La politica che non parla del paese reale

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Siamo ormai tutti immersi nell’agenda politico-mediatica degli organi di stampa ed istituzionali, i quali ci propongono l’argomento del giorno e alle volte del mese, senza curarsi troppo di presidiare alcune tematiche, le quali scivolano così via nell’attesa che un’altra onda d’informazioni li riporti a galla. Una volta è il caso di Djokovic e il suo tira e molla con l’Australia, le cui vicende occupano sì e no una settimana, mentre per altre, ed il caso della corsa al Quirinale, l’onda d’informazioni, di retroscena e di aruspici inizia con largo anticipo e monopolizza talk, telegiornali e giornali per mesi. È come se per un po’ di tempo esistesse solo un unico grosso problema da prima pagina, mentre tutto il resto diventasse improvvisamente dibattito da terza o da quarta.

Di per sé questo meccanismo ha una sua logica, perché orienta l’attenzione dell’opinione pubblica su ciò che vale la pena seguire in un preciso momento e tralascia quelle questioni che ormai si sono raffreddate, oppure che più semplicemente sono ferme. Inoltre questa struttura dell’informazione dovrebbe consentire un ricambio dei temi affinché essi non producano forme di disaffezione e finiscano per scivolare nel baratro dell’insensibilità, com’è tuttora col caso dei migranti. Tuttavia questa convergenza mediatica produce anche gravi disfunzionalità, come ad esempio il fenomeno dell’infodemia, di cui la cronaca pandemica è tuttora forse l’esempio più lampante (ma anche il Quirinale non scherza) e l’obsolescenza dei fatti non più caldi, com’è il caso del crollo del Ponte Morandi. Che fine ha fatto la revoca ad Autostrade? Di chi fu la responsabilità del crollo e chi pagherà i danni? E purtroppo, alle volte, dietro le dimenticanze di una parte della stampa ci sono situazioni tutt’altro che trasparenti.  

Chiaramente siamo di fronte a un sistema di bilanciamenti, che da una parte trova nell’audience e nella spettacolarizzazione dei temi caldi la sua forza, mentre dall’altra produce mostri che non è più in grado di controllare, ed è il caso dell’elezione del Presidente della Repubblica e della Pandemia. Il problema è che in questo intricato tetris di informazioni e di interessi si rischia di perdere di vista il Paese di chi lo vive in prima persona e continuare a raccontare una realtà che esiste solo per chi segue con assiduità il circo mediatico, mentre per tutti gli altri è ora di parlare d’altro. N’è un esempio l’attuale ritorno di una riforma elettorale. Con il caro energia, qualche milione di italiani in quarantena, la precarietà del lavoro e i dilemmi sul futuro, c’è chi parla di legge elettorale: è davvero un tema così interessante? Per chi segue ogni l’onda informativa di turno come se fosse l’unica presente la risposta è sì.

Dopo tutto non c’è dubbio che la scelta del prossimo inquilino del Colle finirà per determinare la durata della legislatura e di conseguenza l’avvio alle urne, di cui la legge elettorale sarà sicuramente terreno di dibattito, ma è pur vero che qui si stanno perdendo di vista delle questioni forse più importanti e che potrebbero ridisegnare il frame decisionale. Un esempio? Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Si tratta del più grande piano di investimenti dal secondo dopoguerra e l’Italia è risultata essere il paese europeo che ne beneficerà maggiormente. Molti si ricordano certamente di ciò, ma pochi rammenteranno che i giochi per ottenere i fondi non si sono ancora chiusi, anzi, siamo al primo set. Se l’attuale governo ha svolto un buon lavoro nel presentare le proposte alla UE su come intende utilizzare quei fondi ed è riuscito a rispettare la prima scadenza nel 2021, nessuno si dovrebbe dimenticare che si è trattato solo dell’inizio di un ancora lungo percorso.

Come riporta il quotidiano La Repubblica, nel corso del 2022, l’Italia dovrà conseguire ben 102 obiettivi concordati in precedenza con Bruxelles e nella circostanza di mancato raggiungimento di questi obiettivi, il nostro paese perderebbe le tranche di finanziamenti previsti dal Next Generation EU. Si tratta di progetti che sono in mano non solo allo stato centrale ma anche alle Regioni e alle realtà locali, le quali dovranno spendere e gestire circa il 33% delle risorse, pari a 66 miliardi di euro, realizzando asili nido, interventi di rigenerazione urbana, di edilizia scolastica e ospedaliera, ma anche economia circolare ed interventi per il sociale. Non si tratta quindi di misure di contorno all’azione di governo, ma l’esatto contrario, soprattutto in un Paese, il nostro, dove il debito pubblico è mastodontico e sprecare altri soldi a fondo perduto finirebbe per logorare ancor di più i finanziatori esterni. Ma ancora una volta, la realtà supera la fantasia, e nonostante gli sforzi ci potremmo ritrovare nuovamente con l’acqua alla gola e sempre a causa della negligenza con cui vengono gestiti i dossier. La prossima estate e il prossimo inverno, infatti, l’Italia dovrebbe ottenere dal Next Generation Eu rispettivamente 19 e 21 miliardi di euro, ma se i progetti non saranno conseguiti in tempo, allora questi finanziamenti verranno persi in toto.

Ed aleggia già nell’aria romana una possibilità prevista dal trattato con l’Eu: il cosiddetto “redeployment” cioè la possibilità di sostituire parti dei progetti presentati che rischiano di saltare con altri che hanno invece più possibilità di riuscita. Nello specifico, l’articolo 21 del Regolamento 2021/241 stabilisce: “Se il piano per la ripresa e la resilienza, compresi i pertinenti traguardi e obiettivi, non può più essere realizzato, in tutto o in parte, dallo Stato membro interessato a causa di circostanze oggettive, lo Stato membro interessato può presentare alla Commissione una richiesta motivata affinché presenti una proposta intesa a modificare o sostituire le decisioni di esecuzione del Consiglio”.

Sembrerebbe un articolo scritto apposta per il Bel Paese, se non fosse per due parole “circostanze oggettive” che mal si riflettono nella motivazione del ribilanciamento italiano dei progetti. Infatti, con questa definizione la commissione europea si riferisce a cause di forza maggiore come cataclismi naturali e similari. Non di certo la lentezza burocratica e politica italiana di far fronte ai propri impegni presi con gli altri ventisei Stati della UE. Ma anche se la discrezionalità politica facesse breccia nel cuore di Bruxelles, sarebbe molto più difficile convincere i capi di stato europei (soprattutto i frugali), che hanno voce in capitolo, ad accettare modifiche in tal senso. E a prescindere da tutto questo, i progetti del PNRR servono per rilanciare l’economia e riformare il Paese affinché il suo debito possa essere quantomeno gestibile. Se anche questo piano per risanare i conti pubblici dovesse fallire e la BCE adeguasse i tassi al contenimento dell’inflazione, ecco allora che da una mancata occasione potrebbe facilmente tramutarsi in una tragedia per la tenuta del debito.

Fortunatamente c’è chi sta facendo sentire la sua voce affinché il tema del PNRR non resti un tema da conferenza stampa di fine anno. Ad esempio, Antonio Decaro, Presidente dell’ANCI e sindaco di Bari, ha avvertito su La Repubblica della necessità di avere più personale per portare a termine i progetti prestabiliti nel PNRR e non tradire la fiducia nell’attuale ripresa economica. E sullo stesso fronte, gli ha fatto l’eco il ministro della PA Renato Brunetta, che qualche giorno fa sulle colonne de Il Foglio aveva sottolineato come a prescindere dall’elezione del Colle e dall’inquilino di palazzo Chigi, lo sforzo di modernizzare la Pubblica Amministrazione a servizio del PNRR non doveva in alcun modo fermarsi. Ma la cronaca travolge e dissipa queste esternazioni, e proprio durante la stesura di questo articolo, impervesa la notizia di Silvio Berlusconi candidato in pectore del centrodestra per sostituire Sergio Mattarella al Colle, con tutte le scosse di assestamento del caso, riprese dalle prime pagine di quasi tutti i giornali. Si ritorna così all’informazione mediatica.

L’attuale bombardamento mediatico sul Colle, con smentite e gossip di ogni tipo, è dovuto anche all’incertezza circa la durata dell’esecutivo, il che ne giustifica l’incessante cannoneggiamento. Il problema è che con questo modus operandi si perde di vista la complessità del momento che sta attraversando il Paese, e che non può essere ridotta a un gioco di potere politico tutto italico o all’interesse di quella o quell’altra cancelleria europea, ma al fatto che occorre trovare un modo per dare stabilità e una prospettiva ai lavoratori e alle imprese. La campagna elettorale perenne a cui ci ha abituati Berlusconi prima, e Renzi e Bettini oggi, tradisce gli intenti del piano di ripresa europeo e gli italiani stessi. E l’elemento più paradossale di tutti è che una volta riscontrate le oggettive difficoltà per ottenere i fondi europei previsti dal piano, si tenderà a dare la colpa, ancora una volta, alla tecnocrazia che vige a Bruxelles: priva di cuore nei confronti dei problemi del Paese. Ma quali sono questi problemi se non quelli che hanno a che vedere con le riforme, gli interventi sulle infrastrutture, sul sistema ospedaliero ed educativo di cui il PNRR si fa garante?

Roberto Biondini e Claudio Dolci

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