Litigi e fake-news sulla delega fiscale

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Con l’avvento dei partiti antisistema c’era chi diceva che destra e sinistra rappresentassero etichette di foggia politica ormai prive d’attinenza col presente, dei sarcofagi svuotati di ogni contenuto ideologico. E l’attuale governo Draghi, ivi compresi i due che lo hanno preceduto, erano, agli occhi dei fautori di questa dottrina, la prova più lampante del superamento di tali etichetti politiche. Poi è arrivato il Pnrr con le sue riforme e la musica è cambiata all’improvviso, rendendo attuale proprio l’eterna spaccatura tra chi vuole politiche economiche di destra e chi invece ne propone di sinistra.

È infatti il voto della legge delega sulla riforma fiscale a riesumare i blocchi della seconda Repubblica, con la destra che si esprime compatta contro la revisione del catasto, mentre il centro sinistra allargato appoggia l’operato del governo, e già qui emergono le prime schizofrenie. Sì, perché in realtà nell’attuale governo ci sono quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, fatta eccezione per l’opposizione di FdI, e quindi l’idea che i ministri della Lega e di Forza Italia si siano schierati contro la decisione presa in Consiglio, dove tra l’altro siedono ministri di questi partiti, dimostra una certa ambiguità. Ambiguità che aumenta man mano ci si addentra nella materia, perché la famosa “riforma del catasto” è in realtà solo una parte di un più ampio ventaglio di articoli, ben 10, tutti in materia fiscale e che coinvolgono l’IRES, l’IRAP e quasi ogni aspetto che coinvolga le imposte. E per essere più precisi, l’articolo 6, che è proprio quello che la destra ha cercato di sopprimere, non prevede nessun incremento d’imposta. Lo stesso Draghi ha di recente affermato che «La mappatura degli immobili non ci serve per aumentare le tasse, ma per capire lo stato del patrimonio immobiliare» e inoltre, «nessuno pagherà più tasse». L’idea del governo è quella di capire lo stato del patrimonio immobiliare italiano e poi semmai, solo dal 2026 in poi, lasciare al governo che sarà in carica la possibilità, per ora tassativamente esclusa, di aggiornare le rendite al valore reale del nuovo catasto.

Nei fatti l’articolo 6 persegue obiettivi di buon senso. Il primo, ad esempio, è quello di rintracciare quel 1.200.000 immobili fantasmi (Brunetta sul Il Foglio, ne stima 2,1 mln), di fatto abusivi, che a oggi sono stati individuati grazie alle fotografie aeree e che non pagano alcuna imposta, oltre a violare la legge. In secondo luogo, l’articolo 6 prevede che coloro che abbiano in custodia edifici d’interesse storico o artistico possano beneficiare di una riduzione del valore patrimoniale medio ordinario, in sostanza che paghino meno in virtù degli alti costi di manutenzione al quale gli immobili di loro proprietà sono soggetti. E fin qui l’accordo politico sembrava essere bipartisan, ma è sul terzo obiettivo che si sono scontrate le opposte visioni partitiche in materia fiscale, perché l’articolo 6 vuole fornire, a Comuni e ad Agenzia delle Entrate, degli strumenti per facilitare il classamento degli immobili. Tradotto, attribuire agli immobili censiti un valore patrimoniale, e di conseguenza una rendita, attualizzata e legata ai reali valori di mercato. Ma è davvero necessario? Secondo Giuseppe Pisauro sì, e su Domani ha ricordato come “L’attuale catasto, l’ultima revisione risale al 1990, dà un’immagine distorta del valore del patrimonio immobiliare non solo in termini assoluti (le rendite catastali sono molto inferiori ai valori di mercato: l’Agenzia delle entrate stima un valore di mercato medio di 190.000 euro contro un valore imponibile di 101.000 euro) ma, ciò che è più rilevante, anche in termini relativi.”. Di fatto il paradosso è che magari chi possiede una soffitta in centro, oggi ristrutturata e messa a rendita, paghi di meno rispetto a chi vive in un appartamento in periferia. Occorre poi ricordare almeno due storture che coinvolgono il patrimonio immobiliare italiano. La prima, come ricorda Pisauro, è che “l’esclusione indiscriminata della prima casa dall’Imu che produce il bizzarro risultato per cui i servizi dei comuni sono finanziati solo dai proprietari
di seconde case (spesso non residenti, a proposito di federalismo)”
. La seconda, anch’essa priva di senso, è che lo Stato stia ad oggi finanziando la ristrutturazione di immobili, perlopiù prime case, con sgravi tra fino al 110%, per poi non percepire quasi alcun ritorno economico. Va bene gettar soldi nel fuoco per scaldarsi un po’, ma esistono modi più intelligente per sprecare denaro pubblico.

Lo stesso Brunetta, ex ministro della PA nell’ultimo governo Berlusconi e nell’attuale esecutivo Draghiano, ha tentato di difendere le ragioni dell’articolo 6, in una lunga analisi pubblicata da Il Foglio. Nella quale viene ricordato come l’ultima riforma strutturale del catasto sia datata 1939, successivamente migliorata, ma mai davvero ridiscussa da cima a fondo. Il ministro rammenta poi come nel 2005, con la legge Finanziaria dell’epoca, si provò a dare ai comuni la possibilità di adeguare le rendite catastali ai valori di mercato, peccato che ad usufruire di questo vantaggio siano stati 17 centri sugli 8.000 interessati. Poi Brunetta si fa dapprima portavoce di Federico Caffè, “Fare politica economica significa tre cose: analisi della realtà, rifiuto delle sue deformazioni e impiego delle nostre conoscenze per sanarle” e poi di Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”. Salvo poi concludere l’articolo con concetti economici estranei alla filosofia di entrambi questi pensatori: Nessun esecutivo sostenuto dai voti di Forza Italia potrà avallare, anche dopo il 2026, una riforma del catasto punitiva che sprema ancora di più il settore immobiliare o che si abbatta sul ceto medio con l’alibi dell’equità nell’invarianza di gettito complessivo. Noi terremo la barra dritta. La casa degli italiani non si tocca, né ora né mai.”. E qui viene giù il castello di carta della propaganda politica. Già, perché Brunetta asserisce che la riforma del catasto sia imposta dal Pnrr e che riprenda una raccomandazione specifica della commissione Ue del 2019. Ma è vero o falso? Diciamo a metà.

È vero il fatto che nel 2019 l’Ue abbia chiesto all’Italia di aggiornare il catasto usando queste specifiche parole: “Inoltre i valori catastali dei terreni e dei beni, che costituiscono la base per il calcolo dell’imposta sui beni immobili, sono in gran parte non aggiornati ed è ancora in itinere la riforma tesa ad allinearli ai valori di mercato correnti.”. Però, sempre nello stesso documento, e giusto un paio di righe sopra, si legge anche “le basi imponibili meno penalizzanti per la crescita, come il patrimonio e i consumi, sono sottoutilizzate, vi sono margini per alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sul capitale senza gravare sul bilancio dello Stato. L’imposta patrimoniale ricorrente sulla prima casa è stata abrogata nel 2015, anche per i nuclei familiari più abbienti.”. Brunetta avrà sicuramente letto anche questo passaggio, salvo poi concentrarsi su altro, adottando esattamente lo stesso modus operandi con il quale avrà studiato Caffè ed Einaudi: quello che avvalla le mie idee lo prendo, il resto no. Una sorta di Menù alla carta delle note della commissione e dei passaggi dei grandi dell’economia italiana.

Ora, sul discorso sulla pagina 28 del Pnrr (che Brunetta cita sul Il Foglio) e dell’esigenza di riformare il catasto c’è un po’ di confusione, perché di fatto la legge sulla delega fiscale (che comprende la revisione del catasto) non è necessaria per ottenere i fondi dall’Ue. E su Pagella Politica, noto sito di fact-checking, si smentisce, categoricamente, bollandola come “panzana pazzesca” l’idea che il Pnrr preveda una qualsivoglia riforma del catasto. Per di più, sempre Pagella Politica, ci ricorda come neppure la riforma del fisco sia richiesta per ottenere i fondi europei; si tratta infatti di una delle cosiddette “riforme d’accompagnamento”. Nel dettaglio, “In base al Pnrr approvato lo scorso 13 luglio dall’Unione europea, entro il 2026 l’Italia si è impegnata a portare a termine 63 riforme, che si dividono in tre categorie. Le più importanti sono le due riforme orizzontali, quella della pubblica amministrazione e quella della giustizia. Poi ci sono le riforme abilitanti, pensate per garantire l’attuazione del piano e migliorare la competitività, e quelle settoriali, che – come suggerisce il nome – hanno una natura molto specifica e accompagnano gli investimenti delle sei missioni in cui è diviso il piano.”.

Si giunge così all’ennesimo teatrino politico, dove si annuncia una posizione, la si difende come si può, salvo poi fare l’esatto opposto. A pensarci bene, infatti, l’esecutivo che abrogò la tassa sulla casa fu quello guidato da Matteo Renzi, che all’epoca non era a capo di un partitino, com’è oggi, ma era il leader di quel Pd che alle europee prese il 40,8% del consenso. D’altronde cosa c’è più di sinistra se non abolire le tasse sulla casa a tutti, abbienti compresi?

Ricapitolando, coloro che oggi difendono una mappatura del catasto sono, in gran parte, gli stessi che in precedenza avevano contribuito a difendere i redditi patrimoniali, cioè quelli che alla lunga premiano i ceti più abbienti e riducono la crescita; mentre ad opporsi alle tasse sono i soli noti, la destra unita, con la schizofrenia di Forza Italia che vede in Brunetta un difensore dell’articolo 6 e chi ha votato in commissione un feroce oppositore. Tutto questo non è sensato, ma d’altro canto non lo è neppure mettere in crisi un governo all’alba della più grande crisi energetica dagli anni ’70 ad oggi, con l’inflazione corre, le catene d’approvvigionamento ferme ed infine, elemento trascurabile per chi ha votato contro, il fatto che c’è un Paese, l’Ucraina, invaso dalla Russia, la quale sembra pronta a tutto pur di continuare la sua occupazione, persino a una guerra nucleare. Ecco, in questo scenario, che poi è il mondo, in commissione e sui media, governo e politici hanno trovato il tempo dispensare fake-news, difendere rendite patrimoniali e redimere un passato in cui hanno professato altro. Ed è in questo humus che è riemersa la spaccatura tra destra e sinistra, anche se, a guardar bene, queste sigle dicono qualcosa solo se guardate a debita distanza, perché più ci si avvicina, più è facile scorgere l’inconsistenza di chi si pone sotto l’una e l’altra bandiera.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

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