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Sovranisti e Migranti: una convivenza impossibile

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Negli ultimi decenni guerre, crisi economiche e povertà nei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo hanno aumentato il trend migratorio. In particolare, le persone provenienti da Sud America, Africa e Asia cercano di spostarsi verso aree più ricche, come gli Stati Uniti e l’Europa. In quest’ultima, la crisi dei rifugiati è diventata un tema delicato a causa della complessa struttura gestionale dell’UE e a causa di un gran numero di membri direttamente coinvolti nel processo migratorio. Dalle prime decisioni prese a Bruxelles alle ultime opzioni discusse tra i membri europei, sembra che questo problema faccia emergere divisioni piuttosto che unità di intenti. Guardando cronologicamente i passi compiuti dall’Unione Europea, è evidente l’assenza di una visione comune nella gestione dell’immigrazione.

Un problema sottovalutato

Quando nel 1957 fu firmato il Trattato di Roma, la possibilità di affrontare una crisi dei rifugiati non era sul tavolo e il fulcro della collaborazione europea era completamente basato su questioni economiche. Dopo la fine della Guerra Fredda e il grande allargamento dell’UE, l’area economica si è allargata e confinava direttamente con l’Asia e indirettamente, attraverso il Mar Mediterraneo, con l’Africa. Le questioni sociali iniziarono ad essere al centro delle discussioni e le nazioni del sud in particolare portarono la questione migratoria all’attenzione di tutti gli Stati membri. Nei primi anni di questo secolo, le nazioni europee hanno firmato il Trattato di Dublino sulla gestione dei migranti: la nazione di arrivo del migrante dovrebbe gestire autonomamente la procedura di accoglienza. Di conseguenza, nazioni vicine ai confini europei sono state valutate con maggiori responsabilità rispetto ad altre. Questo è stato il primo segno di una mancanza di solidarietà tra gli Stati membri.

Dopo la crisi finanziaria e la guerra in Siria e in Libia, la migrazione è diventata una vera e propria crisi per i rifugiati con migliaia di persone che si sono spinte alle frontiere europee. Per aiutare le nazioni più colpite, Bruxelles ha iniziato a pensare a una nuova formulazione del trattato di Dublino, ma le divisioni tra nord e sud hanno reso impossibile la creazione di un nuovo assetto strutturale per ciò che riguarda i migranti. Tuttavia, alcune politiche sono state messe in campo: un controllo di sicurezza comune del Mar Mediterraneo per evitare partenze dall’Africa, una distribuzione volontaria dei migranti tra le nazioni europee da decidere passo dopo passo, il controllo delle frontiere esterne (come quelle tra Grecia e Turchia) per controllare chi sta tentando di attraversare la zona Schengen. Queste decisioni rappresentano certamente dei passi importanti ma sono insufficienti.

Le decisioni unilaterali senza effetti concreti

Di conseguenza, alcune nazioni hanno deciso di agire da sole: l’Ungheria ha costruito un muro al confine con stati extra UE, la Francia sta aumentando i controlli legali ai suoi confini e l’Italia respinge i migranti dalle navi delle ONG e stipula accordi indipendenti con nazioni specifiche, come la Libia, per fermare le partenze. D’altra parte, alcuni anni fa la Germania aveva deciso di accogliere migliaia di stranieri all’interno dei suoi confini in segno di solidarietà. Ma a quanto pare, non esiste una visione comune su come gestire il problema della migrazione. Infine, vale la pena notare che l’UE ha finanziato direttamente Stati stranieri come la Turchia per aiutarli a controllare i flussi migratori, ma con effetti insufficienti.

E gli effetti di questa grande confusione si manifesta nei fatti, come riporta il corriere della sera: “Solo nel Mediterraneo centrale muoiono ogni anno più di 2000 persone nel disperato tentativo di raggiungere le nostre coste. Chi riesce a sbarcare deve attendere tempi lunghissimi per l’esito della richiesta di asilo. Più o meno la metà riceve una risposta positiva, poi inizia il calvario dell’inserimento sociale e lavorativo. L’altra metà viene espulsa per mancanza dei requisiti, ma solo un terzo ritorna a casa. Gli altri finiscono per vagare come irregolari.”

Le nuove proposte europee alla prova del sovranismo di Meloni

Le istituzioni Ue hanno più volte provato a cambiare il Regolamento. Ora è sul tavolo una ambiziosa riforma chiamata «Patto europeo per l’immigrazione». Si prevede, fra l’altro, un meccanismo di solidarietà obbligatoria, con soglie minime di riallocazione dei migranti in base alla popolazione e al Pil di ciascun Paese, nonché il dovere di contribuire in altri modi all’«equa ripartizione» in situazioni di emergenza, come sempre riporta il Corriere della Sera. Il Patto è attualmente bloccato (si vota all’unanimità), principalmente per le resistenze dei Paesi nordici e l’opposizione dei Paesi di Visegrád, Polonia e Ungheria in testa. L’attuale presidenza di turno svedese non considera il Patto una priorità. A Stoccolma c’è un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai Democratici svedesi, un partito di estrema destra ostile all’immigrazione. Una prova eccellente di come il sovranismo funzioni.

È a questo punto che si inserisce il fattore Meloni: cosa farà la presidente italiana espressione più alta del sovranismo della penisola? Difendere ancora una volta il sovranismo e darla quindi vinta a Visegrad con l’effetto di rimanere senza aiuto comunitario o rinnegare ancora una volta il suo populismo di aria fritta e scendere a patti con gli altri stati? Nel frattempo, Meloni dà un colpo alla botte ed uno al cerchio con la Francia sul tema immigrazione forse per tattica, molto più probabilmente per inesperienza istituzionale. Anche lei è rimasta vittima del suo stesso personaggio creato ad arte per fare opposizione, meno funzionale per fare la Statista.

Ad ogni modo, la crisi dei rifugiati mostra la fragilità dell’Unione europea in termini di solidarietà. Se la crisi finanziaria, la pandemia e forse quella Ucraina hanno reso l’UE più unita nel trovare soluzioni efficaci, il tema migratorio resta un tabù a Bruxelles. L’immigrazione è sempre stata una questione di primo piano nella storia dell’umanità: la paura irrazionale che la società venga invasa da estranei ha sempre influenzato il decisore politico. Pertanto, da un punto di vista storico, non sorprende la divergenza di vedute dei paesi europei nella gestione di questo problema; è più scioccante che i governi non capiscano quanta immigrazione continuerà a colpire l’Europa, e che in questa situazione solo agendo in modo coeso l’Europa potrà affrontare la crisi e trovare soluzioni strategiche.

Di Roberto Biondini

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E’ guerra delle Valute

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Che cosa sta succedendo all’economia Russa? In principio, dopo il blocco dello SWIFT, il congelamento delle riserve in valuta estera e il crollo del rublo, sembrava imminente il default economico, ma poi l’Orso ha reagito con una zampata; dapprima alzando i tassi d’interesse della banca centrale, sino al 20%, e successivamente obbligando i Paesi Occidentali ad aprire conti per la conversione degli euro in rubli presso Gazprom Bank. E in questo modo, tra mosse e contromosse artificiali, si è consumato un conflitto economico che pare ora prossimo all’epilogo, con l’avvicinarsi di un default che di reale non ha nulla, ma i cui effetti avranno modo di propagarsi ben oltre i confini russi.

La forza del dollaro

Le armi economiche sono da sempre parte dell’arsenale tattico americano, da quando cioè gli Stati Uniti si sono imposti non solo come guardiani dell’ordine globale, ma anche come possessori dell’unica moneta in grado di dettar legge nel mondo economico. Ciò fu dapprima possibile grazie al golden standard (1922), un sistema che consentiva la convertibilità del dollaro con l’oro, e poi, dal 1981, grazie a una politica monetaria molto stringente imposta da Regan e Volcker. Come scrive Luca Fantacci, su Ispi, “l’attuale paradossale versione dell’egemonia monetaria, in cui la moneta chiave (il dollaro) è tanto più forte (in termini di diffusione globale) quanto più debole (in termini di competitività) è l’economia dell’emittente: in effetti, l’accumulazione di riserve in dollari in tutto il mondo è semplicemente il riflesso dei deficit di bilancia dei pagamenti americani. Questa peculiarità del biglietto verde per eccellenza, lo ha reso la moneta più utilizzata per gli scambi commerciali internazionali (dove occupa il 40% dei pagamenti tra Paesi) e come punto di riferimento sia per il mercato, sia per l’apprezzamento delle altre valute di riserva (come l’euro, la sterlina, lo Yen e i Renminbi). Non è quindi inusuale la presenza di ingenti quantità di dollari nella quota di valuta estera detenuta dagli Stati, come nel caso della Russia, né l’utilizzo della stessa come moneta per il rimborso delle cedole sui Bond. Sempre gli Stati Uniti, oltre alla moneta, hanno da sempre usato mezzi di pressione economica per destabilizzare economie di Paesi avversi, dal celebre embargo su Cuba agli 8,9 mld versati nel 2014 da Bnp Paribas, sanzionata dall’Ofac (Office of Foreing Assets Control), per aver fatto operazioni non consentite con Sudan, Iran e altri Paesi ritenuti ostili da parte di Washington. Di fatto esisteva una black list e un modus operandi a modi “bando” ben prima dell’attuale guerra in Ucraina, anche se questa volta ci sono almeno un paio di peculiarità degne di nota.

La guerra dei numeri

La prima è che la Russia rischia di finire in default non per incapienza o diniego nei confronti del contratto, ma perché non può materialmente adempiere al contratto, a differenza di quanto accaduto in Argentina e in Pakistan. Fino al 24 maggio, infatti, era in vigore una licenza, la 9A, che consentiva alla Russia di pagare i propri debiti in valuta esterna, ma il suo mancato rinnovo fissa oggi la data del default russo al 23-24 giugno, quando andranno in scadenza le prossime cedole. Se quindi il ministero delle finanze moscovita non dovesse riuscire a scoprire metodi alternativi per saldare i propri contratti esteri, ecco che scatterebbe l’avvio della procedura per il default, con altri 30 giorni di vita prima della definitiva messa al bando economico, sancito dall’attivazione dei Credit default swaps (già aumentati dell’85% su base settimanale).

Tuttavia, alla bancarotta russa mancherebbero quei presupposti di base che si verificarono col caso argentino. Il rublo, infatti, grazie ai continui flussi di denaro europeo (quasi un miliardo al giorno) e agli obblighi di conversione della valuta estera, aveva raggiunto il suo valore massimo degli ultimi 4 anni, per poi perdere terreno in questi giorni (a seguito del taglio degli interesse da parte della banca centrale russa, oggi scesi dal 20% all’11%). Un balzo, quello del rublo, talmente forte da imporre continue revisioni nei confronti della strategia manipolatoria adottata dalla banca centrale russa. D’altronde, nessuno vuole più i rubli e quindi l’aumento improvvido della domanda interna è un risultato del tutto artificiale, frutto dell’obbligo, per qualunque soggetto russo che tratti valuta estera, di convertirla immediatamente. Una mossa questa, che di recente ha subito un brusco dietrofront da parte della banca centrale russa stessa, che ha passato la quota di valuta da convertire in rubli dall’80% al 50%. La ragione di questa mossa è molto semplice, il rapporto tra import ed export ha creato un forte avanzo commerciale, la russa esporta materie prime ma non importa più quasi nulla; e tutto ciò non è un bene, soprattutto per un Paese che vive di esportazioni verso l’esterno, da qui la necessità di rallentare l’apprezzamento del rublo sull’euro e sul dollaro. Nei fatti però, al netto delle mosse e contromosse per compensare l’effetto delle sanzioni, l’economia russa non gode di buona salute. Il Pil, ad esempio, è già dato in caduta libera con una forchetta che oscilla tra un meno 8/10% (e solo per il 2022), mentre l’inflazione è scesa solo di qualche decimo di punto, dal 17,8 al 17,5%, restando comunque talmente alta da obbligare Putin stesso ad aumentare 10% le pensioni e il salario minimo; lasciando così intendere che l’aumento dei prezzi non calerà tanto velocemente.

In breve, è vero, la caduta dell’economia russa è frutto delle sanzioni, le quali (nonostante il continuo approvvigionamento di soldi da parte dei Paesi dell’Ue) stanno colpendo duramente Mosca. Tuttavia, vi è dell’artificio sia nel venturo default tecnico, sia nelle mosse volte a scongiurare questo epilogo. Di fatto, Russia e Stati Uniti stanno partecipando e barando allo stesso gioco e con analoghi strumenti. Da una parte si sta sostenendo la moneta domestica, il rublo, con artifici di ogni sorta, da obblighi a conti correnti paralleli, mentre dall’altra parte si dichiara un default quando lo Stato debitore, in questo caso la Russia, sarebbe disposta a pagare quanto dovuto, ma semplicemente non può. Si arriva così alla seconda peculiarità di questo duello ambientato sullo scacchiere economico internazionale, ed è il rischio che a perdere siano entrambi i contendenti, anche se per ragioni differenti.

Le conseguenze

Non è necessario essere degli indovini per capire che il contraccolpo più pesante di questa guerra economica sarà assorbito dalla Russia, come testimonia il direttore del dipartimento di Ricerca e previsione della banca centrale russa stessa, Alexander Morozov, il cui intervento è stato riportato in versione integrale da Il Foglio. Lo choc dal lato dell’offerta sarà, secondo Morozov, paragonabile a quello della recessione degli anni ’90, tranne per il fatto che serviranno più anni per riprendersi. E ciò è dovuto al fatto che i comparti ad alta innovazione tecnologica necessitano di componenti di provenienza estera, i quali sarà molto difficile, se non impossibile, sostituire, rallentando così efficienza e produttività. D’altronde, com’è stato anche per l’embargo su Cuba, il rischio è che la Russia debba regredire o nel caso migliore accontentarsi di standard tecnologici più bassi rispetto a quelli attuali e pre-invasione dell’Ucraina. Per Morozov, inoltre, “si prevede che il declino della trasformazione tecnologica dell’economia russa continuerà in questa fase, con l’invecchiamento delle strutture materiali e tecniche e la loro sostituzione con prodotti sostitutivi meno produttivi”. Nei fatti, i russi non torneranno a guidare le Lada, ma poco ci mancherà (almeno sul piano tecnologico). Sul piano internazionale, invece, il default peggiorerà ulteriormente la reputazione di Mosca, rendendo ancor più difficile l’accesso a capitali per finanziare il proprio debito. Certo, siano a quando la Russia potrà contare sui miliardi che i Paesi dell’Ue le inviano ogni giorno per gas e petrolio, l’accesso ad ulteriore credito potrebbe non servire, ma il sesto pacchetto di sanzioni potrebbe vedere la luce nelle prossime settimane rendendo imminente un cambio di strategia per il Cremlino.

Sul versante europeo, invece, il default russo potrebbe avere delle conseguenze non trascurabili, anzi. In un articolo uscito su Domani, a firma di Vittorio da Rold, viene illustrato come il debito mondiale abbia ormai raggiunto livelli preoccupati, con un importo complessivo pari a 303 mila miliardi di dollari e di come un default russo potrebbe innescare un effetto panico sui mercati di tutto il mondo. Come riportato da Rold Gopinath (numero due del Fondo Monetario Internazionale) il quale afferma che l’eventuale default russo avrebbe conseguenze soprattutto in Europa e ha nominato l’Austria e l’Italia come le più esposte alla Russia dei paesi europei. Il ministro dell’Economia Franco ha però rassicurato sul fatto che l’Italia risulta esposta con la Russia solo per 8 mld di euro, ma il commento di Gopinath era riferito soprattutto all’alto debito del nostro Paese, il quale potrebbe subire più di altri le turbolenze di un mercato irrequieto. Occorre inoltre considerare che diversi istituti di credito italiano sono esposti ben di più rispetto ai valori dichiarati dal ministro Franco. La Stampa, a marzo, riportava un’esposizione complessiva pari a 25 mld di euro di crediti elargiti dal settore bancario italiano verso la Russia e il 27 maggio, Milano Finanza, quantificava a 7,5 i mld concessi a Mosca dalla sola Unicredit.

Oltre allo choc immediato sulla finanza russa e su quella europea, non è poi da escludersi che l’arma economica impiegata dagli Usa non possa nuocere anche al dollaro stesso. Sono in molti, infatti, a ritenere che dopo questa entrata a gamba tesa sulla solvibilità dei conti di un Paese straniero possa andarsi affermando un sistema non più dollaro-centrico, magari sostituito dai renminbi. Ad oggi è solo uno scenario ipotetico, ma la Cina si è già mossa nella creazione di un sistema di pagamento internazionale sganciato dallo SWIFT e lo Yuan digitale è già una realtà, a differenza delle valute Occidentali, senza considerare poi che una gran parte del mondo ha votato contro la risoluzione che condannava la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

L’Occidente è oggi in grado di vincere la guerra economica contro la Russia, ma non sarà a costo zero e potrebbe rivelarsi, soprattutto nel lungo periodo, un boomerang. D’altronde l’attuale domanda interna di combustibili fossili sta venendo rimpiazzata con fornitori dal pedigree non meno autocratico rispetto a quello russo e non è chiara quale sia la politica estera intrapresa dell’Europea…

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Che ne sarà della globalizzazione?

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Per più di trent’anni la globalizzazione ha regolato le relazioni internazionali e riorganizzato le produzioni nazionali di quasi tutti i Paesi del mondo. L’imperativo era delocalizzare, stringere legami con chi aveva i mezzi e le risorse a più buon mercato, così da imporre col commercio ciò che la diplomazia delle idee aveva invano tentato senza mai riuscire ad ottenere, ovvero una pace perpetua. Un obiettivo ambizioso promosso dall’egemone per eccellenza, che però si è infranto ben prima dello scoppio della pandemia e della successiva guerra in Ucraina. Già da tempo, infatti, la bilancia commerciale degli Stati Uniti mostrava i segni di cedimento nei confronti della Cina. Nel 1985 il disavanzo prodotto dal commercio tra questi due Paesi aveva un saldo negativo (per gli USA) di -6 milioni di dollari, mentre nel 2022 ha raggiunto la cifra monstre di -338.103,7 milioni di dollari. A fronte di una maggiore varietà di merci a buon mercato, gli statunitensi hanno quindi importato ben di più di quanto esportato verso le terre del Dragone. Un bene, un male? Più che altro un segno del cambio dei rapporti di forza tra i due Paesi che si è ripetuto un po’ in tutto il mondo. In Ue, ad esempio, la Germania ha fatto del surplus commerciale la fonte della propria ricchezza e della globalizzazione la propria dottrina di vita, realizzando così guadagni sempre crescenti sino alla pandemia. L’Italia, invece, da Paese esportatore quale è, ha sì beneficiato del commercio globale, ma ha anche subito tutti gli shock economici da esso prodotti negli ultimi trent’anni (soprattutto a causa dell’elevato debito), finendo per muoversi come si farebbe sulle montagne russe.

Di fatto i vinti e i vincitori dello scacchiere commerciale mondiale si sono ritrovati sempre più vicini tra di loro proprio grazie alla globalizzazione, al concetto di società aperta a tutto e tutti, dove l’origine di un prodotto conta poco o nulla rispetto al profitto che esso genera. Se il gas costa meno in Russia, allora va bene a prescindere da ciò che accade in Georgia o in Cecenia. Se la Cina diventa la fabbrica del mondo non importa cosa fa degli Uiguri o delle altre minoranze etniche presenti nel proprio territorio. Se il Brasile disbosca quello che era il polmone del mondo per produrre più manzo ed estrarre le terre rare di cui necessita il comparto tecnologico, chi siamo noi per impedirlo? Questo ragionamento, esteso a tutto il mondo, ha dato l’illusione che si potesse crescere senza conflitti, senza ristabilire un minimo di comun denominatore nei rapporti internazionali capace di superare il profitto. E l’aspetto più singolare è che questo sistema è stato accettato ugualmente da vinti e vincitori, almeno sino a quando non si sono visti i limiti (per altro già evidenti) di un interscambio senza se e senza ma.

D’altronde, se appalti il 5G a un Paese che usa le telecamere e la rete informatica per spiare i propri concittadini (come avviene in Cina) corri un rischio. Se acquisti i chip che ti servono per far funzionare praticamente tutto da un’isola sui cui cieli volano caccia cinesi pronti a lanciare bombe, corri un rischio. Se costruisci i gasdotti con un Paese che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi ha eretto muri, finanziato i tuoi nemici e soppresso le opposizioni interne, corri un rischio. Eppure nulla di tutto ciò ha mai leso o rallentato la globalizzazione e i suoi entusiasti promotori. È dovuto succedere l’impensabile prima che l’Occidente prendesse coscienza del ginepraio che aveva costruito e in cui si era crogiolato per oltre un tentennio.

Il primo ad avvistare la mucca nel corridoio è stato un populista: Donald Trump. Il quale, all’inizio del suo mandato, ha dato via una guerra commerciale con la Cina per ristabilire l’equilibrio in una bilancia commerciale trasformatasi da tempo in un piano inclinato (strategia continuata dallo stesso Biden). Poi è sopraggiunta la pandemia e il mondo si è ritrovato privo di farmaci (poiché prodotti perlopiù in India) e senza dispositivi sanitari di protezione (perché fabbricati in Cina, anch’essa alle prese con la pandemia). Infine è scoppiata la guerra in casa dell’Ue, che fino a quel momento aveva ignorato i disordini nel resto del mondo, pur vedendone gli effetti ben esemplificati dai flussi migratori che da tempo spingono sempre più persone a lasciare casa propria per l’ignoto. L’aspetto più grottesco dell’intera gestione della globalizzazione senza invito è che se non fosse stato per la guerra in Ucraina probabilmente nulla sarebbe cambiato e che, nonostante l’invasione di un Paese ai confini dell’Ue, si continuino a cercare soluzioni che modifichino poco o per nulla lo status quo pre-disordini. Di fronte a un problema si è scelta la soluzione meno rischiosa e per questo più semplice.

Della guerra sotterranea giocata dai servizi segreti, dal soft power di Paesi illiberali capaci di colpire il Regno Unito con la Brexit, gli Stati Uniti con le mail di Hillary Clinton e persino l’Ue (come ha dichiarato Metsola sul Qatargate), non ci si preoccupa. Fa parte del gioco, eppure chi sta perdendo sono proprio le democrazie. Schiacciate internamente dalla fragilità della propria storia e dalla tensioni di un presente che porta con sé un conto troppo salato per essere saldato a cuor leggero.

In quest’ottica il 2022 ha rappresentato allo stesso tempo un bivio e la conclusione di un ciclo economico ben esemplificato dal rialzo dei tassi d’interesse e dalla corsa dell’inflazione. Da una parte si deve scegliere se ritornare al tavolo della diplomazia, consapevoli che ciò può condurre a periodi di tensione e divisione del mondo in blocchi, oppure riorganizzarsi e tentare di vincere un gioco che negli ultimi trent’anni ha però avvantaggiato maggiormente le autocrazie. Il tutto in un contesto economico che vede all’orizzonte una recessione e la fine della globalizzazione senza dazi, senza diritti e per questo senza invito.

di Claudio Dolci

Le sanzioni sul petrolio servono davvero?

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La sfida tra democrazie ed autocrazie si gioca soprattutto sul terreno delle sanzioni commerciali, là dove l’Ue paga anni di delocalizzazione e l’assenza di una vera e propria strategia per l’autonomia energetica, come dimostra la sfida posta dall’embargo e dal price cap sul petrolio degli Urali. A distanza di una settimana dalla loro introduzione, entrambe le sanzioni energetiche contro la Russia (sia il blocco, sia il tetto al prezzo del greggio russo) si scontrano infatti con la realtà della burocrazia, le regole del mercato e l’imperativo di non restare a secco di carburante durante l’interno, proprio quando la domanda è più alta. Sorge così un interrogativo: qual è l’efficacia delle sanzioni contro il greggio russo e il loro tallone d’Achille?

Che cosa hanno deciso le democrazie occidentali?

Il 5 dicembre scorso i Paesi del G7 e l’Ue hanno posto sia l’embargo sul petrolio russo, sia un price cap sul prezzo al quale quest’ultimo può essere commercializzato verso altri Stati. Con l’embargo si impedisce alle navi russe di portare il loro carico di petrolio in Europa e nelle principali democrazie occidentali e successivamente si prevede di arrestare anche l’oleodotto Druzhba che ad oggi rifornisce l’Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Una mossa che nei fatti imporrà una riorganizzazione delle diverse supply chain che smistano l’oro nero, il quale, se di origine russa, dovrà dirigersi altrove per poi magari essere raffinato, rimpacchettato con nuovo foglio di via per poi riapprodare proprio in quei Paesi che hanno posto l’embargo. In alternativa, la Russia dovrà occuparsi lei stessa della raffinazione e poi esportate il greggio così lavorato, una strategia che però ha i mesi contati, visto che dal 5 febbraio 2023 anche benzina e diesel russi saranno soggetti ad embargo.

Insieme a questa misura le democrazie occidentali hanno deciso di imporre un price cap, con tutte le eccezioni del caso dato che nessuno può impedire a un Paese terzo, come può essere il Brasile, l’India o la Cina, di acquistare petrolio russo. Pertanto la misura può essere così tradotta: se la Russia vuole commerciare il proprio petrolio sopra i 60$ al barile, questa è la soglia limite stabilita dall’accordo, le navi atte al suo trasporto non saranno assicurate dalle principali compagnie che ne tutelano il transito. Un po’ com’era stato anche con lo Swift utilizzato per bloccare le banche russe, anche in questo caso si è scelto di sfruttare a proprio vantaggio la forza dominante che le compagnie assicurative occidentali esercitano sul mercato del trasporto delle merci via mare. Ben il 90/95%% dei servizi assicurativi per questo genere di trasporti è infatti in mano ai Paesi del G7.

L’idea di quest’ultimi, e con essi dell’Ue, è quella di limitare gli introiti delle esportazione di materie prime russe che possono essere facilmente sostituibili con quelle di altri Paesi, ma in questo piano d’azione ci sono almeno tre falle che meritano attenzione.

I limiti dell’embargo e del price cap al petrolio russo.

La prima è che il mercato globale, per sua stessa natura, limita l’efficacia delle sanzioni, soprattutto quando esse investono materie prime importanti ed i Paesi che ne esportano in maggiori quantità. La Russia, infatti, è membro dell’Opec+, in quanto secondo esportatore al mondo per petrolio, con una quota pari all’8,3% di greggio a livello mondiale, dopo l’Arabia Saudita (16,5%), e seguita dal Canada (7,5%), dall’Iraq (7,3%), dagli Emirati Arabi Uniti (7,1%) e via discorrendo. Gli Usa, giusto per citare il Paese capofila del G7 (e non solo), grazie allo Shale oil riescono oggi ad aggiudicarsi un sesto posto a livello globale con una quota di esportazione pari al 4,2%, mentre la produzione nazionale è la prima al mondo (con il 17% e 706 milioni di tonnellate di greggio). Di fatto, pur essendo i primi produttori di greggio a livello mondiale (secondo quanto attesta lo IEA) gli Usa utilizzano la maggior parte di quanto estratto per sostentare la propria crescita e ciò attribuisce, di rimbalzo, maggior potere contrattuale agli altri Paesi esportatori. Com’è noto, infatti, la domanda e l’offerta di petrolio, sono perlopiù gestite dal cartello globale dell’Opec ed dell’Opec+, che all’occorrenza possono decidere di diminuire la produzione giornaliera per mantenere alto il prezzo. Ed in questo scenario la Russia ha gioco facile proprio in virtù del suo secondo posto nella classifica di Paese esportatore che le consente di reperire altri partner verso cui dirigere il propri prodotti petroliferi ed esercitare la propria forza al tavolo dei grandi produttori di greggio. Come arginare un potere simile? L’idea è quella del price cap legato alle assicurazioni marittime, ma il problema è di chi controlla quest’ultime.

La controffensiva russa al price cap e all’embargo: il ruolo delle democrature

Subito dopo l’avvio dell’invasione dell’Ucraina, e le successive contestazioni da parte delle democrazie occidentali, la Russia ha intensificato le proprie esportazioni verso Paesi terzi. Come riportato dal Sole24Ore “mentre rispetto all’anno precedente le esportazioni russe verso la UE calavano di 1,5 milioni di barili al giorno, ancor prima dell’embargo, quelle verso la Cina aumentavano di 225.000 barili al giorno, per un totale di 1,9 milioni; l’India acquistava 965.000 barili in più, per 1,1 milioni totali; la Turchia cresceva di 320.000 barili a 540.000”. Il caso di maggior rilievo è sicuramente quello dell’India, che è passata ad acquisti ingenti di oro nero grazie allo sconto praticato dalla Russia.

La domanda di petrolio nel mondo (Mt: milioni di tonnellate)

IEA: “key World Energy Statistics 2021” – Crude oil net importers: pp.13

Se oggi il Brent, indicatore del prezzo del petrolio estratto nel Nord Europa, supera tranquillamente i 75$ al barile, (oggi 80,69$) quello russo, invece, viene svenduto sul mercato asiatico con uno sconto che oscilla tra i 25/35$ al barile (come riportato dall’ISPI). E a questo prezzo i margini di guadagno russo restano comunque elevati: circa 600.000$ al giorno (nonostante il price cap). Emerge così con forza il limite dei 60$ decisi dalle democrazie occidentali: un prezzo troppo alto e assai vicino a quello a cui viene già oggi commercializzato il greggio russo, come criticato dallo stesso Zelensky.

Rimane poi aperta la questione del chi controlla cosa e come si può arginare un bene che viaggia sul mare (terza falla). Già perché mentre l’Ue e il G7 decidevano il da farsi, Putin ha dato mandato per costruire un’imponente flotta fantasma (come rivelato dal Financial Times) che ad oggi conta già più di 100 petroliere acquistate da armatori anonimi. Si tratta di navi a fine carriera, quindi con età compresa tra i 12 e i 15 anni, di grande stazza, capaci di trasportare anche 700.000 barili di greggio l’una. Ci sarebbe sempre il limite dell’assicurazione marittima, ma anche qui ci sono già almeno un paio di ostacoli che ne rendono difficile l’applicazione. Come riportato da Massimo Nicolazzi su ISPI, “Un trasportatore e/o un assicuratore non hanno di regola né il diritto né l’obbligo di conoscere il prezzo effettivo cui il carico per cui prestano servizio è venduto. Qui soccorre l’OFAC, con le sue linee guida del 22 novembre scorso. Le linee guida definiscono shippers e assicuratori come Tier 3 Actors e prevedono che “Tier 3 Actors must obtain and retain customer attestations, in which the customer commits that for the service being provided, the Russian oil was purchased or will be purchased at or below the relevant price cap”. Insomma, siamo all’autocertificazione, fate voi quanto affidabile ed efficace”. Per di più già oggi la Turchia, grande sponsor della pace tra Ucraina e Russia, nonché importatrice del greggio di quest’ultima, sta fermando le petroliere europee che transitano dal Bosforo e non quelle del Cremlino (come riportato da Futura d’Aprile su Domani). E come se tutto ciò non inficiasse già abbastanza il piano delle democrazie, il Financial Times ha poi riportato l’indagine svolta dall’Ong Global Fishing Watch la quale sostiene come le navi cisterna russe stiano attuando le stesse manovre di occultamento già impiegate da Venezuela ed Iran tramite una falsificazione dei dati del trasponder di bordo. A ciò si aggiunge la già rodata pratica di transhipment effettuati a largo e che permetto di far passare il greggio da una petroliera ad un’altra, rendendo pressoché impossibile scovarne l’origine. In realtà, come racconta lo stesso Nicolazzi su ISPI, dalla composizione del greggio si può intuire quale sia il Paese d’origine, ma anche qui occorrerebbe prima di tutto la volontà e i mezzi per fare analisi e imporre le sanzioni così come decise dalle democrazie occidentali.

Qual è l’effetto dell’embargo e del price cap sul petrolio russo?

Purtroppo non basta dire gatto per averlo messo nel sacco. Le sanzioni sul petrolio russo non stanno avendo l’effetto sperato e con il superamento delle misure draconiane imposte da Xi in materia di sanità pubblica è facile che peggiorino pure. Come raccontato da Alberto Ciò sul Foglio “Se la domanda si manterrà sostenuta e la Cina uscirà dal suo pesante lockdown sarà inevitabile un rialzo dei prezzi. Parimenti difficile potrebbe essere per l’Europa trovare fornitori alternativi al greggio russo, specie se l’Opec confermerà il taglio della sua produzione complessiva, e ancor più da febbraio ai prodotti petroliferi. Morale: la sensibile riduzione degli acquisti europei di petrolio russo già avvenuta nel corso dell’anno e la fissazione di elevati sconti da parte di Mosca ad acquirenti non europei a livelli prossimi al tetto di 60 doll/bbl non dovrebbero comportare pesanti contraccolpi per le finanze russe, così disattendendo gli obiettivi che i paesi europei miravano a conseguire”.

All’Ue non resta che prepararsi a tirare le somme anche in vista del taglio dei prodotti raffinati previsto per febbraio, che rischia di bloccare la logistica del Vecchio Continente (visto che il diesel lo si importa perlopiù dalla Russia). La prima considerazione è che senza una vera cooperazione tra Paesi amici è difficile riuscire a imporre sanzioni efficaci in un mercato globalizzato. Il petrolio interessa a tutti e l’Ue non è l’unico acquirente di facile approvvigionamento, a differenza di quanto riguarda il gas. La seconda considerazione riguarda proprio il price cap su quest’ultimo: difficile, se non impossibile, staccarsi dal gas russo a meno di non ridurre drasticamente dal domanda, cosa che ad oggi non sembra essere in agenda (almeno in Italia). Terzo, ed ultimo, lo scontro tra Occidente e autocrazie poteva essere un’occasione per rendersi indipendenti dal punto di vista energetico, magari grazie a un piano europeo finanziato col debito comune, invece ognuno è andato per la sua strada: c’è chi ha nazionalizzato, chi imposto un price cap locale e chi immesso 200 miliardi a sussidio della propria manifattura e dei cittadini. Il rischio di queste strategie a breve, se non brevissimo raggio d’azione, è che amplifichino solo il divario tra i Paesi membri dell’Ue e il risentimento che gli euroscettici nutrono nei confronto dell’Unione. L’esatto opposto di quanto si auspicava chi ha introdotto le sanzioni.

di Claudio Dolci

Balneari e Taxi. Ci risiamo!

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Ci risiamo, cambia il governo e con esso le proposte di legge più scomode ripartono daccapo, come in gioco dell’oca senza fine che lascia più annoiati che stupefatti i cittadini e le istituzioni. Questa volta ad essere in procinto di ripartire dalla casella di partenza è il ddl Concorrenza varato dal governo Draghi, che prevedeva la messa a bando delle concessioni balneari e l’adeguamento del servizio di trasporto pubblico (quindi anche e soprattutto dei taxi) e che ora dev’essere ratificato da un governo che ha come ministro del turismo Daniela Santanché.

Qualche dubbio con annesso sopracciglio alzato è più che legittimo, visto che nel governo ci sono anche Salvini e Meloni (nonché Berlusconi) e infatti Milena Gabanelli ha già dedicato uno dei suoi DataRoom sul tema, ribadendo il concetto: basta gioco dell’oca. La direttiva Bolkestein è stata adottata dall’Ue nel 2006 e da allora in Italia è stato un susseguirsi di “sì, la implementeremo, ma domani”, senza mai specificare che cosa si intendesse con questa formula. L’ultimo governo Berlusconi decise che quel domani sarebbe stato il 31 dicembre del 2015, poi Monti optò per il San Silvestro del 2020 e Conte, che i multipli di cinque non li voleva usare, aveva proposto per direttissima il 2033. In breve, prima di Draghi l’idea della politica italiana era quella di adottare la direttiva Bolkestein con soli 27 anni di ritardo rispetto a quanto stabilito dall’Ue (sempre nel migliore degli scenari) e una lunga sfilza di richiami e multe da parte della comunità europea.

Draghi, dal canto suo, propose di porre di freno a tutto ciò anticipando la regolamentazione delle licenze al 31 dicembre del 2023, così da poter raggiungere anche tutti gli obiettivi previsti dal Pnrr (anche se non strettamente necessari per l’ottenimento dei fondi), ma soprattutto sanare un contenzioso che danneggia più l’erario italiano che qualche burocrate di Bruxelles. Risultato? Il governo è terminato in anticipo e ora c’è il caso che quello nuovo, per mezzo della neoministra del turismo, possa decidere che i tempi siano stati anticipati frettolosamente. A Palazzo Chigi quella sulle concessioni è una battaglia che non può finire nel 2023; d’altronde,vi sarà ben una via di mezzo tra 2023 e 2033? La risposta più ovvia è un secco no, sostenuto dal fatto che l’Italia è già in infrazione da anni e che tergiversare ulteriormente non farebbe altro che confermare l’inamovibilità italica. Già, perché oltre al ddl Concorrenza resta ancora aperta la questione Tim, Monte dei Paschi, Ilva e quell’arcinoto carosello di aziende private e pubbliche (la combinazione peggiore si trova nel guado tra questi due estremi) ove nessuno vuole decidere davvero che cosa fare, se non rimandare a domani. In questi giorni verrà varata la finanziaria del 2023, sapremo di più su quello che il governo più a destra della storia repubblicana vorrà fare. Ma se anche Mario Draghi dovette scendere a patti con i sindacati dei tassisti qualche mese fa, difficile pensare che l’applicazione della direttiva UE avverrà linearmente.

Il tema delle liberalizzazioni in Italia è a tutti gli effetti un evergreen. L’Italia è la penisola liberista quando si tratta di criticare l’assistenzialismo statale (come nel caso del Reddito di Cittadinanza) o vincere le elezioni contro i comunisti. Il nostro è lo stivale delle corporazioni e della difesa dello status quo quando si tratta di creare più concorrenza e aiutare sia il consumatore che l’innovazione.

Se una famiglia presso uno stabilimento balneare può arrivare a pagare centinaia di euro per un solo weekend al mare, allo Stato arrivano solamente 2.500 euro l’anno, che nel 2022 sono diventati 2.698 per gli aumenti Istat (qui il decreto- legge 14 agosto 2020, n. 104, art. 100). Una cifra che si ripaga con l’affitto di 2 ombrelloni per 3 mesi a 15 euro al giorno. E il servizio chiaramente non è ottimale essendo di fatto in una situazione di oligopolio dove la concorrenza è quasi nulla.

Simile situazione si riscontra per il servizio taxi, così riporta DataRoom: “la legge che disciplina il settore è la n. 21 del 1992 che rinvia ai Comuni il compito di stabilire il numero di licenze, i turni con il numero di taxi per fasce orarie e le tariffe (art. 5). Chi ha una licenza da più di 5 anni, o ha compiuto i 60 anni, o per malattia, può indicare al Comune a chi trasferirla. In caso di morte può passare a uno degli eredi, o a chi indicato da loro (art. 9)”. Praticamente un’oligarchia ereditaria dove è impossibile entrare, con le licenze che se vendute possono arrivare a costare 200mila euro. E il servizio ne risente: a Milano, l’allora assessore ai Trasporti Marco Granelli ammise: «È necessario ampliare il contingente in servizio con 450 nuove licenze». Il motivo? Sulle 33.400 chiamate al giorno tra le 8 e le 10 ne risulta inevaso il 15%; tra le 19 e le 21 il 27%, il sabato e domenica tra le 19 e le 21 il 31%; tra mezzanotte e le 5 il 42%. E casi comprovati aggiungono spesso l’indisponibilità ad usare i mezzi di pagamento elettronici per le corse già care di per sé.

Ma a Roma di rivedere la liberalizzazione di questi settori non ne vuole proprio sentir parlare: le associazioni collegate hanno un potere lobbistico al limite della comprensione razionale. Volta dopo volta escono le paure degli acquisti rapaci delle “multinazionali straniere” contro “l’azienda di famiglia italiana”. Ma alla prima pagina di qualsiasi libro di testo di microeconomia già si legge e si capisce come in un mercato economico sviluppato come lo è il nostro, è la concorrenza il motore principale per migliorare i servizi e trovarne dei nuovi. Ed è umano (troppo umano!) che quando invece la concorrenza venga a mancare allora subentri di petto la speculazione: vedere i prezzi delle materie prime per credere. Un italiano che volesse intraprendere la carriera di bagnino o di tassista (ma questo vale per qualsiasi classe di impiego che è protetta dalla concorrenza) non potrebbe avere la possibilità di farlo perché il blocco all’entrata è molto alto rispetto che altrove. Non sono quindi gli imprenditori italiani ad essere penalizzati dalla concorrenza ma lo sono gli imprenditori italiani che propongono prodotti concorrenziali.

Non vogliamo considerare il lato economico per i consumatori? Non vogliamo considerare il profitto gratuito dovuto all’oligopolio? Non vogliamo considerare la perdita secca delle entrate nelle casse dello Stato? Non vogliamo neppure considerare il lato etico, semmai ce ne fosse bisogno? Sappiamo almeno che queste regole che ora sembrano essere state imposte dall’alto fanno parte di una struttura (la UE) che non solo come nazione abbiamo accettato di farne parte ma agisce anche in nome di un parlamento eletto dai cittadini delle nazioni aderenti. Non si vuole ascoltare il turpiloquio della teoria economica? Si ascolti almeno la volontà dei cittadini che hanno detto basta, con la legge Bolkestein, alle corporazioni e sì alla libera concorrenza!

Di Roberto Biondini e Claudio Dolci

Il soft power: la nuova arma delle autocrazie

4 min di lettura

Pensare che le guerre si vincano solo con carrarmati e soldati significa ignorare il potere del soft power, che dal XX secolo in poi ha determinato l’estendersi, ed il rimpicciolirsi, delle zone d’influenza delle principali potenze globali. Blue jeans, hamburger e film sono stati a lungo impiegati dagli Stati Uniti durante la guerra fredda come strumento per intercettare e deviare l’orbita di tutti quei Paesi satellite, Italia compresa, che dopo la caduta dei totalitarismi hanno mostrato incertezza circa il loro posizionamento geopolitico. L’idea è semplice, se coercizione fisica (quindi militare) ed economica falliscono, allora può valer la pena impiegare strumenti di condizionamento di carattere culturale, tecnologico e terroristico. I quali, per loro natura, non vengono percepiti immediatamente come invasivi, nonostante esercitino spesso un potere pari se non superiore a quelli di natura coercitiva.

Ed in effetti, l’ammirazione per il capitalismo e per lo stile di vita della società occidentale (ovvero quella a stelle e strisce) crebbe molto sia durante la Guerra Fredda, sia dopo la caduta del comunismo, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Tant’è che molte delle democrazie sviluppatesi dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno preso ispirazione dalle democrazie occidentali allora più influenti (Usa e Regno Unito in testa). Ma il passaggio al XXI secolo ha comportato un capovolgimento di scenario, il quale pone oggi in discussione quel sodalizio instauratosi tempo fa tra diplomazia tradizionale di stampo occidentale e il soft power.

Che cos’è il soft power?

“Un Paese può ottenere i risultati che desidera nella politica mondiale perché altri Paesi – ammirandone i valori, emulandone l’esempio, aspirando al suo livello di prosperità e apertura – vogliono seguirlo. In questo senso, è anche importante stabilire l’agenda e attrarre altri nella politica mondiale, e non solo costringerli a cambiare minacciando la forza militare o sanzioni economiche. Questo soft power – convincere gli altri a volere i risultati che desideri tu – coopta le persone anziché costringerle.” Questa è la definizione e il meccanismo del soft power spiegato da Nye Joseph e finché il mondo è stato unipolare (salvo la parentesi dell’URSS), dietro l’influenza dell’egemone c’erano solo gli Stati Uniti.

Oggi però il mondo è diviso in almeno due blocchi: da una parte ci sono le democrazie di vecchio conio e dall’altra i nuovi regimi autoritari, i quali condividono tra di loro un unico grande comun denominatore, ovvero ristabilire la natura multipolare dei rapporti di forza geopolitici. Cina, Russia, Arabia Saudita, Turchia, India e molti altri Paesi, che tra l’altro si sono astenuti durante il voto dell’Assemblea Generale dell’Onu (chiamata ad esprimersi sulla sospensione della Russia dal Consiglio dei Diritti Umani per quanto accaduto nel conflitto in Ucraina) pretendono il loro posto alla tavola dei potenti e non più da paria.

La natura del potere d’influenza di questi nuovi attori geopolitici è presto spiegata attraverso due esempi, il primo è quello della guerra commerciale, tuttora in corso, tra Cina e Stati Uniti (che nell’era Trump accelerò in modo dirompente coi i dazi e il caso Huawei), il secondo, invece, riguarda il ricatto del gas e del grano imposto dalla Russia dopo le sanzioni varate dall’Ue e l’intero blocco Occidentale per fermare l’invasione dell’Ucraina.

Nel primo caso, quello della guerra commerciale tra Cina e Usa, le due potenze si sfidano ancora oggi, giorno dopo giorno, per affermare quale sia il miglior sistema per affrontare le sfide globali e cercano, in modalità perlopiù diplomatica (fatta eccezione per l’incognita di Taiwan), di vincersi a vicenda. Ad oggi, salvo le tensioni innescate dagli annunci, la guerra viene portata avanti con microchip, acquisto di titoli di Stato e container. Caso diverso, invece, è quello Russo, ove vi è anche il sostegno militare da parte dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina e per questo uno scontro commerciale ben più serrato. Entrambi questi esempi mostrano come il soft power americano resti attrattivo solo per alcuni Paesi del mondo e venga del tutto rispedito al mittente in altri i quali, a loro volta, esercitano il proprio.

Questo scontro globale è propriamente un conflitto tra due mondi e altrettante visioni differenti, in cui l’ammirazione reciproca ha ceduto il passo a uno scontro acceso.

L’arma degli influencer: il soft power che non ti aspetti

Tra le armi più potenti e allo stesso tempo più furtive nelle mani delle autocrazie ci sono gli influencer, che altro non sono che un aggiornamento 2.0 dei film americani post Seconda Guerra Mondiale. Come riportato dal Fatto Quotidiano, in un articolo di Giulia Pompili, “Un nuovo studio condotto da Fergus Ryan, Daria Impiombato e HsiTing Pai e pubblicato dall’australian strategic policy institute, uno dei think-tank più importanti per quanto riguarda gli affari cinesi, svela i rapporti tra quelli che potrebbero sembrare semplici cittadini cinesi che usano internet per nazionalismo e veri dipendenti della propaganda.” D’altronde chi mai penserebbe che dietro a un video di cucina o sui costumi cinesi si nasconda in realtà il manifesto di propaganda del Partito Comunista? Eppure, succede, come dimostra il blocco da parte di Twitter dell’account di @Xinjiangguli perché fonte di disinformazione. Ed in questo solco si muove anche l’Arabia Saudita.

In un’inchiesta, anch’essa pubblicata dal Fatto Quotidiano a firma di Yunnes Abzouz, viene raccontato come attrici e attori, travel blogger modelle e persino calciatori si siano prestati a viaggi in Arabia Saudita, dietro lauto compenso, per incensare l’immagine del Paese da cui è venuto il mandato per la morte del giornalista dissidente Khashoggi. D’altronde, “se l’Arabia Saudita, per promuovere i suoi siti turistici, ha deciso di fare ricorso alle star di Instagram, invece di usare forme di pubblicità più tradizionali, è perché il regno gode di cattiva reputazione e quindi non può permettersi il lusso di una comunicazione più convenzionale.”. In tal senso emerge con forza l’azione persuasiva del soft power a mezzo influencer, la quale può essere accoppiata al terrorismo, come emerge dall’analisi del quadro geopolitico africano.

In Burkina Faso siamo già al secondo colpo Stato in meno di un anno. Il primo, condotto da colonello Paul Henri Demiba, mentre il secondo è stato portato a termine da Ibrahim Traoré. Ed è dietro a quest’ultimo che sembra celarsi la mano dell’oligarca russo Yevgeniy Prigozhin e della Wagner (l’esercito di mercenari al soldo di Putin). Il modus operandi, come riportato da Andrea Lanzetta su Tpi, è lo stesso adottato in altri Paesi africani del Sahel, come il Mali. Scrive Lanzetta “come certifica anche un’inchiesta di Jeune Afrique, Mosca sfrutta diversi influencer che si battono contro il colonialismo […]. Le legittime battaglie di questi influencer e attivisti sono rivolte contro il vecchio colonialismo, soprattutto di matrice francese, tesi che Putin riesce a sfruttare per i propri scopi espandendo la sua influenza in Africa”. L’obiettivo dell’azione russa è lo stesso che perseguì la Cina con i vaccini contro il Covid: ottenere l’accesso a risorse naturali in cambio di tecnologia ed appoggio militare (con i militari, com’è in Libia). Sempre Lanzetta chiarisce come “in un rapporto del Center for Strategic & International Studies la Russia sembra ricorrere al gruppo Wagner più come mezzo per garantirsi l’accesso a porti, aeroporti e risorse naturali in Africa allo scopo di finanziare le proprie attività che come forza efficace sul campo di battaglia”.

Il ruolo della diplomazia

Tutti questi casi dimostrano come l’appeal delle democrazie stia cedendo il passo alle autocrazie ed il loro soft power. D’altronde, come dimostra il caso dei vaccini anti Covid-19 e quello delle compensazioni economiche per il cambiamento climatico, è evidente come oggi la democrazia arrivi troppo spesso in ritardo e come la sua azione possa alle volte persino essere ribaltata dalle autocrazie. Si pensi ad esempio alle sanzioni per fermare la guerra in Ucraina, o ai divieti di inquinamento previsti per Cina e India (grandi assenti della Cop 27). Rispetto al mondo unipolare post caduta del muro di Berlino, oggi è in corso un’ascesa delle autocrazie, le quali utilizzano gli stessi mezzi utilizzati in passato da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, ma con maggiore efficacia, almeno per quanto riguarda l’uso del soft power. Troppo a lungo ci si è dimenticati che lo scontro tra potenze non riguarda solo il piano economico e militare, ma coinvolge direttamente le popolazioni, le quali hanno bisogno di una narrazione efficace che dia un senso al loro sforzo. Soprattutto oggi, in un contesto dove il rallentamento della globalizzazione si fa sentire con maggior vigore e crescono quasi ovunque tensioni sociali prive di argine.

Che modalità verrà quindi utilizzata nel prossimo futuro dalle potenze mondiali per raggiungere i propri obiettivi? Il parere di chi scrive è che il soft power delle democrazie stia perdendo forza giorno dopo giorno. In quei paesi sottosviluppati dove in passato il capitalismo e l’asse atlantico hanno o avrebbero potuto avere enorme forza, il soft power è in effetti ancora un’arma adeguata ma vincente per le nuove autocrazie, in primis la Cina. D’altra parte, la diplomazia rimarrà centrale tra i due blocchi per evitare scontri più accesi (o per concluderli). Se la fine della Guerra Fredda ci aveva fatto pensare che fosse arrivata anche la fine della Storia, gli eventi recenti ci fanno ben vedere come ciò fosse una sciocchezza. La diplomazia dall’alto, quella pensata e ragionata continuerà essere centrale per gli stati occidentali che sono a rischio crisi strutturale in questa epoca storica. Guardare film hollywoodiani, credere nel sogno americano e ottenere e difendere certi diritti etici ci faranno sicuramente sentire meglio ma non ci difenderanno più davanti al Nuovo Mondo che si sta formando e che è giorno dopo giorno ci sta prendendo il posto come player centrale. Ci andrà bene lo stesso?

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Grande Recessione, globalizzazione e politica monetaria: perché c’è chi contesta l’innalzamento dei tassi d’interesse?

5 min di lettura

Gli scandali del mondo finanziario sembrano voler riportare le lancette del tempo alla Grande Recessione, quando – a cavallo tra il 2007 e il 2008 – la bolla dei mutui subprime travolse l’economia americana e negli anni successi – con la crisi del debito sovrano europeo (2010-2011) – l’Europa. Oggi a far salire la febbre sono i fondi pensione inglesi, la speculazione sulle Crypto e sul settore tecnologico (dove l’indice Nasdaq sta scivolando verso il basso), ma soprattutto la difficoltà nel frenare l’inflazione in un contesto geopolitico scosso dalla guerra in Ucraina e lo spettro dell’atomica. Di fronte a questo avvenire tumultuoso si è scelto di attribuire il Nobel dell’Economia (con tutti i distinguo del caso) a Bernanke, Diamond e Dybvig, invitando così gli analisti e il mercato a una riflessione sul proprio agire e sulle possibili conseguenze che le loro azioni stanno avendo sul presente. Dalla stretta delle banche centrali alle speculazioni sui mercati a spot, tutto lascia intendere che la lezione che avremmo dovuto apprendere dalle recenti crisi non è servita a granché, anzi, forse ha solo dato l’illusione che tutto sia concesso.

La Grande Recessione e la lezione che nessuno vuole imparare.

La bolla da cui scaturì la crisi dei mutui subprime fu un amalgama di avidità, di omertà e di opportunismo che lasciò un segno indelebile nella fiducia dei risparmiatori. Ed oggi è importante ripartire proprio da quel contesto per capire la mitizzazione dell’incoscienza, divenuta all’epoca driver principale dell’agire degli operatori del mercato, e le contromosse messe in campo da Bernanke, Diamond e Dybvig.

All’inizio degli anni 2000, superata la bolla del Dotcom, il mondo si apprestava a cogliere i primi frutti della globalizzazione, ovvero, un minor costo d’importazione delle merci (prodotte perlopiù in Paesi in via di sviluppo) dovuto a minori costi di produzione, e una maggiore efficienza, il tutto accompagnato poi da tassi d’interesse bassi.

Interest rate history Fed (Credit)

In quegli anni la Fed, infatti, scelse di mantenere bassi i tassi d’interesse per due ragioni ufficiali, la prima per riemergere più velocemente dalla bolla del Dotcom e la seconda per dare una risposta reattiva di fronte agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Si potrebbe aggiungere che la politica monetaria espansiva fu anche dovuta all’apprezzamento che il dollaro stava subendo in quel periodo grazie agli acquisti di moneta da parte della Cina e che quindi la Fed dovesse abbassare i tassi per evitare che la valuta diventasse troppo forte. E tutto ciò, come riportato dalla Consob, non fece altro che stimolare la cessione di denaro senza se e senza ma per investirlo in forme d’investimento con rendimenti maggiori: questo è il mercato. Mantenere parcheggiato il denaro in titoli di Stato e obbligazioni dalla bassa remunerazione non aveva senso; quindi, si iniziarono a cedere crediti a persone senza garanzie e in cerca di case, in un contesto – quello del mercato immobiliare americano – che all’epoca era in forte ascesa (la tipica bolla). L’aspetto interessante della Grande Recessione è che essa non sarebbe stata tale senza l’aiuto di qualche apprendista stregone che per mezzo degli strumenti di cartolarizzazione più avanzati (C.D.O – Collateralised Debt Obligations) e della compiacenza delle agenzie di Rating ha potuto gonfiato la bolla immobiliare a più non posso. La quantità di denaro in circolazione era ingente anche per via dell’utilizzo della leva finanziaria, resa possibile dalla cartolarizzazione immediata di prestiti che sarebbero dovuti rientrare in 10-30 anni, la quale ha permesso alle banche di esporsi per cifre ben superiori rispetto al proprio capitale, inducendo così molti a dubitare del concetto stesso di solvenza.

Gli istituti di credito permettono l’incontro di un particolare tipo di domanda e di offerta. Da una parte ci sono i risparmiatori che voglio mettere al riparo i propri averi (di cui però vogliono anche la disponibilità immediata alla bisogna) e dall’altra ci sono coloro che necessitano di ingenti somme (imprenditori e chiunque voglia fare investimenti sul lungo periodo di cui non ha i capitali – ad esempio per un mutuo). In mezzo ci sono gli istituti di credito che a fronte di un tornaconto (gli interessi) gestiscono la liquidità in modo tale che entrambe le parti abbiano ciò che desiderano.

Prima e durante la crisi dei mutui subprime le banche si affidavano all’interscambio bancario per gestire le garanzie sulle posizioni aperte dagli investitori e le necessità dei correntisti, mantenendo sempre a mente che ciò che conta è essere solventi (ovvero detenere in pancia più crediti rispetto ai debiti, pur non avendo necessariamente i soldi dei correntisti nella propria pancia). Riducendo all’osso il meccanismo, tutto si regge sulla fiducia che i correntisti non si incolonnino tutti insieme agli sportelli per ritirare i propri soldi (come invece avvenne nella Grande Depressione – Crisi del ’29) e che gli investimenti non siano un buco nell’acqua (come invece accadde durante la crisi dei mutui subprime). Il crollo delle cartolarizzazioni dei CDO e di altri strumenti sintetici privi di garanzia determinò, tra il 2007 e il 2008, la perdita di fiducia tra gli istituti di credito e l’arresto del prestito interbancario (come poi capitò di nuovo nel 2011 con la crisi del debito sovrano). In altre parole, le banche non si prestano denaro se temono l’insolvenza di chi glielo chiede, e fu proprio quello che capitò a Lehman & Brothers.

La banca d’investimento americana, passata alla storia come il simbolo della crisi dei mutui subprime, nell’agosto del 2008 dichiarava a bilancio 28 miliardi di dollari, ma il suo sistema di finanziamento era insostenibile. Come scisse Walter Galbiati su Repubblica, “Ciò che rendeva Lehman Brothers più inaffidabile delle altre erano i suoi investimenti immobiliari e il modo con cui si finanziava: 7,9 miliardi di “pagherò” non garantiti e, quasi 200 miliardi (197 miliardi) di pronti contro termine, i “Repo”, alla fine del primo trimestre 2008”. L’aspetto più interessante di queste operazioni era il fatto che le società di revisione contabile, tra cui Ernest & Young (tra le Big Four) non esplicitò mai la natura di tali transazioni e la pericolosità ad esse associata. Quando Lehman fallì, la Fed dovette intervenire con oltre 700 mld di dollari per evitare l’effetto contagio, dopo aver però scelto di far naufragare un istituto di credito ritenuto, sino ad allora, too big to fail. Sul perché della decisione della Fed vi furono più e più versioni, lo stesso Bernanke cambiò versione almeno due volte. Alla commissione d’inchiesta spiegò che riteneva cosa nota l’esposizione di Lehman e che quindi i risparmiatori di altri istituti si fossero già liberati dei titoli tossici, successivamente, invece, diede la responsabilità a cause di natura tecnico-legale. Ed è qui, sui perché che la crisi dei mutui subprime si riaggancia al presente.

Perché Bernanke, Diamond e Dybvig hanno vinto il premio Nobel per l’Economia

Diamond e Dybvig hanno di fatto reso evidente l’estensione del meccanismo tra domanda ed offerta di denaro al di là dei soli istituti di credito più citati (ovvero le banche), perché esiste lo shadow banking e i Repo; ed hanno imposto l’unica strategia razionale da attuare di fronte a una corsa agli sportelli: keep calm and whatever it takes. L’esatto opposto di quello che avvenne nel ’29 e di ciò che prescrisse a suo tempo Milton Friedman. Il problema dell’approccio di Diamond e Dybvig, però, come suggerito dal premio Nobel per l’Economa Paul Krugman – dalle colonne del New York Times – è che soccorre le banche privante con i soldi degli istituti di credito centrali può portare ad un abuso, il famoso azzardo morale. Tradotto, se so che andando a sbattere non mi farò nulla, perché non farlo? Ed è su questa domanda che si aprono i problemi che coinvolgono il presente.

Al di là della letteratura, infatti, resta la difficoltà nel controllare e gestire efficacemente i problemi del presente, come sta avvenendo adesso con l’inflazione e i fondi pensione inglesi: due casi che spiegano perché alcune politiche monetarie possano fungere non solo da cura, ma anche da potenziale minaccia alla salute stessa.

I tassi d’interesse bassi, ad esempio, sono efficaci nel far ripartire la domanda, ma possono nascondere diverse insidie. Una di esse, come riportato da John Plender sul Financial Times, è che mantenere i tassi bassi possa, da una parte, attenuare – com’è di fatto avvenuto prima della Grande Recessione – gli effetti di una delocalizzazione della produzione in Paesi più poveri e una conseguente riduzione della domanda interna e di investimenti nei Paesi più avanzati. Ma dall’altra possa facilitare l’accesso al credito spingendo il comparto degli investimenti azzardati, come riportato da Franco Bruni – vice direttore dell’Ispi – che ha scritto “il guaio di tassi troppo bassi e sovrabbondante liquidità è anche quello di indurre gli operatori a investimenti con produttività media bassa e spesso molto rischiosi: un uso inefficiente delle risorse, peggiorato dalla facilitazione degli indebitamenti dei governi che ora non sarà facile sostenere”. Ed effettivamente, dai grafici sull’inflazione nella zona euro, emerge come gli obiettivi di post-Volckeriana memoria non sia stati raggiunti (almeno il più delle volte – il famoso 2%), mentre sia aumentato l’utilizzo di strumenti finanziari opachi e pericolosi, soprattutto durante la pandemia.

Tale quadro è sì pericoloso, ma non disastroso e ciò che rende il presente tumultuoso sono alcuni meccanismi che si pensava aver compreso e invece paiono ancora avvolti dalla nebbia. Si prendano ad esempio le misure della Fed in fatto di interessi. Paul Krugman era tra i promotori del piano ultra-espansivo di Joe Biden, salvo poi ammettere di essersi sbagliato e come lui tanti altri economisti che hanno sottovalutato il cambio di stile di vita che la pandemia ha indotto di moltissime persone. Ed è sempre Krugman, in due differenti editoriali, ad ammettere dapprima che il piano di Powell sulla stretta monetaria è già andato oltre i suoi obiettivi, innescando di fatto una recessione che c’è, anche se affetta da una sorta di jet-leg. In altre parole, ci vuole del tempo per vedere gli effetti di una stretta monetaria e continuare ad accanirsi sui tassi affinché l’inflazioni cali, così da giustificare il lassismo adottato prima che essa si palesasse (in tempo di tassi troppo bassi), risulta controproducente. Sempre Krugman, sottolinea poi come i modelli e gli indicatori adottati sino ad oggi per misurare l’inflazione abbiano ormai fatto il loro tempo: “Basically, simple rules for assessing where inflation is right now are broken. We’re in judgment territory — and that leaves lots of room for argument.”

Sul tema inflazionistico gli animi degli economisti sono divisi. Come racconta Andrea di Stefano in un articolo apparso sul mensile Millennium, esiste un nutrito gruppo di esperti che ritiene che quella in corso sia un’inflazione da profitto, ovvero un modo che hanno escogitato alcune società per incrementare i guadagni senza un giustificato aumento di altri indicatori (come ad esempio i costi). Ed a tal proposito, economisti del calibro di Piketty e Stiglitz continuano a insistere affinché si introduca una minimum tax globale al 25% sulle grandi aziende. Altrimenti il rischio è che il colpo assestato dall’incremento dei tassi delle banche centrali e la ventura recessione colpisca sempre i soliti noti, in un mondo, quello d’oggi, dove la disuguaglianza continua imperversare e per questo il ritorno alla parentesi sulla finanza malata è d’obbligo.

Mercati e istituzioni continuano a calciare più in là lattina

Il tessuto degli istituti di credito non si è ancora del tutto ripreso dalla Grande Recessione (come dimostra il caso MPS) e la situazione in cui versano importanti banche (tra di esse Credit Swiss e Deutsche Bank). Non c’è chiarezza sull’efficacia degli strumenti messi in campo per fronteggiare l’inflazione, come illustrato da Krugman, e la politica monetaria molto bassa per un periodo tempo così lungo ha incentivato investimenti rischiosi contro cui è stato fatto troppo poco per impedire effetti contagio sul mercato. In uno scenario così congeniato il crollo del Nasdaq e i timori che il Metaverso e altre iniziative delle big tech facciano un buco nell’acqua c’è e ci dice che la situazione potrebbe franare velocemente.

Ed è qui che l’attribuzione del premio Nobel per l’Economia acquisisce un senso. Bernanke, Diamond e Dybvig avevano già illustrato i rischi a cui si andava incontro dopo le crisi degli anni ’80 e 2000, ma poco è stato fatto e l’azzardo morale non è stato efficacemente frenato da nuove regole, anzi, una politica monetaria espansiva ha forse favorito gli appetiti degli speculatori. Ed oggi si ripropone di nuovo il problema che tolse il sonno ai banchieri centrali durante la crisi dei mutui subprime e successivamente in quella del debito sovrano: salvare i risparmiatori sapendo che gli speculatori la faranno franca, oppure lasciare che una si manifesti una depressione di dimensioni epocali per ripartire (chissà come e quando)? Nel mezzo si insinua la proposta di Piketty e Stiglitz, che però giace ancora senza eco tra i grandi del mondo.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini

Il Price Cap e le divisioni europee

4 min di lettura

Quella risposta pronta e coesa che l’Unione Europea aveva esibito di fronte alla pandemia lasciava intravedere degli spiragli per l’avvio di una nuova fase d’integrazione del Vecchio Continente. Ma l’attuale crisi energetica ha ampiamente infranto queste speranze riproponendoci la frammentazione e le divisioni che in passato hanno spesso caratterizzato l’agire dei ventisette.

La lentezza della burocrazia europea

Dopo oltre sei mesi dall’inizio del conflitto in Ucraina, infatti, non sembra esserci ancora nessun accordo in vista. Il vertice tenutosi qualche giorno fa a Praga tra i primi ministri dei Paesi Membri, non ha visto la formulazione di alcuna proposta concreta riguardo alla gestione dei prezzi del gas e dell’elettricità. Tutto ciò mentre su molte imprese e sulle famiglie con i redditi più bassi inizia a gravare il peso delle bollette. Il quale, almeno negli intenti dei promotori, doveva essere assorbito dal famigerato tetto al prezzo del gas, un’idea mesi fa fu avanzata e sostenuta con forza anche dal nostro ex-Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ma ad oggi che cosa si intenda esattamente con questa proposta non è chiaro, come non lo è il motivo per cui il price cap stia generando reazioni così diverse tra i vari Paesi.

Come funziona il mercato del gas in Ue e nel mondo

Per comprendere il meccanismo del price cap e le divisioni che ha suscitato, bisogna innanzitutto capire come funziona il mercato europeo del gas. Il gas arriva in Europa in due modi. Il primo è legato ai gasdotti internazionali, delle infrastrutture di trasporto fisse che vincolano attraverso contratti a lungo termine i Paesi fornitori e gli acquirenti (spesso entrambi rappresentati da società pubbliche – le utility). Il secondo è rappresentato dalle forniture via mare del gas naturale liquefatto (LNG), il quale viene rigassificato principalmente in Spagna e Inghilterra. Una particolarità dell’LNG è che può viaggiare ovunque e per questo il suo approvvigionamento è fortemente condizionato dall’incontro tra domanda e offerta, che assume perlopiù la forma della competizione tra l’Ue e i Paesi asiatici (grandi consumatori di questo prodotto). Infine, c’è un altro meccanismo che si è sviluppato nell’ultimo decennio e che negli ultimi mesi ha esposto il prezzo del gas a una maggiore volatilità. Si tratta dei mercati spot, dove i trader negoziano futures, operazioni fisiche e di cambio. I mercati spot si differenziano dai mercati a termine in quanto l’acquisto e la vendita dei beni vengono effettuati dietro pagamento immediato, invece che in differita. Non vi è pertanto differenza tra la data della transazione e quella del relativo saldo, motivo per cui il prezzo rappresenta il valore spot del bene in quell’esatto istante. L’esempio più celebre è sicuramente quello della Title Transfer Facility (TTF) olandese, le cui oscillazioni di prezzo hanno portato al record di 339 EUR/MWh dello scorso agosto.

Fonte: Trading economics

La situazione geopolitica causata dalla guerra Ucraina e il conseguente rialzo dei prezzi (già iniziato alla fine del 2021 per altre ragioni) hanno creato la necessità di politiche che ad oggi prefiggono due distinti obiettivi. In primo luogo quello di sostenere le categorie sociali e produttive dall’impatto dei prezzi (senza energia non c’è sviluppo e crescono le tensioni interne). Il secondo, connesso al primo, è quello di ridurre la dipendenza dal gas russo (e qui si può parlare di ragioni etiche e geopolitiche). Ma in che modo il prezzo al tetto del gas può concorrere a realizzare questi due propositi? E quali potrebbero essere gli effetti sul mercato?

La proposta e gli obiettivi del price cap: le proposte a confronto

Il price cap può essere genericamente definito come una regolamentazione economica che stabilisce un limite ai prezzi che possono essere addebitati da un fornitore di servizi pubblici. Se analizziamo il mercato europeo del gas più nello specifico, sono tre i modelli di tetto al prezzo che vengono attualmente discussi.

Il modello iberico, già attuato da Spagna e Portogallo, è quello che sembra riscuotere il maggior consenso tra i Paesi Membri. Consiste nell’applicare un tetto al prezzo del gas (e conseguentemente dell’elettricità) alle forniture pagate dai consumatori. Viene dunque imposto un prezzo nelle centrali elettriche che è circa metà di quello stabilito nel mercato TTF. Nel momento in cui il prezzo a cui il gas viene acquistato all’ingrosso è superiore a quello prefissato per la vendita ai clienti finali, il governo centrale, per garantire le forniture, compensa gli attori operanti sul mercato interno. Si tratta di una misura facilmente attuabile e che sicuramente contribuisce all’obiettivo di alleviare cittadini e imprese dal rialzo dei prezzi, perché a sopperire agli scostamenti improvvisi è lo Stato e non più il consumatore. Tuttavia, gli economisti sono molto divisi riguardo al raggiungimento dell’indipendenza da Mosca. Infatti, una misura simile potrebbe in realtà aumentare la domanda di gas anziché ridurla, esponendo maggiormente l’Unione Europea ai ricatti di Putin.

La seconda opzione è di applicare un tetto soltanto al prezzo del gas russo. Dovrebbe agire sostanzialmente come un dazio, riducendo i profitti del Cremlino. Avrebbe potuto rappresentare una buona soluzione (anche se difficilmente negoziabile) se non fosse che la Russia ha ormai già ridotto, se non completamente interrotto, i flussi di gas. In questo caso ad aver giocato contro è stata l’inerzia con cui l’Ue ha affrontato il tema, procrastinando ogni decisione.

Infine, il terzo modello riguarda un limite al prezzo rivolto a tutte le importazioni di gas, includendo paesi come Norvegia, Algeria, Stati Uniti, ecc. In questo caso il sostegno alle imprese e alle categorie sociali verrebbe garantito, l’impatto sulla domanda del gas russo andrebbe valutato attentamente. Ma il problema principale di quest’ultima soluzione è di tipo geopolitico e legato al mercato del gas via nave. Infatti, fissare un price cap per tutte le importazioni, non andrebbe a impattare i contratti a lungo termine, ma il potere d’acquisto europeo sul LNG. Fissare un tetto al prezzo significherebbe favorire i paesi asiatici, diventando meno competitivi e rischiando di perdere forniture di gas che attualmente sono indispensabili. L’LNG potrebbe andare ove è più conveniente lasciando l’Ue all’asciutto, inoltre già adesso ci sono molte polemiche sui traffici marittimi di gas liquefatto. Dove armatori dalle dubbie bandiere portano in giro per il mondo petrolio e gas che altrove sarebbero banditi o pesantemente sanzionati.

La soluzione dell’Ue al problema del gas

Pro e contro di ciascun modello possono essere valutati soltanto se si accetta il price cap quale giusto strumento economico e questo è già in sé un fattore divisivo sia all’interno dell’Ue che tra gli economisti. Alcuni di loro, infatti, ritengono che il mercato del gas sia caratterizzato da importanti distorsioni, per cui un intervento del governo sarebbe giustificato in quanto volto a internalizzare l’incertezza oggi esternalizzata e al contempo generata dal mercato stesso. Altri, invece, ritengono che il price cap possa significare la fine per il libero mercato del gas così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, annullando così i benefici del price signaling (un meccanismo fondamentale per veicolare informazioni a produttori e consumatori e influenzare la quantità offerta e domandata), l’utilità del commercio transfrontaliero e incentivando la domanda. Alle divisioni ideologiche, probabilmente meno determinanti nell’influenzare il dibattito europeo, si sommano poi degli interessi strategici contrastanti. In queste divergenze di prospettiva troviamo la chiave per interpretare l’impasse di questi mesi e per ritenere che un accordo sul tetto al prezzo sia quantomai difficile, in qualsivoglia delle diverse forme discusse.

In Europa possiamo distinguere chiaramente due gruppi di Paesi. I 15 stati che hanno richiesto il price cap, guidati da Italia, Francia e Spagna, i quali hanno ancora capacità di importazione e mirano a rifornire le loro riserve con gas LNG, risentendo però in maniera particolare della volatilità del TTF, dove i prezzi del gas via nave, ma anche quelli dei contratti a lungo termine, vengono oggi determinati. Per loro un tetto al prezzo rappresenterebbe un modo per avere accesso a un maggior quantitativo di gas, a prezzi più contenuti.

Vi è poi il secondo gruppo di Paesi, guidato in primis da Germania e Olanda, i cui terminali LNG hanno già raggiunto la capacità massima e non possono pertanto aumentare le loro importazioni. Per questi Stati gli alti prezzi del gas sono uno strumento fondamentale per ridurre la domanda, là dove un price cap, invece, significherebbe incentivarla senza che questa possa essere corrisposta da un’adeguata offerta. In una parola: razionamento, con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche del caso. Ancora una volta l’Ue si ritrova spaccata in due: da una parte ci sono i Paesi frugali, che si sono attrezzati per ridurre i consumi, e dall’altra quelli del Sud, maggiormente esposti per la mancanza di infrastrutture (come in Italia) o per le difficoltà nel ridurre i consumi senza poter compensare il disagio che ciò comporterebbe per le fasce più esposte.

Visti interessi così lontani è difficile immaginare che il price cap possa essere attuato senza scontentare gli attori in gioco. Tuttavia, la necessità di cooperare e trovare una soluzione comune si fa sempre più stringente. Come ricorda l’AD di Eni, Descalzi, infatti, l’inverno più complesso da affrontare sarà quello del 2023/4, quando il gas russo raggiungerà in minima parte l’Europa. Per rifornire le riserve europee servirà un’azione unita e coesa sul mercato, che dia ai Paesi dell’Unione un maggior potere di acquisto, rendendoli competitivi soprattutto rispetto alle importazioni di gas LNG. E a maggior ragione oggi, a pochi giorni dall’annuncio dell’OPEC+ in merito al taglio della produzione del greggio, diventa centrale anche la costituzione di un maccanismo comune di sostegno a famiglie e imprese. È fondamentale che a soffrire le conseguenze delle recrudescenze del covid, dell’inflazione, della recessione e della guerra non siano sempre le stesse categorie sociali. Sarebbe pericoloso sia per la tenuta dell’Unione, sia per il sogno europeo.

di Guglielmo De Puppi

Happy birthday Brexit: il disastro inglese targato Liz Truss

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Liz Truss ha compiuto un’impresa a dir poco leggendaria: in sole due settimane è riuscita a far crollare la sterlina, far schizzare i titoli di Stato e minare fortemente la credibilità di uno dei Paesi più importanti del mondo. E non contenta, ha persino quasi innescato una crisi finanziaria il cui epilogo avrebbe potuto trascinare l’Europa intera, e forse con essa il mondo Occidentale, in un baratro ben peggiore rispetto a quello che scaturì dal fallimento di Lehman Brothers. Per fortuna le banche centrali funzionano ancora ed agiscono in modo indipendente rispetto agli orientamenti politici, ma l’economia inglese farà fatica a riassorbire il colpo inferto da Truss e Kwarteng. Visti i sondaggi, è possibile che se si andasse a elezioni anticipate i Tory sarebbero lontano dal potere per molto tempo (salvo miracoli).

Ma che cosa è successo e qual è l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza britannica?

Tutto è iniziato con le dimissioni anticipate di Boris Johnson. L’astro nascente del partito conservatore era riuscito a mantenere la guida del governo nonostante gli inciampi sulla gestione pandemica, la Brexit e i Covid Party da lui stesso organizzati, mentre in tutto il Regno Unito vigeva l’obbligo di non uscire di casa. Ma è crollato sullo scandalo Pincher. L’ex deputy chief whip, e fedelissimo di Johnson, finì sul The Sun, l’estate scorsa, per aver palpeggiato due uomini, un comportamento recidivo, visto che già nel 2019 Pincher era stato accusato di fatti simili, di cui Johnson era a conoscenza, ma a cui non seguirono provvedimenti. Finita la stagione di Johnson i Tory ha promosso Liz Truss, il cui stile, modo di parlare e pensare richiama subito alla memoria l’immagine di Margareth Thatcher, la Lady di Ferro; ricordata, insieme a Reagan, per le posizioni ultraliberiste a favore dei ceti più abbienti e i tagli al welfare state. Tutti questi elementi di contorno aiutano a capire le mosse compiute da Truss, che colta da un delirio di onnipotenza e la necessità di emulare quanto prima i passi del suo idolo ha quasi rischiato di trascinare il mondo intero in una recessione senza biglietto di ritorno.

Giunta al numero 10 di Downing Street, insieme al cancelliere Kwarteng, Truss ha da subito annunciato un piano imponente per rilanciare il Paese attraverso uno shock dell’economia inglese; e già su questo è importante aprire una parentesi. A seguito della Brexit, infatti, il Regno Unito aveva subito un vistoso rallentamento della propria economia, dovuto al fatto che il suo principale acquirente (ovvero l’Ue), non ha più acquistato le merci britanniche alle stesse condizioni di prima. Questo ha fatto crollare l’export made UK e appesantito le ferite economiche inferte dal Covid, tanto che l’inflazione britannica, nonostante tutto gli sforzi di Bank of England (BoE) ha galoppato più velocemente rispetto a quanto non avvenuto in Ue (in ottobre è stimato che salga all’11%). Truss ha quindi dovuto gestire sin da subito un’eredità pesante, ma frutto delle scelte del suo partito, e forse, anche per questo, ha pensato di imprimere subito un cambiamento drastico, che però si è rivelato un buco nell’acqua.

Il taglio delle tasse britannico.

L’idea partorita dall’erede delle Thatcher era semplice: se tagliamo le tasse e i vincoli per chi può spendere (imprese e privati), allora questi si daranno da fare, spingeranno la domanda, assumeranno e lasceranno sul terreno così tante briciole da poter distribuire qualcosa anche a chi non ha nulla (ovvero i ceti più poveri). D’altronde fu questa la ricetta di Thatcher e Reagan, ma il contesto era diverso e l’attuazione pure. Truss ha infatti scelto di vare un vasto piano di taglio delle tasse (da 45 miliardi di £) e uno di calmierazione delle bollette (da 65 mld £), andando a deficit e senza ridurre il welfare state. Una mossa questa, che ha irritato i mercati già preoccupati dagli effetti della Brexit, della guerra in Ue e dai colli di bottiglia che ancora bloccano le produzioni in tutto il mondo. Un primo errore è stato quindi quello di vendere all’opinione pubblica una “mini-finanziaria” (così è stata chiamata e le parole nel contesto economico hanno un loro peso) senza specificare gli effetti, i costi complessivi (che secondo l’Institute for fiscal studies, ammonterebbero a 120 mld £ da qui al 2025) e ridurre la spesa pubblica, già alta a causa della pandemia. Da qui la reazione dei media e dei mercati è stata muscolare e dettata dall’inaffidabilità del partito Conservatore nel selezionare la propria classe dirigente.

L’opinione pubblica si è indignata per il dito senza vedere la Luna. Dopo tutto, il messaggio che ha avuto più presa sui media britannici e quelli europei è stato quella decisione di ridurre l’aliquota, dal 45 al 40%, sulle persone fisiche che dichiarano di più di 150.000 £ all’anno. Nessuno nel Regno Unito, infatti, sentiva la necessità di aiutare chi già se la passa bene, però questa misura avrebbe impattato solo per un controvalore di 2 mld di £ (su un pacchetto da 45 mld £). Truss, infatti, aveva, e tuttora ha, concentrato i suoi sforzi altrove, come riporta correttamente l’ex Premier Gordon Brown sul The Guardian qualche giorno fa: “…Nonostante abbia abbandonato il taglio delle tasse di aliquota massima, il cancelliere, Kwasi Kwarteng, ha lasciato intatti 43 miliardi di sterline dei suoi tagli alle tasse di 45 miliardi di sterline. Sta ancora raddoppiando gli omaggi esentasse a coloro che hanno opzioni su azioni, tagliando 1 miliardo di sterline dalle tasse sui dividendi e sanzionando un libero per tutti nei bonus dei banchieri. Sta anche portando avanti la sua carta degli evasori fiscali: 2 miliardi di sterline per i dipendenti che possono dichiararsi lavoratori autonomi. Sono ancora in vigore i 2 miliardi di sterline che ha stanziato per gli acquisti esentasse per i turisti stranieri e i 19 miliardi di sterline di tagli alle tasse sulle società, che secondo Rishi Sunak non hanno fatto nulla per gli investimenti…il cancelliere potrebbe anche consegnare miliardi ai magnati del petrolio e del gas.”. E già da questo resoconto si capisce come la natura della politica fiscale britannica non sia stata per niente scalfita dalle reazioni dell’opinione pubblica.

La reazione dei mercati all’annuncio di Liz Truss e di Kwarteng

I mercati, d’altro canto, hanno colpito il Regno Unito sapendo di poter fare male in virtù di un piano economico scritto velocemente giusto per dare in pasto qualcosa all’opinione pubblica e affermare la propria linea. Subito dopo l’annuncio di Truss e Kwarteng il rendimento sui titoli inglesi è schizzato verso l’alto, tanto che i titoli a 10 anni avevano raggiunto il 4,25% e quelli a 30 il 5%. Nel frattempo, 1.700 mld di £ in fondi pensione britannici hanno iniziato a scivolare verso il baratro in virtù di continue richieste di margin-call da parte dalle società di clearing (come riportato da Milano Finanza). In sintesi, i soldi delle pensioni inglesi sono investiti perlopiù in titoli di stato (esteri e nazionali) e il repentino aumento dei tassi ha reso insostenibili molte posizioni sul mercato. Il problema è che proprio perché ingordi di titoli del tesoro, i fondi pensionistici britannici hanno in pancia anche i Btp italiani, e quindi il crollo degli uni avrebbe chiamato in soccorso gli altri in una spirale simile a quella innescata dalla bolla finanziaria della Grande Recessione, ma con un’importante differenza di fondo: qui a fallire sarebbe stato il debito sovrano delle economie del G7 e non il mercato immobiliare.

Di fronte alle richieste di emissione di nuovo debito da parte dei fondi pensionistici, BoE ha deciso di intervenire con un acquisto emergenziali di titoli, pari a 65 mld di £. È scontato il motivo imminente di questa scelta da parte della Banca Centrale: sul mercato i titoli di debito britannico scontavano la politica estrema di Truss, con tassi d’interesse che sono volati alle stelle (e di riflesso prezzi di questi ultimi in crollo) e conseguente rischio di vendita massiva sul mercato secondario dei titoli. La famosa e famigerata “speculazione” che altro non è la difesa dei portafogli di fondi, assicurazioni e banche commerciali, intermediari finanziari dei risparmi dei cittadini. Ma non è difficile intuire che questa politica di acquisto titoli getti benzina sul fuoco per quanto riguarda l’inflazione: infatti, comprare titoli da parte di Bank of England significa pompare liquidità (denaro) in un’economia già stremata dall’aumento generale dei prezzi. Una mossa, quella di salvare il debito inglese, che si scontra quindi con l’obiettivo primario di stabilizzare l’inflazione. Siamo proprio all’interno di un cortocircuito dal quale per i conservatori inglesi è difficile uscire. Con le sirene di un clamoroso ritorno di Boris Johnson sulla scena.

La perdita di consenso del partito Conservatore

Ci sono voci di lettere di sfiducia già partite all’indirizzo della premier: certo, una nuova sfida per la leadership non sembra alle viste, ma i conservatori temono che Liz li abbia portati subito a sbattere. Lei sapeva di avere a disposizione poche settimane per imprimere una svolta di fonte a una crisi economica che morde le tasche dei cittadini, ma la strategia scelta assomiglia tanto a una missione suicida. Intanto, il gradimento del nuovo primo ministro britannico è al minimo storico. Secondo un nuovo sondaggio di Redfield & Wilton Strategies realizzato il 5 ottobre, è il più basso mai registrato in assoluto fra i primi ministri. Solo il 15% degli intervistati apprezza la nuova inquilina di Downing Street e, fra l’elettorato conservatore, un esiguo 25% ha fiducia in lei. Il momento del suo possibile rilancio, due giorni fa, con un discorso alla conferenza nazionale del partito conservatore, non ha sortito i risultati sperati.

Intanto Truss cerca la sponda d’oltre manica chiamando in causa l’UE (!). Il primo ministro inglese ha definito Emmanuel Macron un “amico” mentre annunciava l’intenzione di lavorare insieme alla prima riunione di un nuovo club politico delle nazioni. Strategia per recuperare consenso? Ricerca di partner in Europa? Sembra comunque un appello disperato di aiuto, di salvezza da un pantano londinese tutto voluto, ma con grande incoscienza.

Di Claudio Dolci e Roberto Biondini

L’Odissea del fuori sede

3 min di lettura

Hai un lavoro, una fideiussione e puoi garantire di restare almeno 18 mesi? Ah, lascia perdere, non prendiamo né studenti né coppie, cerca altrove.

Sono soltanto alcuni esempi delle richieste fatte dai locatori italiani a chi cerca un affitto in questi ultimi mesi. Un mercato, quello delle abitazioni in affitto, che dal post Covid è letteralmente impazzito. Se il periodo pandemico aveva reso i prezzi delle case abbordabili, nel post Covid-19 invece, la ricerca di una casa, in particolare nelle grandi città, si è dimostrata uno sforzo al limite della follia per le decine di migliaia di studenti o lavoratori fuori sede. Come riporta immobiliare.it: “Ad Agosto 2022 per gli immobili residenziali in affitto sono stati richiesti in media € 12,15 al mese per metro quadro, con un aumento del 7,52% rispetto a Agosto 2021 (€ 11,30 mensili al mq). Negli ultimi 2 anni, il prezzo medio in Italia ha raggiunto il suo massimo nel mese di Agosto 2022, con un valore di € 12,15 al metro quadro.”.

Fonte immobiliare.it

E facendo un po’ di ricerca nei più importanti siti di ricerca per stanze singole o doppie, monolocali e abitazioni si può facilmente riscontare un aumento generalizzato, e spesso solo a fini speculativi, dei prezzi. Si prenda ad esempio la città di Milano, la metropoli d’Italia, dove ogni anno centinaia di migliaia di studenti o lavoratori fuori sede fanno la loro comparsa. Sono oltre 190.000 gli studenti iscritti alle facoltà residenti in Milano: un numero di studenti universitari di poco inferiore a quelli di Parigi. La situazione meneghina è sconvolgente: si è arrivati a toccare punte di ottocento euro mensili non comprensivi di utenze per delle camere singole a volte ridotte a veri e propri loculi. La Repubblica aveva poco tempo fa parlato dell’argomento, riportando anche dei dati tragici nazionali: “Allarme alloggi per gli universitari, la richiesta sale del 75% mentre l’offerta cala dell’8%. E rispetto al 2021 il prezzo medio di una stanza singola è di 465 euro, +9,3%”.

Per questo oggi la rabbia tra chi ricerca un alloggio a Milano è alle stelle. Basta fare un giro nei diversi gruppi social di affitti dove gli utenti non solo segnalano disagi sull’impossibilità di trovare letteralmente un “buco dove stare”, ma si sbranano tra di loro per essere segnalati come i primi interessati a delle offerte che, se va bene sono care arrabbiate o in condivisione, mentre se va male sono in realtà degli annunci falsi. E via di nuovo tutto daccapo, magari su un nuovo sito o forum. “Sono veramente sconcertato dalla situazione di estrema indisponibilità di appartamenti e stanze che quest’anno si è creata in città – scrive Giacomo V. sul gruppo Facebook “Case/Stanze in affitto a Roma” -. Noi, studenti e non turisti, che dobbiamo iniziare l’università tra meno di una settimana, che cosa dovremmo fare per riuscire a reperire un maledetto buco in cui studiare e dormire?“.

Quella di un alloggio è diventata una ricerca continua che costringe l’utente a rimanere sintonizzato giorno e notte su una decina di siti diversi per poter sperare di vedere un nuovo annuncio. Giorni e giorni, e sempre più spesso settimane e settimane, se non mesi, spesi a cercare quello che sino a poco tempo si trovava con relativa facilità. E per questo c’è addirittura chi ha optato per studiare altrove, alimentando così quella divisione interna tra centro/periferia, Sud/ Nord, ricchi e poveri, che impedisce all’Italia di diventare un Paese davvero coeso. Chi invece non si arrende di fronte a una politica indifferente verso i giovani allarga i filtri di ricerca: se si partiva con singola, ci si adatta alla doppia; se si cercava di evitare zone non raccomandabili, si accetta di non dover tornare tardi alla sera e stare nell’abitazione il meno possibile; se l’arredamento era necessario, ora diventa un optional. E quando, con grande stupore, si arriva ad agganciare il locatore, parte la fase delle richieste fuori dal mondo, dove l’imbarazzo per chi ascolta si tramuta subito in indignazione.

Si parte dai contratti, buste paga, fideiussioni bancarie e garanzie di ogni sorta, accompagnate da preavvisi lunghi per te e brevi per chi affitta, no coppie, solo coppie, no uomini, no cani, si gatti, fumo dipende. Da subito, fra un mese, quando l’inquilino me lo dice, chissà. Tre mesi di caparra, affitto anticipato, agenzia al 12, 13, 15% di commissione. Un elenco che non trova fine, e per il quale non si può mai essere pronti totalmente. Qualcosa di nuovo può sempre uscire fuori, tutto è lasciato alla fantasia del locatore e alla sua sete. E se non hai tutte le risposte pronte e disponibili, in pochi minuti hai perso il posto in fila e ci sentiamo alla prossima…

E qui si aggiunge un altro problema: l’impossibilità di riflettere sulla proposta. Se si ha la fortuna di ottenere una visita o scatta il sì immediato o di nuovo hai perso il posto. Come si può prendere la decisione su dove vivrai e passerai la maggior parte del tuo tempo per anni in 30 minuti? Semplicemente non si può e nei casi di disperazione per tempistiche strette personali si dice di sì subito, scommettendo che non ci siano problemi logistici strutturali nella casa, o che il vicinato sia tranquillo o che la zona di sera non sia poco raccomandabile, ecc. Insomma, un contratto quasi alla cieca.

E si arriva così sfiniti alla fine di questa epopea, con finalmente un contratto in mano e migliaia di euro di caparra, anticipo e canoni di agenzia volati in un sol momento.

La riflessione è lapalissiana. Può esistere una situazione di disagio del genere nel 2022 in un paese occidentale? Ed è vero, le dinamiche della domanda e dell’offerta non si possono aggrappare al ricercare prezzi calmierati per risolvere il problema degli affitti a Milano, anche se qualcosa potrebbe essere fatto. I comuni, le regioni, lo Stato centrale stesso non possono abbandonare a loro stessi dei cittadini che si sfibrano per trovare un “buco dove dormire” per lavorare o addirittura studiare. Trovare una soluzione anche transitoria per rendere meno oneroso il prezzo della vita per gli studenti nelle grandi città è indispensabile per aiutare l’istruzione. Si è fatto molto sull’acquisto della casa per gli Under 36, ma senza prima poter studiare o lavorare là dove un titolo di studio può essere speso con profitto, chi mai potrà permettersi un mutuo? Per fare un albero occorre piantare un seme: un concetto, questo, semplice per tutti tranne per chi giovane non è più.

Purtroppo, la calca che accompagna la ricerca di un alloggio sono all’ordine del giorno e non possono appartenere ad un paese civile. Il nuovo governo non si dimentichi dei fuori sede e faccia qualcosa per aiutare chi o studiando o lavorando contribuisce alla ricchezza della nostra nazione presente e futura; altrimenti chi fermerà l’emorragia verso l’estero?

Di Roberto Biondini e Claudio Dolci

La manovra che verrà

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Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra era già stato anticipato da numerosi sondaggi, ma ora ad aspettare la probabile neo-premier ci sono gli altrettanti i numerosi dossier economici aperti e in gran parte contraddistinti dal segno negativo. D’altronde, il quadro macroeconomico europeo è ancora contraddistinto da un’elevata incertezza, dall’esplosione dei prezzi energetici e dall’instabilità politica.

L’Europa tira dritto a prescindere dal futuro esecutivo italiano

Dal fronte europeo la prima a richiamare tutti all’ordine è Christine Lagarde, la quale ha annunciato che a breve la Bce dovrà aumentare ancora i tassi d’interesse. E ciò significa che vi sarà un aumento del costo del debito pubblico italiano, per via del crescere degli interessi, e che anche per le imprese sarà più difficile reperire i denari necessari a finanziare le loro attività. La mossa della Bce è obbligata dal contesto congiunturale, come ribadito da Lagarde stessa: le prospettive si stanno facendo più fosche. L’inflazione rimane troppo alta ed è probabile resterà sopra i nostro target per un periodo esteso di tempo”. Tuttavia, il costo da pagare per fermare l’inflazione è il raffreddamento della domanda interna all’eurozona e quindi della ripresa post-pandemica. D’altro canto, il mancato accordo sul price cap europeo impedisce di raffreddare la speculazione sul prezzo del gas, a cui si aggiungono il rallentamento dell’economia cinese e gli ancora persistenti colli di bottiglia, che nell’insieme di certo non aiutano a sedare un’inflazione ancora imperturbabilmente al galoppo.

E sempre con l’Europa Meloni dovrà ancora andare d’accordo per un po’, viste le imminenti scadenze del Pnrr. Da Bruxelles son infatti ora in arrivo i 24 mld, relativi alla seconda tranche del Pnrr (che ne complesso ne stanzia oltre 190), ma a dicembre dovranno essere centrati 55 obiettivi (di cui 29 già raggiunti dall’esecutivo Draghi e 26 ben avviati) per ottenerne altri 21,8 mld. Il che significa che, almeno per il momento, non sono possibili quelle modifiche al Pnrr tanto invocate dalla coalizione di centrodestra. L’unica scappatoia che Bruxelles potrebbe concedere alla coalizione guidata da Meloni, come riportato dal Sole24 Ore, riguarderebbe una o più deroghe su quelle opere i cui costi sono stati stravolti dall’impennata dei prezzi, ma oltre a questo i margini sono troppo stretti. Occorre poi ricordare come per i vertici amministrativi alla guida del Pnrr non sia previsto il collaudatissimo spoil system, con i quali vengono da sempre sostituite le persone alla guida di numerose istituzioni italiane, a partire dai Media statali.

Terminata la rassegna europea si passa al fronte domestico, quello più caldo.

Il governo Draghi ha stanziato complessivamente 66 mld di euro contro i rincari, ma molte misure scadranno a breve e dovranno essere rinnovate, altrimenti gli italiani si ritroveranno all’improvviso in un incubo occultato da misure a pioggia. Calcolatrice alla mano, per la Nadef serviranno tra i 40 e i 50 mld di euro: non proprio un inizio di legislatura in pompa magna. Questi miliardi serviranno a rifinanziare il taglio degli oneri di sistema sulle bollette di gas e di luce, a sforbiciare il cuneo fiscale, a ridurre di 30,5 centesimi il prezzo al litro dei carburanti ed infine a sostenere i crediti d’imposta per le imprese costrette a fronteggiare bollette alle stelle.

Non va poi dimenticata un’urgenza prossima relativa alla CIG. La riforma Orlando, partita a gennaio, prevede la CIG onerosa per le aziende e rigidi tetti alla durata, come riporta il Sole 24 Ore. Molte imprese, però, hanno esaurito il plafond e per questa ragione già 400 milioni di ore di deroga sono stati inseriti per evitare una catastrofe sociale. Nel frattempo, l’Istat dichiara l’aumento delle ore in cassa integrazione e la richiesta di sussidi di disoccupazione. Inoltre, le stime per il mercato del lavoro sono tutt’altro che rosee. Una bomba ad orologeria aleggia per il Bel Paese.

Dal canto suo, Meloni potrà contare su almeno un asso nella manica, ovvero l’extra-gettito lasciatole in eredità da Draghi e relativo ai mesi di settembre, ottobre e novembre. L’aumento dei prezzi ha infatti fatto registrare un surplus nei conti pubblici, che però ora si scontrerà con maggiori costi per il personale e le pensioni. Basterà quindi questo tesoretto a far dormire sonni tranquilli a Meloni e Company?

No, perché all’equilibrio dei conti pubblici italiani manca ancora il calcolo delle misure promesse in campagna elettorale dal centrodestra, le quali, come riportato da Pagella Politica, sono perlopiù prive di coperture e molto costose […]. Senza fare deficit, che altrimenti comporterebbe un primo passo falso nei confronti del mercato e delle istituzioni europee, la Meloni sarà costretta a proseguire il suo mandato all’insegna della sobrietà.

La coalizione di centrodestra, sempre ammesso che non si sfaldi nel tragitto per il Colle, riuscirà a dimostrare di essere davvero a pronta a governare, oppure ci attenderà un 2011 bis?

Redazione il Caffè Keynesiano