Brexit, un anno dopo

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Perché parlare di Brexit oggi? A chi interessa ancora qualcosa dell’uscita di Londra dalla UE? Sono passati ormai cinque anni dal referendum e, come sappiamo, il Regno Unito non ha mai nascosto la propria indipendenza dal continente. Tant’è che l’isola britannica non ha mai abbandonato la sterlina, ha sempre mal sopportato le regole di un’Europa spesso incapace di imporsi con le sue decisioni (ultimamente persino di fronte a una pandemia) e all’indomani del voto ha festeggiato la vittoria del leave. E allora perché riesaminare la storia di un ospite così insofferente? Forse perché è a quell’isola a Nord dell’Atlantico che dobbiamo la democrazia parlamentare così come la conosciamo oggi, nonché la lingua che tuttora si parla anche a Bruxelles ed è sempre ai britannici che dobbiamo prima la resistenza e poi l’estirpazione del tumore nazi-fascista che per anni ha infestato l’Europa. Ma al di là delle ragioni storico-linguistiche e politologiche, il motivo per il quale occorre riesaminare il Brexit è che esso ha creato un precedente in Europa: è stato infatti il primo divorzio, solo apparentemente consensuale, tra Stati europei e mai come oggi ciò rappresenta un precedente che potrebbe essere da esempio ad altri Stati critici verso l’Unione Europea.

Basterebbe solo questo a giustificare una rilettura della Brexit, ma la verità che è il divorzio tra Stati dell’Unione ci offre la possibilità di affrontare anche quei temi che tengono in ostaggio le politiche del Vecchio Continente. Un esempio? La spinta all’indipendentismo e sovranismo che popola quasi tutti gli Stati europei: dalla lotta tra centro e periferia in Francia, a quella tra Nord e Sud Europa, così come quella invocata dai secessionisti nostrani, a quelli baschi e alle logiche partitiche dietro Afd in Germania. Nel Regno Unito tale conflittualità ha nomi, denominazioni geografiche e culturali precise: Scozia e Irlanda. C’è poi la questione dell’immigrazione con lo sgombero annunciato, poi rimandato, e attuato solo in parte, degli stranieri dal suolo nazionale britannico. E come non parlare del rapporto commerciale tra EU e Regno Unito? Dalle lotte per il merluzzo pescato nella Manica, alle code fuori dal tunnel della stessa, coi camion bloccati da visti e i controlli doganali.

Il Regno Unito offre inoltre la possibilità di verificare la solidità di uno Stato, in teoria coeso, in un mondo globale e ormai lontano dai successi di Yalta, da quelli di Bretton Woods e dai fasti di quell’impero chiamato Commonwealth. Oggi il Regno Unito affronta con la propria City un mondo di coalizioni tra super-potenze, dove chiunque scelga di stare da solo deve assumere strategie più simili a quelle di un pesce palla che a quelle di uno squalo. Può un’isola con al suo interno una frammentazione così accesa confrontarsi con Russia, Cina e Stati Uniti? Di quale capacità d’influenza dispone? Vale giusto la pena ricordare che nel 2019 il Regno Unito era considerato la seconda potenza mondiale per soft power, dopo la Francia. Ci sono poi le sfide dei mercati globali, dai colli di bottiglia alle impennate inflazionistiche, che impongono forti stress a un’economia che deve il suo successo alla City di Londra e che oggi, a causa della Brexit, paga le ragioni dello strappo con l’Unione.

Per tutte queste ragioni è importante raccontare il primo anno di divorzio tra Stati europei attraverso la rubrica Happy Birthday Brexit! Un anno dopo, soffermandosi sulle ragioni delle due parti e sugli strascichi economico-sociali, nonché politici, che ciò ha comportato. Si inizierà quindi con un approfondimento sulla politica monetaria, ragionando sul potere d’acquisto della sterlina, il suo valore e la sua capacità di influenzare l’economia pre e post Brexit. Si passerà poi ad un esame dello stato di salute del tessuto produttivo britannico, dal rapporto import/export, alle lotte con l’Europa, combattute a suon di dazi, code dei mezzi e prove muscolari nella manica. Analizzeremo quindi la società post-EU: sta meglio, sta peggio? Sono cambiati i flussi di migrazione e, se sì, in che modo? Ci sarà poi da verificare la tenuta della City di Londra e capire dove siano finiti gli investimenti, nonché le risposte del Regno Unito alla crisi pandemica: che aiuti hanno stanziato, da dove hanno preso i soldi e come contano di ripartire e far fronte agli investimenti per avviare la transizione energetica, di cui tra l’altro sono stati protagonisti con la Cop26. Infine, ci sarà un focus per i principali attori che a oggi muovono una crisi interna al Regno Unito: Scozia e Irlanda. Resteranno nell’United Kingdom oppure no? E a quale prezzo?

Il Brexit sarà ricordato come il primo e ultimo caso di divorzio tra Stati dell’UE oppure sarà il precursore di future dipartite? Sono queste le domande a cui dare una risposta, provando, ove possibile, a trarre delle lezioni utili a comprendere la conseguenza delle decisioni politiche e individuali. D’altronde il referendum fu voluto da Cameron, ma a votare per il leave furono i britannici e domani altri Stati europei potrebbero ritrovarsi nella medesima situazione: si saprà prendere la decisione migliore?

di Roberto Biondini e Claudio Dolci

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