Finalmente liberi, ma a quale prezzo?

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Quella del costo sommerso rappresenta una delle trappole cognitive più insidiose della mente umana, poiché incita a perseguire i propri obiettivi nonostante gli scarsi benefici e gli svantaggi generati nel presente, a cui si sommeranno poi quelli futuri. E quando a sottostimare l’impatto delle proprie scelte non è una persona, ma un Paese intero, come nel caso del Regno Unito, i rischi connessi a una scelta incauta possono ripercuotersi per decadi, senza che se ne possa intravedere una via d’uscita.

D’altro canto, esistono delle criticità di fronte alle quali persino una banca centrale, com’è quella d’Inghilterra (BoE), rischia di scontrarsi e uscirne con le ossa rotte. Questo perché la politica monetaria influenza ambiti economici ben precisi, come ad esempio quello del contenimento della fluttuazione dei prezzi e dei tassi d’interesse, ma non può incidere su temi legati al commercio di natura più pratica, come possono essere i dazi doganali e le dispute su immigrazione, zone di pesca e transito di merci. In breve, a seguito della Brexit la Banca d’Inghilterra ha cercato di far sì che il costo del denaro, quindi i prestiti a imprese e privati, non compromettessero l’integrità del sistema economico britannico, ma il divorzio dall’Unione ha generato problematiche di portata ben maggiore.

Ad esempio, le importazioni e le esportazioni rappresentano i punti nevralgici di un’economia aperta e da esse e dalla domanda interna derivano poi lo sviluppo economico di uno Stato. E se si considera che l’Unione Europea è il più grande blocco commerciale del mondo, in quanto primo esportatore di manufatti, di servizi, nonché il più grosso mercato di importazione per oltre cento paesi, si capisce quanto la rottura con un alleato commerciale di tale peso possa comportare degli effetti collaterali per l’ossatura economica di qualunque Paese. Risulta quindi fondamentale analizzare, passo dopo passo, come siano cambiati i rapporti commerciali pre e post Brexit, e quali, a distanza di un anno, siano stati gli effetti sulle imprese e sul commercio tra Gran Bretagna ed Unione Europea.

Innanzitutto, è bene ricordare come l’uscita del Regno Unito, come membro dell’UE, abbia posto fine alla libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi, e quindi di ciò che si definisce mercato unico; a cui si deve inoltre aggiungere la rottura dell’unione doganale, intesa come imposizione comune di un’accisa sulle merci esterne all’Unione Europea. Di fatto, con la Brexit, il Regno Unito ha rinunciato ai due pilastri su cui si fondava l’Unione Europea ben prima della nascita dell’Euro. Ed anche se sembrano nozioni semplici, questi due soli principi fondativi hanno sostenuto sia la crescita dello scambio commerciale nell’unione europea, sia la difesa dei prodotti UE nei confronti di quelli extracomunitari, per almeno un quarto del secolo. Inoltre, grazie a una semplificazione nelle procedure per l’importazione e l’esportazione di merci, questi due pilastri economici hanno anche favorito le catene di approvvigionamento dal fornitore iniziale al cliente finale che, con l’uscita dai programmi di mercato unico e dall’unione doganale, si rendono oggi più complicate. Il modello stesso di produzione a commissione, ovvero il Just in Time, che prevede la riduzione del magazzino e la celerità nella consegna grazie a una produzione agile, subisce di rimbalzo qualunque blocco logistico imposto da dogane, così come l’iva e altre norme e balzelli tra Stato e Stato.

Tuttavia, i favorevoli alla Brexit hanno visto in questi due pilastri una limitazione insopportabile alla libertà di uno Stato di poter decidere in materia commerciale e cioè di poter imporre dei dazi e tariffe sulle merci importate in modo indipendente. Ed effettivamente il mercato unico diventa un vantaggio per lo sviluppo in tutte quelle situazioni in cui le nazioni condividono economie, costi della vita e del lavoro simili, mentre si rivela svantaggioso quando le disparità sono più marcate (per esempio, nello stesso mercato unico in cui stava il Regno Unito c’era pure la Bulgaria). Per tutte queste ragioni, sin dai primi giorni post referendum, nel 2016, ci sono state ampie schermaglie su questi due pilastri, fino a raggiungere un accordo che andasse bene ad entrambe le parti, ma non è stato facile. Tant’è che neanche un anno fa, quando ancora il Regno Unito usufruiva delle leggi comunitarie, si era paventato il rischio di ottenere un divorzio tra UK e UE più duro, inteso come mancato accordo e conseguente mutuo riconoscimento come semplice “terza nazione”, al pari cioè di un generico stato appartenente all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Tale scelta avrebbe comportato lo stesso rapporto commerciale che oggi l’UE intrattiene con gli stati del terzo mondo, gettando così il bambino con l’acqua sporca.

E per le aziende, di entrambe le parti in causa, ciò avrebbe comportato un cospicuo aumento di imposte e burocrazia, nonché il fatto di ritrovarsi, letteralmente dall’oggi al domani, a sostenere un incremento importante dei costi per commerciare con il blocco economico con il quale avevano più scambi. In sintesi: una disfatta. Tant’è che, secondo alcuni sondaggi, la maggioranza delle PMI britanniche aveva votato per rimanere all’interno della UE proprio in virtù del fatto che temeva gli effetti di una separazione dura, che è stata poi scongiurata sul filo del rasoio, quando, a fine dicembre dello scorso anno, si è optato per adottare le logiche dell’economia invece di quelle dell’ideologia. Ma in concreto, che cosa ha comportato la Brexit per le imprese oltre la Manica?

Il documento finale stabilisce un’area di libero scambio tra le parti. Ciò significa che le merci originarie dei rispettivi territori potranno muoversi senza l’applicazione di dazi in importazione. È quindi caduto il pericolo di imposte reciproche sulle merci prodotte nei rispettivi Paesi e poi scambiate tra le due parti, e ciò ha accontentato sia le imprese britanniche, sia l’Europa stessa, mentendo il legame commerciale tra i due Paesi ancora separati in casa. Tuttavia, come ha giustamente riportato IPSOA, le formalità doganali restano inevitabili (dichiarazione di import/export e documentazione correlata) con la necessità di onorare – oltre ad IVA ed accise – anche le spese legate ai servizi di passaggio: lo sdoganamento fuori orario e fuori dagli spazi doganali, le analisi e le campionature per le verifiche sui prodotti, i diritti di sosta e i costi per misure eccezionali di controllo rese necessarie dalla particolarità dei prodotti in movimento. Ma perché i controlli doganali sono rimasti invece che venir cancellati? Per capirlo bisogna sottolineare un concetto all’apparenza irrilevante, ma di grande valenza in un accordo in cui esiste il mercato unico (salvaguardato dagli accordi),ma non l’unione doganale. Infatti, se da ora in avanti l’UK pone le proprie tariffe per ciò che importa dal mondo, magari diverse e più basse di quelle imposte dalla UE, si potrebbe incorrere nel rischio che l’isola oltre la Manica diventi un cavallo di Troia per le merci straniere non a norma. Risulta quindi necessario che i prodotti inglesi abbiano un marchio d’origine sulla nazionalità dei pezzi che lo compongono, affinché le parti dei prodotti internazionali possano subire le tariffe comunitarie una volta entrati nel marcato dell’UE, e questo fardello burocratico ricade per forza sulle aziende britanniche.

In questo modo, affinché un esportatore possa completare la rituale attestazione di origine, dovrà ottenere una “dichiarazione del fornitore” o un documento equivalente che contenga le necessarie informazioni sui materiali non originari coinvolti, in modo sufficientemente dettagliato da consentirne l’identificazione. È previsto inoltre, che l’autorità doganale della parte importatrice (in questo caso l’Unione) possa verificare se il prodotto sia effettivamente originario nel rispetto delle regole previste dall’accordo, sulla base di metodi di valutazione del rischio. Tali verifiche possono essere dispiegate con specifiche richieste di informazioni all’importatore che ha presentato la domanda, sia al momento della presentazione della dichiarazione di importazione stessa, sia prima e dopo il rilascio dei prodotti. Questa però era la teoria, perché nella pratica le cose sono andate diversamente. L’Europa, infatti, stabilì che bastassero il 50% dei componenti certificati UE o UK affinché venissero ridotte a zero le accise ed inoltre, entrambe le parti concordarono una sorta di periodo di grazia, della durata di un anno, per non rendersi la vita troppo complicata. Il problema però è che quest’anno sabbatico terminerà col 2021 e soprattutto le piccole imprese britanniche, come riporta lo stesso Financial Times, non hanno neppure adottato questi minimi accorgimenti doganali e rischiano, dal 2022, di vedersi chiusa la porta in faccia dal commercio con l’UE. D’altronde, c’è chi ha semplicemente apposto un auto-dichiarazione di conformità e chi, invece, non ha neppure idea della provenienza delle parti dei propri prodotti; e ciò, per la comunità Europea, è inaccettabile.

Di fatto, l’Unione ha cercato di tutelare i suoi interessi e limitato quelle forme di concorrenza sleale e non conformità agli standard europei che altrimenti si sarebbero potuti verificare; tuttavia, facendo ciò ha indubbiamente limitato il commercio, soprattutto quello del Regno Unito, che adesso deve correre ai ripari. Cosa che non vuole fare. D’altronde, il Regno Unito ha dalla sua alcune armi da poter giocare, come ad esempio quella della guerra per la pesca nel canale della Manica, grazie alla quale è riuscita a riaccendere antichi dissapori coi vicini francesi. I quali, vorrebbero veder riconosciute le licenze di pesca, più di 1.000, e di cui oggi sono ancora a rischio almeno 150, questo perché il governo inglese richiede una sorta di certificato di storicità. È da queste piccole cose che si comprende quanto la strada da qui all’effettivo divorzio tra UE e UK sia tutta in salita e di come il governo inglese si stia avvicinando sempre di più al momento in cui i nodi saranno un tutt’uno col pettine.

E già oggi, infatti, il risultato di questi controlli e balzelli normativi è stato incorniciato dalle file lunghe alla frontiera, dai tempi dilatati per i controlli, dall’aumento dei costi per le imprese e tante piccole scene di ordinaria follia: scaffali dei supermercati vuoti e pompe di benzina chiuse per mancanza della materia prima. A tutti gli effetti un incubo, come ha riportato lo stesso The Guardian: infatti, se le grandi aziende possono sopperire i costi aggiuntivi grazie alle loro economie di scala, le PMI sono alle prese con “scartoffie incredibilmente impegnative e non familiari”. La Federation of Small Business, una lobby delle PMI, ha affermato che 35 dei 132 esportatori intervistati hanno temporaneamente sospeso il commercio con l’UE o lo hanno interrotto in modo permanente. Uno su dieci degli esportatori intervistati ha affermato di voler anche rinunciare al commercio con i clienti dell’UE. E la controprova di questo fenomeno si esplica con il fatto che nel primo mese post accordo (gennaio 2021) l’export è calato del 41%, anche se certamente, Sars-Cov2 ci ha messo del suo.

La congiuntura di Sar-Cov2 e di Brexit, ha inoltre accelerato l’esplosione di un altro problema, quello dei camionisti, che riguarda sì un po’ tutto il Vecchio Continente, ma che ha colpito duramente Londra. In primis perché, come dimostrano i dati, il settore dei trasporti è da tempo delocalizzato soprattutto nei Paesi dell’Est Europa, per una ragione di costo del lavoro, e come scelta ha mostrato tutta la sua fragilità durante la pandemia. D’altronde, un camionista ungherese sulla cinquantina, visto l’aumento delle procedure anti Covid-19 e i rischi connessi alla professione e alla salute, ha valutato attentamente se proseguire o meno il proprio percorso professionale; e in tal senso ha preso parte al movimento della Grande dimissione, scegliendo di fare altro. C’è stato poi un altro problema, e questa volta tutto inglese, la Brexit ha tolto al Regno Unito circa 15.000 camionisti, su una flotta di 300.000, e ha imposto agli altri il gioco delle norme discusso in precedenza, con blocchi alla dogana e incertezze continue. In altre parole, se c’era chi, dopo la pandemia, pensava di riprendere a fare la spola tra Londra e Budapest, ha preferito appendere le chiavi del camion al chiodo e fare altro, lasciando le pompe della benzina e gli scaffali dei supermercati vuoti.

Il governo britannico ha minimizzato queste problematiche e oggi rilancia dicendo che gli accordi commerciali con le altre nazioni del mondo, la famigerata Global Britain, siano (e saranno) sempre più favorevoli rispetto a quelli con l’Unione, e nel tempo favoriranno il riaffermarsi dell’UK a qualcosa di più di semplice terza nazione. Ma gli accordi commerciali richiedono tempo (tralasciando poi il fatto che la quasi totalità erano già parte di accordi con l’Ue, ma alle stesse condizioni di prima e non migliorativi per Londra, a parte quelli col Giappone) e non sempre fioriscono come si vorrebbe. Sarà quindi cruciale capire che cosa succederà dal gennaio del 2022 e ad oggi le premesse non sono delle migliori.  

Roberto Biondini e Claudio Dolci

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