Ricco ma in debito

5 min di lettura

Il Bel Paese non è certamente uno Stato povero ma è altamente indebitato. Di primo acchito, questa definizione potrebbe risultare di per sé paradossale, perché è quando non si hanno i soldi che li si chiede in prestito. Ed in parte è vero, in particolare quando si parla di economia domestica, come nel caso di un semplice cittadino che richiede del denaro in prestito per comprare una macchina perché incapiente. Le cose invece sono più complesse quando è un’impresa ad indebitarsi ed in tale circostanza il debito non solo è necessario per far partire un investimento ma un indebitamento può persino risultare utile per fare “leva” (leverage) sui profitti. Chiaramente, le aziende più grandi, più solide e con un progetto di investimento sicuro, possono indebitarsi più facilmente e con meno costi, spingendo sulla cosiddetta leva finanziaria, cioè spingere sul debito per fare ricavi sempre più alti. Riassumendo, è diversa la dinamica della richiesta del prestito tra consumatore finale e produttore.

E questo discorso non vale solo per le aziende private, ma può essere espanso senza problemi anche agli stati stessi, i quali si possono a loro volta paragonare a delle ditte immense, dotate di bilanci propri. E l’Italia è proprio l’esempio di azienda ricca, che nel passato ha fatto investimenti tali da creare dei veri propri boom economici,ma che ora si ritrova estremamente indebitata. Oggi questo è un problema, perché se è vero che un debito può spingere la produzione, è vero anche che quando esso diventa eccessivamente alto, come nel caso italiano, e i progetti futuri mancano di plausibilità, ecco che la sostenibilità stessa del debito può tramutarsi in una zavorra ingestibile, con tassi d’interesse sullo stesso più alti. D’altronde chi presterebbe facilmente dei soldi a qualcuno con alle spalle montagne di debiti, per giunta spesi male?

Fin qui si potrebbe sempre obiettare che l’Italia rappresenti il classico too big to fail: sì, l’Italia è certamente un Paese indebitato, non ha fatto grandi riforme, ma dopo tutto sono decenni che la situazione non tende a migliorare eppure è ancora in piedi e tra l’altro fa parte del G7. E questo è vero, ma solo in parte. Almeno in un paio di circostanze, infatti, l’Italia ha rischiato di lasciarci l’osso del collo a causa dell’eccessivo livello d’indebitamento. Il primo inciampo si è verificato nel 1992, quando il governo dovette attuare un prelievo forzoso nelle tasche degli italiani per diminuire il debito e non rischiare il default. Il secondo, invece, si è verificato tra il 2011-2012, nel periodo post Grande Recessione, quando la capacità politica di Mario Draghi (e pure le condizioni politiche internazionali favorevoli) resero il nostro debito sostenibile, attraverso un acquisto massiccio di titoli di Stato. E nonostante ambedue esperienze, incuranti dei pericoli economici degli ultimi 30 anni, l’Italia non riesce proprio a togliersi di dosso il macigno del debito pubblico, come giustamente definito da Cottarelli in una delle sue pubblicazioni.

Ora, è chiaro che la situazione odierna si sia ulteriormente complicata a causa dello scoppio della pandemia. È ormai consolidato, infatti, che in momenti di crisi sia necessario attuare manovre espansive per evitare cali di investimenti e di consumo delle famiglie, e che nel successivo periodo di ripresa sia poi doveroso compensare tali disavanzi attraverso le riforme e rientro del debito contratto. In altre parole, quando arriva una tormenta e inizia a piovere in casa è tardi per salire sul tetto a riparare le tegole, conviene piuttosto andare a comprare dei secchi per contenere l’acqua. Ma quando torna il sole occorre rimboccarsi le maniche e sistemare i danni rinunciando a comprarsi l’ennesimo paio di scarpe.  Di conseguenza, i debiti pubblici dei più importanti stati europei si sono gonfiati nell’ultimo periodo per sussidiare i cittadini. Il livello di debito globale ha raggiunto vette da record nelle statistiche. Ma il fatto è che, come risaputo, l’Italia partiva già da un livello molto alto di indebitamento e ad oggi figura tra le nazioni più indebitate del mondo, terzo tra i paesi industrializzati. Sul fronte aiuti economici, per far ripartire il Paese, è stato quindi essenziale l’aiuto massiccio derivante da prestiti e da aiuti a fondo perduto compiuti a livello europeo, ovvero il PNRR. In pratica, si spendono dei soldi che in parte non torneranno più indietro; non male per un Paese con circa il 155% di indebitamento sul PIL. E se l’Italia riuscirà nella ciclopica impresa di spenderli correttamente darà prova di responsabilità a livello internazionale con la possibilità che questa eccezione di prestiti europei diventi prassi per fronteggiare future crisi. Ma nel frattempo, non si può far finta che questi aiuti sia sufficienti per stabilizzare i conti pubblici.

Ecco allora che lo stato italiano deve impegnarsi per invertire la rotta, utilizzando i mezzi che ha a disposizione. A grandi linee, si può dire che il debito si può stabilizzare o diminuire attraverso tre leve: generare avanzi primari (tagliare la spesa o aumentare le tasse), ricorrere al finanziamento monetario della banca centrale (Bce) o ripudiare il debito pubblico.

Il primo caso può essere scisso in due parti. In Italia, le imposte sono effettivamente già elevate ed un loro ulteriore aumento potrebbe generare un impatto negativo sui consumi; la spesa, invece, può essere ridimensionata attraverso la famigerata spending review, ma questa scelta dev’essere necessariamente preceduta da un’analisi lunga, per capire quali spese ridurre senza impattare sulla produzione ma soprattutto in modo distorsivo ed iniquo sui servizi.

Il secondo caso, dal canto suo, non solo è già in atto, ma sta raggiungendo livelli impressionanti per il nostro Paese, nonostante i sovranisti di turno lamentino la perdita di controllo sulla moneta: a maggio 2021, dei 2.284 miliardi di euro di titoli di Stato, la Bce ne aveva già in pancia per 581 miliardi, circa un quarto. I quali erano messi al sicuro nel bilancio di un investitore stabile, che non vende, ma anzi reinveste in nuovi titoli i proventi derivanti dai titoli che sono in scadenza. Non bisogna però illudersi, infatti, se la spesa pubblica non viene rivista, il debito non può certo calare, ma solo rimanere più sostenibile grazie agli acquisti della BCE. Infine, non si deve dimenticare che la banca centrale non compra debito pubblico per il fine ultimo di renderlo più sostenibile, ma con l’idea di aumentare le aspettative di inflazione. Una volta che l’inflazione tornerà a livelli normali (e già ci siamo) la banca centrale dovrà fermare gli acquisti e, anzi, iniziare il procedimento inverso di vendita di questi ultimi. Non si può quindi puntare sugli acquisti Bce per ridurre il debito ma solo per renderlo temporaneamente più sostenibile.

Il terzo caso, infine, non sarebbe neanche da trattare, ma diciamo che se il debito venisse ripudiato (default) certamente l’Italia si sbarazzerebbe di esso, ma nel futuro dove troverebbe dei nuovi investitori pronti a prestare denaro? L’Argentina, ad esempio, ha ripudiato il debito, ma non ha certamente risolto i suoi problemi economici, anzi.

Si torna quindi alla prima strategia: aumentare le imposte e diminuire la spesa (spending review). Nella macroeconomia, si pensa che sia meno controproducente per l’economia diminuire la spesa piuttosto che aumentare le imposte. Gli impatti sulla produzione sono meno invasivi nel primo caso e i più concordano su questo vantaggio, soprattutto in un paese dove la tassazione è già a livelli record. Procedere quindi con una approfondita spending review è necessario per il nostro Paese, il quale dimostra costantemente di sprecare ingenti risorse in progetti privi di lungimiranza, oppure in marchette elettorali. Non si sottovaluti, però, soprattutto in tempi di crisi forti come quella attuale, l’utilizzo delle imposte “virtuose” per finanziare la spesa: primo, riequilibrare le imposte spostando il prelievo verso i più ricchi e, secondo, muovendoli verso i patrimoni invece di aggredire i redditi. Ma come?

In uno dei suoi ultimi saggi, il premio Nobel per l’economia Stiglitz afferma come negli ultimi 50 anni si sia tragicamente scavato un solco sempre più ampio tra i ricchi e i poveri del pianeta. L’economista dimostra come l’1% della popolazione sia diventata più ricca rispetto al restante 99%. E non ci vuole certo un esperto per capire che questa disuguaglianza sia oltremodo inaccettabile. La deregolamentazione economica a favore del libero scambio si pensava conducesse immancabilmente alla meritocrazia di fatto e che i più ricchi inondassero a cascata il resto della popolazione con investimenti e prosperità; peccato che invece abbiano preferito fare profitto per loro stessi. Da ciò è nata una situazione ingiusta e malata anche per lo sviluppo economico stesso. Come ci può essere sviluppo se non c’è consumo? L’esempio è sempre del valore del biglietto da 100$ in mano ad un senza tetto piuttosto che ad un miliardario: il primo lo spende, sopravvive e crea produzione, il secondo, invece, lo risparmia o forse, in parte, lo investe.

Tassare poi il patrimonio invece del reddito è anche molto più conveniente per lo sviluppo economico. In passato molti liberisti ostracizzavano l’accumulo del patrimonio, poiché esso non incrementava la produzione capitalista ma al contrario la bloccava. Si aggiunga poi, che tassare i patrimoni non incide negativamente sui consumi e spinge verso un aumento della produzione: questo perché si è più incentivati a guadagnare e poi a spendere. Sul più sul piano etico, infine, i proprietari di patrimoni rappresentano davvero una percentuale della popolazione ben più esile rispetto alla classe media e chi non ha nulla.

Perché quindi non prendere due piccioni con una fava? Diminuire il debito e redistribuire la ricchezza là dove la disuguaglianza è statisticamente più alta e la meritocrazia più assente.

Il problema, a nostro avviso, è culturale, perché se fossero solo i ricchi ad opporsi sarebbero in netta minoranza. Certo, esistono le lobby, ma in un rapporto 99 a 1 qualcosa potrebbe cambiare. Il fatto è che anche il cittadino medio è spaventato dalla patrimoniale, poiché teme che una misura in questa direzione possa danneggiarlo. Il pensiero è: se oggi lo fanno a lui, un giorno lo faranno anche a me. Un sentimento questo, certamente umano, ma sbagliato, semplicemente perché nel mondo di oggi, se non si è già così ricchi, difficilmente lo si diventerà. Bisogna ripartire quindi dall’educazione sociale, dall’idea che se pagano i più ricchi, allora la società intera ne beneficia.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...