Scansafatiche a chi?

Disoccupazione giovanile e luoghi comuni: senza una visione d’insieme del problema, il nostro Paese rimarrà ancorato al novecento a scapito della modernizzazione sociale

4 min di lettura

Ogni stagione estiva che si rispetti inizia sempre con il lamentio del settore turistico che denuncia l’assenza di personale per colpa di giovani fannulloni viziati dal reddito di cittadinanza e dalla dipendenza social, i quali sono capaci solamente di uscire alla sera e godersi tre mesi di vacanza. I giornali si riempiono di interviste e report di imprenditori che rimpiangono le loro generazioni capaci di sforzi estremi per avere un lavoro, a differenza di quelle moderne, capaci solo di chiedere sussistenza a gran voce e di non sporcarsi le mani. Ma in tutto questo gran frastuono di denunce sociali cosa c’è di vero? E come mai pare verificarsi sempre più di frequente questo squilibrio tra domanda e offerta?

Si può rispondere a queste domande iniziando a sdoganare i luoghi comuni, uno su tutti: non è solo il settore turistico a patire un disallineamento tra i posti di lavoro vacanti e candidati in cerca, ma si tratta di un fenomeno sempre più comune, che coinvolge di volta in volta professioni differenti e che riguarda sia la domanda che l’offerta. Ad esempio, talvolta la colpa viene attribuita agli psicologi e agli avvocati, in numero sproporzionato rispetto alle necessità del mercato, altre volte gli squilibri le si trovano anche nelle università umanistiche, la cui colpa è accettare troppi studenti, o di quest’ultimi, che non trovano passione per le discipline scientifiche. A guardar bene si tratta quindi di una catena di responsabilità che una volta colpisce il cerchio e un’altra la botte, dando sempre l’illusione che si stia brancolando nel buio. Tuttavia, si può uscire dal gioco delle posizioni manichee volgendo lo sguardo ai moti che stanno attraversano la nostra società e coinvolgono il fenomeno delle grandi dimissioni, il quale mobilita soprattutto i millennials e la generazione Z.

I dati della Regione Lombardia raccontano come nel solo 2021 il 9,5% dei lavoratori lombardi (ben il 30% rispetto al 2020) abbia deciso di cambiare mansione e di come uno su due abbia meno di 35 anni (secondo l’elaborazione condotta da ADPI, sarebbero il 70% del campione analizzato).  Alla base delle dimissioni non ci sarebbero però né il reddito di cittadinanza, né l’assenza di interessi al di là del proprio smartphone, ma la voglia di inseguire nuove motivazioni e condizioni di lavoro migliori; ed è qui che si consuma un primo scontro generazionale. Come riportato da The Vision “si può essere disposti a percepire uno stipendio più basso se questo implica una maggiore aderenza fra il senso del lavoro che si svolge e la direzione che si vuole dare alla propria vita, ma questo non significa che si sia disposti ad accettare qualunque somma a prescindere”. E tale concetto mal si coniuga sia con i canoni della società Novecentesca, sia con il tasso di innovazione che coinvolge molti lavori, nonché il grado di formazione del personale assunto. Sì, la frase “lei è troppo qualificato per questo lavoro” è tutto fuorché un luogo comune e in Italia si tratta di un problema molto serio.

 Come scrive LaVoce.info, “la sovraistruzione, definita come situazione in cui il livello di istruzione del lavoratore è superiore a quello richiesto, è una delle molteplici dimensioni del fenomeno del mismatch” e “laddove prevale il lavoro stabile, le imprese perseguono strategie competitive basate sul contenimento dei costi che non prevedono la valorizzazione delle competenze dei lavoratori”. Il risultato è che un giovane che ha studiato “troppo” deve scegliere se tentare la carriera in una PMI (che in Italia sono la stragrande maggioranza), andando così incontro a mansioni routinarie e un percorso di crescita incerto, oppure optare per una grande azienda (che sono poche). Quindi quando si parla dei Neet, ovvero il 25,1% dei giovani tra i 15 e 34 anni che non lavorano, né studiano (pari a 3 milioni di persone), occorre ricordare che tra di essi ci sono anche coloro che almeno una volta si sono sentiti dire: sei troppo qualificato.

E il reddito di cittadinanza allora? In Italia, stando alle ultime rilevazioni dell’INPS, viene erogato a 3.145.407 italiani, i quali ricevono un importo medio pari a 564,76€. È davvero questa la soglia psicologica che impedisce a chi percepisce questo sussidio di non accettare un lavoro come bagnino, cuoco o receptionist e non i contratti capestri e il nero? A sentire i datori di lavoro sì, ma i dati sul numero di italiani che nel 2020 lavoravano pur vivendo sotto la soglia di povertà relativa, ben il 10,8%, è lì a ribadire contrario. Se poi fosse vera la logica “sussidio uguale meno stagionali”, non si spiegherebbe né il fenomeno delle grandi dimissioni negli Stati Uniti, né come la Spagna sia riuscita (pur avendo precedentemente approvato un reddito vitale e un salario minimo) a cambiare il suo mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, si calcola che nel solo 2021 siano stati in 48 milioni a lasciare il proprio posto di lavoro e il 44% chi tuttora lavora scruta comunque gli annunci delle offerte alla ricerca di qualcos’altro. Tutti scansafatiche e giovani alla ricerca della bella vita senza la fatica della gavetta? No. È che il mondo del lavoro sta cambiando a livello globale sulla scia di quanto innescato dalla Grande Recessione prima e dalla pandemia da Covid-19 dopo e se non ci si sforza comprende questo fenomeno, slegandolo dagli slogan dei politici e dei datori di lavori che si lamentano sui giornali, la società e la politica italiana saranno corresponsabili di non essere riusciti a modernizzare il Paese e creare un equilibrio tra domanda e offerta di lavoro.

Infatti, una volta compresa la portata delle grandi dimissioni e l’inconsistenza di molti luoghi comuni, occorre osservare il comportamento della Spagna, che in quanto a condizioni economiche, è forse il Paese europeo più simile all’Italia.

Nel paese iberico, si è davanti ad una riforma shock per il mercato del lavoro che, ammesso e non concesso che potrà rispondere alle nuove esigenze del mercato, è sicuramente un passo importante per l’innovazione legislativa. La nuova regolamentazione tocca vari punti: dal riconfigurare la gerarchia dei processi di contrattazione a definire regole più stringenti sui lavoratori impiegati; dal normalizzare lo strumento delle integrazioni salariali al ridurre drasticamente la quantità di lavoro temporaneo. Su questo ultimo punto, in particolare, è necessario esplicitare più nel dettaglio la riforma come nell’articolo apparso su La Voce a opera di Massimo De Minicis: “Per quanto riguarda la riduzione della precarietà del mercato del lavoro spagnolo, la riforma si muove essenzialmente in tre direzioni. Una radicale limitazione delle forme di esternalizzazione del lavoro mediante appalti a imprese multiservizi (contratti interinali), un adeguamento dei salari dei lavoratori esternalizzati a quelli dei lavoratori interni coinvolti e la riduzione a tre delle precedenti molteplici forme contrattuali a tempo determinato.”

Di modalità tecniche per affrontare il problema in Italia ce ne sarebbero diverse ma partono tutte da due presupposti essenziali che riguardano particolarmente il nostro Paese sul lato dell’offerta del lavoro: primo, l’eliminazione delle lobby (le caste sociali italiane, vedi concessioni balneari) che provocano disfunzionalità del mercato, riducono il ricambio generazionale degli imprenditori e impediscono una modernizzazione dei settori colpiti; secondo, lo stop alla corsa al ribasso dei salari con imposizioni di legge che impediscano un uso forzato di condizioni disumane per i lavoratori. Anche il lato della domanda dovrà per forza essere toccato, con una modernizzazione della formazione scolastica ormai superata e stantia.

Va da sé, anche la necessità sociale, molto più difficile da cancellare, di smetterla di puntare il dito uno contro l’altro. Semplificare il discorso, dicendo che i giovani non vogliono lavorare perché di fatto non sono pronti a condizioni da fame o colpevolizzando lo Stato perché il lavoro non si trova sotto casa, non serve a smuovere il problema quanto piuttosto ad incrementare la rabbia sociale diffusa in modo omogeneo tra le diverse categorie, lasciandoci però perdere il treno della modernità.

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

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