L’Italia alla prova della serietà 

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Tanto tuonò che piovve. Non era difficile prevedere che Mario Draghi non si sarebbe fatto tirare a lungo per la giacchetta. D’altronde la sua storia personale parla chiaro, dalle scelte storiche di politica monetaria introdotte quando ancora era presidente BCE fino ad arrivare alle narrazioni sul suo modo di approcciare ogni interlocutore, c’è sempre stato un filo conduttore esplicito: la serietà. Una caratteristica che potrebbe sembrare banale ma che in realtà raccoglie sotto il suo ombrello l’insieme delle proprietà caratteriali di Draghi nell’affrontare ogni sfida che ha avuto davanti e che ultimamente è stata sottovalutata da un partito della sua maggioranza. 

Di quando lavorava a Francoforte, voci di corridoio hanno sempre sottolineato il suo pragmatismo nel gestire ogni problema, ascoltando la voce di molti senza mai, però, allontanarsi da quello che lui riteneva giusto e che si legava ai suoi valori. E questo suo modo operandi deciso ma anche capace (non si diventa per otto anni presidente BCE senza questa caratteristica) lo hanno reso uno degli interlocutori più rispettati dei nostri giorni, dalla destra alla sinistra, da Confindustria fino alle sigle sindacali, dai capi di partito fino al presidente degli Stati Uniti. “Draghi un maestro, quando parla lui in Consiglio europeo stiamo tutti zitti ed ascoltiamo” diceva poco più di un anno fa il premier spagnolo Sanchez a margine di un incontro a Bruxelles. Complice poi la mancanza di una forte leadership in Europa, post era Merkel, Mario Draghi ha acquisito il ruolo di perno centrale per una UE atlantista, in una fase, questa, di difficoltà per il mondo occidentale. Insomma, un cursus honorum brillante che giustamente (e qui bisogna sottolinearlo, soprattutto nell’era dell’uno vale uno) lo ha portato ad essere un presidente del consiglio quanto meno competente in materia e con un ottimo rapporto con le cancellerie mondiali, non tralasciando la stabilità finanziaria che ha prodotto, in un’epoca storica dove il capitalismo finanziario ha difatti moltissima influenza sulla politica. 

Quando Mattarella un anno e mezzo fa lo chiamò al Quirinale per risolvere la crisi di governo del Conte II innescata da Matteo Renzi, diversi opinionisti nonché varie testate giornalistiche sottolinearono la sua accettazione a formare un governo (nel parlamento più sovranista e populista della Storia repubblicana) più per dovere istituzionale e morale che per desiderio personale di traghettare l’Italia fuori dalla crisi del Covid. Molti si chiedevano come avrebbe potuto portare avanti una compagine così eterogenea di parlamentari nella crisi peggiore dal dopoguerra ad oggi. Si usciva da un contesto frammentato di accuse e contro accuse tra i partiti, il ritardo sulla presentazione del progetto del PNRR sembrava ormai un dato di fatto e l’uscita dalla pandemia attraverso la vaccinazione pareva ancora per lo più un miraggio. Mario Draghi era però più spaventato dal primo ostacolo che da tutti gli altri. Si poteva lavorare sul piano tecnico per la ripresa economica del Paese, magari non riuscendoci, ma non avrebbe potuto né sopportare né sopperire alla lotta dei veti e contro veti dei partiti. La soluzione del governo di unità nazionale fu quindi la strada unica percorribile per poter cominciare l’avventura di governo. Lo disse dal primo giorno del suo esecutivo, ripetendolo volta per volta, domanda dopo domanda, fino all’ultima sua dichiarazione stampa prima delle dimissioni: “Per me non c’è un governo senza i 5 stelle, ma questo governo continua finché riesce a lavorare.” Tenere uniti tutti è sempre stata la sua arma di “ricatto” nei confronti dei partiti: o ci state tutti oppure me ne vado, non mi faccio dilaniare da fuoco amico per motivi elettorali. E bisogna ammettere che questa scelta è risultata vincente per almeno un anno e mezzo (un’era geologica nella repubblica parlamentare italiana) ma non è stata sufficiente per valere fino alla conclusione della legislatura. 

Più ci si è avvicinati alla scadenza naturale della legislatura, più i partiti hanno iniziato a punzecchiare l’esecutivo e la maggioranza per testare il terreno. Prima lo scontro PD-Lega sulla cittadinanza agli stranieri e sulla cannabis, poi soprattutto l’escalation grillina (ormai contiana?) contro alcuni punti del DDL aiuti che si è però talmente ramificato su aspetti più generali (vedi i nove punti di Conte) che manco si riesce più a capire quale sia stata la vera causa dello strappo.

A parere di chi scrive, non ne esiste una vera e propria, anzi, forse non n’è mai esistita una diversa da quella di voler recuperare consenso in caduta libera come nessun partito nella storia italiana. Il movimento 5 stelle, per varie concause interne ed esterne al suo partito, ha intrapreso una discesa senza freni nella sua popolarità che lo ha portato a spingere qualsiasi tasto sul quadrante per cercare di frenare, senza contare su eventuali effetti collaterali prodotti dalle proprie scelte. A questo non si può omettere che, dall’altra parte, la corrente sovranista della Lega non ha perso attimi per gettare benzina sul fuoco tirando in ballo le elezioni per fare un’OPA sul nuovo parlamento.

Tirare la corda ha i suoi pro, se sai fare Politica con la P maiuscola, ma se ti sfugge di mano la situazione e soprattutto se dall’altra parte non c’è un politico ma Il tecnico per eccellenza, allora ti accorgi che il politichese ha poca presa. E così Mario Draghi, in linea con ciò che aveva sempre detto, non ha perso un attimo per ribadire il suo pensiero ed essere ligio ai suoi principi, rimettendo nelle mani del Presidente della Repubblica il suo mandato. 

Un’analisi potrebbe quindi essere svolta sulla cecità della classe politica italiana di oggi per quanto concerne la serietà delle idee. Purtroppo, siamo sempre stati abituati che l’ultimatum è in realtà un “penultimatum” e che quindi ogni volta che i giochi sembrano chiusi, essi possano in realtà riaprirsi senza problemi. Ogni volta che si stabilisce un principio, questo può essere naturalmente capovolto con un complicato linguaggio da azzeccagarbugli. Una cultura corrotta del parlamentarismo italiano che ha portato piano piano a fidarsi sempre meno della classe dirigente portando in parlamento forze demagogiche e innalzando a nuovi record l’astensione. Una distanza dal paese reale che si fa sempre più ampia e paurosa, una mancanza cronica di assunzione di responsabilità che è riuscita, nel caso della crisi del governo Draghi, a mettere d’accordo qualsiasi sindaco, presidente di regione, sindacato, sigla imprenditoriale, comunità civile e religiosa come mai prima. Come si è arrivato a tanto? Ma soprattutto, dove si può ancora arrivare? 

Nessuno sa cosa farà Mario Draghi mercoledì prossimo: se dicesse di sì al Draghi II si mangerebbe la sua parola, se invece dicesse di propendere per il no potrebbe essere imputato come il responsabile finale dell’affondamento della nave, se intendesse proseguire con lo stesso governo, come farebbe a fidarsi d’ora in avanti? È naturale sperare che questa crisi di governo rientri, ci sono troppe scadenze da rispettare, misure sociali da prendere e accordi internazionali delle quali essere protagonisti, ma quand’è che ci si inizierà a prendere “seriamente sul serio”? Quand’è che il politicante lascerà spazio al politico? Quand’è che prima dell’interesse dei partiti verrà anteposto l’interesse della Nazione?

Di Roberto Biondini e Claudio Dolci

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