I soldi non fanno i vincitori: occorre una strategia

Come l’industria bellica influenza le decisioni politiche

4 min di lettura

Correva l’anno 1961 quando il 34esimo Presidente americano, Dwight D. Eisenhower, pronunciò le seguenti parole: “Nel governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare….in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Ed oggi, a 60 anni di distanza, è difficile non intravederne il valore profetico e l’influenza che il comparto militare continua ad esercitare sulle democrazie di tutto il mondo.

Il mercato delle armi

Secondo i dati pubblicati da Sipri (l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma), nel 2020 gli Stati Uniti hanno speso ben 778 mld di dollari in difesa (equivalenti al 3,52% del Pil americano), seguiti dalla Cina (252 mld), dall’India (72,9 mld) e dalla Russia (61,7 mld). Nel complesso, i 10 Paesi che nel 2020 hanno speso di più in difesa coprono il 75% dell’intero mercato d’armi del mondo, ed hanno investito complessivamente 1.482 mld di dollari. E a beneficiare maggiormente di questo importo sono state Lockheed Martin Corp., Boeing, Raytheon Technologiese, Northrop Grumman e General Dynamics: ovvero, le 5 più importanti aziende produttrici d’armi al mondo. Neanche a dirlo, sono tutte americane e nell’insieme formano un oligopolio arginato solo dal lavoro degli enti federali. La Lockheed Martin Corp., ad esempio, qualche mese fa era in procinto di acquisire la Aerojet Rocketdyn, quando la US Trade Federal Commission (TFC) è intervenuta per fermare l’affare. La TFC ha motivato il suo intervento con la necessità di preservare quel poco di competitività di cui ancora dispone il mercato delle armi americano. Con l’acquisto della Aerojet Rocketdyn, infatti, si sarebbe ridotto ulteriormente il numero di aziende attive nel settore, comportando un aumento di spese per i contribuenti americani, così come riportato dal Financial Times e dalla Senatrice Elizabeth Warren; la quale ha aggiunto “ondate di attività di fusione e di consolidamento hanno trasformato l’industria della difesa della nazione da un mercato competitivo con oltre 50 aziende a un oligopolio di soli 5 grandi rivali. Di fatto, dal 1961, data del discorso di Eisenhower, ad oggi, il mercato degli armamenti americano si è letteralmente trasformato in un circolo per pochi eletti.

E dove finiscono la maggior parte delle armi prodotte? Da soli, gli States guidano saldamente la classifica dei 10 più grandi esportatori d’armi al mondo (e dal 2017), con una quota pari 39% dell’intera torta, e a comprare è la Nato e chiunque voglia muovere guerra e non abbia contrasti con la patria delle libertà a stelle e strisce. Numeri alla mano, dal 2015 ad oggi, l’Ue ha investito 1.510 mld di dollari in armamenti, mentre la Russia 414 mld. E all’interno dell’Ue, chi spende di più in esercito è la Grecia, col 3,82 del Pil (pari a 723 mln$), ma se guardiamo il valore monetario, cioè i miliardi davvero spesi, è facile rendersi conto come la classifichi la guidino alla pari la Francia (2,1% del Pil, pari a 52,7 miliardi di dollari) e la Germania (1,38% del Pil, pari a 52,8 mld$), seconde solo al Regno Unito (col 2,29% del Pil, pari a 59,2 mld$), che però oggi figura fuori dall’Europa, pur restando sempre all’interno del perimetro della Nato. E bastano questi pochi numeri per trarre almeno due considerazioni. La prima è che falso sostenere che l’Ue abbia destinato pochi miliardi alla difesa, anzi, ha speso 3,5 volte in più dell’intera Russia (nel periodo che va dal 2015 ad oggi). Secondo, che lo standard del 2% del Pil per la difesa, fissato dalla Nato, è un traguardo importante, ma che non fotografa efficacemente i miliardi spesi dai singoli Paesi. In altre parole, lo sforzo che ogni governo compie in rapporto al Pil è lo stesso, ovvero 2%, ma i miliardi spesi sono di ben altra entità, basti guardare ai milioni di euro spesi dalla Grecia contro i miliardi degli altri Paesi dell’Ue.

Che fine fanno i soldi europei?

L’Europa spende miliardi in armamenti, ma a conti fatti si ritrova con un esercito frammentato e tecnologicamente arretrato. È come se dalla montagna di soldi europei fuoriuscisse sempre un topolino. Nel dettaglio, su La Verità, in un articolo a firma di Claudio Antonelli, vengono riportate le voci di spesa dell’esercito italiano ed è subito evidente che immettere altri denari nell’apparato militare non sia di per sé sufficiente, occorre infatti pensare strategicamente e saper spendere. “Secondo prassi Nato – scrive Antonelli – metà del budget (per la difesa) dovrebbe andare al personale, il 25% alle spese di esercizio, manutenzione e addestramento, il rimanente 25% per l’innovazione tecnologica. Nel nostro caso (in Italia), il 70% se ne va in personale (che include caserme e pensioni), il rimanente è suddiviso sulla parte operativa”. Ma il caso italiano non è l’unico in cui si presentano disfunzionalità ed inefficienze. La Germania, ad esempio, ha sì deciso di destinare 100 mld di euro alla difesa (oltre al 2% del Pil annuno), ma si ritrova con arsenale così antiquato da dover correre ai ripari senza se e senza ma. Scholz, infatti, ha deciso di sostituire i Tornado con gli F-35, i quali possono trasportare testate nucleari, e di acquistare gli Eurofighter Typhoon, nati da un consorzio che vede partecipare insieme UK, Spagna e Italia. Peccato che la Germania fosse già impegnata con la Spagna e la Francia nel Future Combat Air System (FCAS), che a sua volta coinvolge l’azienda Airbus e che nel 2040 dovrebbe sfornare il nuovo caccia europei. Ma la guerra incombe e quindi gli accordi saltano mettendo a nudo la fragilità che accomuna i singoli Paesi della zona Ue. E a tal proposito, Claudia Major, del German Institute for International Security Affari, ha detto, al Financial Times, che “Fin dall’inizio [FCAS] è stato l’esempio della difficile cooperazione industriale europea, della sfiducia e di tutti coloro che cercano di difendere il proprio interesse industriale.

Di fatto quel che manca in Europa è una politica che sappia sfruttare decentemente due dei principi cardine dell’economia aziendale: le economie di scala e quelle del raggio d’azione. La prima ci dice che all’aumentare della capacità produttiva seguirà un calo dei costi unitari di produzione; tradotto, a un’azienda costa molto di più produrre un’auto personalizzata (come una Pagani), invece di una 500 (di cui magari ne vengono realizzati milioni di esemplari). L’economia del raggio d’azione, invece, ci dice che il costo per produrre due oggetti che condividono il medesimo processo di fabbricazione è inferiore a quello che dovremmo sostenere per produrli singolarmente. In breve, se l’acciaio di cui necessitano carrarmati e aerei proviene dalla medesima acciaieria, questo sarà un vantaggio rispetto alle costruzioni di tante piccole acciaierie sparse in tutta Europa per altrettante fabbriche d’armi. In entrambi i principi economici vi è del buon senso, mentre nell’agire dei singoli Paesi europei emerge principalmente la paura e la necessità di proteggere sé stessi (ed i propri interessi).

Sarebbe sufficiente frammentare il mercato delle armi quel tanto che basta per bilanciare tra di loro costi e potere delle aziende, barattando un costo produttivo maggiore per una riduzione del rischio di creare oligopoli (com’è invece accaduto negli States). Ed inoltre, sarebbe opportuno creare delle strutture di difesa comuni per migliorare la coordinazione e l’efficienza dell’arsenale bellico europeo, ma al momento tutto questo è letteralmente fantapolitica. Tra l’altro, tali problemi gestionali si stanno ora accompagnando a un rinnovato entusiamo del mercato finanziario per la guerra, tanto che le armi sono oggi diventate improvvisamente sostenibili.

Gli Esg e le armi stringono un’alleanza contro il pianeta

Da qualche tempo a Wall Street il vento è cambiato, gli investitori hanno compreso che le loro scelte finanziarie hanno un impatto sul futuro del pianeta e che dare soldi ad aziende del fossile e di tutti quei comparti che minacciano la specie umana risulti insensato sia sul breve che sul medio-lungo periodo. Per questo sono nati gli Esg (Environmental, Social, Governance), dei prodotti finanziari che dovrebbero tener conto degli standard ambientali, di quelli sociali e in generale di una corretta governance, abbandonando così quella strada di avidità intrapresa mezzo secolo fa con Milton Friedman. Sulla carta sembrava filare tutto liscio e Wall Street pareva aver sviluppato una coscienza, ma oggi, analizzando nel dettaglio gli Esg, ci si rende conto che il concetto di “sostenibilità” può essere storpiato così tanto da farci rientrare dentro persino l’industria bellica.

D’altronde i soldi sono pur sempre soldi, e di fronte agli incrementi delle azioni del settore militare è difficile restare impassibili sui propri principi. Numeri alla mano, le azioni dell’azienda italiana Leonardo (al tredicesimo posto tra le aziende produttrici d’armi al mondo) sono passate dai 6,08€ ad azione del 7 di febbraio scorso, ai 9,35€ di oggi, ed un balzo simile l’hanno registrato anche la francese Thales (+47,9%), la britannica Bea Systems (+33,2%) ed ovviamente l’americana Lockheed Martin Corp. che è passata dai 387$ ad azione di febbraio, agli attuali 447$. Il mercato delle armi è oggi talmente redditizio che persino la banca svedese Seb, che neanche un anno fa aveva dismesso tutti i suoi investimenti in armi, ha deciso di consentire (dal 1° aprile) a 6 fondi di tornare a puntare sulla difesa. E solo un anno fa, l’Ue voleva etichettare l’industria militare come dannosa, mentre oggi le carte in tavola sono già cambiate.

Su La Stampa, in un articolo a firma di Fabrizio Goria, il direttore commerciale di AcomeA Sgr, Matteo Serio, suggerisce come in “un futuro prossimo in cui il concetto di sostenibilità rifletterà anche una prospettiva di contributo alla sicurezza nazionale in senso più ampio, con implicazioni ad oggi non scontate”. E Goria stesso ha poi esplicitato meglio il concetto: Nel mondo Esg 2.0 il focus non è più sul settore “buono” o meno, sottolinea il manager di AcomA, bensì sulla singola azienda, sulla propria politica d’impresa atta, per esempio, a contenere gli sprechi energetici o a includere procedure di svolgimento delle attività che abbiano ricadute positive sul contesto locale”. Tutto questo significa che la geopolitica ha ormai preso il sopravvento anche in quei settori della finanza, che per marketing o ideali, cercavano di traghettare il mondo altrove rispetto al passato, e così il mondo degli Esg sta oggi investendo in energie fossili ed armi.

Per Wall Street tutto questo è routine, visto che in un passato recente la quotazione di Aramco aveva già ristabilito i rapporti di forza rispetto alle economie della Silicon Valley. Tuttavia, qui il problema non è solo di natura economica, ma politica, poiché investire miliardi di euro in armi e fossile potrebbe anche risultare efficace a una situazione contingente, com’è quella della guerra Russo-Ucraina, ma l’assenza di una strategia e di una coordinazione europea è pericoloso. In Europa, a differenza degli Usa (che pur sempre sono un aggregato di Stati federali accomunati da moneta e legge condivisa – come in Ue), manca totalmente una visione strategica. E l’attuale impiego di risorse monetarie, che potrebbero sostenere il welfare e la crescita, vengono qui dissipate in tanti micro-eserciti, non coordinati e numericamente inferiori rispetto alle grandi minacce del presente. Tra l’altro, l’Ue sta già impiegando nella difesa (complessivamente) più risorse della Russia e della Cina, ma non riesce a conseguire gli stessi risultati.

E ad oggi purtroppo non c’è solo il rischio che l’industria militare continui ad esercitare la sua influenza sui singoli Stati (europei e non), così come profetizzato da Eisenhower 60 anni fa, ma per di più si sta facendo largo anche il ritorno agli Stati nazione, i quali agiscono soddisfando le proprie paure, senza alcun coordinamento e/o strategia di lungo periodo che preservi l’unico interesse davvero comune a tutti: la pace.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

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