Restiamo almeno umani

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Ogni giocatore d’azzardo che si rispetti possiede una combinazione di numeri fortunati e di rituali capaci di aumentare drasticamente le chance di vittoria. C’è chi gioca solo quando piove e quelli che scommettono giusto un paio di volte all’anno e sempre sulle date di nascita a loro più care. E poco importa quale sia la strategia di gioco adottata, quel che conta è che tutti ne abbiamo una e la usiamo per manipolare le probabilità a nostro vantaggio. Tuttavia, non c’è metodo che non si riveli fallace e non c’è scommettitore che maledica sistematicamente la sorte, senza mai fermarsi a riflettere sul fatto che “il banco vince sempre”; la probabilità di fare 6 al Superenalotto è di 1 su 622.614.630. Ma chi gioca d’azzardo se ne infischia e pretende che un sistema di regole calibrate al millimetro fallisca in ciò per cui è stato progettato, iniziando così a fare qualcosa di inaspettato, come aiutare il giocatore a vincere. È questo il meccanismo che guida, spesso inconsapevolmente, l’agire dello scommettitore e purtroppo non solo il suo, ma quello di chiunque pretenda di utilizzare uno strumento per uno scopo diverso da quello per il quale è stato progettato.

Si prenda come esempio l’attuale sistema economico. Ogni anno a Davos si riunisce una piccola élite di super ricchi e potenti che discutono del mondo e dell’evoluzione della società, domandandosi quali strategie attuare per tutelare i propri interessi. Quest’anno in diversi hanno manifestato la volontà di ridurre le disuguaglianze nel mondo, cresciute durante la pandemia e ben esemplificate dalla diversa copertura vaccinale che separa i Paesi ricchi da quelli poveri. E c’è chi ha fatto notare come il solo incremento del patrimonio di Bezos equivalga, in potenza, al costo complessivo di due dosi di vaccino per l’intera popolazione mondiale. Ovviamente, quando si fanno questi paragoni è facile cadere nell’esagerazione, visto che le fortune personali spesso contengono titoli in borsa e non sempre le soluzioni auspicate per questi patrimoni è effettivamente praticabile. Tuttavia, Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International, ha dichiarato come“già in questo momento i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone. Se anche vedessero ridotto del 99,993% il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top-1% globale”. Secondo le stime dell’Oxfam, riportate dal Riformista, inoltre, “i dieci uomini più ricchi del mondo nei primi due anni della pandemia di Coronavirus hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo si stima che 163 milioni di persone siano cadute in povertà a causa della pandemia.” E a testimoniare il divario di potere e di ricchezza è sufficiente volgere lo sguardo al fondo d’investimenti BlackRock, il quale gestisce 10 trilioni di dollari, equivalenti a due volte il Pil del Giappone e quasi quattro del debito italiano. Di fronte a questi numeri, diversi milionari, da Lerry Fink, cofondatore, presidente e Ceo di BlackRock, ad Abigail Disney, figlia di quel Disney, hanno invitato l’1% più ricco del mondo a fare uno sforzo per pagare le tasse in modo più giusto. La stessa Abigail ha scritto “essendo dei milionari, sappiamo che il sistema fiscale esistente non è giusto […] solo pochi tra noi possono dire di pagare una quota fiscale giusta”. Eppure, già nel lontano 2010 Warren Buffett, l’Oracolo di Omaha, si lamentava delle stesse regole che oggi si vorrebbero sovvertire, denunciando il fatto di pagare meno tasse rispetto alla sua segretaria; ma da allora nulla è cambiato e quindi non si capisce perché proprio oggi la lettera di Fink e l’appello di Disney dovrebbero invertire la rotta.

L’attuale sistema finanziario-economico, così come ben descritto da Abigail Disney e Buffett, non è congeniato per far pagare le tasse a chi guadagna di più e nemmeno per ribilanciare le disuguaglianze prodotte dal suo funzionamento. Tali pretese sono paragonabili a quelle del giocatore d’azzardo che vorrebbe “fare 6” con la sua data di nascita, senza capire il concetto base del Superenalotto. Certo, si può tentare, come si possono strutturare delle regole affinché chi ha di più paghi di più, ma ci saranno sempre delle scappatoie, dei coni d’ombra, perché l’intero sistema economico risponde a una sola logica che è quella del profitto. E il caso del sistema finanziario-economico, come quello del giocatore d’azzardo o del martello e della vite, non sono casi isolati, perché anche i giornali rispondono maggiormente a logiche di audience rispetto alla qualità dei contenuti e la politica stessa rifugge spesso il buon senso per il consenso. Tutti questi sistemi rispondono alla struttura che ne determina l’azione, quello che McLuhan definì medium, ovvero degli strumenti nei quali il messaggio coincide col mezzo impiegato per trasmetterlo. McLuhan stesso, nel ’64, invitava a riflettere sul fatto che nessun medium possiede un senso se non in rapporto ad altri media e che “il medium è il messaggio, perché è il medium che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana”. Il contenuto, invece, non ha nessuna influenza sulle forme dell’associazione e si appiattisce sul medium.

Per capire il concetto può essere utile passare dal contesto economico a quello dei Social. È da anni, infatti, che le principali società del Big Tech ricevono accuse e multe pesanti per le violazioni e l’abuso del potere dominante che esercitano sul mercato. Si pretende che il GAFAM paghi per ciò che ha fatto, e sta tuttora facendo, ma si trascurano gli effetti sul lungo termine che l’esposizione ai Social esercita sulla psiche umana. Eppure gli effetti sono evidenti e ben documentati, dall’assalto di Capitol Hill (ma anche alla più vecchia vittoria di Trump del 2016) agli studi che dimostrano la nocività dei Social sui più giovani (Instagram in testa). E benché siano già state adottate delle misure di contenimento dei danni, come l’imposizione di un’età minima per l’iscrizione alle piattaforme (ma chi lo controlla?) e la censura dei contenuti che non passano il fact-checking (ma come viene fatto?), è evidente che si tratti di rimedi rivolti alla sola punta dell’iceberg. E infatti basta guardare ai casi di cronaca odierni per rendersi conto di come i Social siano quanto di più distante possa esserci dalla civiltà, come dimostrano le minacce che virologi, giornalisti e politici ricevono ormai quotidianamente e ben esemplificate dalle frasi ignobili pronunciate a seguito della morte di David Sassoli. Persino l’attuale polemica sul caso dell’Ospedale Galeazzi, che coinvolge il virologo Pregliasco e il quotidiano La Verità, hanno trovato nei Social una cloaca per insulti e scontri tra gruppi antagonisti. Da chi sostiene che i no-vax debbano restare fuori dagli ospedali perché immorali e pagarsi le cure in caso di malattia da Sars-Cov2, a chi ha minacciato il virologo e la sua famiglia dichiarando di vivere in una dittatura sanitaria. Al Gemelli di Roma, si è verificato persino il caso di chi, pur avendo una patologia oncologica conclamata, si è sentita dire “mi dispiace, ma non essendo vaccinata lei non può accedere alla prestazione”. Fortunatamente il caso si è subito risolto, evidenziando l’errata interpretazione di una disposizione della regione Lazio, come riportato dal Fatto, ma purtroppo non è stato un caso isolato, perché la stessa dinamica si è verificata a Sassari, dove una donna alla quinta settimana di gravidanza ha abortito nel parcheggio dell’ospedale perché sprovvista del tampone molecolare (ed era vaccinata doppia dose, con già prenotata la terza). Tutto questo in un Paese civile non dovrebbe accadere, ma per capirne il senso ed il perché si siano verificati, occorre guardare oltre il giudizio morale ed analizzare il medium impiegato e quindi la struttura dei Social stessi. Quest’ultimi nascono e si sviluppano incitando meccanismi di gratificazione (i like e le condivisioni) e di appartenenza a gruppi (bolle) nei quali sentirsi al sicuro perché rinforzano le proprie idee fino ad estremizzarle. E per spiegare questo fenomeno sarebbe sufficiente rispolverare gli studi di Sherif sui campi estivi e quelli di Asch sul conformismo, ma è forse più semplice analizzare il funzionamento di Facebook e di Twitter. Si tratta di servizi che vivono d’interazioni e se un post cordiale/o positivo riceve 529 like, mentre uno d’odio ne ottiene circa 3.200, è chiaro quale tra i due verrà promosso maggiormente.

È quindi la struttura stessa del medium a imporre l’utilizzo di una modalità espressiva (messaggio), a prescindere dal contenuto, poiché quest’ultimo è a tutti gli effetti irrilevante. Eppure, nonostante questi concetti siano ormai noti dagli anni ’60, si continua a pensare che la struttura dei medium con i quali interagiamo sia irrilevante rispetto a ciò che desideriamo e diciamo. Usiamo i Social esattamente come il giocatore d’azzardo si interfaccia con le probabilità, senza renderci conto che questi sistemi sono progettati per rispondere ad altre logiche, che nulla hanno a che vedere con i desideri. Quindi che cosa si può fare per rendere più umani i Social, più equo il sistema economico-finanziario e aggiustare politica e mass-media? McLuhan sosteneva “che in ogni medium o struttura esiste quello che Kenneth Boulding chiama un limite di rottura nel quale il sistema si muta bruscamente in un altro o supera nel suo processo dinamico il punto dal quale non è più possibile tornare indietro”. E con l’insorgere della pandemia c’è chi auspicava un cambiamento, ben esemplificato dalla domanda “ne usciremo migliori o peggiori”? Oggi purtroppo sappiamo che il limite di rottura dei medium con i quali stiamo interagendo è lontano dal palesarsi e dobbiamo quindi cambiare domanda ed aspettativa. Saremo almeno in grado di restare umani e vigili sulle modalità con le quali interagiamo con i nostri simili? È questa la sfida del momento e forse una possibile chiave di volta per indurre una rottura rispetto a quanto fatto sinora.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

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