70 anni di Pace

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I venti di guerra continuano a soffiare dal vicino oriente, sospinti dalle mire zariste di Putin, che dopo aver ripudiato Lenin per Dugin sembra ormai pronto a tutto, persino l’impronunciabile. Di fatto è successo ciò che per molti, forse tutti, era ritenuto l’impensabile per antonomasia e che solo da pochi era dato come inevitabile, ovvero l’invasione a tutto campo da parte della Russia dell’indipendente Stato dell’Ucraina. Da questa scelta in poi a prevalere sono state le sgrammaticature strategiche (dalla difesa di due Repubbliche all’attacco di Kiev), le minacce di un’ulteriore escalation (come il richiamo alle armi atomiche) e infine il caos dell’informazione e la forza della disinformazione (fake-news). La cronaca del presente è ormai talmente veloce, e inquinata, che le testate giornalistiche e le analisi tecniche non riescono più a tenere il passo con la realtà e la post-verità. Una parola spesa quest’oggi potrebbe essere completamente inutile se non fake-news già domani, e questo anche a causa dell’era Social nella quale viviamo.

In questa frenesia è ancora difficile tenere in tensione il filo che conduce al perché delle azioni, delle introspezioni socioeconomiche, degli effetti collaterali e soprattutto delle ragioni storiche. D’altronde sono solo quest’ultime, e la Storia in sé ce lo dimostra, a poter riavvolgere gli eventi del presente attorno a un nocciolo di sensatezza, lasciando al dominio dell’irrazionalità solo le morti di ambo gli schieramenti e soprattutto quelle dei civili.

Di fronte alla follia della guerra l’unico argine sembra quello proposto dalla società civile, che contro questa invasione lampo ha reagito con altrettanto velocità, manifestando, da Berlino a Parigi, a favore di un cessate il fuoco immediato. A Berlino sono scese in piazza mezzo milione di persone, stando gli organizzatori, al grido di “Stop war, stop Putin”; e lo stesso è accaduto a Roma, a Milano e in molte grandi e piccole città italiane. Ed un fenomeno analogo si è propagato nel mondo dei Social, dove ci sono state anche celebrità, come Elon Musk e la sua Starlink, che hanno agito concretamente in aiuto del popolo ucraino, fornendo il servizio internet satellitare a banda larga. Persino in Russia, nelle roccaforti del potere di Putin, a San Pietroburgo e Mosca, si è alzata la voce di chi è contrario allo Zar e ha manifestato per la pace, andando incontro a manganellate e arresti. Solo Cina e Iran hanno mantenuto posizioni attendiste, quando non indulgenti, nei confronti delle azioni di Mosca, mentre le democrazie Occidentali hanno imboccato con maggior vigore una strada comune e che forse, senza questa escalation, non si sarebbe manifestata con la stessa intensità.

Macron stesso, l’apripista dei negoziati con Putin, non più tardi di qualche mese parlava della Nato come di un soggetto “in stato di morte cerebrale”, mentre oggi è tra i più attivi, così come il primo ministro britannico Boris Johnson, un tempo promotore della scomparsa del mondo post Yalta ed oggi schierato nella difesa degli interessi europei. Di fatto le titubanze espresse dai leader europei sono state condivise in modo bipartisan tanto dai socialisti tedeschi di Olaf Scholz, quanto dai sovranisti di Visegrad. Tra quest’ultimi è bene ricordare come negli anni i sentimenti pro-Russia siano cresciuti in tutta Europa e abbiano trovato dimora proprio nei partiti a matrice sovranista. Ad esempio, neanche un mese fa il premier ungherese Orban era volato al Cremlino per rinsaldare i propri legami con Putin e, nello stesso periodo, Marine Le Pen aveva evitato di condannare l’azione dell’esercito russo al confine ucraino, mentre il leader della Lega, Matteo Salvini, sosteneva idee come: “Ucraina? Non si rompano le palle a Putin”, e “Staremmo meglio se avessimo un Putin in Italia”. D’altronde, come si può scordare la foto del leader leghista, sorridente, in Piazza Rossa con addosso un’immagine stampata del leader russo a cui si ispirava? Per anni i sovranisti di tutta Europa hanno trovato nella Russia zarista, nella sua capacità di riconnettersi a un passato nostalgico, radioso ed accompagnato dal neo-romanticismo di Alexander Dugin, un punto di riferimento non solo ideologico, ma persino economico. In un recente articolo uscito su La Stampa, il filosofo sociologo Slavoj Zizek, ricorda infatti come sia stato lo stesso Putin a sostenere Marine Le Pen, la Lega e altri movimenti neofascisti. Ed anche L’Espresso, con le sue inchieste sull’incontro avvenuto all’Hotel Metropol di Mosca del 2018, ha descritto negli anni il legame tra interessi economici e politici tra Italia e Russia.

E oggi? Come stanno reagendo questi leader politici all’avanzamento russo in Ucraina? La reazione di Orban è forse quella più inaspettata, perché non solo ha mandato le proprie truppe al confine con l’Ucraina ma addirittura deciso di accogliere a braccia aperte i rifugiati ucraini, accodandosi poi senza colpo ferire alle sanzioni europee che stanno prendendo forma a Bruxelles. Tutto un altro scenario rispetto al filo spinato riservato ai profughi siriani in fuga dalla guerra e da Assad. Ed anche nella destra italiana Meloni ha condannato molto velocemente l’attivismo russo in terra ucraina e a ruota l’ha seguita il suo ex- alleato Salvini, che si è però affidato a un collaudatissimo cerchiobottismo, con il quale ha condannato sia l’azione bellica, sia la risposta europea, con il no all’invio di armi letali. Nonostante ciò, si può dire che la maggioranza delle forze sovraniste presenti in Europa abbia abbandonato l’idolo zarista e condannato le sue azioni, mostrando così un rinnovato entusiasmo per l’UE. Siamo quindi di fronte a una nuova era? È possibile che da questa crisi, senza precedenti da quando esiste la UE, si possano fare dei passi avanti verso un’unificazione federale ed il parallelo sgonfiamento delle forze sovraniste e populiste?

La risposta al momento non è univoca. Dal canto suo, già la crisi pandemica era stata capace di creare un legame fiscale solidale tra i Paesi membri dell’UE e prima di lei l’Euro attraverso l’unione monetaria, ma ambedue questi collanti non sono mai stati sostenuti da una reale visione politica dell’Europa e ben presto hanno mostrato dei cedimenti nella loro capacità di tenuta. Al contrario, l’idea di un’ Europa federale potrebbe ora avvalersi della formazione di un esercito comune e con esso della responsabilità di difendere quei confini che riuniscono tra di loro le democrazie liberali. Una sorta di vicolo aggiuntivo capace di traghettare sempre di più, dopo un’unione economica e una sanitaria, l’UE verso una politica comune. La Germania, ad esempio, ha deciso di investire ben 100 miliardi di euro per la difesa, e il 2% del Pil nazionale (pur rispettando il fiscal compact), cambiando così rotta rispetto agli ultimi 70 anni. L’invio stesso di armi verso l’Ucraina, per un importo pari a 500 mln di euro, è un fatto storico e sostenuto da 18 dei 27 Paesi della zona UE. E persino la Svizzera, per secoli neutrale e fuori dall’UE, ha deciso di applicare le sanzioni nei confronti di Mosca.

Di fronte a questi stravolgimenti è difficile ritirarsi nel proprio antro sovranista e ignorare quel che accade alle porte d’Europa. E forse proprio grazie a questa nuova comunione d’intenti tra Paesi europei, che solo qualche settimana fa discutevano la legittimità del diritto europeo su quello nazionale, si potrà volgere in meglio quella che per ora resta una situazione tesa e perlopiù ancora incomprensibile.

di Roberto Biondini e Claudio Dolci

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