La dinamica dei prezzi e le mosse di Bank of England

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“Crediamo che sarà necessario un modesto inasprimento della politica monetaria per il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione in modo sostenibile, nel medio termine”. È con queste parole, pronunciate di fronte alla Society of Professional Economists, che Andrew Bailey, attuale governatore della Bank of England (BoE), qualche tempo fa affrontava una platea ansiosa di capire quali sarebbero state le future mosse dalla banca centrale inglese. D’altronde, e com’è stato già scritto nella rubrica La giostra dell’inflazione, quando le banche centrali dichiarano qualcosa è perché vogliono tranquillizzare gli attori economici su ciò che sta avvenendo. Anche se, nel Regno Unito, a colpire l’economia non sono solo l’inflazione e i colli di bottiglia, ma anche le conseguenze di Brexit. Già, perché nello stesso anno in cui è scoppiata la pandemia, il Regno Unito ha anche raggiunto il “definitivo” divorzio dall’Unione Europea ed ha quindi sommato gli effetti delle due congiunture, conseguendo pesanti effetti sui conti pubblici.

Durante il 2021, infatti, il governo di Boris Johnson ha contratto il più alto debito in rapporto al Pil Britannico che si sia mai registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, pari al 15,1% contro il 15,2% nel 1946. Il Regno Unito, inoltre, ha ora raggiunto un livello d’indebitamento, in rapporto al Pil, pari al 95,1%, che è certamente inferiore al quasi 160% dell’Italia, ma comunque resta a livelli che gli inglesi non vedevano dagli anni ’60. E il problema è che questi risultati economici non sono imputabili solo al Covid-19, come vorrebbe il governo inglese, ma derivano in gran parte dal frutto avvelenato degli accordi raggiunti con il patto su Brexit. Quest’ultimo, come ha rilanciato dalle colonne del The Guardian il Prof. Jonathan Portes, docente di economia e politiche pubbliche presso il King’s College di Londra, porterà nel medio-lungo periodo a una riduzione del Pil pro capite pari al 4%, mentre l’attuale pandemia si assesterebbe a un 2%. Di fatto, quello che sostiene il Prof. Portes, è che gli effetti della pandemia andranno a configurarsi come uno shock transitorio, di natura intensa ma di breve durata, mentre gli effetti di Brexit colpiranno l’economia inglese per un periodo di tempo più lungo, segnando nel profondo l’economia britannica. Ed è dello stesso avviso anche Richard Hughes, il Presidente dell’ufficio per la responsabilità al budget, che alla BBC parla apertamente della sovrapposizione tra gli effetti del Covid-19 e di Brexit, sottolineando la maggior persistenza di quest’ultimi rispetto ai primi. In breve, quello che dicono gli esperti è che l’attuale pandemia rappresenta una ferita per l’economia inglese, come potrebbe essere un colpo di lama, mentre Brexit sarà più simile a una malattia cronica che accompagnerà il Regno Unito per un lungo periodo. Di conseguenza, è facile comprendere come il compito della Bank of England (BoE) sia ad oggi molto difficile, perché da una parte deve mitigare degli effetti sul breve periodo, dovuti alla pandemia, ma dall’altra è consapevole che ci saranno turbolenze persistenti e che il governo conservatore cercherà in un qualche modo di scaricarne la responsabilità prima sul Covid-19 e poi altrove, anche se non sarà facile. Dopo tutto, per il governo inglese addossare le colpe a Bruxelles sarà un po’ come cercare di arrampicarsi su una parte verticale di specchi affidandosi alle sole proprie forze.

Il Regno Unito, infatti, ha sempre mantenuto la propria valuta, anche quando era parte della comunità Europea e negli anni ha perlopiù espresso una certa indipendenza dalle politiche economiche comunitarie, sia durante gli appuntamenti internazionali, sia nelle scelte di politica comune fiscale e monetaria. E ciò rimarca, qualora ce ne fosse bisogno, che fu molto più eccezionale l’entrata degli UK nella Comunità Europea, nel 1973, piuttosto che tutti i mal di pancia e i piagnistei dagli inquilini del numero 10 di Downing Street con l’Europa. Vedendo le carte, al di là degli incontri plenari tra i maggiori leader mondiali durante i quali ci si scambiano opinioni tutt’altro che coercitive, si noterà come l’impatto di Brexit sulle scelte di politiche monetarie della BCE si sia inserito nel già ampio ventaglio degli shock esterni che Francoforte ha sempre considerato e calibrato per le scelte da attuare a livello comunitario. Tuttavia, cosa ben diversa, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello giuridico, sarebbe stata un’eventuale uscita di Londra dall’area Euro, possibilità che però non sembra essere presente neppure nei regolamenti europei. In una così ipotetica circostanza, la BCE avrebbe perso un membro sotto il suo controllo, e gli effetti del Brexit sarebbero stati certamente più seri.

La Bce ha quindi saputo gestire il divorzio dal Regno Unito, ma Bank of England ha fatto altrettanto? E com’è cambiata l’economia britannica dal 2016 a oggi?

Innanzitutto, è bene precisare che i primi segnali di come la BoE avrebbe gestito la politica monetaria balzavano già all’occhio prima del referendum del giugno del 2016. Bisogna infatti partire da due importantissime ipotesi, tra loro interconnesse. La prima afferma che le “aspettative circa il futuro” formulate del mercato (inteso come imprese, cittadini e investitori) giocano un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico generale. Semplificando, si può affermare che se il mercato confida in una crescita dei prezzi stabile, sostenuta da politiche monetarie e fiscali serie e sicure, allora effettivamente sarà probabile che i prezzi cresceranno davvero in modo saldo generando così una crescita economica. La seconda ipotesi, invece, è che l’incertezza rappresenta sempre il peggior sentimento che può palesarsi tra gli attori del mercato, come tra l’altro ha dimostrato l’avvento della pandemia di Covid-19.  Estremizzando quest’ultima ipotesi, si può arrivare a dire che sia peggio non conoscere il futuro, piuttosto che sapere con certezza che ci sarà una grave crisi. Questo perché l’incertezza genera caos tra gli attori del mercato, i quali non sanno più se sia meglio risparmiare o spendere, investire o disinvestire, inducendo così un blocco delle attività. Per chi volesse controllare la cartina tornasole, è sufficiente riguardarsi l’andamento della Borsa durante i primi mesi del Covid-19.

E in tutto il periodo del Brexit, la letteratura economica ci dice proprio che queste due ipotesi si sono sommate tra di loro. Dapprima è stato il turno del risultato sul voto del Referendum del 2016, e dopo, quello dell’altalena tra una soft o una hard Brexit. Le parole di Bank of England, di un report del 2019, furono lapidarie: “La Brexit cambierà radicalmente la natura delle relazioni del Regno Unito con il suo più grande partner commerciale (UE ndr). La vasta gamma dei potenziali scenari sembra aumentare l’incertezza e rendere le persone più pessimiste riguardo le prospettive economiche. Questi effetti, difficili da separare, stanno già influenzando l’economia del Regno Unito. Essi hanno ridotto in particolare gli investimenti delle imprese e possono aver pesato sulla produttività e sui consumi.”

D’altronde, quando si verifica un incremento dell’incertezza è probabile che gli investitori richiedano una compensazione più elevata per il rischio da essa generato e di conseguenza un aumento dei tassi d’interesse, causando così un inasprimento delle condizioni di credito (ovvero il credit crunch). Ed è chiaro che peggio di una Brexit-dura ci sia solo una Brexit-non-so, com’è stato in passato e com’è tuttora. D’altro canto, l’uscita dal mercato unico sta causando al Regno Unito una diminuzione della produttività e dei traffici commerciali con l’UE, che, sempre secondo l’Office for Budget Responsibility, potrebbero persino diminuire di un 15%.

Di fatto, l’incertezza è stato il sentimento più diffuso negli anni post Brexit. E in queste condizioni, la scelta che deve fare una banca centrale, come la BoE, è quella di mantenere le condizioni affinché il credit crunch non si verifichi e al contempo instillare fiducia sulla dinamica dei prezzi nel futuro. E per questo, inflazione permettendo, Bank of England ha mantenuto bassi i tassi d’interesse sul mercato finanziario e inondato il sistema economico di liquidità. Ma sebbene questa operazione non sia stata tecnicamente troppo complicata, soprattutto nell’era del Whatever it takes (tutto ciò che è necessario) attuato dalla Banca Centrale Europea, instillare fiducia per il futuro non è affatto una cosa semplice. Soprattutto se il patto commerciale tra UK e UE continua ad essere condotto su base ideologica, com’è stato sino ad ora. Per quattro anni e mezzo, infatti, si sono alternate ipotesi di tutti i tipi, una l’opposto dell’altra, con incontri su incontri per giungere infine a rimettere in discussione ogni scelta presa.

Ci poi state delle prese di posizioni estreme, come la minaccia di Londra di non mantenere la parola presa in un accordo internazionale, che ha provocato un clima teso con la commissione europea ma anche con la camera dei lord di sua maestà. Ed è per questo, ma anche per via del Covid-19, che la BoE sta continuando a mantenere con forza politiche accomodanti, nel tentativo di evitare (o rimandare) una recessione. Nel passato abbiamo raccontato di come la politica monetaria sia uno strumento necessario ma non sufficiente per far ripartire un’economia, questo perché se la politica fiscale, in particolare le relazioni commerciali con il partner più importante, non sono chiare è difficile incoraggiare la ripresa. E nel frattempo, non bisogna dimenticare che tutte le medicine prese all’eccesso fanno male. E meno un paese è credibile, più gli effetti collaterali delle medicine possono apparire anzi tempo. In concreto, si può dire che l’uso copioso della politica monetaria espansiva sia utile se nel frattempo gli investimenti ripartono, ma se essi non sono abbastanza veloci, non solo per incertezza interna ma anche a causa di shock esterni (come l’aumento dei prezzi delle materie prime), ecco che il bazooka di moneta può causare più danni che benefici.  E piuttosto che far ripartire la produzione, l’eccessiva liquidità può provocare un’iperinflazione senza crescita.

Ad oggi, le principali banche centrali cercano di capire come affrontare l’aumento dell’inflazione e la genesi delle varianti di Sars-Cov2, ma se per quasi tutte l’ipotesi di un inasprimento dei tassi sembra quanto meno possibile, la BoE, invece, dovrà considerare anche gli effetti di Brexit e quindi il rischio del peggioramento, e non di poco, della ripresa economica.

P.S. L’analisi appena affrontata testimonia come la sovranità monetaria non sia di per sé un elemento sufficiente per lo sviluppo economico, ma come quest’ultimo dipenda in primo luogo dalla credibilità delle istituzioni a prescindere dalla loro essenza nazionale o sovranazionale.

Roberto Biondini e Claudio Dolci

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