Palla tra due fuochi

Inflazione, energia e banche centrali: che cosa ci raccontano i dati e quale sarà la direzione futura della Bce?

3 min di lettura

I prezzi corrono veloci, come mai siamo stati abituati negli ultimi vent’anni. Le ultime rilevazioni Eurostat mostrano una tendenza allarmante per l’inflazione di Eurolandia. Come si può facilmente notare dall’immagine, l’inflazione di Eurolandia è salita a marzo al 7,5% rispetto all’anno precedente, dal già elevato 5,9% di febbraio. In parole povere, ciò significa che in media, un prodotto che a marzo 2021 costava 100 euro, lo scorso mese è costato 107,5 euro. Un aumento molto alto che ha come effetto la chiara perdita di potere d’acquisto delle famiglie, visto che l’aumento dei prezzi sulle merci non ha avuto un corrispondente aumento dei salari dei consumatori. Perché questo? Perché prendendo come costante la domanda di prodotti da parte dei cittadini, cioè la quantità di merce domandata (anche se in realtà anch’essa è in progressivo aumento rispetto ai periodi pandemia), è solamente il lato dell’offerta che ha subito un incremento violento dei prezzi: infatti, oggi, non si produce di più con la necessità di maggiore manodopera e il conseguente aumento degli stipendi, ma sono solamente aumentati i costi per produrre gli stessi prodotti di prima e così, per ottenere un profitto, i produttori hanno aumentato i prezzi che pesano sul consumatore finale.

L’ultimo paragrafo ha messo in luce, come l’inflazione può essere buona o cattiva a seconda che i prezzi colpiscano la domanda dei beni (buona) o l’offerta degli stessi (cattiva).

Fortunatamente (si fa per dire), Standard and Poors riferisce che nonostante l’aumento dei prezzi, il risparmio acquisito durante la pandemia ha reso, per il momento, meno pesanti gli effetti del caro prezzi. Per l’agezia di rating “Le questioni relative alla catena di approvvigionamento sono più rilevanti in Europa che negli Stati Uniti. L’economia ha mostrato un buon slancio sulla scia della variante omicron. La domanda e la fiducia sono ancora relativamente forti, sebbene quest’ultima sia diminuita dall’invasione russa. Il risparmio in eccesso accumulato durante la pandemia fornisce alle famiglie ammortizzatori temporanei all’attuale shock dei prezzi.” E sul fronte inflazione continua: “Prevediamo che la Bce si muoverà verso la fine del 2022 e manterrà il tasso di riferimento al di sotto della neutralità (1,50%) fino alla metà del 2024. La normalizzazione del bilancio non inizierà prima del 2024 e comporterà un’azione passiva sotto forma di non rinnovo di obbligazioni in scadenza.” In breve, l’agenzia di rating crede che la BCE non frenerà come in USA la politica monetaria accomodante per evitare un freno troppo rapido e pericoloso per il ricorso al credito. Infatti, se il costo del denaro venisse aumentato per frenare l’inflazione, andrebbe da sé che anche il costo dei mutui e dei prestiti subirebbe dei rincari e in un’area economia come Eurolandia, che è appena uscita da una crisi economia senza precedente causa pandemia e che si appresta ad affrontarne un’altra sul piano geopolitico, sarebbe opportuno non andarci con i piedi di piombo. Soprattutto se si pensa che questo shock dei prezzi proviene più da una crisi dell’offerta che da un’esplosione della domanda.

Ad ogni modo, l’inflazione core in Europa a marzo ha raggiunto il 2,7%, un livello che supera di molto il classico target UE dell’appena sotto il 2% che ultimamente è stato modificato come raggiungimento nel medio periodo. Su questo fronte, la presidente Lagarde è stata molto chiara, come riporta il sole24ore: “Siamo pronti a reagire a una serie di scenari e il corso che seguiremo dipenderà dai dati in arrivo. In particolare, se i dati in arrivo supporteranno l’aspettativa che le prospettive di inflazione a medio termine non si indeboliranno anche dopo la fine dei nostri acquisti netti di attività, concluderemo gli acquisti netti nell’ambito del programma di acquisto di attività nel terzo trimestre. Ma se le prospettive di inflazione a medio termine dovessero cambiare e se le condizioni di finanziamento diventano incoerenti con ulteriori progressi verso il nostro obiettivo del 2%, siamo pronti a rivedere il nostro programma per gli acquisti netti di attività in termini di dimensioni e/o durata”. In poche parole, è ancora presto per cambiare rotta, ma non è troppo tardi per entrare in acque inesplorate. E ciò dipenderà soprattutto dall’evolversi della crisi del conflitto in Ucraina, che allo stato attuale non tende a diminuire con la conseguente incapacità di prevedere come e quando i prezzi delle materie prime inizieranno finalmente a calare. Il forte incremento quest’ultimi è quasi tutto legato all’energia, che ha registrato un rincaro del 44,7%, dal 32% del mese precedente. L’aumento mensile è stato del 12,5%. Tutte le componenti hanno registrato, però, accelerazioni dei prezzi e i tassi di crescita sono tutti al di sopra dell’obiettivo Bce. I prezzi dei beni industriali, ad esempio, (energia esclusa) sono aumentati del 3,4%, rispetto al 3,1% di febbraio (+2,5% su base mensile); mentre quelli dei servizi sono saliti del 2,7%, sempre rispetto al 2,5% di febbraio (+0,4% su base mensile).

E anche se l’estate, soprattutto in tempi di riscaldamento climatico, è alle porte, il problema non è affatto eliminato. L’Europa non sarà autonoma dalle materie prime energetiche per lungo tempo e gli accordi commerciali in tal senso, paralleli ad investimenti sull’economia verde nel medio periodo, sono necessari per poter evitare una stagflazione duratura (la situazione economica in cui i prezzi aumentato ma la produzione collassa).

Alcune mosse geopolitiche si stanno già palesando agli occhi del mercato. Da un lato abbiamo la Russia che vedendosi sbattere le porte in faccia al proprio gas sta ora stipulando accordi con l’India del primo ministro Modi. Dall’altro lato, invece, abbiamo l’occidente, con gli USA in testa che, come riporta Fubini sul Corriere della sera, sono stretti tra due fuochi: le sanzioni contro la Russia stanno aprendo nuove rotte del petrolio che tagliano fuori le economie ricche. E di ciè se n’è avuto conferma negli ultimi giorni, quando l’Iran ha iniziato ad alzare sempre di più il prezzo con gli USA affinchè si porti ad un aumento del greggio di cui Biden ha bisogno. In America, infatti, il gasolio è al massimo storico e le elezioni di metà mandato non sono così lontane. Occorre poi ricordare che l’Iran è oggi sotto sanzioni a causa del proprio programma nucleare e fiutando la debolezza americana, Teheran sta ora alzando la posta in palio, chiedendo, tra le altre cose, di togliere la Guardia rivoluzionaria islamica — una forza armata di Stato — dalla lista delle organizzazioni terroristiche (lì dove l’aveva confinata Donald Trump nel 2019). Ora Biden esita, perché qualunque concessione finirebbe per sottoporlo ad un attacco interno, proprio in vista delle elezioni di midterm. Si spiega anche così il motivo per cui la Casa Bianca abbia appena deciso di rilasciare una quantità senza precedenti di riserve strategiche di greggio per calmierare i prezzi.

In sintesi, la guerra del petrolio è appena cominciata e l’occidente si ritrova tra la morsa dell’inflazione e della carenza delle materie prime, vittima della sua debolezza più grande, mentre il mondo emergente, consapevole dell’opportunità di poter diventare giocatore chiave della partita, non si lascerà sicuramente scappare l’occasione di influenzare il futuro dell’economia mondiale. Il tempo, purtroppo, non gioca più dalla nostra parte.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci

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