Io vinco, tu perdi

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Tra il 1982 e il 1997 il mediatore austriaco Friedrich Glasl elaborò un modello in grado di spiegare, attraverso nove tappe, l’escalation che soggiace a ogni conflitto, sia esso intra-organizzativo o geopolitico, come ad esempio quello attualmente in corso tra Stati Uniti, Europa, Ucraina e Russia. Nessun conflitto sfugge infatti alle tappe individuate da Glasl: si inizia sempre con un irrigidimento delle posizioni, per poi passare alla polarizzazione e, nei casi più gravi, alla reciproca distruzione, quando l’unica soluzione possibile sembra quella di trascinare sé stessi e il proprio avversario in un abisso.

E al momento l’attacco condotto dalle forze armate russe sul suolo ucraino intensifica ancor di più l’escalation, entrata ormai di fatto nella settima tappa individuata da Glasl, ovvero la distruzione limitata, dove dalle minacce si passa all’azione. Ormai è evidente che né Putin, né Biden sembrano intenzionati a fare marcia indietro, almeno per ora, poiché entrambi perderebbero la faccia nei confronti dei propri alleati e dell’opinione pubblica dei rispettivi Stati, inoltre l’attacco russo ha intensificato oltre modo il conflitto. I continui rinvii circa un loro incontro, il fallimento dei bilaterali e più in generale dei deterrenti verbali, dimostra come il conoscere un pericolo non lo eviti affatto, anzi. Entrambi i leader stanno premendo il pedale sull’acceleratore dell’escalation pur sapendo i rischi che corrono, mentre a farne le spese, sia in termini di vite umane (dal lato dell’Ucraina), sia economici (l’Europa), sono altri Paesi, tirati per la giacchetta in una disputa che prosegue dalla fine della Seconda Guerra mondiale a oggi e che non ha ancora incoronato un vincitore.

E lungi dall’imboccare la via della de-escalation, Washington e Bruxelles hanno proposto un piano di sanzioni per fermare Mosca, ma quale sarà l’effetto di tale misura e soprattutto, sarà efficace?

Il primo dato importate riguarda il fatto che le sanzioni sono state varate dopo un accordo tra Usa, Uk e Ue, e quest’ultima le ha votate all’unanimità dei 27, dimostrando così come la minaccia sia sentita in tutto il Vecchio Continente, benché all’inizio dell’escalation non fosse così. Non tutti lo ricorderanno, ma la Germania giocò il primo tempo della partita adottando una strategia ambigua, senza avvallare alcuna proposta di sanzione, sino a quando non è arrivato il voto della Duma e con esso il riconoscimento della repubblica di Donetsk e Luhansk, e il successivo invio di truppe nel Donbass. Ed anche l’Italia qualche giorno fa scelse di adottare un profilo molto basso, mandando solo il ministro degli esteri, Di Maio, mentre Macron e Scholz hanno preso parte attiva alla trattativa con Putin.

Ad oggi però, entrambe le manifatture a guida dell’Europa hanno accettato di colpire i membri della Duma che hanno avvallato il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, e con essi i sostenitori del conflitto, in pratica  l’oligarchia su cui si regge gran parte del potere di Putin, come ad esempio Gennady Timchenko (sesto uomo più ricco della Russia). Sempre sul piano economico, si é poi scelto di rendere difficile a Mosca l’accesso ai capitali sul mercato e Scholz ha inoltre deciso di fermare Nord Stream 2 (già di fatto bloccato per via delle autorizzazioni e controlli). A questo punto occorre aprire una parentesi e chiarire i vari distinguo nell’azione dei membri dell’Ue pre-accordo con Washington, e in parte le scelte dell’Italia e della Germania possono essere spiegate con la dipendenza nei confronti del gas Russo e il minor potere coercitivo dovuto all’assenza di un vero e proprio deterrente nucleare (che invece, Francia e Uk hanno). Sul fronte del gas, ad esempio, Federico Fubini, dalle pagine del Corriere, ha ricordato a tutti come “la quota russa nell’import tedesco di gas sia passata dal 41% del 2014 al 49% del 2019, fino al 65% del 2020”. Ed anche in Italia i numeri non sono molti diversi, dei 71,34 miliardi di metri cubi di gas che ogni anno vengono consumati dal nostro Paese, ben il 37,8% provengono da Mosca, e ciò espone lo stivale a tutta una serie di ritorsioni che puntuali come un orologio svizzero si sono materializzate. All’indomani dell’annuncio delle sanzioni, infatti, Dmitrij Medvedev, vice di Putin nel consiglio di sicurezza, le ha accolte esclamando “benvenuti nel nuovo mondo in cui gli europei molto presto pagheranno 2.000 euro per mille metri cubi di gas!”; e visti gli aumenti sul caro bollette, la notizia di ulteriori rincari non è passata inosservata.

Tuttavia, l’affermazione di Medvedev nasconde una fragilità, ed è quella sulla quale si regge il legame tra domanda ed offerta. Se è vero che l’Europa dipende dal gas Russo, è pur vero che quest’ultima deve all’Ue una buona fetta delle sue entrate: solo il gas vale 50 miliardi di euro all’anno. E qui vale la pena rivedere il funzionamento del mercato interno Russo per capire su che cosa si regga la sua economia.

In un interessante articolo uscito su Domani, Salvatore Gaziano, consulente indipendente, descrive la borsa russa come fra le “più sottovalutate al mondo” e “fortemente concentrata sul settore petrolifero e delle materie prime” che da sole valgono il 50%. “Gazprom – ad esempio – è la più grande società di gas naturale quotata in borsa al mondo oltre che la più grande grande azienda russa per fatturato”, ma di sola energia non si vive e questo i Paesi esportatori di petrolio lo hanno già capito da tempo (basti guardare a Dubai). L’alto livello di corruzione, il sistema oligarchico e la disuguaglianza interna fanno della Russia un Paese Novecentesco gettato a forza nel ventunesimo secolo. Ed è indubbio che anche le potenze più avanzate del mondo dipendano dalle materie prime a cui è stato ancorato il loro sviluppo dalla seconda rivoluzione industriale in poi, ma è la mancanza di innovazione a rendere il mercato moscovita un luogo quasi asettico per gli investimenti esterni. “In Russia l’afflusso di investimenti esteri diretti – spiega Gaziano – è sceso a un bassissimo 1,4% del Pil, a dispetto di un paese con 573 miliardi di dollari in riserve valutarie internazionali e con un rapporto debito/Pil del 18% e un avanzo delle partite correnti”. In breve, investire in Russia è molto rischioso, nonostante la sua posizione di dominio nei confronti dell’esportazione di petrolio e di gas.

Ed è quest’ultimo che, almeno in parte, sta finanziando l’esercito di Putin. A conti fatti è l’Europa intera e i Paesi che hanno fatto di questa risorsa energetica la loro fonte d’approvvigionamento primaria, tanto da averla persino inserita nella tassonomia green europea come fonte sostenibile, ad aver riempito i serbatoi dei tank russi. Negli ultimi due anni, come racconta Gianluca Baldini sul La Verità, “Mosca in due anni di impennata dei prezzi del petrolio ha realizzato guadagni per 328 miliardi di dollari, 87 miliardi in più rispetto al 2020”. Sul fronte del gas, invece, nel 2021 il suo prezzo è cresciuto del 500%, il che fa capire quanto l’economia moscovita dipenda dalle sue risorse naturali e da chi le consuma. Putin può quindi tirare la corda e alzare i prezzi, perché conosce la dipendenza europea nei confronti del gas e del petrolio, e l’avidità di alcuni degli uomini più potenti del Vecchio Continente.

Tra quest’ultimi vi è senza dubbio l’ex Cancelliere tedesco Schröder, mentore di Scholz, e attualmente intrecciato con le aziende statali russe, presso le quali ricopre ben tre incarichi e presto quattro. Come riportato da Il Foglio, in un articolo di Flaminia Bussotti, “Oltre che al vertice degli azionisti di Nord Stream AG, Schröder è sin dall’estate del 2017 presidente del consiglio di sorveglianza di Rosneft, l’industria petrolifera legata a doppio filo al Cremlino. Poi è diventato presidente del consiglio di amministrazione di Nord Stream 2. E infine, annuncio del 4 febbraio – 58 giorni dopo l’insediamento di Scholz alla cancelleria – Schröder è candidato a un posto nel consiglio di sorveglianza di Gazprom con strettissimi legami con il Cremlino.” Alla faccia del revolving door. E il caso di Schröder è importante anche per capire l’incapacità mostrata sinora dall’Europa nel cambiare fonti d’approvvigionamento energetico e quindi la scarsa efficacia che le attuali sanzioni potranno sortire nei confronti delle mire del Cremlino, a prescindere dalla legittimità di quest’ultime.

Quasi l’intero pacchetto di misure varato da Washington, Londra e Bruxelles rischia quindi di sciogliersi come neve al sole, perché presuppone di poter isolare un Paese, la Russia, che da sempre vive in isolamento rispetto al resto del mondo, pur influenzandone la geopolitica. Persino la misura del blocco dello Swift, che per quasi tutti i Paesi del mondo rappresenterebbe una sorta di bando dal mondo economico, potrebbe non incidere così tanto sulla Russia, mentre danneggiare molto l’Ue e non solo. Il problema di fondo è che dalle regole individuate da Glasl oltre trent’anni fa non si esce, sono loro a delineare il perimetro del conflitto e quindi le possibili soluzioni.

Joe Biden sta purtroppo ancora inseguendo una chimera, perché in cerca di riscatto dopo un primo anno di governo molto deludente, sia sul piano del consenso e dell’economia interna al Paese, sia su quello degli esteri. Putin, a sua volta, sta cercando di traghettare una nazione, la Russia, nel ventunesimo secolo, ma con i mezzi del Novecento: armi e ricatti. L’Europa, invece, si è riunita in una sola voce con l’approvazione delle sanzioni e ora avrebbe la possibilità di uscire dall’adolescenza e provare a dire la sua, ma sconta anni di personalismi e pressioni esterne da cui è difficile uscire in un sol colpo.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

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