L’ottimismo per i conti pubblici italiani nasconde l’attuale recessione

La guerra in Ucraina, la crisi energetica e i ritardi sugli investimenti del Pnrr riducono drasticamente le speranze per la crescita del Pil italiano sia per 2022, sia per il 2023. Le previsione formulate nel Def, infatti, si focalizzano principalmente sulle scenario meno nefasto, nonostante l’Upb e le principali istituzioni del mondo economico pongano invece l’accento sull’incertezza del momento.

5 min di lettura

Nessun governo italiano dirà mai che pagare più tasse sia un bene, oppure che l’andamento delle finanze pubbliche, negative o positive che siano, derivi da scelte politiche infelici oppure da fattori congiunturali che nulla hanno a che vedere con la lungimiranza programmatica e la visione di qualche capo partito. D’altronde la politica è anche questo: dissimulare le sconfitte ed esaltare l’uovo di Colombo di turno come se fosse una propria creatura, peccato che prima o poi i nodi vengono al pettine.

La ripresa economica nel 2021

Ne sa qualcosa l’attuale esecutivo, che nel 2021 ha potuto vantare una forte ripresa economica, ma che ora fatica ad ammettere lo scenario, tutt’altro che roseo, che ci si prospetta. Le roboanti dichiarazioni di fine 2021, quando nonostante l’ascesa dell’inflazione e del gas, ci si crogiolava in lucidi sogni in cui la crescita era stimata al 4,7%, hanno finalmente lasciato il posto a quanto già da mesi andavano dicendo le agenzie di rating, le banche centrali, il fondo monetario internazionale e persino Confindustria: l’Italia crescerà molto meno di quanto previsto, anzi, al netto della spinta del 2021, saremo in recessione. Nel 2022 la crescita attesa sarà del 2,9%, mentre per il 2023 si assisterà al 2,3%.

Fonte: Ufficio Parlamentare di Bilancio https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2022/04/Audizione-UPB-DEF-2022.pdf#page=28

E alla luce di questi dati, per essere più corretti, visto che a alla recessione si accompagna un’inflazione in costante ascesa, sarebbe più opportuno parlare di stagflazione. Ma si sa, in politica, come in economia, le parole generano aspettative ed influenzano i comportamenti, quindi mai dire come stanno davvero le cose e quando si può meglio negare anche l’evidenza.  

Un esempio? La crescita miracolosa del 2021 non è tutta farina del sacco del Ministro dell’Economia, è stata determinata soprattutto da contingenze; prima fra tutte l’avvento dei vaccini, i quali hanno permesso maggiori riaperture e quindi un rimbalzo fisiologico del sistema economico e produttivo. A ciò si sono sommate altri assi nella manica, come il rallentamento nell’assunzione del personale che avrebbe dovuto prendere il posto di coloro che hanno usufruito di quota100 (i concorsi erano bloccati a causa del Covid), oppure le performance del mercato finanziario del 2020, che hanno generato prelievi di importo maggiore rispetto all’anno precedente.

Ma come ogni evento eccezionale che si rispetti, anche i risultati del 2021 sembrano essere destinati a non ripetersi. Secondo quanto riportato dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani: “nonostante la overperformance delle entrate continue (anche se solo in parte) nel 2022, le spese sono state riviste pesantemente verso l’alto: (i) perché i risparmi di spesa nel 2021 erano o di natura intrinsecamente temporanea (il sopracitato” rallentamento delle procedure concorsuali) o erano legati al ciclo economico, rivisto al ribasso per il 2022; (ii) per l’ effetto dei tre decreti-legge introdotti nel 2022 per contenere l’impatto dell’aumento delle materie; (iii) per la revisione nei tempi previsti di alcune spese del PNRR; e (iv) per la maggiore spesa per interessi passivi principalmente imputabile alle previsioni aggiornate per l’inflazione”.

Tradotto, il 2021 ha beneficiato di eccezionalità che difficilmente si riproporranno nel 2022, salvo quelle che si potranno occultare senza troppa difficoltà, come l’incremento della pressione fiscale. Nel 2018 era pari al 41,9%, è poi cresciuta nel 2019, al 42,4%, nel 2020, al 42,8%, ed infine nel 2021, al 43,5%, in altre parole, benché a voce si dica che le tasse siano sempre da ridurre, nei fatti questo risulta vero solo per alcune aliquote, non certamente per tutte e il risultato complessivo tende verso l’incremento.

Si sottovalutano ancora i Cigni Neri

Ed a guardar bene dentro le pagine del DEF (Documento di Economia e Finanza) il governo stima i rischi connessi all’attuale invasione da parte della Russia, ma ciò nonostante, sceglie i valori tendenziali e programmatici del Pil più alti della forchetta generati dalle analisi, lasciando così intendere un incauto ottimismo. L’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio; ovvero un ente indipendente che analizza i conti pubblici), ha invece evidenziato come un protrarsi della guerra finirebbe per costare un punto percentuale di Pil nel solo 2022 e mezzo nel 2023. Per l’Upb “Lo scenario base della previsione del DEF sconta una risoluzione del conflitto in tempi relativamente brevi che, al momento, appaiono tuttavia molto aleatori”. E, nel caso in cui si verificasse lo scenario peggiore, “L’economia italiana sarebbe tra le più colpite da questo shock e il PIL subirebbe una contrazione addizionale di circa un punto e mezzo percentuale nel complesso del biennio. Contemporaneamente si assisterebbe a più marcati incrementi dei prezzi al consumo, per circa 2,5 punti percentuali cumulati nel 2022-23 nel caso dell’Italia”.

E non tutti se lo ricordano, ma nel 2020 il Pil italiano crollò del 8,9%, mentre l’anno scorso è sì cresciuto molto, ma pur sempre del 6,6%, di conseguenza il divario rispetto al pre-Covid c’è ancora. Per questo gli scenari di rischio presenti nel DEF sarebbero da prendere in considerazione nella loro accezione più negativa. Se dovesse continuare l’impennata dei prezzi energetici si assisterebbe a un calo dello 0,8% del Pil, rispetto al piano tendenziale, nel solo 2022 e di 1,1% nel 2023. Il secondo scenario elaborato, ben più nefasto del primo, immagina un’Europa dove sia difficile reperire il gas e dove gli accordi che l’attuale governo ha ora avviato per rimpiazzare i gasdotti di Mosca non vadano tutti in porto. Ed in questo caso la caduta del Pil sarebbe pari al 2,3% nel 2022 e dell’1,9% nel 2023, con, rispettivamente, un tasso d’occupazione più basso dell’1,3% e del 1,2%. In altre parole, in questo secondo scenario la crescita reale, nel 2022, sarebbe pari allo 0,6 per cento e nel 2023 al 0,4 per cento. E, come riporta il DEF stesso “Giacché il 2022 eredita 2,3 punti percentuali di crescita dal 2021, la crescita del PIL nel corso del 2022 sarebbe nettamente negativa, mentre il deflatore dei consumi crescerebbe del 7,6 per cento”.

Se questo secondo scenario dovesse verificarsi si avrebbe una recessione, non più tecnica (com’è quella prevista oggi), ma reale, alla quale si accompagna un’inflazione ormai superiore al 2% nella componente di fondo, e superiore al 6,7% per quanto riguarda l’indice nazionale. Vista la gravità scenario c’è da sperare che l’Italia e l’Europa si stiano muovendo al meglio per sostituire il gas russo o quanto meno prima di vare ulteriori sanzioni. Ma è davvero così?

Perché sostituire il gas ci costerà caro

Ad oggi l’Italia importa dalla Russia 29 miliardi di metri cubi di gas e per questo il governo Draghi, grazie all’azione congiunta del Mite e della Farnesina, vorrebbe sottrarsi dalla dipendenza di Mosca sostituendola con quella di sei differenti Paesi; per inciso, tutte democrazie di “ferro“, a partire dall’Egitto (dal quale importeremo 3 mld di metri cubi in più). Seguono poi, l’Angola e il Congo (con 6 mld, entro 2023), il Qatar (con 3 mld di GNL), l’Azerbaijan (con 10 mld dal TAP) e infine l’Algeria (con 9 mld entro il 2024). Su quest’ultima le perplessità sono molte, non solo per via del fatto che l’Algeria dovrebbe incrementare del 50% le proprie esportazioni verso l’Italia, ma perché il governo di Algeri sfrutta il gas come strumento di mediazione tra il potere detenuto dalle élite e il popolo che controllano; di conseguenza è difficile prevedere se e come verranno rispettati i contratti di fornitura nei confronti dell’estero.

Potranno anche sembrare questioni di lana caprina, ma in realtà è vero il contrario, perché stringere una partnership energetica per l’importazione di gas, soprattutto mediante gasdotti, è ben più complesso rispetto a comprare petrolio da un qualsiasi impianto offshore. Come racconta Francesco Sassi (ricercatore in geopolitica e mercati energetici presso il centro RIE), in un articolo a firma di Enrico Mingori uscito sul settimanale TPI, “il gas necessita di infrastrutture che sono molto costose e legano il Paese importatore e quello esportatore nel lungo periodo”. Alla luce di questo dettaglio, che pare sin da subito in antitesi rispetto agli impegni nella riduzione dell’energia fossile presi a Glasgow (infatti, si sostituirebbero i 29 mld di metri cubi russi con i 32 mld provenienti da questi 6 Paesi), è evidente che instaurare rapporti di lungo corso con “democrature”, e talvolta veri e propri regimi, espone il nostro Paese allo stesso problema etico d’oggi. Senza considerare poi che al momento nessuno di questi sostituti riuscirà ad incrementare nell’immediato le proprie esportazioni e che quindi prima di 18 mesi (come ha sostenuto lo stesso Cingolani, che inizialmente parlò addirittura di 24) sarà difficile dire addio a Gazprom; a meno che non si accettino pesanti razionamenti energetici.

Le criticità che nessuno vuole vedere

Tenuto conto della difficile sostituzione del gas russo, almeno nell’immediato, e dell’incertezza legata alla durata del conflitto in Ucraina, è difficile restare sereni. Dopo tutto, tali scenari non considerano con la dovuta attenzione i rallentamenti nei lavori parlamentari che riguardano le Riforme richieste dal Pnrr e le difficoltà che quest’ultimo sconta soprattutto dal lato dell’attuazione. A conti fatti, come riportato da Pagella Politica, Il Sole 24 Ore e l’Upb, “l’anno scorso è stato dunque speso il 37,2 per cento di quanto preventivato: circa 2,5 miliardi di euro sono andati in progetti ferroviari, circa 1,2 miliardi di euro ai bonus edilizi, 990 milioni di euro a Transizione 4.0, un programma di incentivi per le aziende, e 395 milioni di euro per l’edilizia scolastica”. Di questo passo alla stagflazione si potrebbe aggiungere il problema della spesa dei fondi legati al Pnrr.

Il motivo per cui tutto questo passa sotto traccia è da ricercarsi non solo nell’ambito politico, in cui ammettere un problema equivale ad innescare una crisi di governo, ma anche nelle regole delle istituzioni pubbliche. D’altronde, dare per probabile lo scenario peggiore (quello recessivo) potrebbe facilmente condurre a un aumento degli interessi sulla parte del debito finanziata sul mercato. Di fatto l’Italia è ostaggio del proprio debito pubblico, che si sta riducendo, ma lentamente rispetto all’aumento vertiginoso della prima ondata Covid.

Il problema di fondo è che l’ottimismo con cui si sta affrontando il presente, e soprattutto si guarda al futuro a noi più prossimo rischia di allontanarsi dalla cruda verità in cui purtroppo la pandemia e la crisi ucraina ci hanno trascinati. E se continuare a parlare di crescita al 4,7%, anche a gennaio e febbraio, sulla spinta dei risultati del 2021, è stato un atto di sicurezza risibile, prevedere una guerra di breve durata e la possibilità di fare a meno del gas russo in una manciata di mesi, rischia di trasformarsi in una tragedia. Un atto paragonabile a quello dell’orchestra che suona mentre il Titanic affonda.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

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