Luci e ombre sulla legge di bilancio 2022

6 min di lettura

“Dimmi che legge di bilancio vuoi varare e ti dirò che governo sei”. Potrebbe essere questa la massima che spiega perché ogni anno i media, e più in generale tutti gli analisti politici, sezionino nel dettaglio la manovra più importante dell’intera legislatura, alla ricerca di voci che identifichino l’agire del governo in carica. Dopo tutto, è attraverso la legge di bilancio che si decide dove verranno spesi i soldi degli italiani e per quali misure (il più delle volte varate in deficit e ultimamente con modalità di voto discutibili). Ma prima di addentrarci nel dettaglio, tagliamo subito la testa al toro: quella del governo Draghi è una legge di bilancio che poteva pretendere di più. Analizzandola nel dettaglio, emerge un quadro di chiaro compromesso e più politichese rispetto alle aspettative, frutto probabilmente dalla più grande maggioranza eterogenea che il nostro parlamento abbia avuto. L’utilizzo dell’aggettivo pragmatico, che tanto piace al premier Draghi, è sicuramente più corretto rispetto a tanti altri e condiziona tutta la manovra. Ma forse, com’è successo per il PNRR, sarebbe stato necessario un po’ più di coraggio, anche come biglietto da potersi giocare in vista dei tavoli internazionali che aspettano il nostro Paese. Questa critica, però, non è da addossare esclusivamente all’ex-numero uno della Bce e per questo è bene procedere con ordine ed attribuire a ciascuno le proprie responsabilità.

Nel complesso, l’attuale legge di bilancio prevede spese per circa 32 miliardi di euro (c’è chi ha scritto 30 e chi 31, a seconda degli stadi d’avanzamento dell’iter legislativo), di cui almeno 23,5 in deficit. Per quanto riguarda le misure principali, gran parte dello stanziamento verrà assorbito dalla riforma del fisco, che passa ora da 5 a 4 scaglioni, e dal Superbonus (ivi connessi altri bonus edilizi), due misure che da sole valgono, rispettivamente, 8 e 18,5 mld di euro (da qui al 2025). E proprio per l’ingente quantità di denaro che assorbono, ha senso partire dall’analisi di queste due voci.

Riforma del fisco

La riforma del fisco è stata voluta per semplificare e riequilibrare gli scaglioni contributivi, alleggerendo soprattutto le imposte sulle persone fisiche (Irpef) e poi l’Irap, le quali assorbono, rispettivamente, 7 e 1 mld di euro. Rispetto alle altre riforme del passato (quella varata da Monti 2012, il bonus di Renzi) non c’è un grosso discostamento, almeno sul piano degli effetti. Sulla Voce.info, Massimo Baldini, Silvia Giannini e Simone Pellegrino, sostengono che “il complesso delle riforme che hanno interessato la sola Irpef negli ultimi dieci anni, inclusa quella che entrerà in vigore nel 2022, ha un effetto distributivo marcatamente progressivo”. Tuttavia, proseguono gli autori dell’articolo, “se si aggiunge l’effetto del passaggio dall’Anf all’assegno unico, il discorso cambia, in quanto sono garantiti consistenti trasferimenti monetari anche alle famiglie a reddito medio e alto”.

E qui iniziano i problemi dal punto di vista della giustizia sociale. Infatti, “lo sconto fiscale sarà significativo soprattutto per i redditi compresi tra 35mila e 60 mila euro”, che, come riportato sul Fatto, si tradurranno in un vantaggio fiscale pari a 765€ l’anno per i redditi dei lavoratori tra i 42-54 mila euro, i quali assorbiranno il 14,1% delle risorse stanziate dell’intera misura. Non male per una riforma che mira alla progressività e alla redistribuzione, ma d’altronde si sa, tutti “tengono famiglia”, anche il ceto medio, e ciò spiega l’azione politica. Su questo punto poi Marattin, Presidente della commissione Finanza alla Camera, aveva detto che “coloro che guadagnano dai 35 mila ai 55 mila euro all’anno […] sopportano da soli quasi il 60 per cento di tutto il peso dell’Irpef” innescando una polemica che gli si è ritorta contro. Pagella Politica (noto sito di fact-checking), ha giudicato infatti questa dichiarazione come “pinocchio andante”, perché in realtà quella percentuale emerge solo se si sommano tutti i redditi superiori ai 35 mila euro, anche quelli di chi è sopra ai 300 mila, e ciò è sensato, nonché previsto dalla Costituzione, la quale impone la progressività. Se chi guadagna meno deve pagare come chi guadagna di più è inutile parlare di giustizia sociale e di ridistribuzione.

Risponde su questo punto anche il premier stesso che, interrogato alla conferenza stampa di fine anno risponde: “I principali beneficiari della riforma fiscale sono i lavoratori e i pensionati a reddito medio basso. In termini percentuali, i maggiori benefici derivanti dalla riduzione delle aliquote IRPEF e dal taglio dei contributi si concentrano sui lavoratori con 15mila euro annui. E se si considerano i benefit dell’assegno unico, ne beneficeranno i lavoratori di basso reddito. Un esempio: una famiglia con due figli e reddito di 30mila euro vedrà nel 2022 un aumento del 9% del reddito disponibile con un guadagno circa di 2.700 euro.” Si direbbe un’ottima notizia, peccato che nasconda in realtà una scomoda verità. Innanzitutto, se si ragiona in termini percentuali, l’affermazione di Draghi è valida solo per il 2022, ed è frutto di una riduzione una tantum dei contributi, mentre nel 2023 il guadagno Irpef, per i redditi sotto i 15.000€, scenderà al 2,2%. In valori assoluti, invece, Draghi cita giustamente il risparmio di 2.700€ per una famiglia con 30.000€ di reddito e due figli a carico, ma il Presidente del Consiglio omette che, sempre stando alle tabelle diffuse dal ministero dell’Economia, lo stesso nucleo famigliare con un reddito annuo di 40.000€ risparmierà ben 3.094€ e i benefici aumentano sino alla soglia di reddito di 60.000€. Se poi si analizza nel dettaglio l’affermazione “I principali beneficiari della riforma fiscale sono i lavoratori e i pensionati a reddito medio basso”, si scopre che in realtà non è proprio così. A certificarlo è soprattutto l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, il quale rappresenta un organismo indipendente, che in una nota ha scritto “Il 50 per cento dei nuclei in condizione economica meno favorevole beneficia di circa il 25 per cento delle risorse complessive, mentre il 10 per cento più ricco beneficia di più di un quinto.” E a riportare la notizia, evidenziando il risparmio per i redditi più abbienti, sono praticamente tutte le testate giornalistiche: Il Sole24Ore, La Repubblica, La Voce.info, Giornalettismo, Il Manifesto, Open (tra i pochi ad avere l’accredito di Facebook per il fact-checking) ed ovviamente il Fatto Quotidiano; che per primo ha punzecchiato Draghi in conferenza stampa ed ha poi saputo mantenere ben stretto l’osso tra i denti, nonostante le bordate su Twitter.

dal corriere della sera
dal corriere della sera

Il problema delle bugie è che hanno le gambe e il fiato corto, a prescindere da chi le pronunci. Ed in questo caso la risposta che il Presidente del Consiglio ha mandato a Manolo Lanaro durante la conferenza stampa è stata ben più che imprecisa; e quando Draghi ha affermato che il giornalista del Fatto non ha detto il vero, omette di dire che lui stesso è responsabile di una verità parziale.

Superbonus

Su quest’ultimo si è toccato il fondo del barile e non contenti si è continuato a scavare per raggiugere il centro della terra. Il veleno è qui giustificato dall’impatto dell’intero incentivo, il quale costerà ben 33 mld, sempre se si riesca a stare nel budget previsto, e supererà ampiamente i termini previsti dal Recovery Plan. Ma andiamo con ordine. Iniziando dalle fake-news, si è detto che il Superbonus avrebbe contribuito a salvare il pianeta dal riscaldamento globale, ma ciò è vero solo in parte. Federico Fubini, infatti, dalle colonne del Corriere precisa come rispetto all’Ecobonus il vantaggio in termini ambientali, calcolato in rapporto al beneficio per euro speso, sia nettamente inferiore. E già qui un amministratore avveduto dovrebbe drizzare le orecchie e fare retromarcia, ma siamo in Italia, e quindi si procede a passi ben distesi. Via il tetto Isee di 25 mila euro per le villette mono-famigliari, via il decreto antifrode per chi spende meno di 10 mila euro e soprattutto, si ristrutturino anche le seconde case, crepi l’avarizia. Fortuna che Conte ci ha tenuto a precisare che “sul Superbonus ci siamo battuti senza risparmio”; già, dopo tutto i soldi ce li messi l’Europa e il debito lo paga “Antonio”. In che modo non si sa, ma intanto avanti con la barra dritta e gli occhi all’Agenzia delle Entrate, che ha già riscontrato 4 mld di euro che erano stati dati come cedibili (su tutti i bonus edilizi), ma che in realtà sembrano nascondere ben altro. Certo, ogni legge ha un cono d’ombra nel quale si insinua il dolo, ma in questo caso è stato lasciato ampio spazio di manovra a un Parlamento reo di aver soprasseduto sulle proprie colpe. E così com’è stato per la riforma del fisco, anche qui si registrano mosse da cerchiobottisti di professione, come la riduzione del bonus facciate dal 90 al 60% e l’incremento per il bonus mobili (al 50%) da 5 mila a 10 mila euro. Nel complesso la misura del Superbonus acquisisce un minimo di senso se si considerano due aspetti. Il primo è che la cessione al 110% alle banche ha fatto sì che il governo potesse poi chiedere a quest’ultime di finanziare i mutui per gli under 36 senza dire un “ma!”. Inoltre, grazie al Superbonus, c’è stato un accreditamento senza precedenti di tante piccole imprese del settore edile che adesso si ritroveranno a pagare delle tasse, in un settore, quello delle costruzioni, dove il nero è ben presente. Basti considerare che si stimano oltre 2 milioni di fabbricati abusivi non ancora censiti e le dichiarazioni dell’ARE dimostrano come molti proprietari abbiano apportato modifiche all’immobile senza pagare le imposte dovute, ed ovviamente senza autorizzazione. Detto questo, l’intera misura non si può giustificare né da un punto di vista ambientale, né di giustizia sociale.

Rincaro bollette

Sgombrato il campo dalle due misure più impattanti, si può affrontare l’argine al rincaro delle bollette, che da solo vale ben 3,8 mld di euro, ma si dimostra ampiamente insufficiente per contrastare gli aumenti previsti. Su Domani, infatti, Vanessa Ricciardi, ci racconta come l’attuale contenimento del caro bollette, stabilizzato a un +30% sulla componente luce e +15% sul gas, sia in realtà calibrato su un costo dell’energia pari a 70€/MWh, mentre in realtà oggi quest’ultimo ha prima raggiunto il record 180,5€/MWh, per poi assestarsi, grazie all’aiuto degli Usa, a quota 106,89€/MWh (dato del 28/12/2021). Con queste cifre si stima un rialzo dei prezzi al consumatore del +40% per il gas e del +30% per l’elettricità, con un aggravio di spese che si aggira sui 770€ in più a famiglia (e questo nonostante i miliardi stanziati dal governo con l’attuale legge di bilancio). C’è da dire che in questo caso il governo è stato sottoposto a shock esterni, quali le strategie geopolitiche del Cremlino e a scelte prese di comune accordo per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, sui quali per anni si è solo fatto “bla bla bla” ed oggi dobbiamo pagare il conto per una marea di parole a cui è seguito ben poco. Tuttavia, nonostante l’argine posto a contrasto dello tsunami del caro bollette, il governo ha pensato di proporre la possibilità di rateizzare i pagamenti in 10 rate e di 6 mesi. Una misura contro la quale si sono già scagliati i fornitori di energia, i quali temono il crescere di morosità e un danno economico. Riuscirà il governo, ed il Parlamento che lo sostiene, a mantenere la barra dritta? Dipende molto da chi sarà l’inquilino di Palazzo Chigi.

Pensioni e reddito di cittadinanza

Sempre sul fronte delle spese medie c’è l’aggiustamento del dossier pensioni, che sostituisce quota 100 con 102 e aiuta il comporto edile ad andare in pensione prima. Quest’ultimo, infatti, risulta essere un settore con un’alta quota di morti bianche e particolarmente usurante, quindi gli anni di contributi da versare passano da 36 a 32. C’è poi il rifinanziamento del Reddito di Cittadinanza, che presenta non poche zone d’ombra, ma che allo stesso tempo, in assenza di misure per garantire un salario minimo, sta evitando il solito sfruttamento di mano d’opera a bassissimo costo, la quale incide maggiormente su chi è sprovvisto di titoli di studio superiore. La nuova legge di bilancio in particolare prevede: obblighi di lavoro più stringenti con il sussidio che decade dopo due, e non tre, offerte di lavoro rifiutate; si prevedono maggiori controlli anche sulla situazione della fedina penale dei componenti del nucleo familiare, con uno scambio integrale dei dati tra INPS e ministero della Giustizia; si introduce infine la verifica sui patrimoni all’estero grazie a un incrocio di dati  con  le autorità straniere. Sempre sul capitolo lavoro è interessante la misura che prevede delle multe da 1.000 a 6.000€ per i datori che non retribuiscono gli stage, l’esenzione della contribuzione per le PMI (sotto i 9 dipendenti) per i contratti in apprendistato ed infine la norma “anti-delocalizzazioni”; essa impone a un’azienda (con almeno 250 dipendenti) di organizzare un piano di ricollocazione del personale che intende licenziare, pena, il raddoppio del contributo previsto. All’ultimo è poi piovuto dal cielo un emendamento per l’adeguamento degli stipendi ai dirigenti dell’amministrazione pubblica che percepiscono 240.000€ annui, i quali potranno godere di un incremento medio del 3,78%. Da una parte questo è un modo per rendere più attrattiva la carriera nel pubblico rispetto al privato, ma nei fatti stona, ancora una volta, con l’idea di un sistema redistributivo più equo.

Fondi sociali

Accanto a queste misure dal carattere economico-industriale-amministrativo, ve ne sono altre più attente al sociale, come ad esempio i 25 mln in un fondo contro i disturbi dell’alimentazione e i 27 mln per la cura dell’Autismo, mentre i fondi destinati al supporto psicologico anti-Covid si sono volatilizzati. Esattamente com’è stato per i fondi aggiuntivi richiesti dal comparto sanitario, di cui ha parlato Gian Antonio Stella sul Corriere Economia. Le associazioni di anziani e disabili avevano infatti chiesto 300 mln di stanziamenti e ne hanno ricevuti ben 115. Se si tiene conto del fatto che in Italia manca una riforma nazionale per l’assistenza agli anziani non autosufficienti, il quadro appare serio. L’Osservatorio per la salute pubblica della Cattolica di Milano ha già calcolato che da qui al 2028 la popolazione di anziani che potrebbe aver bisogno di assistenza, poiché non più autosufficiente, potrebbe più che raddoppiare, passando dagli attuali 2,9 milioni a 6,3. Se poi si considera che ogni milione di nuovi posti letto in una Rsa costa circa 120-130 mld si capisce quanto sia lungimirante una manovra che stanzi giusto 115 mln.

Per quanto concerne le modalità di approvazione della legge di bilancio, infine, su Domani, dal direttore Stefano Feltri, sono piovute critiche al vetriolo legate soprattutto allo spazio lasciato al dibattito parlamentare. Stiamo infatti parlando di una legge che è stata approvata il 29 ottobre in CdM, per approdare in Senato l’11 novembre, essere votata il 24 di dicembre e infine ratifica alla Camera e di nuovo riapprovata il 29 di dicembre. E su quest’iter legislativo Feltri non la manda certo a dire: “il governo Draghi non ha alibi”. Ecco, forse questo giudizio è quello che meglio racchiude il senso dell’attuale legge di bilancio, che negli intenti avrebbe dovuto segnare un cambio di passo rispetto alle leggi varate in passato, ma che in realtà, spulciando nel dettaglio questi passaggi, ricorda sin troppo bene i difetti dell’agire politico italico. Vuoi per continui litigi su che cosa bisognasse inserire nella manovra o meno, vuoi poi per la prossimità con l’esercizio provvisorio, alla fine i parlamentari hanno votato sì sulla fiducia posta dal governo; ed ancora una volta ci si è ritrovati di fronte a un Parlamento svuotato delle sue funzioni. Che sia questa la nuova normalità?

Claudio Dolci e Roberto Biondini

2 pensieri riguardo “Luci e ombre sulla legge di bilancio 2022

  1.  I difetti dell’agire politico italico

    La spesa pubblica e la spesa sociale italiana sono dal lontano 2007 ed anche ancor prima, il risultato di scelte poco opportune, anzi grossolanamente errate.
    Paramentri come il welfare e il benessere sociale sono stati umiliati per esaltare i concetti liberisti (e non liberali) messi in atto nel ventennio berlusconiano e soddisfatti con meditata coerenza dalla complice pseudo-sinistra dalemiana.
    Il sistema pensionistico mai aggiornato con le dinamiche sociali della globalizzazione, le immorali regole di ingaggio nel mondo del lavoto a favore del caporalato istituzionalizzato rappresentato dalle agenzie interinali, l’immorale disfacimento della sanità pubblica a vantaggio di scaltri imprenditori della sanità privata….tutto questo e tanto altro, hanno dererminato, grazie al miope agire politico itsliano, la drammatica situazione attuale.
    Una profonda riforma istituzionale e la creazione di un unico governo europeo, credo siano il punto di partenza dell’avvio della da tempo auspicata “primavera europea”..

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  2. Nel 2007 ho operato un confronto tra spesa pubblica e spesa sociale mettendo a confronto con la cluster analisys le Regioni italiane.
    I raggruppamenti emersi hanno confermato nella loro aggregazione fisica la connotazione delle 4 aree Nielsen.
    Ho utilizzato per la loro rappresentazione gli indicatori COFOG ideati per valutare il ‘ritardo delle politiche sociali’ nei Paesi più poveri – ed è stato dimostrato utilizzando i dati dell’ultimo aggiornamento ISTAT del 2001, come siano assolutamente parametrati per definire la qualità della spesa sociale in un Paese.
    Da tale attività di studio e ricerca è emerso che in Italia il costo dei servizi resi al cittadino corrisponde al solo 10% della spesa pubblica, contro il 23% della Francia, il 36% della Norvegia.
    Pertanto la soluzione non può che essere trovata all’interno del processo di europeizzazione, dove si dovrà assolutamente eleggere il primo esecutivo e il primo Presidente degli Stati Uniti Europei.
    Questa potrebbe essere la prossima fase dello scenario politico comunitario: 2 partiti europei, la costruzione e l’elezione del primo governo UE.
    Il possibile primo Presidente?
    Mario Draghi

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