito, l’impatto sulla domanda del gas russo andrebbe valutato attentamente. Ma il problema principale di quest’ultima soluzione è di tipo geopolitico e legato al mercato del gas via nave. Infatti, fissare un price cap per tutte le importazioni, non andrebbe a impattare i contratti a lungo termine, ma il potere d’acquisto europeo sul LNG. Fissare un tetto al prezzo significherebbe favorire i paesi asiatici, diventando meno competitivi e rischiando di perdere forniture di gas che attualmente sono indispensabili. L’LNG potrebbe andare ove è più conveniente lasciando l’Ue all’asciutto, inoltre già adesso ci sono molte polemiche sui traffici marittimi di gas liquefatto. Dove armatori dalle dubbie bandiere portano in giro per il mondo petrolio e gas che altrove sarebbero banditi o pesantemente sanzionati.

La soluzione dell’Ue al problema del gas

Pro e contro di ciascun modello possono essere valutati soltanto se si accetta il price cap quale giusto strumento economico e questo è già in sé un fattore divisivo sia all’interno dell’Ue che tra gli economisti. Alcuni di loro, infatti, ritengono che il mercato del gas sia caratterizzato da importanti distorsioni, per cui un intervento del governo sarebbe giustificato in quanto volto a internalizzare l’incertezza oggi esternalizzata e al contempo generata dal mercato stesso. Altri, invece, ritengono che il price cap possa significare la fine per il libero mercato del gas così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, annullando così i benefici del price signaling (un meccanismo fondamentale per veicolare informazioni a produttori e consumatori e influenzare la quantità offerta e domandata), l’utilità del commercio transfrontaliero e incentivando la domanda. Alle divisioni ideologiche, probabilmente meno determinanti nell’influenzare il dibattito europeo, si sommano poi degli interessi strategici contrastanti. In queste divergenze di prospettiva troviamo la chiave per interpretare l’impasse di questi mesi e per ritenere che un accordo sul tetto al prezzo sia quantomai difficile, in qualsivoglia delle diverse forme discusse.

In Europa possiamo distinguere chiaramente due gruppi di Paesi. I 15 stati che hanno richiesto il price cap, guidati da Italia, Francia e Spagna, i quali hanno ancora capacità di importazione e mirano a rifornire le loro riserve con gas LNG, risentendo però in maniera particolare della volatilità del TTF, dove i prezzi del gas via nave, ma anche quelli dei contratti a lungo termine, vengono oggi determinati. Per loro un tetto al prezzo rappresenterebbe un modo per avere accesso a un maggior quantitativo di gas, a prezzi più contenuti.

Vi è poi il secondo gruppo di Paesi, guidato in primis da Germania e Olanda, i cui terminali LNG hanno già raggiunto la capacità massima e non possono pertanto aumentare le loro importazioni. Per questi Stati gli alti prezzi del gas sono uno strumento fondamentale per ridurre la domanda, là dove un price cap, invece, significherebbe incentivarla senza che questa possa essere corrisposta da un’adeguata offerta. In una parola: razionamento, con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche del caso. Ancora una volta l’Ue si ritrova spaccata in due: da una parte ci sono i Paesi frugali, che si sono attrezzati per ridurre i consumi, e dall’altra quelli del Sud, maggiormente esposti per la mancanza di infrastrutture (come in Italia) o per le difficoltà nel ridurre i consumi senza poter compensare il disagio che ciò comporterebbe per le fasce più esposte.

Visti interessi così lontani è difficile immaginare che il price cap possa essere attuato senza scontentare gli attori in gioco. Tuttavia, la necessità di cooperare e trovare una soluzione comune si fa sempre più stringente. Come ricorda l’AD di Eni, Descalzi, infatti, l’inverno più complesso da affrontare sarà quello del 2023/4, quando il gas russo raggiungerà in minima parte l’Europa. Per rifornire le riserve europee servirà un’azione unita e coesa sul mercato, che dia ai Paesi dell’Unione un maggior potere di acquisto, rendendoli competitivi soprattutto rispetto alle importazioni di gas LNG. E a maggior ragione oggi, a pochi giorni dall’annuncio dell’OPEC+ in merito al taglio della produzione del greggio, diventa centrale anche la costituzione di un maccanismo comune di sostegno a famiglie e imprese. È fondamentale che a soffrire le conseguenze delle recrudescenze del covid, dell’inflazione, della recessione e della guerra non siano sempre le stesse categorie sociali. Sarebbe pericoloso sia per la tenuta dell’Unione, sia per il sogno europeo.

di Guglielmo De Puppi

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