La mancanza di consapevolezza del mondo che verrà

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Il conflitto in Ucraina è riuscito a riunire i Paesi europei sotto il vessillo della Nato, in difesa della democrazia e contro l’aggressione a uno Stato sovrano. Per questo, dal 24 febbraio ad oggi, sono stati varati 5 pacchetti di sanzioni contro la Russia e inviate armi per la resistenza dell’Ucraina. Ma al di là delle nobili intenzioni, gli Stati europei sembrano sottovalutare sia i costi economici, sia quelli morali che questa presa di posizione comporta.

“Non è finita, finché non è finita.” Così diceva Yogi Berra, famoso giocatore di baseball statunitense, in merito alla necessità di non arrendersi mai fin tanto che anche una piccolissima possibilità di vittoria resta viva. Ed è a tale possibilità che oggi si stanno affidando milioni di cittadini ucraini, che da più di due mesi lottano per difendere il proprio territorio disumanamente e illegalmente invaso dalle forze russe. Ogni giorno le notizie che ci provengono dai territori di guerra ci raccontano di situazioni militari, civili e umanitarie tanto aberranti quanto distanti da quell’idea illuministica di pace tra i popoli e risoluzioni diplomatiche tra le nazioni su cui si è fondata l’Europa stessa.

Un mondo in guerra

D’altra parte, quello che non dobbiamo nasconderci è che l’attuale conflitto ucraino non è un’eccezione e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima. Questo perché le guerre non hanno mai smesso di comparire, né sull’emisfero boreale, né su quello australe e dalla caduta del muro di Berlino in poi ci hanno accompagnato sino ad oggi: dalle due guerre del golfo, a quella contro il terrorismo combattuta in Afghanistan e in Iraq, a cui sono poi seguite quella in Siria e in Libia. Nel loro insieme tutte queste guerre formano una collana di perle nere gemmate dall’assenza di timore per le conseguenze, perché lontane da noi, e con l’interesse, spesso occidentale, di parteciparvi nel bene e nel male.

Ed è probabilmente per via della sua prossimità ai confini europei che l’attuale conflitto in Ucraina ha scosso così profondamente le opinioni pubbliche europee, smuovendone le radici. Certo, in passato v’era stata anche la guerra in Kosovo, anch’essa nel perimetro dell’Ue, ma non c’erano sul tavolo né l’ipotesi di un conflitto nucleare, né la possibilità di assistere in diretta allo scontro, così come hanno reso possibile le nuove tecnologie, e non vi era neppure una sfida così diretta all’intero impianto valoriale e ideologico su cui si basa lo stile di vita Occidentale.

Sin da subito, infatti, la guerra in Ucraina è stata raccontata come uno scontro tra visioni del mondo: “noi contro loro”, l’Occidente, guidato dall’arsenale della democrazia, che si oppone a un Oriente autocratico composto da Russia e Cina. Una narrazione convincente, ma non sempre corroborata dai fatti, i quali mostrano invece abusi e crimini commessi anche in regimi democratici. D’altronde, la guerra è sempre una cosa sporca, sia che la portino avanti i paladini della democrazia illuminista, sia che a guidarla sia una dittatura. A prescindere dagli schieramenti, ciò che lascia un conflitto sono macerie e vite spezzate in virtù di ragioni geopolitiche e tattiche militari che rendono impossibile l’individuazione di un “uomo” o una società senza peccato. Se quindi è indubbia l’adesione a uno schieramento, pro o contro un sistema valoriale e ideologico a cui fa capo la società stessa, ed in questo caso a favore dell’Ucraina, un Paese invaso e sull’orlo dell’abisso, contro un’autocrazia che si colloca in uno spazio assolutista, guidata da un uomo che si pone al di sopra della Storia, resta pur sempre aperto il tema delle implicazioni di questa scelta di campo.

Lo scenario economico

Da un punto di vista strettamente economico è ormai certa la frenata economica a cui stiamo andando incontro, che si tratti della sola recessione, o della stagflazione, sarà giusto il tempo a dirlo, ma lo scenario non è roseo. L’Unione Europea esce dalla crisi pandemica peggiore che la storia recente ricordi e probabilmente anche dalla crisi economica peggiore dalla sua fondazione, nel 1957. Il 2020 è stato un anno nero, controbilanciato con efficacia dal 2021, grazie soprattutto alla vaccinazione e al fronte comune di stimolo fiscale varato dai 27. Tant’è che l’iniziale spauracchio dovuto al rincaro dell’inflazione, insorto in coda al 2021 a seguito della carenza di materie prime (i famigerati colli di bottiglia), fu ben presto etichettato come una circostanza limitata nel tempo e dovuta all’eccezionale ripresa della domanda di beni. E per questo, nei fatti, rinomati studiosi se non proprio la BCE stessa intimavano prudenza e contenimento del panico circa l’ascesa dell’inflazione, sicuri della sua transitorietà ed incapacità di influenzare la struttura macroeconomica della zona euro in maniera profonda e duratura. Infatti, prima dello scoppio della guerra, la fiducia generale stava crescendo e l’occupazione riprendeva, incoraggiando una visione ottimista del prossimo futuro. Ma poi il 24 febbraio tutto è cambiato, anzi, il mondo è cambiato.

Immediatamente l’Occidente si è schierato contro la Russia, colpevole di aver minato l’indipendenza di uno stato sovrano. Le dichiarazioni, da parte dei vari capi di stato occidentali, a supporto dell’Ucraina si sono fatte via via più affollate e dalle parole, la UE e gli Stati membri, sono passati quindi ai fatti con l’approvazione di sanzioni commerciali mai viste prime, accompagnate dall’invio di armi per sostenere la resistenza.

Ad oggi l’Ue ha varato ben 5 pacchetti di sanzioni, ognuno di portata maggiore rispetto al precedente, ma giunti al sesto (che prevede, sulla carta, uno stop all’importazione di petrolio russo) la macchina europea si è inceppata sul diritto di veto e sulle necessità (geopolitiche, poiché sia geografiche che strategiche) a cui sono soggetti alcuni dei Paesi del patto di Varsavia. Di fatto, i cinque pacchetti già varati coinvolgono svariati ambiti: dal divieto, a partire da agosto 2022, di acquistare, importare o trasferire nell’Ue carbone e altri combustibili fossili solidi (investendo così il comparto energetico), al divieto di esportazione di altri beni, come i prodotti del lusso (ma non solo), e il sequestro di quelli privati (come gli yacht degli oligarchi). Ma dal punto di vista strategico ed economico, le sanzioni più pesanti hanno riguardato l’accesso ai porti dell’Ue per le navi registrate sotto la bandiera della Russia e il fermo del settore finanziario russo. L’Occidente ha costretto l’autocrazia russa all’autarchia, fatta eccezione per il rapporto che Mosca intrattiene con la Cina e con tutti quei Paesi che non hanno varato la risoluzione dell’Onu che condannava l’invasione ai danni dell’Ucraina.

E da un punto di vista etico, non c’è dubbio che queste sanzioni abbiano una natura ammirevole e condivisibile. Tuttavia, ognuno di questi pacchetti ha portato con sé degli effetti economici. Effetti che non solo sono molto più lenti ad apparire ma, proprio per la loro lentezza nel mostrarsi, sono ancora poco considerati tra i governi europei. Ma ad ogni azione corrisponde sempre una reazione.

E qualche segnale si è già palesato nella vita quotidiana. Ad esempio, da transitoria l’inflazione sembra destinata a radicarsi per almeno 2 anni e forse più. Il gas e la benzina, il pane e la pasta, il costo dei mutui e dei prestiti, solo per citarne alcuni, stanno salendo vertiginosamente ed aggredendo una base economica ancora fragile e convalescente dal post pandemia. La differenza sostanziale rispetto a quest’ultima, infatti, è che i prezzi erano fermi e quindi i tassi d’interesse generali rimanevano bassi e stabili, oggi invece i prezzi schizzano e le banche centrali non possono fare altro che rendere il denaro più oneroso per cercare di stabilizzarli. Ed è quello che ha fatto la Fed pochi giorni fa, senza tra l’altro riuscire a frenare un’inflazione all’8,3%. Ma un denaro più oneroso significa anche un aumento del costo per i debiti e per i finanziamenti, col rischio di innescare una paralisi creditizia. Blocco che si aggiungerebbe a quello, anch’esso potenziale, del settore manifatturiero, suscettibile al costo delle utenze del gas, della luce e del petrolio. In breve, una situazione piuttosto pericolosa per il futuro. È chiaro che le boccate d’aria date dai bonus sono sì necessarie, ma non sufficienti e presto bisognerà trovare nuovi mercati (e l’Italia qualcosa sta già facendo con accordi in Africa) per sopperire alla domanda di materie prime: ma il prospetto per il futuro non pare certo rose e fiori. Si sta comunque limitando “un’industria” con dei colpi protezionistici non da poco (per buona pace dei sovranisti). Si stima che milioni di persone nel mondo soffriranno la fame per questa guerra (!). E l’impatto sociale dovuto alla crisi economica si manifesterà anche a causa della crisi migratoria impellente, se la guerra non finirà nei prossimi mesi e nulla lascia presagire un esito differente.

Un dibattito a senso unico

Dal punto di vista morale questa guerra ha già prodotto più di un illustre vittima. Sin dall’inizio, come fu profetizzato da Monti stesso, i principali organi di stampa hanno preso partito senza sé e senza ma, conducendo uno scontro ben più acceso di quello tra no-vax e pro-vax. La logica di fondo suona più o meno così: c’è un aggressore e un aggredito, e persino un cretino capirebbe da che parte stare, perché è ovvio. Ed in parte forse è anche così, peccato che vi sia altro di cui tener conto. Come ha ben argomentato Francesco Fronterotta sul Riformista, la storia (come materia di studio) esiste per capire le cause di qualcosa, così come il dibattito ci aiuta a ragionare sulle parti coinvolte in un evento. Invece, ciò che accade, è che si sovrappongano due parole con significati diversi, come sono spiegare e giustificare, che in questa vicenda vengono usate alla stregua di sinonimi, com’è stato negli anni per favola e fiaba. Quest’ultima è priva di morale, mentre la prima deve alla morale stessa la sua genesi.

E purtroppo, operare dei distinguo non ha salvato dalle liste di proscrizione insigni intellettuali e studiosi, da Luciano Canfora a Lucio Caracciolo. Il primo accusato a vario titolo di essere un comunista filoputinista, una sorta di ossimoro vivente, mentre il direttore di Limes, nota rivista di geopolitica, ha osato sostenere che quella attuale sia una guerra per procura. Ed in quest’ultimo caso è interessante notare come l’onta per aver sollevato un simile dubbio non abbia scalfito Dario Fabbri, che dagli studi di La7 conduce Mentana e il suo pubblico nel mondo geopolitico e che sul primo numero di Domino ha scritto: “Di nuovo alla testa di un compatto fronte occidentale, in Ucraina gli Stati Uniti stanno stravincendo la guerra per procura”. Sarà anche Fabbri al soldo di Mosca? Già, perché la ricerca di chi cerca di spiegare ha condotto il Copasir a investigare sugli ospiti dei Talk Show, sempre che la Rai non li cancelli prima, risolvendo così il problema alla radice. Non che sulle altre reti il dibattito sia più pacato e le ipotesi di cura più sobrie, anzi, come ben dimostra lo scambio tra Scurati e Feltri, ormai dialogare pubblicamente in modo pacato della guerra in Ucraina è pressoché impossibile.

Eppure, cercare di capire, darsi un metodo per indagare i fenomeni del mondo rappresenterebbe il fondamento dell’illuminismo e ciò che l’ha distinto dalla fede e dalle altre forme di credenze dogmatiche. Perché ora non è più così? Forse perché di fatto, ci piaccia o meno, l’Ue è in guerra così come lo sono gli Stati Uniti e quindi, una volta operata la scelta di campo, diventa impossibile leggere il conflitto da una diversa angolatura, poiché vi si è coinvolti mente e corpo. E quando viene meno la distinzione tra il soggetto e l’oggetto di studio, cessa di conseguenza ogni analisi metodica; d’altronde, in guerra la comunicazione è questa, nulla di cui stupirsi. Salvo per il fatto che una vera voce unica, almeno in Europa, non è ancora pervenuta, anzi, regna ancora il caos e le posizioni di mediazione, seppur vi sia una guerra e sia stata presa una posizione netta. Se vi è quindi una convergenza su chi condannare per la guerra, come potrebbe fare da sé qualunque cretino, restano molti dubbi sulle strategie e gli obiettivi da perseguire, nonché sulle modalità d’azione dell’Ue: anche se di questi temi e sul ruolo di storici e studiosi di geopolitica, è meglio non parlare, almeno ad alta voce e in pubblico. Beata democrazia.

In breve

Di conseguenza, siamo davvero consapevoli di che cosa implicano le scelte circa questo conflitto e di come ci stiano modificando? È fantastico difendere i principi di libertà e democrazie, ma saremo pronti e maturi a patire anche lacrime e sangue, quando verrà il momento? Siamo consapevoli che è ancora possibile che nonostante tutto la Russia vinca il conflitto, e che cosa succederà alle sanzioni? Resteranno? E come faremo a riaprirci al diverso in un clima da caccia alle streghe com’è quello attuale? A questi interrogativi dovremo saper rispondere molto presto, perché avere la botte piena e la moglie ubriaca non sarà di certo possibile e c’è pure il rischio che alla fine non riusciremo neppure ad ottenere nessuna delle due.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci

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