In gas veritas. Come nasce la dipendenza dal gas russo e dove ci porterà

Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito maggiormente? Con l’aumento dei prezzi del gas, dovuti sia al disallineamento tra domanda e offerta (blocco dei gasdotti russi) sia alle speculazioni borsistiche (Ttf), è partito l’ormai classico scarica barile tra le forze politiche. Dapprima ad attaccare è stata la destra, con Berlusconi, che dalle colonne del Corriere ha rivendicato i successi dei suoi governi, da qui il contrattacco da sinistra. Ma di chi è davvero la responsabilità?

Le accuse della destra

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (il 31 Agosto), Silvio Berlusconi ha dichiarato: «Con il mio ultimo governo, all’inizio del 2011, avevamo ridotto la quota del gas russo al 19,9 per cento. Tre anni dopo, all’inizio del 2014, con il governo Letta la dipendenza dalla Russia era salita al 45,3 per cento: più del doppio. Con il governo Conte nel 2019 ha raggiunto il livello record del 47,1 per cento». I dati riportati dal Cavaliere sono imprecisi, come dimostrato dalla ricostruzione di Pagella Politica, ma nel complesso dicono il vero. La dipendenza da Gazprom ha effettivamente ripreso a correre molto velocemente dopo la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, anche se una tendenza all’aumento era già in essere nel 2011, con le importazioni al 27% e non il 19,9% (un dato questo, relativo al 2010).

Imprecisioni a parte, è stato sufficiente il grafico delle importazioni per fornire ad Affari e Verità la possibilità di lanciare una stoccata al Pd Lettiano, inferta per mezzo di un articolo a firma di Franco Bechis. Quest’ultimo ripercorre le tappe del post-berlusconismo rintracciando uno per uno i responsabili dell’aumento delle importazioni: Monti e Letta (i più visibili), giungendo infine a Prodi (il regista occulto). Scrive il direttore di Affari e Verità: “è stato il professore di Bologna – Prodi – a preparare il cammino per lo sfondamento di Gazprom in Italia”. Ma come? Attraverso incontri privata e bilaterali. “Ai primi di gennaio – racconta Bechis – del 2014 Gazprom rese pubblici i suoi dati di bilancio, spiegando con soddisfazione di avere aumentato l’export verso la Ue del 20%. Ma la gemma di quel rapporto era stata proprio l’Italia di Letta (e forse di Prodi): l’export di gas verso Roma era cresciuto del 68%, più di tre volte la media europea”. La ricostruzione di Bechis collima con le parole di Berlusconi e col grafico sull’andamento delle importazioni, ma elude le ragioni sottostanti a quegli accordi.

Ciò che la destra non dice sul gas russo

Il primo grande escluso dal dibattito sul gas è il contesto geopolitico. Negli anni in cui si è scelto di affidarsi a Gazprom, nel nord d’Africa si stava via via diffondendo quella che poi verrà chiamata la primavera araba. Tunisia, Egitto, Libia e Yemen erano attraversate da proteste civili, molto violente, le cui ragioni erano sia economiche (l’inflazione aveva raggiunto livelli allarmanti, colpendo i generi alimentari e quindi soprattutto le fasce più deboli), sia politiche (con la richiesta di maggiore democrazia). Si temeva il tracollo delle autocrazie e con esse dei contratti con le aziende del comparto energetico, così ci si guardò attorno, verso altri partner. Il problema è che già all’epoca, come riportato da Formiche.net, la Russia possedeva ambizioni geopolitiche tutt’altro che innocue: nel 2009, Gazprom (per mano del governo) aveva iniziato quello che oggi potremmo definire come l’incipit della guerra in Ucraina, ponendo uno stop arbitrario alle industrie ucraine. Come riportato da Marco Mayer “In Europa si reagisce avviando un processo di diversificazione dei paesi di provenienza per ridurre la dipendenza dal gas russo. In Italia (e in Germania) NO”. Questa difformità rispetto alle mosse degli altri membri dell’Ue può essere spiegata, come fa Mayer, studiando la ramificazione di Gazprom a seguito delle liberalizzazioni che hanno coinvolto l’Italia dell’epoca. “A partire dal 2008 – scrive Mayer –  Gazprom raggiunge un accordo per l’acquisto di ENIA, sigla una intesa con A2A GazpromBank e GazpromExport  assumono il controllo di un importante gruppo di trading: Centrex”.

Responsabilità negate: l’azione geopolitica della Russia di Putin

A conti fatti nessun governo può dirsi né dalla parte della ragione, né da quella dei diritti, ed è quest’ultimo punto a ferire maggiormente. Già nel 2009 la Russia aveva dimostrato di considerare l’Ucraina un ostacolo, tanto da inficiarne le capacità produttive, e nel 2014 diede l’avvio alla guerra del Donbass, eppure, in entrambi i casi, l’Italia continuò ad approvvigionarsi da Gazprom con volumi via via più consistenti. Ma perché? Una risposta a questa domanda la fornisce Stefano Silvestri, Presidente dell’Iai e direttore di Affari Internazionali, che intervistato dal Riformista non lascia scampo a chiunque provi a scansare le responsabilità sulla dipendenza dal gas russo. “Abbiamo cercato di andare d’accordo con tutti, facendo del cerchiobottismo la cifra del nostro agire in politica estera. E quel poco o tanto che si è fatto è andato via via scemando fino a scomparire […] c’è una politica dell’ENI, come al solito e giustamente, ma poi il vuoto. E come dare torto a Silvestri? In politica estera l’Italia segue la direzione di un’azienda privata, che ha i suoi interessi specifici, e poco altro; prova ne è il fatto che l’ultimo Ministro degli Esteri è stato Luigi di Maio. Se chiunque può dirigere la Farnesina, meglio ancora se tecnico (come sostenuto da Silvestri), allora vuol dire che la politica italiana in campo estero non esiste.

Per decenni si è lasciato che il piano inclinato facesse il suo corso, senza che Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, provassero ad invertire la rotta, anzi. Si dirà che in un governo di coalizione è difficile imporre cambi di passo radicali, oppure che servono anni per anche solo avviare un processo di diversificazione; eppure, il governo Draghi, in soli quattro mesi, ha fatto quello che chi era venuto prima di lui semplicemente non aveva il polso di fare; per inciso, la Russia non è diventata un’autarchia dal 2022.

La conseguenza del cerchiobottismo italiano

Le certezze sono entità sdrucciolevoli, perché quando si pensa di poter far affidamento su di esse svaniscono lasciando solo il vuoto dell’ignoto. Tuttavia, alla luce di quanto emerge oggi, è possibile fare qualche ipotesi molto simile a una certezza.

La prima è che la crisi inflazionistica che sta colpendo l’Ue sia differente da quella a stelle e strisce. Negli States l’inflazione galoppa, ma gli indicatori macroeconomici mostrano comunque una ripresa sufficientemente forte da poter assorbire un incremento di tassi più ampio di quello già messo in campo dalla Fed. Come ha scritto l’economista Alessandro Penati, su Domani, a luglio negli Stati Uniti c’erano due offerte di lavoro per ogni disoccupato, le imprese (dell’S&P 500) avevano già iniziato a far fronte all’inflazione trasferendo i costi aumentando il margine operativo lordo e soprattutto, grazie allo scisto, petrolio e gas non hanno mai rappresentato un problema (salvo sul piano ambientale…). Per Penati, se l’Ue “segue la Fed (nel rialzo continuo dei tassi) la recessione non è più un rischio, ma una certezza” e visto che il Tpi (lo scudo anti-spread) non è ancora mai entrato in funzione, non si sa come si comporteranno i mercati nei confronti del debito italiano.

La seconda certezza riguarda il fatto che nessun Paese possa davvero salvarsi da solo, un concetto questo, che fatica a giungere a destinazione. Vista la lentezza nell’approvare il debito comune europeo, negato durante la Grande Recessione, è difficile che una soluzione europea arrivi in tempo utile per salvare le imprese già adesso in ginocchio. Purtroppo, ad oggi l’Ue marcia ancora divisa sul fronte energetico, ci sono sì degli spiragli, come il tetto al prezzo del gas e lo scorporo dell’energia rinnovabile da quella prodotta col fossile sul Ttf, ma è ancora tutto avvolto da eccessiva vaghezza e lentezza. Occorre poi considerare che per gli esperti del settore energetico, Tabarelli (di Nomisma) e Scaroni (ex A.D. di Eni), il tetto al prezzo del gas è fantascienza. Lo scorporo delle fonti energetiche sul Ttf, invece, rischia (soprattutto se accoppiato a uno stop delle quote di emissione, ETS) di rallentare l’avanzata delle rinnovabili. Oggi, infatti, ci si stupisce del fatto che gas ed eolico vengano quotati allo stesso prezzo, ma come riportato anche dal Corriere della Sera, questo meccanismo in passato ha favorito l’espansione delle rinnovabili; quando il loro costo di realizzazione era sconveniente rispetto al fossile. Anche se però è corretto sostenere che, in questo periodo transitorio di alto livello dei prezzi dovuti a tensioni geopolitiche piuttosto che ad aumenti di costi di produzione, il prezzo delle energie rinnovabili debba essere sganciato da quello delle energie fossili, così da evitare una speculazione redditizia per le industrie ed onerosa per la società.

La terza certezza riguarda proprio l’inverno che ci attende. Il riempimento delle riserve di gas non ci salverà da un’ipotetica, ma assai verosimile, chiusura totale di Nord Stream e non lo faranno neppure i contratti stipulati dal governo Draghi negli ultimi mesi. Quest’ultimi purtroppo diventeranno operativi solo col tempo, mentre le riserve di gas servono perlopiù per coprire i picchi di richiesta e non per sopperire in toto alla domanda energetica interna del Paese. Un dato confermato anche dalle parole di Benjamin Moll, professore di economia alla London School of Economics, il quale ha detto “è utile avere uno stoccaggio di gas pieno, ma anche se è pieno, dovremo ridurre la domanda”. Come riportato da Palombi, sul Fatto Quotidiano, la Germania non ha solo riempito le proprie riserve, ma ha anche ridotto i consumi, con l’obiettivo di fare a meno del 20% della domanda interna entro l’autunno. In Italia, invece, non si considera credibile uno stop totale delle forniture russe e pertanto si è scelto per il momento di non ridurre i consumi, che nei primi sei mesi del 2022 sono scesi di solo il 2%, contro il 15% della Germania. Anche se ad oggi qualcosa in più si sta facendo. Esiste infatti una proposta del governo di ridurre fino a 2 gradi e di un paio d’ore l’uso del gas nelle abitazioni. Un sacrificio non oneroso tecnicamente, ma politicamente scomodo da sostenere in campagna elettorale e per questo scansato dai leder politici.

Si dice che errare sia umano, mentre perseverare sia diabolico. Ecco, forse questa è la cifra che descrive il panorama politico italiano dove lo sport nazionale, lo scarica barile, impedisce di cogliere l’immobilismo della classe dirigente che negli anni ha ignorato il problema energetico perché priva di una qualsivoglia agenda geopolitica.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

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